Il lato oscuro dell’India: Prajāpati e le geniture

Gli antichi trattati sui rituali ci introducono alla singolare divinità dell’India vedica: Prajāpati, il “Signore delle Creature”. Egli emette tutte le creature, solo per poterle divorare; il suo ‘carattere’ si estende così alle élites: il brāhmaṇá e lo kṣatríya.

di Alessandro Lorenzoni

(Frammenti Vedici)
Un manoscritto dello Śatapatha-Brāhmaṇa (M) da eGangotri Digital Preservation Trust”

Lo ŚB presenta la principale divinità vedica: Prajāpati, il Progenitore di tutte le creature: 

ŚBK, 4, 9, 1, 1-3. Infatti, Prajāpati – emesse le geniture – si pensò come svuotato. Perciò, inoltre, le geniture divennero lontane (da lui) –  non rimanevano per lui, per la śrī [1], per il cibo. Egli (Prajāpati) si avvide: “Io (mi) sono esaurito”. “Inoltre, il desiderio – per il quale ho emesso le geniture – non è stato soddisfatto per me: loro (le geniture) sono divenute lontane (da me) – non rimangono per me, per la śrī, per il cibo!”. (…) Offerto con questa (ekādaśínī) [2], (Prajāpati) accresceva (o riempiva) ancora se stesso. Le geniture tornavano insieme vicine a lui – rimanevano (atiṣṭhanta) per lui, per la śrī, per il cibo.

Così, tutte le sue creature sono solo il cibo per Prajāpati. Il ‘carattere’ di Prajāpati si estende al brāhmaṇá e allo kṣatríya: ai due poteri: le geniture sono per Prajāpati – non per se stesse – e così gli armenti e le moltitudini sono per il brāhmaṇá e per lo kṣatríya:

ŚBK, 4, 9, 1, 10. Infatti, Bṛ́has-páti è il brahmán. (…) Perciò, il brāhmaṇá (è colui il quale) ha più potere sugli armenti. In quanto gli armenti divengono situati davanti (pura āhitā), situati nella bocca (mukha āhitāḥ) di lui (asya, del brāhmaṇá). 

ŚBK, 4, 9, 1, 14. Índra è lo kṣatrá. I Víśve-Devā sono le moltitudini. Infatti, inoltre, le víśaḥ (le moltitudini) sono il cibo. Rende il cibo davanti (di fronte, purástād) allo kṣatrá. Perciò, lo kṣatríya è il divorante (delle víśaḥ). In quanto il cibo (= le víśaḥ) diviene situato davanti (a lui), situato nella bocca di lui (asya, dello kṣatrá) [3].

Le geniture tornano vicine a Prajāpati e così sono il suo cibo. La fonte del ‘potere’ del brāhmaṇá e dello kṣatríya sugli armenti e sulle moltitudini è Prajāpati. – Prajāpati emette anche gli armenti: sono solo il suo cibo:

ŚBM, 7, 5, 2, 6 e 7. All’inizio, Prajāpati era qui, unico. Egli desiderava: “Posso emettere il cibo. Posso generare”. (…) Emesso il cibo (= gli armenti), se (lo) poneva – da davanti a dietro – in se stesso.

Prajāpati sulle creature e sugli armenti appare anche nel PB:

PB, 6, 3, 9 e 10. Prajāpati emetteva le geniture. Loro non rimanevano per lui (o da lui), per il śraíṣṭhya [4]. (…) In questo modo, le geniture rimanevano (atiṣṭhanta) per lui, per il śraíṣṭhya. I pari (samānāḥ) [5] rimangono per colui il quale così conosca, per il śraíṣṭhya.

PB, 7, 10, 13. Prajāpati emetteva gli armenti. Emessi, loro erano andati via da lui. Si rivolgeva a loro, con questa melodia. Loro rimanevano (atiṣṭhanta) per lui (o da lui). Loro divenivano sottomessi [6]

Anche le geniture sono sottomesse a Prajāpati:

PB, 7, 5, 2. Emesse, loro erano andate via da lui. Prendeva (…) i loro respiri. Prese nei respiri, loro tornavano ancora vicine a lui. Dava (…) loro ancora (indietro) i respiri. Loro erano insorte contro di lui. Infrangeva (…) le loro ire. In questo modo, infatti, loro rimanevano (atiṣṭhanta) per lui, per il śraíṣṭhya.

Il ‘potere’ della melodia:

PB, 15, 5, 35. Prajāpati emetteva gli armenti. Emessi, loro erano andati via da lui. Li richiamava indietro (tān … anvahvayat), con questa melodia: “Ascolta! Vieni qui! (śrūdhiyā ehiyā)”. Loro tornavano vicini a lui.

Le creature e gli armenti vanno via da Prajāpati. Come farli ritornare? Con il cibo… Le geniture hanno il cibo, solo per dare: per tornare vicine a Prajāpati:

JB, 2, 148 e 149. In questo modo, con questo (sacrificio), se le richiamava vicino. (…) Allora, divenuto il cibo, (Prajāpati) fu visto da loro. Le geniture anelanti al cibo tornarono verso di lui. Il rājanyá dal quale le moltitudini possono andare via, il brāhmaṇá (dal quale possono andare via) i congiunti [7], costui può sacrificare, con questo (sacrificio, l’upahávya). (…) Allora, in questo (sacrificio), (lo yájamāna) può dare (dadyāt) molto cibo cotto. Le geniture anelanti al cibo tornano verso di lui.

Le geniture appartengono a Prajāpati e tornano vicine a lui. Come le geniture, per Prajāpati, le moltitudini e i congiunti tornano vicini al rājanyá e al brāhmaṇá. Il ‘carattere’ di Prajāpati si estende al rājanyá e al brāhmaṇá. – Prajāpati dà loro il cibo e così gli armenti tornano vicini a lui. Prajāpati si rifà agli armenti.

PB, 6, 7, 19. Prajāpati emetteva gli armenti. Emessi, loro erano andati via da lui, affamati. Dava loro un prastará [8] (come) cibo. Loro tornavano vicini a lui. Perciò, il prastará è agitato lievemente dall’adhvaryú [9]. Poiché gli armenti tornano vicini alla paglia agitata (come cibo).

Anche Índra (il rājā) dà un’elargizione ai Devā (alle moltitudini) e così i Devā sono suoi:

JB, 2, 139 e 140. Egli (Índra) andava dai Devā: “Con voi, con la forza, che (io) uccida questo Vṛtrá!”. Gli dicevano: “Infatti, che (tu) dia a noi questo sacrificio proprio solo a te!”. Perciò, nel rājā desiderante di vincere, le moltitudini aspirano ad un’elargizione. Perciò, inoltre, il rājā desiderante di vincere dà alla moltitudine un’elargizione. (…) Con loro, con la forza, Índra uccideva Vṛtrá. I Devā vincevano gli Ásurā. (…) Loro (i Devā) sedevano (…) vicini a lui: “Che (noi) siamo delle moltitudini, per te! Che (tu) largisca a noi, nel sacrificio!”. Come le mogli (bhāryā) siedono vicine al marito, allo stesso modo. (…) Come un rājā – vinto – può largire ai sostentati (bhāryān), nella sua ricchezza (sve vitte), così largiva a loro.

Prajāpati sulle geniture insedia Índra sui Devā:

JB, 2, 100. Prajāpati emetteva le geniture. Emesse, loro non lo rispettavano [10]. Egli desiderava: “Posso raggiungere il rispetto in queste geniture”. (…) In questo modo, infatti, loro lo rispettavano. Infatti, inoltre, i Devā non rispettavano Índra. Egli andava da Prajāpati: “Infatti, i Devā non mi rispettano”. (Prajāpati) gli dava il sacrificio (per) il rispetto. (…) In questo modo, infatti, i Devā lo rispettavano.

Prajāpati emette gli uomini:

JB, 1, 68 e 69. Prajāpati era qui all’inizio. (…) Egli desiderava: “Posso essere molteplice. Posso generare. Posso raggiungere un’abbondanza”. Egli dalla sommità, dalla testa emetteva (…) la divinità Agní, l’uomo brāhmaṇá, l’armento capro. (…) Perciò, inoltre, (il brāhmaṇá) è il capo delle geniture. Poiché (Prajāpati) lo emetteva dalla testa (o dalla bocca, mukhād). Egli desiderava: “Posso generare”. Egli dalle braccia, dal petto emetteva (…) la divinità Índra, l’uomo rājanyá, l’armento cavallo. (…) Perciò, inoltre, (il rājanyá) è vigoroso con le braccia. Poiché (Prajāpati) lo emetteva dalle braccia, dal petto – dal vigore. Egli desiderava: “Posso generare”. Egli dal ventre, dal centro emetteva (…) le divinità Víśve-Devā, l’uomo vaíśya, l’armento vacca. (…) Perciò, inoltre, (il vaíśya) è prolifico. Poiché (Prajāpati) lo emetteva dal ventre – dal membro.

PB, 6, 1, 10. Egli (Prajāpati) dal centro, dal membro emetteva il Saptadaśá (…) era emessa in seguito (…) la divinità Víśve-Devā, l’uomo vaíśya, la stagione delle Piogge. Perciò, il vaíśya – mangiato – non è diminuito. Poiché è emesso dal membro. Perciò, inoltre, è con un armento numeroso. (…) Poiché la sua stagione è (quella) delle Piogge [11]. Perciò, è il divorato (ādyo) e del brāhmaṇá e del rājanyá. Poiché è emesso più in basso (di entrambi).

Così, gli uomini sono divoranti e divorati: 

KS, 27, 8. Si pone un vīrá nelle geniture divoranti. L’abbondanza, in (quelle) divorate (le moltitudini, ŚBM, 4, 2, 1, 17). Perciò, in queste (geniture divoranti) nasce (ājāyate) un vīrá [12]. Perciò, le altre – divorate – non sono diminuite [13].

I Devā sono inchinati a Váruṇa – al rājā istruito da Prajāpati. Gli armenti sono piegati davanti a Prajāpati.

JB, 3, 152. (Prajāpati) diceva (…) a lui (a Váruṇa): “Quella è la mia forma regale. Che (tu li) raggiunga! I Devā ti renderanno un rājā”. Egli (Váruṇa) andava verso i Devā. Visto mentre andava (āyantaṃ), i Devā si inchinavano a lui. Diceva a loro: “Che non (vi) inchiniate a me! Infatti, voi siete i miei fratelli. Infatti, come voi siete, così io sono”. “No”, dicevano, “In quanto, infatti, vediamo in te qui la forma di nostro padre Prajāpati”. Si inchinavano a lui. 

KS, 29, 9. Prajāpati emetteva le geniture. Loro erano andate via da lui. Loro erano andate verso l’alto. Le desiderava: “Possono tornare vicine a me”. Egli ardeva. Egli immolava se stesso, per il sacrificio. Loro tornavano vicine a lui. Loro erano spaventate da lui. Loro erano piegate. Perciò, gli armenti sono piegati.

Prajāpati circonda gli armenti, e così gli uomini con il brāhmaṇá e con lo kṣatrá.

JB, 2, 110. “Prajāpati emetteva gli armenti. Emessi, loro fuggivano da lui. Desiderava (…) di trattenerli. Loro andavano via (atyādravan). (…) Li accerchiava [14], con gli accerchiamenti (paryāyaiḥ). (…) Li (…) afferrava (paryagṛhṇāt). Di questi (armenti) afferrati (o circondati), come i piccoli pesci possono cadere fuori dalle maglie della rete, così quelli che furono i piccoli armenti, loro caddero fuori (’tiśeduḥ). Li desiderava: ‘Ottenuti, li posso dare a me stesso’. (…) Ottenuti, (…) li dava a se stesso (ātmany ayacchat)”.

KB, 12, 8. Emesse le geniture, Prajāpati si pensava come svuotato. (…) Offerto con questa (ekādaśínī), (Prajāpati) raggiungeva (upa … āpnod) i desideri – otteneva il cibo. (…) Così, infatti, e con il brāhmaṇá e con lo kṣatrá, e con lo kṣatrá e con il brāhmaṇá, Prajāpati giungeva ad afferrare (o a circondare) da ogni parte, ad ottenere il cibo (’nnādyaṃ parigṛhṇāno ’varundhāna ait).

Per quanto sia suo nemico, Prajāpati è come Mṛtyú (Morte): 

PB, 21, 2, 1 e 2. Prajāpati emetteva le geniture. Emesse, loro andavano lontane da lui, spaventate: “Ci divorerà”. Egli diceva: “Che torniate vicine a me! Infatti, vi divorerò, in modo tale che – divorate – più numerose genererete”. A loro – gli avevano detto: “Prometti!” – prometteva, (con la melodia) con il finale ṛtá. (Con la melodia) con il finale ī, (Prajāpati) (le) afferrava (āvayat, o avvicinava). (Con la melodia) con il triplice finale, (le) induceva a generare.Con queste melodie, Mortequi e divora le geniture e (le) induce a generare (prajanayati). (Il cibo) – divorato – di colui il quale così conosca diviene numeroso [abbondante].

ŚBM, 8, 2, 3, 9 e 14. Gli armenti – divenuti i metri – erano andati via da Prajāpati – disfatto. Gāyatrī – divenuta un metro – li otteneva, con il vigore. (…) Divenuto ella (Gāyatrī), Prajāpati otteneva questi armenti, con il vigore (váyasāpnot). (…) Perciò, parlano dell’armento invecchiato (jīrṇáṃ): “Ottenuto (da Prajāpati), con il vigore (o con l’età)”.

Prajāpati dà il cibo – il prastará – agli armenti: tornano vicini a lui e sono il cibo per Prajāpati. Prajāpati dà il cibo – la pioggia – alle geniture come sue ‘sostentate’: le fa prosperare (e generare).

PB, 8, 8, 14-17. Prajāpati emetteva le geniture. Emesse, loro erano affamate. Dava (…) loro il cibo. In questo modo, infatti, loro prosperavano (si accrescevano, samaidhanta) [15]. (…) Loro dicevano: “Ci ha ben sostentate”. (…) Dava loro la pioggia – il cibo.

Le geniture possono prosperare, come cibo per Prajāpati: «In quanto loro – le geniture soddisfatte (con il cibo, con la pioggia), sfamate – lo (= Prajāpati) esaltavano (amahīyanta), è ciò che dell’āmahīyava è proprio dell’āmahīyava [16]. I sostentati – soddisfatti – lo esaltano, colui il quale così conosca – soddisfatto» (JB, 1, 117).

Prajāpati sostiene (= sostenta) le geniture con la pioggia e le induce a generare – come gli armenti, per i Devā:

PB, 10, 12, 2. Così (con questo svārá), i Devā vedevano gli armenti. (…) Così, (li) lasciavano andare (ud … asṛjanta). (…) Così, i Devā davano il cibo da questi mondi agli armenti. (…) Così, (li) sottomettevano (al loro servizio, upa … aśikṣan). (…) Così, ponevano gli embrioni (negli armenti). Li (…) inducevano a generare (prājanayan).

Lo ŚB introduce a una regola applicata tanto agli armenti, quanto agli uomini:

ŚBM, 4, 6, 5, 4. Poiché, con il cibo, è afferrato questo tutto. Perciò, quanti mangiano il nostro cibo, tanti loro divengono tutti afferrati da noi. Questa è la regola.

Le geniture hanno il cibo da Prajāpati, per dare il cibo a Prajāpati: le geniture tornano vicine a Prajāpati e così sono il cibo per lui: i Devā si accordano con Prajāpati-Yajñá: 

KS, 8, 13. Infatti, Prajāpati distribuiva le parti ai Devā. Egli pensava al sacrificio: “Ho escluso me stesso”. Egli vedeva l’odaná [17]. Lo spartiva (come) parte per se stesso. Questa è la parte di Prajāpati. (…) E i Devā e gli Ásurā rivaleggiavano. I Devā onoravano Prajāpati con i sacrifici. Gli Ásurā offrivano l’uno nella bocca dell’altro. I Devā avevano cotto l’odaná. Lo avevano presentato (come) parte a Prajāpati. Prajāpati – vedendo una parte – tornava vicino ai Devā. In questo modo, i Devā prosperavano; gli Ásurā perivano.

KS, 37, 1. Prajāpati emetteva le geniture. Loro erano andate lontane da lui. Le desiderava: “Possono tornare vicine a me”. Egli cuoceva l’odaná. Divenuto il cibo, egli rimaneva, unico. Non (avendo) trovato un cibo altrove, loro (le geniture) tornavano insieme (ekadhā) verso Prajāpati, per il cibo.

Colui il quale è consacrato con l’odaná ottiene tutti i cibi e tutti gli uomini:

KS, 37, 1. Infatti, quante geniture numerose e lontane (yāvatīr … kiyatīr) parlano la parola, tante loro tornano insieme verso di lui, per il cibo; (verso) colui il quale è consacrato, con questo (odaná). (…) Divengono (o prosperano) tutti questi, in un certo senso; divengono tutti i cibi, tutti gli uomini. Ottiene tutti i cibi, tutti gli uomini.

Il sacrificio (l’odaná-yajñá) permette di dare e così di avere. Prajāpati instaura il sacrificio tra il mondo dei Devā e quello degli uomini:

JB, 1, 116. Infatti, questi due mondi – pur insieme – erano divisi. Non cadeva niente [18] di entrambi. Loro – i Devā (e) gli uomini – erano affamati. Poiché i Devā vivono della elargizione da quaggiù; gli uomini, della elargizione da lassù. (…) Egli (Prajāpati) portava l’offerta (havyam avahat) ai Devā verso l’alto da quaggiù. Induceva la pioggia a versarsi (…) da lassù. Rendeva questi due mondi congiunti. Questi (due mondi) abbondavano per (o in accordo con) il suo desiderio.


Indice delle fonti:

ŚBM – Śatapatha-Brāhmaṇa, versione di Mādhyandina – Weber (A.), The White Yajurveda, The Çatapatha-Brâhmaṇa in the Mâhyandina-Çâkhâ, Berlin-London: 1855, II.

ŚBK – Śatapatha-Brāhmaṇa, versione di Kāṇva – Caland (W.), The Śatapatha-Brāhmaṇa in the Kāṇvīya recension, Lahore: 1926, I; 1939, II.

PB – Pañcaviṃśa-Brāhmaṇa – Śāstrī (A. C.), The Tāṇḍyamahābrāhmaṇam, Benares: 1935, I; 1936, II.

JB – Jaiminīya-Brāhmaṇa – Vīra (R.), Candra (L.), Jaiminīya-Brāhmaṇa of the Sāmaveda, Nagpur: 1954.

KS – Kāṭha-Saṃhitā – Schroeder (L. von), Kâṭhakam. Die Saṃhitâ der Kaṭha-Çâkhâ, Leipzig: 1900, I; 1909, II; 1910, III.

MS – Maitrāyaṇi-Saṃhitā – Schroeder (L. von), Maitrâyaṇî Saṃhitâ. Die Saṃhitâ der Maitrâyaṇîya-Çâkhâ, Leipzig: 1881, I; 1883, II; 1885, III; 1886, IV.

KB – Kauṣītaki-Brāhmaṇa – Lindner (B.), Das Kauṣîtaki-Brâhmaṇa, Jena: 1887, I.

TS – Taittirīya-Saṃhitā – Weber (A.), Die Taittirîya-Saṃhitâ, in Indische Studien, Leipzig: 1871, (XI) I; 1872, (XII) II.


Note:

[1] La śrī è la prosperità, l’eccellenza.

[2] L’ekādaśínī è un’offerta di undici armenti o vittime.

[3] «Infatti, la víś sūtá-mukhā rimane vicina (o serve, úpatiṣṭhate) allo kṣatrá. Per lui (o a lui), pone vicina alla bocca, per il cibo, la víś sūtá-mukhā» (MS, 4, 3, 8). La víś sūtá-mukhā è la moltitudine con alla testa il conducente di un carro. Bṛ́has-páti sugli armenti è il puróhita di Índra sulle moltitudini: «Bṛ́has-páti li (= i Devā) induceva a sacrificare, con questa (offerta), per la consonanza»; così, i Devā «tornavano insieme verso Índra; erano acquiescenti ad Índra (concordavano, per il śraíṣṭhya di Índra, KS, 11, 3)» (MS, 2, 2, 6).

[4] Il śraíṣṭhya è la superiorità.

[5] Il ‘potere’ sui pari è da Prajāpati (PB, 16, 4, 2; 7, 5, 3).

[6] I passi sono ripetuti in JB, 1, 91 e 148. Anche JB, 3, 230. «In questo modo, infatti, gli armenti tornavano verso di lui. In questo modo, divenivano coloro i quali non andavano via da lui. Egli diceva: “Questa fortuna è rimasta in me (asthād … mayi)”».

[7] «Infatti, questi sono i sajātāḥ: i parenti, i figli, le mogli, gli armenti. Porta in contatto se stesso con questi. Con questi, prospera» (MS, 2, 3, 2).

[8] Il prastará è un fascio di steli o di fieno.

[9] L’adhvaryú è colui il quale recita le formule.

[10] Anche JB, 1, 91. «Prajāpati emetteva le geniture. Emesse, loro non lo rispettavano. Egli desiderava: “Posso raggiungere il śraíṣṭhya di queste geniture”. (…) In questo modo, infatti, egli raggiungeva il śraíṣṭhya di queste geniture». 

[11] Gli armenti generano nella stagione delle Piogge (ŚBK, 4, 7, 4, 3).

[12] «La genitura di colui il quale così conosca nasce (come) divorante – non (come) divorata» (TS, 6, 4, 10, 5).

[13] Come gli armenti: «Perciò, gli armenti – divorati – non sono diminuiti» (KS, 28, 6).

[14] Li accerchiava, lett. giungeva all’accerchiamento (paryāyam ait). Anche JB, 3, 218. «Così (con questa melodia), li rinchiudeva (paryāsyat). Attraverso il śraíṣṭhya, li afferrava (o si appropriava di loro, tān … upāgṛhṇāt). Loro stavano con lui (’sminn aramanta)».

[15] Così, PB, 20, 4, 5. «Prajāpati emetteva le geniture. Loro non generavano. (…) Divenuto un cavallo, respirava verso di loro. Loro generavano (In questo modo, infatti, loro prosperavano, PB, 7, 10, 15)».

[16] L’āmahīyava è una melodia.

[17] L’odaná è un po’ di riso cotto con il latte ed è lo yajñá (il sacrificio). Le élites – Bṛ́has-páti e Índra – vincono Prajāpati-Yajñá (ŚBM, 5, 1, 1; JB, 2, 128). Il ‘carattere’ divorante di Prajāpati si estende così al brāhmaṇá e allo kṣatríya (ŚBK, 4, 9, 1, 10 e 14).

[18] Le gocce di grasso dell’armento immolato e le gocce di pioggia (ŚBM, 3, 8, 2, 22).


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