Nel 1956 i seguaci del politico indiano Bhimrao Ambedkar si convertono in massa alla religione buddhista. L’episodio, spesso visto dagli storici nella sua sola dimensione politica, si ricollega in realtà ad antichissime tradizioni di carattere escatologico e presenta forti legami con l’opera di predicazione del Ven. Lokanātha, il primo monaco buddhista italiano.
di Lorenzo Maria Colombo
…più in là, a settentrione e a ponente, lungi quanto la vista può arrivare, il cielo è rosso di fiamma, romba e scoppietta l’incendio e il frastuono tremendo della battaglia. Chi li guida i guerrieri che sotto un cielo di fiamma spargono il sangue loro e quello degli altri? Chi governa quella schiera sterminata di vecchi inermi e di donne? Io veggo fra loro un ordine severo, una comprensione profonda e religiosa di uno scopo supremo, pazienza e tenacia… una nuova grande migrazione di popoli, l’ultima ondata dei Mongoli…
Ferdynand Ossendowski, Bestie, uomini e Dèi
Although I wasn’t there
He said I was his friendWhich came as some surprise
I spoke into his eyes:
-I thought you died alone
A long, long time ago-Oh no, not me
I never lost control
You’re face to face
With the man who sold the worldDavid Bowie, The man who sold the world
Circa sessant’anni sono trascorsi da quando Mircea Eliade presentava presso il centro “Eranos” di Ascona il suo celebre intervento sul tema del “Rinnovamento cosmico ed escatologico”, poi pubblicato nella raccolta “Mefistofele e l’Androgine”. Partendo da un’analisi dei cosiddetti Culti del cargo melanesiani lo storico delle religioni romeno metteva in luce come determinate credenze di carattere escatologico, pur se superficialmente analizzabili alla luce della situazione socio-politica indigena, rivelino in realtà sempre delle strutture profonde senza prendere in considerazione le quali la lettura del fatto antropologico-culturale si rivelerebbe gravemente incompleta. La lezione di Eliade, ci sembra, è stata fino ad oggi spesso colpevolmente ignorata; ne costituisce un esempio lampante l’episodio al centro del presente articolo, la conversione al Buddhismo di mezzo milione di seguaci del politico indiano Bhimrao Ramji Ambedkar a Nagpur il 14 ottobre del 1956. Gli storiografi, pur riconoscendo questo evento come la più grande conversione di massa della Storia recente, ne hanno generalmente sempre messo in luce solo la connotazione politica, ovvero una reazione degli “intoccabili” contro il rigido sistema castale induista sostenuto dal governo, ignorandone totalmente i significati reconditi legati alle concezioni della complessa escatologia buddhista.Lungi dalla pretesa di voler trattare in poche righe una tematica estremamente vasta ed intricata ci limiteremo qui a tratteggiare alcuni aspetti essenziali della stessa, nella speranza che il nostro contributo possa servire da spunto per chi volesse, anche a livello di ricerca accademica, approfondire l’argomento al fine di comprendere meglio non solo il passato ma anche la realtà a noi presente. Vorremmo inoltre cogliere l’occasione per presentare la curiosa figura di un nostro connazionale, quasi sempre trascurata qui in occidente ma molto nota nel mondo buddhista estremo orientale, che ebbe un ruolo tutt’altro che irrilevante nell’intera vicenda: il Venerabile Lokanātha, primo cittadino italiano a farsi monaco buddhista.
Pellegrini d’oriente
È il 1933 nella città santa di Benares, in India: un caos umano di sacerdoti biancovestiti, mendicanti rosi dalla lebbra, mahut in groppa ai loro elefanti, incantatori di serpenti, militari in divisa, matrone inglesi col parasole, asceti barbuti vestiti solo della cenere dei roghi funebri e fanciulle che si bagnano nelle sacre acque del Gange coprendosi pudicamente con i sari variopinti. In questo gorgo di mille voci e mille odori che scorre lento fra splendidi templi e miserabili baraccopoli si fa strada, proprio nell’imminenza della stagione delle piogge, un bizzarro gruppo di pellegrini. Sono monaci buddhisti di tradizione theravāda partiti mesi prima a piedi dalla Birmania: un centinaio all’inizio del viaggio, le malattie e le difficoltà incontrate lungo la strada li hanno ridotti a poco più di una dozzina, e un paio di loro sono talmente malridotti che dovranno essere ricoverati in ospedale. A guidarli c’è uno strano individuo, un monaco palesemente di origini occidentali che predica la Dottrina del Risvegliato con un misterioso fuoco negli occhi e a cui i fedeli attribuiscono sussurrando straordinari poteri sovrumani. Lo chiamano Lokanātha, “Salvatore del Mondo”.
Nemmeno dieci anni prima il Venerabile Lokanātha era ancora un semplice perito chimico italo-americano di nome Salvatore Natale Cioffi, impiegato presso il complesso industriale Procter & Gamble di Cincinnati. Era nato a Cervinara, in provincia di Avellino, il 26 dicembre del 1897, e nel 1902 aveva seguito i suoi genitori e i suoi numerosi fratelli a New York dove il padre, umile guantaio, era andato a cercare fortuna assieme a tanti suoi connazionali. Di famiglia cattolica, ben presto il giovane Salvatore aveva cominciato a mettere in dubbio i rigidi dogmi della sua religione e a poco a poco aveva cominciato a sviluppare una mentalità positivista e materialista: a quell’epoca, racconterà anni più tardi, «la mia religione era divenuta la religione della scienza». Il suo incontro col Buddhismo risale ai primi anni ’20, quando un collega di lavoro gli presta un libro contenente una delle prime traduzioni in lingua inglese del Dhammapada. L’interesse per questa tradizione cresce fino a portarlo, nel 1924, alla drastica decisione di abbandonare famiglia, lavoro ed amici per viaggiare alla volta dell’India, dello Sri Lanka e finalmente della Birmania dovericeve l’ordinazione come sāmaṇera (monaco novizio) nel 1925.
Nel ’26, colpito da una grave forma di dissenteria, deve fare ritorno in Italia, ma la sua permanenza nel Bel Paese non dura a lungo. Incapace di adattarsi alla cultura italiana ed in una occasione anche arrestato in quanto renitente alla leva militare fugge di nuovo alla volta della Birmania, dove riuscirà a fare ritorno due anni più tardi dopo un viaggio massacrante compiuto quasi interamente a piedi. Qui le notizie su di lui si fanno scarse: sappiamo che ad un certo punto si ritira in meditazione nella regione del Kachin, sulle pendici himalaiane, dove intraprende rigorosissime pratiche ascetiche e (da alcuni vaghi accenni fatti da lui stesso in un suo scritto) si ipotizza entri in contatto con gli adepti dello yogāvacara, una semisconosciuta tradizione tantrica theravāda. Quando ricompare è un uomo completamente cambiato. Una luce interiore, un carisma quasi soprannaturale promanano dalla sua persona, dice la gente; voci incontrollate asseriscono che sia in grado di leggere nel pensiero, dominare gli animali selvatici e rendersi invulnerabile alle armi. Attorno a lui cominciano a raccogliersi grandi gruppi di fedeli, sia monaci che laici, che condividono col Venerabile un sogno, un progetto talmente gigantesco ed ambizioso da sembrare quasi irrealizzabile: far rinascere il Buddhismo in India.
Colui che muove la Ruota
Facciamo un lungo passo indietro. La storia del Buddhismo in India dal VII secolo in poi è una storia di decadenza: mentre la Dottrina si diffondeva e prosperava lungo la Via della Seta nel subcontinente indiano andava incontro ad un processo apparentemente inarrestabile di degenerazione, concontinui scismi all’interno dell’Ordine monastico, corruzione nei monasteri e un generale crescente disinteresse nei confronti di questa tradizione da parte del popolo e delle dinastie regnanti.Le testimonianze degli antichi pellegrini che dalla Cina scendevano a visitare la terra nativa del Buddha, come il celeberrimo Ven. Xuánzàng autore del “Rapporto di viaggio nelle regioni occidentali all’epoca dei Grandi Tang”,parlano di monasteri pressoché spopolati e di grandi città quali Śrāvastī, Vārāṇasī e persino Kuśīnagar (la città dove il Buddha era entrato nell’Estinzione Suprema ed antica meta di pellegrinaggio) in cui per ciascun buddhista esistevano almeno dieci praticanti di altra fede. Di frequente si svilupparono ancheforme sincretiche fra il Buddhismo e i culti locali, al punto che l’insegnamento originario in certi casi ne risultava completamente deformato. Infine, nel XII secolo, le ultime tracce di Buddhismo erano state praticamente spazzate via dalle invasioni musulmane, sopravvivendo solo in piccole sacche sparpagliate nei territori del Ladakh e del Nepal.
L’idea che il Dharma sarebbe andato incontro ad una progressiva ed inevitabile decadenza, va detto, è comunque documentata anche nei testi buddhisti ben precedenti all’epoca ora descritta. Secondo l’interpretazione ortodossa si ritiene infatti che la dispensazione (sāsana) del Buddha durerà 5000 anni, conteggiati a partire dalla Suprema Estinzione del Maestro, e che nel corso di questi cinque millenni la comprensione degli insegnamenti del Risvegliato diminuirà gradualmente fino a sparire del tutto. Allora la razza umana sprofonderà in una guerra autodistruttiva, ed il presente ciclo cosmico si chiuderà per lasciare il posto ad un nuovo mondo ed alla predicazione di un nuovo Buddha, Maitreya. Tuttavia all’epoca del Ven. Lokanātha su queste credenze si era già almeno da alcuni secoli innestata una nozione molto particolare: a partire dall’esatta metà (2500 anni) della dispensazione del Buddha, cioè nel 1956 dopo Cristo secondo il conteggio orientale, il Buddhismo sarebbe ricomparso in India e da lì si sarebbe diffuso in tutto il mondo, come il proverbiale canto del cigno, prima della sua definitiva sparizione in modo da gettare i “semi karmici” che avrebbero reso possibile, dopo la distruzione escatologica, la nascita della nuova Età dell’Oro e l’avvento salvifico di Maitreya.
Concetti piuttosto simili, pur con una oscillazione sulle date, si ritrovano anchenel famoso ciclo tantrico del Kālacakra; tuttavia è a livello delle tradizioni popolari che ritroviamo le credenze più interessanti per la nostra trattazione. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo sembra si fosse diffusa, tra molte popolazioni estremo orientali, la nozione quasi messianica dell’arrivo di un Cackravartin (lett. Colui che muove la Ruota), un Imperatore Universale che avrebbe unificato tutta l’Asia sotto un’unica bandiera e divulgato a tutti i popoli della Terra la Buona e Santa Dottrina del Buddha. Molto spesso tali eventi profetizzati assumevano caratteri esplicitamente anti-occidentali; l’esploratrice Alexandra David-Néel riporta ad esempio una inquietante conversazione con un giovane lama buddhista incontrato nelle desolazioni del Changtang nel nord-ovest del Tibet a proposito della figura di Gesar di Ling, eroe escatologico di un celebre ciclo epico tibetano:
Il lama mi guardò incuriosito. ‘Ah! Voi conoscete la storia di Gesar…’.
‘Sì, mi è stato detto che egli dovrà tornare, per condurre una grande armata verso l’Ovest’.
‘Voi ci credete?’
‘Tutto è possibile’
‘Rinascerà fra noi perchè la forza dei nostri pensieri uniti lo “costruirà”. Sarà il tulku (l’incarnazione, n.d.A.) dello spirito di noi tutti, anche se i philing (gli stranieri) vogliono renderci loro schiavi […] La sua lama può sprigionare scintille invisibili, che penetrano negli spiriti e li trasformeranno. Fra coloro ai quali saranno date delle armi per servirsene contro di noi, alcune le getteranno ed altre le rivolgeranno contro i demoni nemici della giustizia e della felicità degli esseri. La vera religione verrà predicata e coloro che non vorranno agire religiosamente, i padroni che vorranno continuare ad essere padroni, gli schiavi che s’intestardiranno a restare schiavi e a mantenere gli altri nella schiavitù…’
Terminò la frase con un gesto eloquente.
Altrettanto esplicite le parole che il barone Roman Nicolaus von Ungern Sternberg, eroe della resistenza anti-bolscevica in Mongolia e riconosciuto dai lama come incarnazione del dharmapāla (protettore della Legge) Mahākāla, avrebbe rivolto all’esule polacco Ferdynand Ossendowski:
Le tribù dei successori di Genghis Khan si son deste. Nessuno estinguerà il fuoco del cuore dei Mongoli! Vi sarà un grande stato nell’Asia, dall’oceano Pacifico all’oceano Indiano alle rive del Volga. La saggia Dottrina, la religione del Buddha si diffonderà a nord e ad ovest. Sarà la vittoria dello spirito. Verrà un conquistatore, un capo, più forte e più deciso di Genghis Khan e di Ögodei, più abile e più buono del sultano Babur. Egli terrà il potere fino al giorno felice che dalla capitale sotterranea verrà sulla terra il Re del Mondo.
Possiamo ragionevolmente ipotizzare che il Ven. Lokanātha avesse in qualche modo intercettato questo sentimento popolare diffuso a diversi livelli nel mondo buddhista della sua epoca; sentimento certamente di rivalsa nei confronti dell’occidente colonialista, che purtuttavia si fondeva con la più antica speranza di rinascita spirituale a fronte di una incontestabile degradazione del culto religioso.
In vista della data fatidica del 1956 il Venerabile aveva dunque organizzato, come primo passo di carattere fortemente simbolico, dei pellegrinaggi a piedi proprio verso il centro geografico e metafisico del mondo riconosciuto da tutte le tradizioni buddhiste: Bodhgayā, la città dove il “nostro” Buddha e tutti gli altri Buddha del passato e del futuro su questa Terra avevano ottenuto ed otterranno la Realizzazione.
“Quel buddhista italiano mezzo matto”
I pellegrinaggi organizzati dal Ven. Lokanātha sono tre. Il primo, nel 1933, come visto deve fermarsi a Benares a causa delle cattive condizioni di salute in cui versano i monaci; quello successivo, nel 1934, parte questa volta dalla Thailandia e viene organizzato grazie all’influenza che il monaco italiano esercitava pressola corte del re Prachatipok. L’anno successivo è quello della terza ed ultima spedizione, partita dallo Sri Lanka, e segna un momento decisivo. Nel corso del viaggio il Ven. Lokanātha riesce finalmente a incontrare nella sua villa di Bombay Bhimrao Ambedkar, che proprio quell’anno aveva annunciato pubblicamente di aver ripudiato l’Induismo. Ambedkar, nato nel 1891 a Mhow, era figlio di un fuoricasta che aveva servito prima nell’esercito privato della Compagnia delle Indie e poi nell’Esercito britannico. Questo aveva permesso al figlio di ricevere un’educazione di tipo occidentale e di laurearsi in economia e politica presso l’università di Bombay, proseguendo poi gli studi a New York e Londra. Negli anni ’20 era tornato in India ed era entrato in politica schierandosi esplicitamente a favore delle caste inferiori; uno dei suoi principali avversari era il “mahātma” Mohāndās Karamchand Gāndhī, leader del partito del Congresso nazionale indiano che invece era più propenso al mantenimento dello status quo per quanto riguarda le gerarchie di casta.
L’allontanamento di Ambedkar dall’Induismo, che aveva causato grande scalpore in tutta la nazione, era motivato principalmente proprio dal rifiuto da parte del politico della posizione non egualitaria che la religione induista imponeva ai “dalit” come lui.
Non sappiamo esattamente cosa il Ven. Lokanātha ed Ambedkar si siano detti, ma possiamo affermare con certezza che la conversazione ruotò attorno ad una possibile conversione di Ambedkar al Buddhismo. Il politico era certamente rimasto colpito dal carattere esuberante del Venerabile, che in privato chiamava scherzosamente “quel buddhista italiano mezzo matto”, ed è probabile che lo avesse già preso in simpatia, ma certo non si fidava di lui al punto di affrontare un passo così importante e rilevante anche dal punto di vista politico come la conversione. A Dadar, nel 1936, ci fu un secondo incontro tra i due, ma pure in questa occasione Ambedkar nicchiò e il Venerabile, in una lettera scritta in quello stesso anno,lo rimprovera dei suoi tentennamenti e lo esorta a prendere una decisione facendogli balenare di fronte la prospettiva di una alleanza strategica con la Birmania e lo Sri Lanka:
Vi prometto solennemente che la Birmania ed il Ceylon si riuniranno all’India se l’India diventerà buddhista. La Birmania ed il Ceylon si sono separati dall’India perché gli indiani non sono buddhisti. Dunque permettete a 60 milioni di harijan(fuoricasta, n.d.A,) di abbracciare il Buddhismo, ed il Ceylon e la Birmania torneranno a far parte dell’India […] Dottor Ambedkar, vi prego, lasciate perdere i vostri dubbi!
La corruzione dei sacerdoti e la sclerotizzazione del sistema delle caste, insiste il venerabile ancora e ancora, hanno causato l’indebolimento dell’India; solo abbracciando il Buddhismo la nazione potrà tornare ad essere un grande impero come ai tempi di Aśoka Maurya il Grande, imperatore buddhista del III secolo avanti Cristo considerato un Cackravartin (la bandiera dell’India, che verrà adottata nel ’47, ha infatti al centro la Ruota di Aśoka).
Negli stessi anni il Ven. Lokanātha mostrò altresì una grande simpatia nei confronti della proposta politica dell’imperatore giapponese Shōwa Hirohito, che aveva fuso le due tradizioni religiose storiche del suo Paese, il Buddhismo e lo Shintoismo, nel culto sincretico del Kōdō Bukkyō (Buddhismo della Via Imperiale). Nel contesto di questa tendenza politico-religiosa, incentrata appunto sulla figura dell’Imperatore, il progetto giapponese di espansionismo aggressivo nel continente ereditava in buona sostanza l’idea di quel grande regno pan-asiatico unificato sotto un’unica fede di cui abbiamo discusso in precedenza. Il Ven. Lokanātha, in un pamphlet che veniva distribuito gratuitamente presso le comunità di fuoricasta, fa esplicitamente notare come un adesione ideologica e religiosa al modello giapponese avrebbe comportato anche dei decisi vantaggi geopolitici:
Il Giappone è una nazione buddhista! Guardate quanto potere ha. Dunque diventate buddhisti ed il mondo intero tremerà al vostro passo. Pensate solo a questo, 500 milioni di buddhisti saranno dalla vostra parte quando diventerete buddhisti. Diventate buddhisti ed entrate nella grande famiglia mondiale del Buddhismo.
Il rapporto tra il Venerabile ed Ambedkar si interrompe con l’inizio del secondo conflitto mondiale. Il monaco, in quanto cittadino italiano, viene imprigionato in un campo di concentramento britannico e di fatto tagliato fuori da ogni possibile contatto con le alte sfere politiche. Sarà solo a guerra conclusa, in un mondo completamente cambiato, che il Ven. Lokanātha potrà riprendere in mano il suo progetto.
Una profezia che si realizza?
A partire dalla seconda metà degli anni ’40 i discorsi del Ven. Lokanātha cambiano tono. Ogni riferimento che potrebbe essere interpretato come imperialista viene prudentemente omesso, rimangono solo sporadici accenni alla figura di Aśoka sufficientemente lontana nel tempo per non essere giudicata “minacciosa” nel contesto del nuovo status quo. L’Asia apparentemente smette di essere il punto di riferimento: gli Stati Uniti si sono imposti decisamente come potenza mondiale e sarà da lì che dovrà iniziare il percorso di internazionalizzazione del Buddhismo; proprio gli Stati Uniti saranno infatti la prima tappa del Tour di predicazione internazionale del Venerabile, che gli garantirà una temporanea fama anche in occidente.
A rimanere però costante è il tema del 1956, ovvero il 2500 secondo il computo buddhista, come data cruciale. In un discorso tenuto nel ’47 a Singapore afferma:
L’anno 2500 vedrà la crescita del Buddhismo e dobbiamo iniziare adesso a predicare in America e in tutto il mondo, per fare di quella crescita una realtà vivente. Ricordate che stiamo andando in occidente per portare l’incomparabile messaggio del Buddha agli americani affamati. I missionari cristiani vengono in oriente per dare la loro religione a noi, e noi andiamo in occidente per scambio o per reciprocità, per portare lì la nostra religione buddhista.
A questo punto possiamo legittimamente chiederci se la famosa conversione di massa di Ambedkar e dei suoi fedeli a Nagpur, che di fatto proprio come predetto segnò la rinascita del Buddhismo nel subcontinente indiano e ne anticipò la straordinaria diffusione in Europa e nelle Americhe negli anni ’60 e ’70, fosse stata organizzata nel 1956 di proposito con il preciso obiettivo di realizzare concretamente la “profezia” a cui il Venerabile aveva creduto con tanta passione. Certamente è probabile che dopo la guerra il Ven. Lokanātha ed Ambedkar abbiano ripreso il loro contatto epistolare, e sappiamo per certo che almeno due dei collaboratori del politico indiano, il dottor R. L. Soni e l’ācarya Ishvaradatt Medharthi, erano convinti sostenitori del Venerabile. È altresì un fatto che Ambedkar avesse deciso di convertirsi al Buddhismo già due anni prima della cerimonia formale di Nagpur, rafforzando l’ipotesi che la data sia stata scelta per il suo valore simbolico.
D’altro canto va detto che la visione del Buddhismo di Ambedkar si era nel corso del tempo distaccata considerevolmente dalla prospettiva rigorosamente ortodossa che sosteneva il Ven. Lokanātha. Il cosiddetto neo-Buddhismo di Ambedkar, teorizzato nel testo pubblicato postumo “Il Buddha ed il suo Dharma”, risulta essere a tutti gli effetti una ideologia laica, razionalista e modernista in cui l’autore rifiuta i concetti fondamentali alla base della Dottrina del Risveglio: il Nirvāṇa viene ridotto semplicemente all’ideale utopico di una società pseudo-marxista dove tutti gli uomini vivono liberi dalla povertà e dalla discriminazione, la figura del monaco-asceta viene rifiutata perchè considerata “egoista”, il racconto della fuga del principe Siddārtha dalla casa paterna è sostituito da un episodio romanzesco (nato dalla fantasia dello stesso Ambedkar) in cui il futuro Buddha abbandona il regno per evitare una guerra fra tribù, le stesse Quattro Nobili Verità sono descritte come un’aggiunta “pessimistica” operata dai monaci dei secoli successivi la scomparsa del Buddha forse per una malcelata tendenza escapista o forse addirittura in malafede.
Quale priorità poteva avere il rispetto di una vecchia superstizione millenaristica in una prospettiva del genere? Fu forse un tentativo accondiscendente e paternalistico di soddisfare la credulità popolare? Appare comunque abbastanza peculiare la decisione di Ambedkar di far presenziare un gruppo di monaci alla grande cerimonia di conversione, in modo da renderla regolare dal punto di vista della tradizione buddhista ortodossa; ancor più interessante il fatto che il politico indiano proclamasse proprio il Ven. Lokanātha, nonostante le ormai palesi divergenze di vedute, come guida spirituale ufficiale per i propri seguaci. Si trattò forse anche in questo caso di una mossa politica dettata dall’immensa popolarità che il monaco italiano, al suo ritorno dal Tour di predicazione internazionale, aveva guadagnato in oriente venendo addirittura riconosciuto da alcuni come un Bodhisattva.
Non sapremo mai quali sarebbero potuti essere gli esiti di questa strana sinergia, visto che Ambedkar morì pochi mesi dopo la cerimonia di conversione ed il Ven. Lokanātha passò ben presto a dedicarsi ad altri progetti fra i quali un secondo Tour di predicazione internazionale che però non poté realizzare: colpito da una grave malattia rifiutò per ragioni sconosciute il trattamento medico e si ritirò a morire sulle colline di Maymyo in Birmania, dove spirò il 25 maggio del 1966.
Il Sutra delle Origini Superne
Sarebbe oltremodo fuorviante considerare la critica buddhista al sistema delle caste secondo l’ottica di una contestazione sociopolitica precorritrice del marxismo come tendeva a fare Ambedkar; piuttosto è necessario utilizzare gli strumenti dell’analisi storiografica, sociologica, antropologica e filologica per comprendere da quali premesse tale critica veniva mossa. All’epoca della nascita del Buddha si riscontrava ormai la netta tendenza da parte della casta sacerdotale dei brāhmaṇa ad affermare la propria assoluta superiorità sociale e a pretendere di ricevere sempre i massimi onori da parte di chiunque, quand’anche si fosse trattato di uno kśatriya, un nobile di alto rango come lo era lo stesso Buddha; tale superiorità veniva giustificata, da un punto di vista religioso ed ideologico, da un mito vedico secondo il quale i brāhmaṇa erano stati emanati direttamente dalla bocca del Purusha, l’Uomo primordiale, mentre le altre caste in ordine discendente dalle braccia (gli kśatriya), dalle cosce (i vaiśya ovvero i mercanti) e dai piedi (i śūdra, ovvero la plebe).
In realtà, lungi dall’essere conferito dal possesso di un qualche genere di realizzazione spirituale o autentica conoscenza, lo status di brāhmaṇa era ormai semplicemente ereditato di generazione in generazione: una considerevole maggioranza dei sacerdoti non era più in grado di comprendere il vero significato dei testi sacri e si limitava a ripetere mnemonicamente le formule rituali e i gesti prescritti per i sacrifici; d’altra parte non era raro vederli intenti in attività decisamente poco “mistiche” quali la compravendita di beni di vario genere, la caccia o persino il furto. Non mancavano inoltre sedicenti “maestri” di dottrine religiose che si aggiravano per le strade delle città e dei villaggi dedicando il proprio tempo a discutere all’infinito astruse teorie filosofiche o a compiere riti magici e divinatori, magari anche solo al semplice scopo di guadagnarsi da vivere.
Nella predicazione del Buddha si può percepire, all’opposto, la tendenza a voler recuperare una spiritualità autentica ed intesa nella sua accezione più alta superando la crisi e la decadenza a cui la classe religiosa dell’epoca a Lui contemporanea era andata incontro; si può parlare di una tendenza “rivoluzionaria”, certo, a patto di intendere questa parola nel senso quasi astronomico di un oggetto che percorre un cerchio completo per tornare al suo punto d’origine. Il Buddha insegnava che l’autentico brāhmaṇa non è necessariamente una persona nata in quella casta, che conosce a memoria i testi sacri e magari riesce ad avere la meglio nei dibattiti filosofici tra i suoi pari: no, il vero brāhmaṇa, il vero ārya (ariano, nobile) è colui che, attraverso la pratica ascetica e nella misura in cui glie lo consentono le proprie capacità, ha purificato la propria mente ed ha così realizzato in prima persona la Verità Suprema, il Dharma del Risvegliato.
Quanto alle caste, nel celebre Sutra delle Origini Superne (Aggañña Sutta, DN 27) il Buddha rifiuta esplicitamente il mito dell’emanazione dalle membra dell’Uomo primordiale, sostituendovi un racconto il quale, benché di carattere altamente simbolico, mostra la nascita delle diverse classi sociali umane in una prospettiva organica e diremmo oggi quasi naturalistica: in un’epoca remotissima, dice il Buddha, gli esseri umani vivevano in una perfetta condizione spirituale dove le caste e persino i sessi non esistevano:
In questo mondo essi dimorano, con corpi fatti di mente, nutriti di gioia, splendenti di propria luce, fluttuanti nell’aria, gloriosi, e la loro esistenza è di lunga durata.
Poi, a causa delle passioni sensuali contaminanti, tale condizione progressivamente si perse e gli esseri umani si materializzarono e si differenziarono sempre più. Al punto terminale di questo processo, che si può ben far corrispondere alla nostra situazione presente, le caste si svilupparono come risposta alle esigenze che l’ambiente materiale terrestre imponeva: i śūdra per procurare il cibo attraverso la caccia, la classe guerriera per dirimere le dispute sulla divisione dei campi, i vaiśya per occuparsi dei commerci eccetera. Tuttavia alle quattro caste tradizionali il Buddha oppone una quinta super-casta, quella degli asceti erranti (śramaṇa) composta da tutti coloro che, indipendentemente dal fatto di essere guerrieri, mercanti, sacerdoti o contadini, abbandonano la sicurezza delle loro dimore per mettersi alla ricerca della Verità attraverso la pratica. E sono proprio questi asceti, assieme ai laici che li sostengono attraverso la donazione di cibo, vestiti e medicine, a formare il Saṅgha , la Comunità buddhista: una Comunità che, trascendendo il sistema delle caste, richiama virtualmente e anzi quasi prefigura la restaurazione dell’essere umano nel suo stato originario; stato che potremmo fare corrispondere a quella che nella tradizione hindu è la super-casta haṃsa, antecedente alle attuali quattro caste nel tempo beato dei primordi iperborei.
“…ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il cuore”
Ritornare alle origini edeniche, al tempo al di là del tempo dove ogni possibilità di manifestazione diviene epifania del Sacro, di ciò che è vero, autentico, ricco di significato; risalire la corrente fino a quella sorgente che, carica di sfolgorante potere, rappresenta anche l’albeggiare di un nuovo inizio, di un mondo rigenerato che si manifesta dopo essersi purificato alchemicamente delle sue potenzialità inferiori. Questo il tema fondamentale ed occulto che secondo Mircea Eliade muoverebbe la manifestazione religiosa esplicita; la radice profonda da cui prenderebbero le mosse tanto i riti agricoli ancestrali quanto i culti millenaristi dei cargo o (nel nostro caso) i moti politici di emancipazione delle caste inferiori e finanche, seppur in modo spesso sviato ed avulso da una prospettiva autenticamente trascendente, le grandi utopie politiche che insanguinarono il XX secolo: esattamente come le increspature sulla superficie dell’acqua possono alludere alle correnti invisibili che si muovono nelle profondità abissali, l’occhio dell’antropologo e dello storico delle religioni deve saper riconoscere nei fenomeni di culto, nei mutamenti sociali e nell’alternarsi delle ideologie politiche l’agitarsi nascosto di energie che sono intrinseche ed innate alla stessa condizione umana, in ogni epoca e latitudine. Scriveva lo studioso rumeno, criticando chi di fronte alla Storia sa riconoscere solo lotte di classe e tendenze economiche:
La spiegazione del mondo in base ad una serie di riduzioni mira ad un solo scopo: allo svuotamento del mondo dai valori extra-mondani. È la banalizzazione sistematica del mondo intrapresa con l’intento di conquistarlo e di dominarlo. Ma la conquista del mondo non è (in ogni caso, non era fino a un mezzo secolo fa) il fine di tutte le società umane. È una particolarità dell’uomo occidentale moderno. Altre società hanno perseguito fini differenti: per esempio, comprendere il mistero del mondo per vivere come ‘vive’ il mondo, cioè rinnovandosi perpetuamente. Era il significato dell’esistenza umana ad interessare, e questo significato era di ordine spirituale.
Il grande sogno di unificazione euroasiatica, accompagnato da tutti i suoi significati escatologici e cosmologici, ha certamente cambiato aspetto dai tempi del Venerabile Lokanātha ma non si è estinto e oggi,mentre il mondo con una certa apprensione rivolge nuovamente il suo sguardo verso le immensità dell’est, torna prepotentemente nelle parole di tanti politici, intellettuali ed esponenti di varie confessioni religiose non legate esclusivamente all’universo buddhista. Nel 2023 persino papa Francesco, durante la sua visita in Mongolia, ha pronunciato queste parole davanti all’effigie di Genghis Khan, assecondando evidentemente un sentimento comune nelle popolazioni locali:
Voglia il Cielo che sulla Terra, devastata da troppi conflitti, si ricreino anche oggi, nel rispetto delle leggi internazionali, le condizioni di quella che un tempo fu la ‘pax mongolica’, cioè l’assenza di conflitti. Passino le nuvole oscure della guerra, vengano spazzate via dalla volontà ferma di una fraternità universale.
Espliciti segni dei tempi si possono intuire persino nella cultura cosiddetta “pop”: gli “Hu”, un gruppo di folk metal mongolo diventato molto famoso anche da noi grazie alle piattaforme di condivisione video, sono ad esempio autori di canzoni che lasciano spesso davvero poco spazio all’interpretazione. Recita il testo di “Yuve Yuve Yu”, uno dei loro brani più ascoltati:
Con un futuro di eterna prosperità, i Mongoli del totem del lupo
Hanno la benedizione del Cielo
Nato con l’incontestabile destino di unificare le nazioni, il Signore Genghis
Pronuncia il suo nome sulla Terra. Egli tornerà! Egli tornerà!
O Stendardi Neri, svegliatevi! Svegliatevi!
O Khanato, sorgi e sorgi per sempre!
Le grandi vie di comunicazione dell’Asia, divenute gradualmente sempre meno importanti dopo la “scoperta” delle Americhe, si ritrovano oggi a riacquistare la loro funzione di arteria vitale non solo per l’economia mondiale, ma anche per la circolazione di idee e valori religiosi come lo furono nell’antichità e durante tutto il nostro medioevo; ed i popoli che ai margini di queste vie abitano stanno dimostrando di avere piena consapevolezza del ruolo che giocheranno nel futuro del mondo. Allo stesso tempo ad alimentare questo anelito di riscossa ci sono quegli stessi mitologemi atavici che dominarono tutta l’opera di predicazione del Venerabile Lokanātha; il quale anzi, se fosse ancora vivo oggi, riconoscerebbe forse nelle istanze che vengono portate avanti null’altro che la naturale prosecuzione del suo stesso sentiero.
Per chi è in grado di vedere, le vere forze che animano il mondo umano agiscono in trasparenza; a chi invece, come nella bellissima canzone di Battiato, ha ancora il “cuore prigioniero” delle illusioni materialiste e riduzioniste gli eventi della Storia che vivremo nei prossimi anni rischiano di piombare inaspettatamente tra capo e collo. A questi ultimi il Cackravartim, il Re del Mondo non potrà che apparire nel suo aspetto terrifico di guerriero che cavalca tra le fiamme della battaglia o, al meglio, come il mito millenario di un Superiore Sconosciuto che dalla sua città nascosta nel cuore dell’Asia controlla non visto i destini degli uomini.
BIBLIOGRAFIA
Berzin, Alexander: Buddhist Cosmology in Abhidharma and Kalachakra, pubblicato in rete sulla rivista Study Buddhism.
Deslippe, Philip: Brooklin Bhikkhu: how Salvatore Cioffi became the Venerable Lokanātha, Contemporary Buddhism vol.14 n.1 2013.
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