Cristianesimo psichedelico (parte I): Maria Sabina e l’«eucarestia fungina»

Un’indagine sul sincretismo tra il “culto del fungo sacro” in area messicana e il cattolicesimo di importazione spagnola, incentrata sulla figura della “sabia” e “curandera” mazateca Maria Sabina. A seguire, qualche riflessione sulle bizzarre ma interessanti raffigurazioni fungine nell’ambito cultuale cristiano, rese note da autori come John Allegro, Elémire Zolla, Gianluca Toro e Giorgio Samorini.

di Antonio Bonifacio

Più ti addentri nel mondo di Teonanacatl [1], più cose si vedono. E vedi anche il nostro passato e il nostro futuro, che se ne stanno lì, insieme, come un‘unica cosa già vissuta, già accaduta. […]. Ho visto cavali rubati e città sepolte, la cui esistenza era sconosciuta e che verranno portate alla luce. Milioni di cose, ho visto e saputo. Conoscevo e vedevo Dio: un immenso orologio che ticchetta, le sfere che si muovono lentamente attorno e dentro le stelle, la terra, l’universo intero, il giorno e la notte, il pianto e il sorriso, la felicità e il dolore. Colui che conosce fino in fondo il segreto di Teonanacatl può persino vedere quell’infinito ingranaggio.”  

Maria Sabina

“Sorella mia, se tu avessi un uccello in gabbia, e lo liberassi in giardini con acque e frutti, e poi distruggessi la gabbia e la bruciassi, pensi forse che ciò potrebbe causare dolore a questo uccello? Ella disse: no. Egli disse: così sono io.” 

da una visione ricevuta in sogno dalla sorella di Ḥusayn Al-Ḥallâj, profeta e martire, narrata da Louis Massignon

Il titolo che si propone per questo intervento può sembrare una provocazione bella e buona, un attentato alla sacralità stessa della religione cattolica. Tuttavia, passato il comprensibile trasalimento, proviamo a spiegare le limpide ragioni che ci hanno portato ad adottare una così inconsueta titolazione per presentare questo lavoro.

Maria Sabina (1894 – 1985)

PREMESSA

L’idea di questo intervento è nata dalla volontà di proporre un breve ed essenziale ritratto di un’esperienza spirituale, nata dopo la prima metà del secolo scorso, che ha coinvolto in maniera totalmente inaspettata una sciamana mazateca, una “Sabia” (e non una “semplice” curandera come si riporta in alcune biografie), la celebre Maria Sabina. In quelle terre, oltremodo oltraggiate da una predazione secolare, era da tempo in atto un processo sincretistico in cui gli elementi propri dello sciamanesimo dell’area, che ha forti e ovvie comunanze con tutto lo sciamanesimo centro e sud americano ed in cui l’uso delle “piante degli dèi” era elemento costitutivo della consultazione o, comunque, della liturgia, si sono commischiati con il provato cattolicesimo di Maria Sabina che, nonostante l’insorgere della sua vocazione sciamanica e la pedissequa pratica che da certi eventi scaturì, mai smise di partecipare attivamente al processo di apostolato presso il suo popolo, mantenendosi parte attiva di un paio di confraternite, quale, ad esempio, quella del Sacro Cuore di Gesù. 

In alcune foto la si vede ritratta mentre procede ad incensare i “funghi bambini” (di cui subito dopo si parlerà), prima della seduta di Velada (veglia notturna) a dimostrazione che non v’era contraddizione tra la sua fede e la sua pratica scamanica. V’è da dire, a premessa di tutto, che quindi Lei, come altri sciamani locali, non fece mai opera di proselitismo di una religione basata su un ipotetico “culto del fungo”, non propose revivals nativi, piuttosto Maria Sabina spese i sui naturali e/o soprannaturali talenti, lasciando libero l’interprete di qualificarli secondo il proprio orientamento, in una instancabile opera di soccorso e guarigione rivolta ai suoi conterranei afflitti da numerosi malanni che, da tempo immemorabile, li perseguitano.

In quest’opera di sostegno Maria Sabina ha probabilmente compiuto dei veri e propri “miracoli”, visto il frequente insuccesso delle terapie “ordinarie”, ma non è il lato eventualmente sensazionalistico della sua opera a interessarci. Per “comprendere” la sua attività è essenziale rifarsi al suo “programma”, che può essere rappreso in questa sintetica affermazione: “Secondo me, gli stregoni e i guaritori praticano arti inferiori. Gli stregoni e i guaritori hanno anche un loro Linguaggio, ma diverso dal mio. Loro chiedono aiuto al ‘Chicon Nindò’ [2] (entità locale). Io lo chiedo a Dio Cristo, a San Pedro, a Magdalena e a Guadalupe’. È perché in me non esiste stregoneria, non esiste collera non esiste falsità. Perché dentro di me non c’è né sporcizia, né polvere.” 

Intervista di Marco Maculotti a Giorgio Samorini, «Axis Mundi TV», 29 settembre 2021

La lunga vita di Maria Sabina — è nata infatti nel 1894 ed è deceduta nel 1985 –, sciamana e poetessa mazateca, è stata, come tutte le esistenze dei poveri abitanti in questa regione, contrassegnata da eventi sfavorevoli e spesso tragici. Rimasta orfana da piccolissima, cresciuta da parenti, l’appena adolescente, aveva 14 anni, è andata  in sposa, com’è consuetudine in molti luoghi in cui la volontà delle nubende non è mai libera dai condizionamenti sociali e familiari, a un militare quasi sempre assente, poi deceduto in uno scontro. La sua vita, sempre condotta sul fino di una dignitosa povertà, non è stata però molto diversa da quella dei suoi compaesani, l’indigenza, l’alcolismo, lo smarrimento  culturale  costituivano un comune rassegnato modo di vivere degli allora abitanti della regione e questo è un tema su cui non si insisterà ulteriormente.

Di converso, straordinariamente coincidente alle più elevate esperienze mistiche dei pastorelli di Fatina, e di La Salette, nonché di Bernardette a Lourdes, è stato il suo vissuto incontro con il “sacro locale”, ovvero l’ingestione “ispirata” di un peculiare fungo, le cui proprietà psichedeliche [3] verranno certificate scientificamente molto più tardi, in circostanze parallele. La giovane, difatti, ingerì un  miceto crudo e coperto di terra, mentre pascolava galline e capre con sua sorella e nel tempo, divenuta abitudine alimentare la consumazione fungina durante il pascolo, le si aprirono orizzonti conoscitivi insospettati, quelle porte di cui Huxley invocava la schiusura nel piccolo saggio Aprite le porte della percezione. 

A premessa ribadiamo che l’esperienza, comunque solitaria nella circostanza, della giovane donna fu, quasi fin da subito, un’esperienza radicalmente religiosa, che giustifica l’accostabilità che si è proposta della sua biografia a quella di altre pastorelle di più conosciuti lidi. All’inizio l’effetto dell’ingestione fu solo euforizzante e i parenti che s’accorsero del fatto non s’intromisero, perché quei funghi sono tradizionalmente molto rispettati nella regione e perché, allo stesso tempo, la dimensione dello “sballo”, inteso come euforia, è troppo radicata in quelle zone, perché essa desti scandalo alle anime belle. Maria Sabina continuò a masticare i suoi frutti amari e, crescendo, avvertì che i funghi ingeriti manifestavano una personalità propria, erano “persone” o, meglio, “piccoli bambini sacri” che l’avevano scelta per “divenire se stessa”,  ovvero essere una «Sabia» e quindi  la figlia dei «Niños Santos». I miceti, così eucauristicamente assunti, erano destinati a “iniziare” un predestinato alla comprensione della “Parola”, termine che assume molteplici significati legati, in primis, alla guarigione spirituale delle persone. 

Maria Sabina, era, comunque, votata alla realizzazione di questo suo destino in quanto imparentata e discendente di altri sciamani di lunga tradizione. La giovane donna fu quindi presto consapevole della sua speciale “elezione”, tant’è che, in quel misto di umiltà e di orgoglio, che contrassegnerà le sue trascritte conversazioni, si attribuì una caratteristica di predestinazione affine a quella di Giacomo il Giusto, affermando: “Ero già Saggia nel ventre di mia madre” e di questo ebbe una precisa visione, questa: ”Ed è vero che i funghi mi hanno rivelato com’ero nel momento in cui mi trovavo nel ventre di mia madre: è una visione in cui mi vedo sotto forma di feto. Un feto illuminato. E so che nel momento in cui sono nata, gli Esseri Principali erano presenti. C’era anche il Cuore di Cristo”.

Maria Sabina con Robert Gordon Wasson

“I BAMBINI SONO IL SANGUE DI CRISTO”  

V’è da dire che nelle culture “etniche” la causa della malattia è sempre ascritta all’invisibile ordine spirituale; l’universo è minaccioso e il male di cui è imbibito è sempre sul punto di tracimare nel fragile ordine costituito e metterlo in crisi. Oltre una sottile barriera protettiva, separante l’ordine dal caos, agiscono libere delle potenti forze che sovrastano l’uomo, forse indifferenti al suo destino e sempre pronte a scatenarsi contro di lui ad ogni minima infrazione di quell’“ordine implicito” che solo esse conoscono a fondo. Si muovono, in ciò, o per spontanea iniziativa vendicativa o perché, magari, sono invocate a tale scopo. 

All’irruzione del male e alla sua affermazione nella sfera umana concorre infatti attivamente la malvagità dell’uomo stesso, il quale asserve la sua intelligenza all’azione delittuosa allo scopo di danneggiare gli altri e questo accade per i più futili motivi. Al fine di raggiungere questo scopo si mettono a disposizione di queste oscure forze diversi agenti che danno concretezza alle intenzioni e alle inclinazioni dei loro committenti. Sono gli “stregoni” e le “streghe” che, dietro compenso, si pongono ben volentieri a servizio dell’invidioso o del rancoroso di turno per provocare un danno, più o meno grave, alla vittima designata. Per questo il “male” si palesa in forma concreta nel corpo al momento della guarigione, esso infatti compare in forma di pietruzze, insetti, cristalli e altro materiale estraneo, e solo dopo l’estromissione di questi testimoni del maleficio si ha garanzia di guarigione. 

Intervento di Marco Maculotti: “Da Terence McKenna allo sciamanesimo mesoamericano e andino”, «Psychic Landscape: psichedelia, magia e sviluppo della coscienza», La Società dello Zolfo, 27 febbraio 2022

La medicina tradizionale locale è praticamente un esorcismo permanente, la causa seconda, quella strettamente biologica, l’unica che interessa l’eziologia della “medicina ortodossa”, è invece, secondo una lettura spirituale dell’evento dannoso, solo una conseguenza, un riflesso della causa prima e a questa è necessario risalire per debellare il male alla radice. Sul tema facciamo tuttavia parlare la stessa Maria Sabina in questa testimonianza diretta:

Non ho mai visto i demoni, anche se per andare là dove devo andare, attraverso i domini della morte. Mi sprofondo e arrivo fino in fondo. So cercare nelle ombre e nel silenzio. In questo modo, arrivo là dove le malattie si nascondono. Molto in fondo. Più in basso delle radici e dell’acqua, del fango e delle pietre. Altre volte, salgo, molto in alto, più in alto delle montagne e delle nubi. Quando giungo là dove devo arrivare, vedo Dio e Benito Juarez. Vedo tutte le persone buone. Là si sa tutto. Di tutto e di tutti, perché là tutto è chiaro. Sento delle voci. Mi parlano. È la voce del piccolo che spunta (il fungo ndr). Il Dio che vive in loro entra nel mio corpo. Cedo il mio corpo e la mia voce ai bambini sacri. Sono loro che parlano, nelle veglie lavorano nel mio corpo e io dico…” 

Ecco dunque che viene posta in piena evidenza la causa essenziale del malanno ed essa è sempre, come anzidetto, riferibile all’ordine spirituale e l’annichilimento di questa causa remota è posta a fondamento dell’efficacia terapeutica dell’azione, ovvero il “fungo sacro”, un medium spirituale che quale ricettacolo “vegetale” della bontà divina è efficacemente risanante. Esso ha certamente delle caratteristiche farmacologiche che modificano in ogni caso l’esperienza coscienziale dell’assuntore, tuttavia i suoi poteri vanno ben al di là e si svelano e si dispiegano soltanto alla persona religiosamente incline alla loro comprensione e qualificata al loro utilizzo, solo in questi casi, forse, è possibile qualificarlo come enteogeno. Infatti, secondo un ricercatore indigeno Aguirre Beltran, la pianta da sola non è sufficiente a produrre un autentico stato mistico, in quanto essa deve essere raccolta in certi luoghi e con certe precauzioni da una persona pura o comunque purificata:

Un altro elemento essenziale deve essere preso in considerazione le piante sacre, deità, in sé, agiscono in virtù delle loro proprietà mistiche; cioè non è la pianta propriamente detta che guarisce, ma la divinità, una parte della divinità, o il potere magico con essa nascosto. Affinché la pianta conservi questo potere, e indispensabile adottare tutto un complicato rituale, sia per la raccolta che per la preparazione e la somministrazione; se questo rituale non viene rispettato, essa non ha alcun effetto curativo, poiché non sono le proprietà farmacologiche delle piante che agiscono, ma le loro proprietà mistiche.”

in Medicina y Magia, «Materia Indiana», p. 123

Un “audace” (eufemismo!) tentativo di interpretazione anziché fitomorfica, quanto piuttosto micotica del Cristo fu compiuto da John Allegro, uno dei traduttori del manoscritto di Qumran, che arrivò a negare la persona di Cristo, ritenendolo semplicemente la personalizzazione di un fungo allucinogeno. Sotto certi aspetti c’è del “vero” in entrambi i casi. Nella prima circostanza (Cristo vite), se abbandoniamo la metafora del Lotto per entrare nel simbolo, si potrà dire che il prodotto fermentato della vite, almeno in alcune iniziazioni pagane, rappresenta il secondo e ultimo grado dell’iniziazione ed è proprio dei grandi misteri, quindi il vino è proprio dell’apex iniziatico e la sua assunzione conferisce Sapienza delle cose celesti: bere vino è quindi una teofagia iniziatica che produce Conoscenza.

Non è un caso che un libro della nota specialista del primo cristianesimo, Vittoria Luisa Guidetti, s’intitoli Il Pane la Vita e la Conoscenza. Allo stesso modo l’ingestione del fungo (nato dal sangue di Cristo e quindi da ciò che è destinato a diventare vino) dona la conoscenza — conoscenza che è comunque il teleologico risultato di pratiche presenti in alcune linee gnostiche cristiane perfettamente “ortodosse” che l’antepongono alla “fede” (San Clemente Alessandrino, Origene che, ovviamente erano ben lungi dal parlare dell’amanita muscaria e altri miceti nel loro contesto di gnosi).

Detto ciò è da domandarsi: perché si può ritenere che questa forma religiosa basata sull’eucarestia fungina sia una forma sincretistica ma non eretica di cristianesimo? La risposta può assumere profili molteplici a seconda di come s’inquadri la tematica, tuttavia è lo sfondo teologico “cattolico” che sorregge le modalità “pagane” di applicazione rituale di Maria Sabina, Ella, nel suo agire cerimoniale, fa difatti costante rimando all’universo spirituale cristiano, come si può constatare nei successivi riferimenti in cui si afferma inequivocabilmente che “I funghi hanno questo potere perché sono carne di Dio”, dal momento che essi nascono dalle gocce di sangue versato da Cristo sulla croce. Come se ogni albero della foresta, ai cui piedi nascono questi miceti, fosse un Albero della vita e, congiuntamente, della Passione. È in diretta conseguenza di questo loro immenso potere sacrale che essi agiscono e curano, curano però  solo coloro che “credono”, contrariamente “coloro che non credono non guariscono”.  

In questo caso ci trovano di fronte al celebre Mosaico della Chiesa di San Clemente a Roma in cui la croce da cui gronda il sangue di Cristo genera ai piedi di essa una straordinaria esuberanza vegetale. Dai tralci spiralici pendono ulteriori simboli vegetali, mentre dal basso sgorgano i quattro fiumi del paradiso da cui si abbeverano due cervi, posti uno di fronte all’altro secondo la nota iconografia che li caratterizza, Nelle prossime immagini, dopo la successiva, si vedrà come su questa costruzione scenica ortodossa, di grande antichità precristiana, si accompagni ad altre espressioni figurative eterodosse. 

Anche la cerimonia di guarigione è scandita da precise regole di sincretistica organizzazione e per questo “I bambini si mangiano di notte”; e, per farlo, “si celebra una veglia davanti alle immagini di santi della Chiesa. I bambini sacri curano le piaghe, le ferite dello spirito. È difatti lo spirito malvagio che provoca le malattie che investono l’intera dimensione antropologica, corpo, anima, spirito. Alla dimensione spirituale s’arresta difatti la capacità ispettiva dei curanderos o guaritori. Essi, infatti,

non sanno che le visioni che i bambini provocano rivelano l’origine del male.I guaritori non sanno usarli. Gli stregoni neanche. Gli stregoni hanno paura dei «Sabios» come me, perché sanno che io posso scoprire se hanno fatto un sortilegio, se hanno rubato di nascosto lo spirito di un bambino, di un uomo o di una donna.”

Diversamente Maria Sabina descrive la sua capacità come travalicante ogni limite affermando:

I funghi mi danno il potere della contemplazione universale. Posso vederla sin dall’origine. E posso arrivare fin dove nasce il mondo. Non sono una guaritrice perché non faccio bere infusioni di piante strane. Io curo con il Linguaggio. Nient’altro. Non sono una strega perché non faccio il male. Sono una «Sabia». E nient’altro. Vengono anche uomini a chiedermi di aiutare le loro, donne a partorire. Sono levatrice, ma non è questo il mio lavoro. Io sono colei che parla con Dio e con Benito Juarez.”

In relazione all’immagine precedente e alle affermazioni di Maria Sabina si propone questa immagine con il relativo commento Il quadro di Andea Mainardi detto il Chiaveghino rappresenta il sacrificio di Cristo, il Torchio Mistico. È un’immagine nata nel pieno della Controriforma che presenta Cristo nel tino, al posto dei grappoli; la croce è un tutt’uno con la vite del torchio e il sangue di Cristo viene raccolto in un recipiente: è il vino che si fa sangue, il sangue che si fa vino. È una rappresentazione cruda e dolorosa che Trova la sua ispirazione in molti passi dell’Antico e Nuovo Testamento: “Io sono la vera vigna e mio Padre è il vignaiolo(Giovanni, 15,1) e in alcune meditazioni dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino ad esempio scrive: “Il primo grappolo d’uva schiacciato nel torchio è Cristo. Quando tale grappolo venne spremuto nella passione, ne è scaturito quel vino il cui calice inebriante quanto è eccellente! (Esposizione sul salmo 55).Nel “mondo” di Maria Sabina il fungo è mediatore della salvezza-guarigione in quanto il sangue è seme da cui si genera la carne di Cristo in forma fungina.

È evidente il fatto di come Maria Sabina non offra un semplice medicamento, non sia semplicemente una vegetalista, ma sia capace di raggiungere la radice stessa del male. Nella sua narrazione è costante il riferimento al “Libro Sacro”, fonte della “Parola” che ispirerebbe e darebbe forza alle sue positive azioni. Questo “libro” sembra un adattamento culturale del sacro codice miniato (l’amoxtli), dei mazatechi che era riservato ai sacerdoti, in quanto destinato alla conoscenza esoterica e che, ovviamente, aveva un’importanza eccezionale nella pregressa cultura nativa, prima che ne fosse distrutto praticamente ogni esemplare durante la conquista.  Esso era una sorta di “Tavola celeste”  (il parallelo con i libri di Enoch è pertinente) in cui si potevano leggere, acronicamente, tutti gli eventi (passato, presente e futuro) e che, nella concezione nativa successiva è stato sostituito con il “nuovo Libro”, venuto dal vecchio mondo, portato dagli invasori e odiernamente venerato sugli altari delle chiese con identica intensità. Maria Sabina, a propria volta, ha ricevuto la privata rivelazione di un ulteriore «Libro » mistico personale che, appunto, sostituisce gli amoxtli, i sacri libri dei tempi precedenti la conquista. Questo Libro è l’elemento fondante della sua attività ed esso le è stato consegnato da una categoria di Esseri denominati “Esseri principali”, la cui presenza è stata mediata dai “bambini sacri”. Questo passaggio parla di questo evento clou della vita di questa sciamana:

Sapevo che era una rivelazione che i bambini sacri mi consegnavano. All’improvviso, udii una voce. Una voce dolce ma allo stesso tempo autoritaria. Come la voce di un padre che ama i propri figli, ma che li alleva con severità. Una voce saggia che disse: «Ecco gli Esseri Principali … » Capii che i funghi mi parlavano. Provai una felicità infinita. Sul tavolo degli Esseri Principali apparve un libro, un libro aperto che si ingrandì fino a raggiungere le dimensioni di un uomo. Sulle pagine c’erano delle scritture. Era un libro bianco, tanto bianco che risplendeva. Uno degli Esseri Principali mi parlò e mi disse: « Maria Sabina, ecco il Libro della Saggezza. È il Libro del Linguaggio. Tutto quello che vi è scritto è per te … Il Libro è tuo, prendilo per fare il tuo lavoro … » Io esclamai emozionata: « È per me. Lo ricevo…» Gli Esseri Principali scomparvero e mi lasciarono sola davanti all’immenso Libro. Sapevo che era il Libro della Saggezza” 

Maria Sabina presso il suo altare domestico

A cagione di questa elezione prenatale Maria Sabina ottenne per conseguenza la capacità di leggere nell’oltremondo, anche predittivamente, e, per questo,  affermava che quando “Il Libro” le appare, lei impara parole nuove. Sono figlia di Dio ed eletta per essere Saggia. Sull’altare che ho a casa mia, ci sono le immagini della Nostra Signora di Guadalupe, e la tengo in una nicchia. Ho anche San Marcos, San Martin Caballero e Santa Magdalena. Mi danno il loro aiuto per curare e parlare.”  Poi insieme a ciò Maria Sabina giunge a esprimersi in maniera  davvero inaudita “Durante le veglie, batto le mani e fischio, in quei momenti mi trasformo in Dio”. Un’asserzione, questa, davvero ancora più categorica di quella relativa alla sua saggezza prenatale 

Malgrado l’aperta esternazione delle affermazioni sopra riportate, necessariamente compilate in forma di florilegio e tratte dal libro biografico che descrive la parabola della vita della donna – dichiarazioni che in altre epoche avrebbero portato direttamente le persone al rogo – ,la chiesa non si oppose alla celebrazione di questi riti “pagani”, anzi quasi li incoraggiò. Il sacerdote Antonio Reyes Hernandez, titolare per lungo tempo (21 anni)  della parrocchia di Huautla, dove viveva la Sabia,  ebbe modo di conoscere bene la donna, e partecipava del valore transculturale, e quindi universale, dell’insegnamento sincretistico da lei promulgato. Così, difatti, il sacerdote testimoniava che Maria Sabina era tutt’altro che un pericolo per la fede, anzi, ella “…è qui per portare la parola di Dio a tutti e convincere sulla verità cristiana il piccolo numero di persone che mescolano ancora le credenze locali con la religione cattolica”. Maria Sabina spendeva infatti molta parte del proprio tempo e dei suoi modesti introiti come membro attivo dell’Associazione dell’Apostolato dell’Orazione, come già anticipato all’esordio e, come evidenzia il predetto sacerdote:

Ella assiste alla messa il primo venerdì di ogni mese. Porta uno scapolare. È una persona umile, da quel che mi risulta, e noi non fa male a nessuno. Al contrario, la pubblicità scandalosa che si fa su di lei por!a pregiudizio e viene malvista dalle autorità. Bisogna lasciarla in pace…” “E i Sabios, e i guaritori?”, domandava l’intervistatore al sacerdote che rispondeva: “I Sabios e i guaritori non fanno concorrenza alla nostra religione e neanche gli stregoni. Sono tutti molto religiosi ed assistono alla messa. Non fanno opera di proselitismo, e quindi non sono considerati eretici; è impossibile lanciare su di loro anatemi, anzi, neanche col pensiero ...” 

Psilocibe messicana e americana. Fu da questa specie che il dottor Albert Hofmann, lavorando con esemplari coltivati nel suo laboratorio a Sandoz, isolò i composti attivi “enteogeni”, ovvero la psilocibina e la psilocina, che contrassegnarono tutta una serie di nuovi orizzonti di ricerca.

PSILOCYBE & CRISTIANESIMO IN OCCIDENTE

A questo punto, dopo aver descritto la relazione “naturale” che stringe i funghi magici a quello che può definirsi l’Albero della vita,  non possiamo certo abbandonare il tema del cristianesimo psichedelico “fungino” senza aprire una parentesi perlustrativa e fare così un breve cenno alle sorprendenti aperture che si potrebbero cogliere nella stessa arte cristiana in relazione a questo spinoso e, allo stesso tempo, trascurato  argomento. Si premette che la successiva è una sintetica esposizione dei fatti per quello che essi sono e quanto si dirà non costituisce un’acritica adesione o un’altrettanto acritica negazione dei contenuti che si andranno a riferire. 

Lo spunto occasionale per questa escursione tra continenti nasce da un ovviamente dimenticato articolo pubblicato sul Giornale di Brescia (venerdì 7 settembre 1979), nato dalla penna prestigiosa di Elemire Zolla, proposto con l’eloquente titolo; I funghi bambini di Maria Sabina. Non solo è assai rilevante il fatto che Elemire Zolla si sia occupato dell’argomento con così grande serietà, ma è da evidenziare la circostanza che forse lui per primo abbia rivelato come le esperienze di Maria Sabina con i funghi trovino un inaspettato riscontro in alcuni esempi dell’arte sacra occidentale, ovvero nella prestigiosa chiesa-abbazia  benedettina di Saint Savin Sur Gartempe (patrimonio dell’Umanità) che contiene dei veri capolavori di pittura romanica. Zolla, diversamente da altri ricercatori, non ha dubbi circa la natura fungino-allucinatoria del miceti ritratti tra quelle severe mura e, difatti, stabilisce una clamorosa associazione tra quanto ritratto nell’austera abbazia e le pratiche sciamaniche di Maria Sabina. Con l’affermarsi dell’etnobotanica e, ancor di più, con l’etnomicologia, grazie alle investigazioni dei coniugi Wasson, Giorgio Samorini, un ricercatore molto noto in questo settore e che ha condotto numerose indagini sul campo, forte della sua esperienza micologica, ma anche mitologico-simbolica, ha affrontato il tema iconografico del fungo nell’arte sacra cristiana, raccogliendo, non solo numerose testimonianze che suggeriscono la non occasione presenza di certe scene di evidenza “micetica”  (soprattutto nelle pitture), ma anche la loro precisa localizzazione nel tessuto narrativo della raffigurazione.

“Affresco della Tentazione”, Cappella di Plaicourault, Indre, XII sec

Così non può essere un caso che, ad esempio, in una circostanza (Cappella di Plaicourault, Indre, Affresco della Tentazione del XII sec) si trovino raffigurate delle precise forme fungine a rappresentare l’albero paradisiaco della conoscenza, in cui il serpente offre ad Eva proprio un fungo e che esso sia identificabile, come gli altri dell’albero del resto, in una ben precisa e non “innocua” specie. A questo punto non può certo controvertirsi che Fungo e Conoscenza siano strettamente correlati tra loro, visto l’esplicito suggerimento offerto dall’autore del dipinto. Samorini poi, limitandoci qui a un cenno a volo d’uccello, ancor più audacemente propone, sempre utilizzando documenti iconografici difficilmente contestabili, che il fungo, da un certo momento della storia delle immagini in poi, sostituisca addirittura l’immagine dell’Albero della Vita, rappresentato normalmente come Croce, sulla quale è appeso il corpo di Cristo grondante sangue, come si è potuto vedere nella descritta rappresentazione dello splendido mosaico di San Clemente. A questo punto, sul tema, lasciamo parlare lo stesso Samorini che ben illustra i mutamenti iconologici di questo pattern rappresentativo:

La religione cristiana fu uno degli ultimi e più importanti veicoli di diffusione dello schema artistico dei due animali e dell’Albero della Vita. I diversi tipi di Albero della Vita si ripresentano nell’arte cristiana, compreso l’Albero Fungo. I due animali più frequenti diventeranno gradualmente due agnelli e due pesci. Allo stesso Albero della Vita si sostituirà sempre più il cantharos (coppa) dell’Acqua della Vita e la croce. Cambia anche il significato della scena come ha sottolineato Charbonneau Lassay (1997:54). Quando nell’iconografia dei primi secoli cristiani due pesci o due animali racchiudono un emblema, questo rappresenta sempre, e direttamente, Gesù Cristo; e gli animali che lo accompagnano sono la rappresentazione simbolica dei fedeli cristiani. Nella trasformazione dell’Albero della vite in croce v’è quindi l’identificazione del primo con la figura di Cristo. L’acqua della vita, raccolta nel cantharos e che sgorga dall’Albero della Vita, verrà sempre più identificata con il sangue di Cristo.” 

Per conseguenza, l’immagine forte che ci propone Maria Sabina,  per la quale certi funghi sapienziali troverebbero la loro origine dalla dispersione del sangue ai piedi della croce,  trova un riscontro davvero impressionante in diverse circostanze e in contesti continentali totalmente diversi che escludono una loro possibile e reciproca influenza. Il lavoro del Samorini, qui estremamente sunteggiato, ha destato l’interesse di altri suoi colleghi. Uno di essi,  Gianluca Toro, facente parte della redazione di «Altrove» e membro del S.I.S.S.C., ha di recente pubblicato un corposo volume di ben 500 pagine e con circa 300 illustrazioni in bianco e nero (più di 100 di rappresentazioni fungine) dal titolo Alberi-fungo e funghi nell’arte cristiana. Origini e sviluppo di un’iconografia, che forse odiernamente rappresenta lo studio più avanzato sull’argomento. In sostanza nell’arte cristiana sarebbe inspiegabilmente presente una massiccia presenza fungina rappresentata da specie contenenti sostanze psicoattive. Sta ora alla controparte dare ragione di ciò.  


Note:

[1] La parola teotlnanácatl è composta dal nahuatl, dio + nanacatl, fungo e si identifica con la Psilocybe mexicana, specie riconosciuta dal botanico Roger Heim nel 1957.

[2] Chicon Nindò (Uomo della Montagna), essere mitologico. Si dice che sia il Signore e Padrone delle Montagne, che sia un uomo bianco e che abbia il potere di fare sortilegi e di scongiurare le cattive influenze o gli spiriti che provocano la malattia. Alcuni lo identificano con Quetzalcoatl. 

[3] “Ciò che rivela la mente” (definizione di Humprey Hosmond).


Bibliografia:

Intervista di Stanislav Grof ad Albert Hofmann, «Altrove» n. 15, SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza) 

Gilberto Camilla – Fulvio Grosso: Allucinogeni e cristianesimo nuove acquisizioni, «Altrove» n. 14, SISSC Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza 

Albrile Enzo: L’illusione infinita, vie gnostiche di salvezza, Mimesis 2017, Milano

Raffaele K. Salinari: In cammino verso Eleusi, in  AAVV: Eleusi cuore sapienziale d’Europa, Padova University press 

Kalweit Roger: Guaritori sciamani e stregoni, Ubaldini editore, Roma, 1996 

Giorgio Samorini: Gli alberi-fungo nell’arte cristiana, «Eleusis» n.1, Museo civico di Rovereto 1998

Richard Evans Schultes – Albert Hoffman – Gregory Ratsch: Piante degli dèi, Venexia Roma 2021

Alvaro Estrada: Vita di Maria Sabina, la sciamana dei funghi allucinogeni, Savelli editori Roma 1982

Gianluca Toro: Alberi-fungo e funghi nell’arte cristiana. Origini e sviluppo di un’iconografia, Autopubblicato, Avvicinamenti (Pinerolo) 2021

Elemire Zolla: I funghi bambini di Maria Sabina, sul «Giornale di Brescia»

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