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Parafrasi di Sēēm: una Apocalissi gnostica

La Parafrasi di Sēem è un’apocalisse gnostica vergata in sahidico, ma in realtà tradotta da un archetipo greco. Si tratta del più esteso ed enigmatico dei cinquantadue trattati ritrovati tra i cocci di una giara in circostanze rocambolesche nel 1945 presso Nag-Hammadi (l’antica Chenoboskion), nell’Alto Egitto.

Lo sfondo ierostorico in cui si muove il testo è in apparenza una rivisitazione del primo capitolo della Genesi: ab initio, agli albori del divenire, esistono la Luce, phōs, e la Tenebra, skotos. Tra di esse fluttua lo pneuma, la cui immagine si staglia, riflettendosi, sul fluido oscuro sottostante, generando il Nous serpentino, uroborico e demiurgico

Il messaggio è palese: l’uomo pneumatikos, «spirituale», dev’essere salvato, sottratto alla physis sorta dal Nous serpentino. Il nostro mondo è inteso come l’enorme uterus di una gestante. Già Plinio parlando dei venti che vivificano l’universo, trascrive un’immagine simile: sive hic est ille generabilis rerum naturae spiritus huc illuc tamquam in utero aliquo vagus, «poiché in essi si risolve quello spirito della natura che l’attraversa dentro una specie di utero» (Naturalis historia 2, 116 ). Lo scritto è una riflessione sui meccanismi di disgusto e deiezione che danno luogo alle categorie di puro e impuro; una via per capire il libertinismo gnostico, con la relativa dottrina del Salvatore che insegna a combattere il desiderio attraverso il desiderio.

L’autore della Parafrasi di Sēem rivela una coerente visione sincretistica in cui confluiscono elementi biblici, zoroastriani, orfico-pitagorici, stoici e medio-platonici, il tutto assimilato in una cultura di lingua aramaica. È molto vicino alle vedute dei cosiddetti Sethiani, ma il testo sembra compendiare anche spunti valentiniani. 

Secondo la Parafrasi di Sēem la storia della salvezza è segnata dagli iterati tentativi della physis demiurgica e del demone Soldas di annientare la stirpe degli uomini spirituali: prima attraverso il diluvio universale ai tempi di Noè, poi distruggendo la città dei «giusti» Sodoma e infine tentando di annientare il Salvatore invisibile, qui denominato Derdekeas, probabile prestito dall’aramaico dardaka, «giovane, fanciullo». Proprio grazie alle successive manifestazioni e rivelazioni di Derdekeas, lo pneuma primigenio viene liberato dai lacci della Tenebra e restituito alla sua iniziale purezza. 

All’inizio si intrecciano quindi due cicli temporali, descritti in termini di energie e permutazioni, analoghi a quelli del macro e microcosmo. Entrambi indispensabili  per giungere a costituire un ciclo alternativo di esistenza sottratta alla heimarmenē (in termini vedici non-karmica). Tutto questo in conformità con l’emergere della coscienza/luce dall’oscurità corporea.


La prima parte della storia narrata nella Parafrasi di Sēem parla dello smarrito equilibrio iniziale tra Luce (phōs), Spirito (pneuma) e Tenebra (skotos), perduto a causa di un movimento conoscitivo e di un impossessarsi di particelle spirituali ad opera della Tenebra. 

Segue la catabasi in due tempi del Salvatore e Rivelatore Derdekeas, il quale prima «solidifica» e rende capace di resistere agli attacchi della Tenebra lo Spirito intermedio e in seguito scende nella Tenebra stessa, inducendola con l’inganno a procreare. Con questa generazione, anch’essa suddivisa in due fasi, la Tenebra, definita «utero» (mētra) e «natura» (physis), inconsciamente separa da sé le particelle luminose. 

L’ultimo prodotto di tale atto generativo, descritto facendo ricorso a una simbologia e a un lessico esplicitamente sessuali, è la duplicazione dei corpi, cioè l’umanità. La tribē, l’«oggetto d’amore», cioè la porneia è l’unione delle acque con la natura, e genera la forma acquosa della matrice, unitamente al prosthema, ossia il posthē, il «cazzo», il membro legato ai demoni.

Qui dunque ha inizio la storia della salvezza, che coinvolge l’umanità intera: quest’ultima infatti, essendo di natura mista, cioè avendo in sé anche un’eredità spirituale, è oggetto dell’aggressione della Tenebra, che intende annientarla al fine di riappropriarsi delle particelle di Luce in essa contenute.


Per ripristinare l’equilibrio iniziale è necessario che la Tenebra porti a termine la distruzione dell’umanità. Il primo assalto è rappresentato dal Diluvio, cui Derdekeas non risponde con un intervento diretto, bensì utilizzando lo stesso demone incaricato dalla Tenebra di liberare le acque alluvionali; questi, con l’aiuto di altre creature dell’oscurità, costruisce una torre – probabilmente la Torre di Babele – per salvarsi e raduna l’umanità spirituale.

L’opera del Salvatore è quella di raffinare costantemente il mondo, separando gli elementi ignei da quelli acquosi: Saphaina, la «Veridicità», da Molychtha la «terra contaminata» a figura di Unicorno. Così l’Intelletto non dovrà liquefarsi al contatto con l’acqua, divenendo un pesce, preda della «moltitudine di animali scaturiti da lei (= physis) secondo il numero degli effimeri venti», cioè dei Segni dello Zodiaco. Occorre pregare verso il Sole di giorno e verso la Luna di notte, dipende da quale sguardo si produca.


Dopo un ragguaglio a Sēem sugli scopi della sua missione, una descrizione della vana e orgogliosa ignoranza della Tenebra e una ricapitolazione di quanto è già avvenuto fino al Diluvio, assistiamo al secondo attacco della Tenebra. Questa dà la «Legge» (in altre parole la Torah!), che è un «inganno» demoniaco; allora Derdekeas fa manifestare nella città di Sodoma un Giusto e comunica poi ai sodomiti un «insegnamento universale»; quindi, nella ritrascrizione gnostica dei fatti biblici, un «demone in forma umana» (sicuramente Lot), obbedisce ad un ordine proveniente dalla Tenebra e si «allontana» dalla città. I sodomiti però restano, «testimoniando la testimonianza universale», e ottengono «la pace, che è lo Spirito ingenerato»; ma la «natura malvagia» distrugge Sodoma con il fuoco.


Inizia così l’ultimo atto del dramma cosmico: il demone allontanatosi, come pure la Fede, da Sodoma, si impadronisce dell’intera creazione finché, al culmine della volontà di potenza e del vano orgoglio, decide di anticipare, precorrendo i tempi, l’«ultima manifestazione» della Fede:


Il demone rappresenta il prodotto finale, il compimento estremo della Tenebra. La sua manifestazione è accompagnata – come quella dell’Anticristo – dallo scatenarsi di «odî», «cataclismi», «guerre», «carestie» e «bestemmie». Lo stratagemma che egli utilizza per incatenare il genere umano è il vincolo del battesimo, l’immersione nelle acque di morte:

È tipico che l’azione della Tenebra sia un movimento, lo «scuotere», anche se si tratta di un «legame», l’immagine è quella del coito e del fluido spermatico «mosso», eiaculato nell’amplesso. Il Diluvio scatenato dal demone (su ordine della Tenebra) rappresentava un primo tentativo di «legare» l’umanità al vincolo della forza «psichica» simboleggiata dall’acqua: il battesimo d’acqua è dunque immagine del Diluvio. Il Salvatore Derdekeas decide poi di manifestarsi direttamente «nelle membra del pensiero della Fede», cioè nello scorrere dell’energia psichica e spermatica:

Il demone Soldas è il corpo che imprigiona la forza di Luce del Salvatore gnostico. Egli appare nelle acque per battezzare il Redentore celeste Derdekeas con un battesimo imperfetto, ma allo stesso tempo possiede una Luce spirituale a cui Derdekeas unisce il proprio manto invincibile e l’oggetto della rivelazione, cioè il mezzo di difesa di Sēem e della sua razza. Questo mezzo di difesa, comunicato subito dopo, consiste in una serie di nomi arcontici che sono la prova del «passaggio» e della «vittoria» di Derdekeas, il quale ha ormai definitivamente «preso la Luce dello Spirito dall’acqua di terrore», cioè dall’hydor phoberon, l’«acqua terribile» dei Sethiani di Ippolito. Un processo di filtraggio della luce che inizia con un atto di prostituzione sacra. La trasmigrazione della sostanza luminosa è resa con metangismos, una parola che esprime la fluidità spermatica in cui lo splendore sorgivo scorre di utero in utero. 

Circondata da un corteggio di creazioni o entità luminose che possono essere reinterpretate come il succedaneo gnostico dei Magi evangelici, fa la sua comparsa nella Parafrasi la Stella di Luce, indomabile vestimento del Sōtēr:

La Stella di Luce è la veste invincibile di Derdekeas, che richiama il paidion del Vangelo di Matteo 2, 9: una luce aurorale che si leva prima del sorgere eliaco e dove l’Anatolē è il suo termine tecnico; è l’alfa e l’omega, inizio e fine di un frammento divino che degradato brilla nelle tenebre. Lo stesso uso ricorre in precedenza nel testo a indicare la costituzione di quel corpo magico edificato sulle rovine del corpo fisico. 


Il Redentore celeste Derdekeas è disceso nel corpo del demone Soldas per recuperare le particelle di Luce (= lo Spirito) imprigionate nell’acqua oscura. Nel tempo stabilito egli si rivela nel «battesimo ingannatore del demone» «per manifestare, attraverso la bocca della Fede, una testimonianza per coloro che le (alla Fede) appartengono». Il testo della «testimonianza» è una sorta di invocazione prebattesimale a varie entità divine, invocazione che richiama alla mente le analoghe liste di «testimoni» presenti nella letteratura elchasaita e mandaica. Recitata la formula, Derdekeas «scende nell’acqua», e qui viene assalito da «turbini d’acqua e fiamme di fuoco». La veste di luce è quindi quell’elixir che altera i corpi riducendoli ad altri corpi più puri, convertendo l’acqua in fuoco e viceversa.

La physis, la Natura, che aveva aggredito l’umanità con l’acqua del Diluvio e con il fuoco che distrusse Sodoma, ora raduna tutte le forze per l’assalto finale, che fallisce ancora più dei precedenti: difatti Derdekeas, dopo aver indossato la «Luce della Fede e il fuoco inestinguibile», «riemerge dall’acqua», avendo ormai tratto da essa «quella potenza dello Spirito che era stata seminata nella creazione» attraverso un’unione sessuale, dai «venti, i demoni e le stelle». Con il battesimo del Redentore celeste la ierostoria si è conclusa: «e con essi sarà compiuta ogni impurità», suggestiva espressione che è il rovesciamento ermeneutico del «compiamo ogni giustizia» del Vangelo di Matteo 3, 15.


Questa parte della Parafrasi di Sēem si chiude con un’ultima raccomandazione di Derdekeas a Sēem affinché «non abbia comunanza con il fuoco e con il corpo di tenebra», poiché «il giusto sono le cose che io ti insegno». Segue la frase: «questa è la parafrasi», che introduce l’ultima parte del testo, in cui il presunto Parafraste, cioè Sēem, esprime ancora tutta una serie di idee e concezioni tipicamente gnostiche. Essa si apre con un’ampia e durissima polemica antibattesimale in cui viene rivelata la natura contaminante, negativa e «maledetta», del battesimo, che è immagine dell’unione sessuale, cioè dello «sfregamento impuro». L’acqua infatti rappresenta l’elemento caotico, notturno, embrionale, in cui sono contenuti i germi del divenire; essa contiene i vari «uteri» (metrai) acquei primordiali, da cui ha avuto origine la generazione corporea.


La contrapposizione tra Soldas e Derdekeas, tra demone e Salvatore celeste, è il segno e compimento della «pienezza dei tempi», l’evento salvifico è scaturito da un esplicito, voluto e provocatorio stratagemma autorivelativo escogitato da Derdekeas nei confronti della Tenebra. Ciò è avvenuto «affinché si compia la malvagità della natura»; difatti la Tenebra, nella sua negatività e nel suo ritrarsi all’interno delle passioni, tenta un’ultima, disastrosa aggressione nei confronti di Derdekeas:

La natura malvagia, demoniaca, plasma Soldas per dare la caccia al Salvatore celeste. Soldas è l’involucro psichico del Salvatore, imprigionato nelle acque della morte. Interessante il parallelo con la «Predica dei Naasseni» riportata da Ippolito nella sua Refutatio, secondo cui il demiurgo omicida Esaldaios, «il dio di fuoco, quarto di numero», plasmerebbe nel fango l’involucro corporeo di Adamo e con esso, come con una trappola, catturerebbe il figlio del Dio superiore ed ineffabile, l’Archanthropos o Adamas.

All’intenzione della Natura di catturare la Luce, questa reagisce «separandosi dalla Tenebra». Si ripropone l’idea della separazione della Luce dalla Tenebra già presente nella scena del battesimo demoniaco descritto nella seconda parte del testo, ma la narrazione ha uno svolgimento diverso. Qui non solo sembra che Derdekeas non entri nell’involucro demoniaco di Soldas per farsi battezzare, ma non ha più luogo nemmeno alcun battesimo.


Di fronte alla rivelazione celeste Soldas si sdoppia e la sua parte femminile, cioè l’anima (la psychē) illuminata, si separa dal suo corpo oscuro, offrendo la «testimonianza» e raggiungendo la «pace». Vediamo in breve come ciò avviene. Innanzi tutto abbiamo la rivelazione:

È facile comprendere che la rivelazione ha per oggetto la stessa Rebuel (anche se la voce si rivolge prima a Derdekeas – o comunque all’entità che si rivela – e poi a Rebuel stessa): ma chi è veramente questa Donna, che ha «visto» e quindi comprende la manifestazione della divinità? La risposta non tarda ad arrivare:

Rebuel rappresenta l’elemento psichico del demone Soldas, l’anima – che fa da legame con l’elemento spirituale –, la quale essendo stata illuminata viene separata, recisa dal resto del corpo:

Sēem non parla più del battesimo del Salvatore celeste, ma presenta un demone (cioè Soldas) dicotomico, che si sdoppia: l’amalgama oscuro fatto di psychē e di hylē riceve un’illuminazione; da esso quindi si separa, mediante la «decapitazione», l’elemento psichico che si è purificato; esso difatti raggiunge la «testimonianza» e la «pace» che erano già state dei sodomiti e – parzialmente – delle vittime del Diluvio. La Natura, emanazione e personificazione della Tenebra, ha dunque fallito ancora una volta nell’intento di annientare lo Spirito e la sua ipostasi luminosa, cioè Derdekeas: la stessa forza diretta all’annientamento della Luce è stata coinvolta in un processo di metanoia, di «conversione». Dal demone infatti è stata recisa, separata, la parte più pura; l’anima ha quindi subito un processo di catarsi salvifica, separandosi definitivamente dall’elemento oscuro e demoniaco.


La visione negativa e demoniaca del battesimo e delle acque è presente in numerosi ambiti gnostici. L’Esegesi dell’Anima, un altro scritto di Nag-Hammadi, descrive l’imperfezione e la negatività del rito battesimale: è il battesimo di «conversione» (metanoia), fatto di «dolore e sofferenza», che ha come destinatari gli «psichici», cioè gli adepti della Grande Chiesa. Questo «battesimo», pur negativo e vincolato alle passioni corporee, sembra comunque il primo passo verso la salvezza e la liberazione dalle tenebre del tempo presente:

Il simbolismo, dunque, appare simile a quello che abbiamo trovato nella Parafrasi di Sēem: l’anima infatti, essendo l’elemento intermedio tra pneuma e hylē, tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, quando si volge «all’esterno» si prostituisce con i lestēs, i «briganti» che abusano di lei contaminandola; a causa di ciò ella smarrisce la propria identità spirituale e divina. Il ritorno verso l’interno, inizia con un battesimo di metanoia, con un lavacro di «conversione»: questo rito «doloroso», poiché imperfetto, sarà completato con la discesa dello pneuma, dello Spirito inviato dal Padre ineffabile e trascendente, con cui l’anima si unirà in caste e immacolate nozze.

L’istanza che spinge l’uomo verso la luce segue un percorso iniziatico attraverso i pathe della materia, dove le sue contorsioni corrispondono alla operazione alchemica della separatio. Il modello antropocosmico è poi da collegare a tecniche di visualizzazione interiore, dirette a coinvolgere soffi vitali, mente illuminata e fluidi fisiologici, diciamo pneuma, luce e seme. Ma non basta. C’è qualcosa in più, in relazione a concrete pratiche di controllo della sessualità, che richiamano gli esercizi del tantrismo induista e buddhista. Il Salvatore è capace infatti di scendere, come ogni mente illuminata, verso le sorgenti del desiderio e aspirarlo di nuovo fino alla mente, come nella costruzione di ciò che nel buddhismo tantrico è il corpo adamantino, il vajra

Ciò non di meno, nella Parafrasi di Sēem la generazione è positiva, non come nell’Esegesi dell’Anima che la vulva o utero deve ritornare vergine. Alla stessa guisa dei manichei, il demiurgo deve fabbricare nuove anime, affinché venga indebolita la sua forza. Anche qui il Sōtēr si serve della sessualità per portare a maturazione i semi spirituali. È molto probabile che l’«Apocalisse di Sem», menzionata nel Codice Manicheo di Colonia, coincida con la Parafrasi di Nag-Hammadi e che Mani, il profeta scrittore, l’avesse letta, modificandola a suo uso e consumo. Il Cristo manicheo discende nel mondo senza incarnarsi (Contra Faustum 5), qui il Salvatore deve prostituirsi, accettando di contaminarsi e solleticando in tutti i modi una vulva che vorrebbe svuotarlo di ogni potere.


Ancora, in un altro scritto visionario di Nag-Hammadi, Zostriano, l’acqua del rito battesimale impartito dalla Grande Chiesa è l’«acqua di morte», elemento «psichico» e «femminile», vincolo e «laccio» che lega lo Spirito:

Il battesimo impartito da Giovanni Battista non serve a Gesù Cristo, che con la sua discesa nell’acqua del Giordano (cioè nel mondo di Tenebra) sancisce la fine del potere arcontico e demoniaco. Esemplare in tal senso è un altro scritto di Nag-Hammadi, la Testimonianza Veritiera:

Il fiume Giordano è l’«Oceano generativo», così come affabulano i Naasseni. Essi identificano questa corrente acquea con il fiume seminale: scorrendo verso il basso essa genera l’uomo, mentre scorrendo verso l’alto genera gli dèi. Il rifiuto del battesimo, coinvolge ovviamente anche Giovanni Battista, che pure era stato «generato dal Logos» come Gesù. Questa filiazione dal Logos permette al Battista di «rendere testimonianza» e di «vedere la potenza che scende». Ma ciò non gli impedisce, però, di essere «l’Arconte dell’utero», in quanto signore dell’elemento acqueo in tutta la sua negatività, principalmente sessuale. Il battesimo d’acqua è di per sé «arcontico», «cosmico», e quindi espressivo della sessualità, intesa come negativa e demoniaca (vale per tutto l’equazione acqua = epithymia, concupiscenza). Di certo la salvezza passa per un metangismos, una «transfusione» della luce attraverso gli uteri acquei. A questo battesimo impuro gli gnostici della Testimonianza Veritiera contrappongono un «battesimo di verità», che è la vera rinuncia al mondo:

L’ignoranza, la «deficienza» degli psichici, fa loro credere che il «sigillo» battesimale ricevuto sia di qualche utilità, ma si tratta di un inganno: l’unica concessione fatta dagli gnostici è che in tal modo «qualcuno entra nella fede», quella «psichica» che, sebbene illusoria, può rappresentare il primo passo verso l’autocoscienza della propria filiazione divina. Con la Testimonianza Veritiera siamo quindi giunti al culmine dell’attacco e della negativizzazione gnostica del rito battesimale: qui Giovanni Battista è considerato un Arconte della Tenebra. Il fatto che, grazie alla sua natura «psichica» e intermedia, possa ancora «testimoniare», «vedere» e «riconoscere» il Figlio dell’Uomo discendere sul fiume Giordano, è secondario e sembra più che altro un espediente retorico escogitato da questa conventicola gnostica per conciliare le proprie dottrine con le asserzioni della Grande Chiesa. La singolarità della vicenda di un Salvatore legato alla forza acquea e vaginale è diventata un evento comunitario, l’abiura del rito fondante il credo cristiano il lasciapassare per l’inclusione nella cerchia degli eletti gnostici.


Engl. transl. by F. Wisse, Nag Hammadi Codex VII (Nag Hammadi and Manichaean Studies, XXX), volume editor B.A. Pearson, E. J. Brill, Leiden-New York-Köln 1996; trad. it. P. Riberi, L’Apocalisse gnostica della luce. Parafrasi di Sēem, Edizioni Ester, Bussoleno (Torino) 2019; trad. it. G.M. Schiesaro, in  A. Annese-F. Berno-D. Tripaldi (cur.),  I codici di Nag Hammadi (Frecce, 389), Carocci, Roma 2024, pp. 433-456.

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