Fairies, streghe e dee: il “nutrimento sottile” e il “rinnovamento delle ossa”

Un’analisi di alcune credenze riguardanti il “nutrimento sottile” di streghe ed esseri fatati ci condurrà alla scoperta di un mitologema ricorrente attraverso i millenni, dai tempi arcaici delle culture sciamaniche di cacciatori fino all’epoca dei processi inquisitorî: quello del cosiddetto “rinnovamento delle ossa”.


di Marco Maculotti
copertina: Leonor Fini “Sphynx”

 

Il ministro episcopalista scozzese Robert Kirk, nel suo trattato The Secret Commonwealth (1692), riportò la credenza secondo la quale i veggenti (vale a dire coloro che sono dotati della «seconda vista») sono in rapporti che potremmo definire simbiotici con gli «spiriti assistenti» appartenenti alla stirpe dei Sotterranei (vale a dire i Sídhe, i membri del «popolo fatato»), i quali si nutrono «del midollo e della quintessenza di ciò che l’uomo [con cui hanno stretto un patto, ndr] mangia». Da questo punto di vista, i Sotterranei sembrano essere in tutto e per tutto simili ai «famigli» delle streghe e agli «spiriti aiutanti» della tradizione sciamanica. «Questo cibo che essi estraggono da noi — prosegue il reverendo –, vien portato a casa loro [cioè nella loro dimensione, ndr] per vie segrete» [1].

Nondimeno, i membri del «popolo fatato» non si limitano a cibarsi delle parti “sottili” del pasto del loro simbionte umano: è risaputo che essi sono soliti colpire gli sventurati che entrino nel loro territorio con il cosiddetto «colpo fatato» (fairy stroke, da cui deriva la terminologia medica anglosassone per l’infarto — stroke), scagliato con armi «tagliate con un’arte e con strumenti che sembrano sovrumani» che «hanno qualcosa della natura della folgore» (si tratta, a un livello meramente fisico, delle cosiddette “punte di frecce in selce neolitiche”), e che feriscono «le parti vitali sottilmente e mortalmente senza tagliare la pelle» [2] A questo riguardo, forse, si potrebbe azzardare persino un parallelismo contemporaneo, se si accettano gli assunti principali della teoria parafisica di Keel e Vallée, con le modernissime quanto altrettanto inspiegabili «mutilazioni del bestiame».

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Leonora Carrington

C’è inoltre da aggiungere come anche le persone rapite dal «popolo fatato» talvolta sembrano subire questa sorta di consunzione. Ecco, a titolo di esempio, la descrizione riportata da Kirk dell’aspetto di una donna che aveva dormito su una «collinetta fatata» ed era stata rapita dai Sotterranei: «Dopo d’allora [.,.] [appare] molto melanconica e silenziosa e non la si vede quasi mai ridere. Il suo calore naturale e il suo liquido radicale sembrano essere equilibrati esattamente come una lampada inestinguibile, muovendosi in un ciclo non diverso dalla vita debole delle api e di qualche specie di uccelli che dormono per tutto l’inverno e rivivono in primavera» [3].

Peraltro, la donna protagonista del fatto appena riportato ritornò incinta dal mondo sotterraneo e, dopo nove mesi, partorì un figlio. Questo, forse, può essere messo in relazione con un’altra modalità con cui queste «creature crepuscolari» suggerebbero dai rapiti umani il proprio «nutrimento sottile», vale a dire mediante una sorta di atto sessuale di natura non meramente fisica, ciò facendoci balenare alla mente tutto quel vastissimo corpus mitologico-folklorico di unioni carnali epperò di tipo “sottile” con entità altre, quali incubi e succubi nella tradizione greco-romana antica [4], demoni in quella medievale [5] e, più di recente, entità aliene responsabili di abduction.

Se nell’arcipelago britannico (soprattutto in Irlanda, Scozia e Galles), a portare via l’anima durante il sonno (e non) ai poveri malcapitati sono solo raramente streghe e maghi, bensì il più delle volte i membri del «popolo fatato» (Sídhe, Faeries, ecc.) [6], nell’Italia dei secoli XIV – XVI queste accuse vennero indirizzate per lo più alle streghe. Vediamo, dunque, cosa emerge a questo riguardo dagli atti processuali della stagione delle cosiddette «cacce alle streghe» collazionati da Carlo Ginzburg e da Luisa Muraro.

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Remedios Varo, “El Flautista”, 1955

Le streghe, la “consunzione” e la riduzione allo stato larvale

Appoggiandoci per esempio agli studi di Carlo Ginzburg sui processi inquisitorî nel Friuli, emerge chiaramente come anche le streghe, secondo le credenze locali, avessero il potere di lanciare un maleficio simile a quello dei fairies sulle proprie vittime designate, per lo più bambini, riducendole ad uno stato larvale che ricorda molto la descrizione di un changeling [7] o di una persona che si riteneva essere stata rapita o colpita dalle fate o dal «popolo invisibile», come lo si voglia definire. Analizzando le testimonianze processuali sui benandanti [8], Ginzburg riporta che essi erano in grado di riconoscere immediatamente chi fosse stato vittima di una fattura, dal momento che, come affermò l’imputato Gasparutto nel corso di un’udienza datata 1648, «si vede che li lassano niente di carne adosso […] et restano secchi secchi secchi, altro che la pelle e l’osso» [9].

Questa credenza è senza ombra di dubbio antica: già verso l’anno 1000, in Germania, un certo Notker, traducendo un trattato in cui si parla di antropofagi o «manezza» che divorano la gente durante la notte, mentre stanno dormendo, aggiunge che «così si dice che facciano da noi le streghe». Ma, andando ancora più indietro nel tempo, già l’Editto di Rotari definisce «striga» la persona che consuma un’altra «dal di dentro» [10]: siamo nell’anno 643 d.C.!

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Jan van de Velde II, “The Sorceress”, 1626

Altre fonti, sebbene più rare, si spingono oltre, affermando che le streghe giungono addirittura a divorare una di loro stesse, per poi rimetterla in vita in seguito [11]Ovviamente, in tutte queste testimonianze, non è il corpo fisico che viene divorato dalle streghe, bensì quello “sottile”. Altri imputati, fra cui tale Michele Soppe, interrogato a Udine, confermano questa credenza [12]:

« Le streghe si trovano per tutto il mondo, le quali fanno le stregarie, e mangiano le creature […] Vanno in qua et in là in tutte le case che lor vogliono senza essere vedute da nessuno, e fanno le stregarie, con le quali fanno consumare le creature a poco a poco, et alfin le fanno morire. »

Racconti di tal guisa si udirono anche, un secolo e mezzo prima, nelle aule processuali della Val di Fiemme (1505 – 1506), in Trentino Alto Adige, collazionati e analizzati dalla professoressa Luisa Muraro. Anche qui gli imputati parlarono di «bambini che seccavano e morivano», denominando tal morbo il «mal de la senega». Scrive la Muraro [13]:

« Gli uomini, i bambini e le bestie, una volta consumati nella cucina delle streghe, non sono poi realmente reintegrati nella vita; vi tornano come larve per un breve periodo, destinati a morire quando scadrà il termine loro fissato dalle streghe. »

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Leonora Carrington

La “consumazione” degli animali e il “rinnovamento delle ossa”

La credenza, dunque, che anche il bestiame fosse suscettibile di essere “consumato” dalle entità malevole (dai fairies nella tradizione folklorica britannica, dalle streghe nei documenti processuali italiani riportati da Ginzburg e dalla Muraro) appare fuori discussione. Il reverendo Kirk rivelò di aver osservato e toccato con mano animali “consumati” in tal modo. Infatti, non i soli umani sono presi di mira dai Sotterranei, di modo che le proprie «parti vitali sottili» fungano loro da nutrimento, ma anche gli stessi animali (greggi e armenti), che si dicono ugualmente «colpiti dagli elfi» soprattutto in Scozia (ma anche in altre area geografiche molto lontane, per es. in Mongolia): «…la sostanza più pura di essi, se muoiono, vien presa da questi Sotterranei per viverne, più precisamente le parti aeree ed eteree, la materia più spiritosa per prolungare la vita…» [14].

Questa credenza si riscontra, oltre che nei processi friulani studiati da Ginzburg e in quelli trentini collazionati dalla Muraro, anche in testimonianze ancora più remote, analizzate sempre da quest’ultima, come ad esempio nei processi di Milano (1384 – 1390). Da queste testimonianze emerge nondimeno un particolare per così dire “nuovo”, e che tuttavia è — come avremo modo di vedere con un excursus a ritroso attraverso i secoli e i millenni — antichissimo, le cui origini si possono con tutta probabilità far risalire al Paleolitico: quello del «rinnovamento delle ossa» e della conseguente “risurrezione” degli animali precedentemente “consumati”. A tal riguardo, una delle imputate meneghine, tale Pierina, testimoniò che durante le riunioni segrete i partecipanti alle adunate [15]:

« […] ammazzano gli animali e ne mangiano le carni, le ossa invece le ripongono nella pelle e la Signora, con una bacchetta che porta in mano con un pomo, percuote le pelli e subito gli animali resuscitano; se alcune ossa mancano, al posto ci mettono legno di sambuco. »  

Ora, devesi dire che la “Signora” di cui parla l’imputata è la Dea delle streghe, la Regina del Sabba, la quale viene in questo caso denominata Madonna Oriente/Erodiade, ma che ha avuto innumerevoli nomi ed epiteti in tutta Europa, molti dei quali di forte reminiscenza “pagana”: Diana, Hera, Ecate, Erodiana, Venere, Frau Venus, Abundia, Dame Habonde, Bona Dea, Sibilla, Holda, Hölle, Helle, Richella, Perchta. Uno dei suoi epiteti più ricorrenti è «Signora del Gioco» (o del Zogo, secondo la variante dilettale dell’Italia settentrionale). Va da sé che la «Regina delle Fate» o del Mondo Sotterraneo di Fairyland che compare così spesso nel folklore britannico (ma non solo: ad es. è molto menzionata anche in quello alpino e slavo) non è che una delle innumerevoli “maschere” della Dea cui rendevano omaggio le congreghe “estatiche” e “stregonesche”, nei secoli intercorrenti fra il Medioevo e l’era moderna.

Analizzando gli atti processuali milanesi, Carlo Ginzburg giunse alla conclusione che, se dobbiamo dare retta alle sue adepte, Madonna Oriente «era in grado di ridare la vita alle creature morte (non però agli esseri umani)», e comunque anche i buoi — sebbene apparentemente “resuscitati” — erano ormai da considerarsi inabili al lavoro [16], come se avessero ormai perduto il “principio vitale” (quello che gli antichi Greci denominavano la ζωή, vale a dire la vita qua vivimus, l’essenza della vita). A nostro parere, tuttavia, anche una vittima umana era suscettibile, contrariamente a quanto afferma Ginzburg, a essere in qualche modo “resuscitata”, sebbene anche in questo caso si trattasse in parte di un’apparenza, di un’illusione, essendo ormai ineluttabilmente priva dell’ “anima” (come nei racconti del folklore britannico di cui abbiamo parlato sopra).

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Frau Holle, conduttrice della processione dei morti nella mitologia germanica

La “Regina delle Fate”, “Madre Mattino” e “Madonna Oriente”

È lo stesso Carlo Ginzburg, d’altronde, a comparare gli atti dei processi inquisitori italiani (nel Canavese, in val di Fiemme, a Ferrara, a Modena e nel Comasco) a quelli, redatti tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, riguardanti un fenomeno analogo avvenuto in Scozia. In tale regione, in cui la credenza nei Sídhe non è mai davvero venuta meno, varie donne processate raccontarono di essersi recate in spirito dalle fate — «la buona gente», «i buoni vicini» — e dalla loro regina, talvolta affiancata da un paredro maschile.

Un uomo interrogato nel 1597, tale Andrew Man, raccontò ai giudici di Aberdeen di aver «prestato omaggio alla regina degli Elfi e al diavolo, che gli era apparso in forma di cervo». Testimoniò anche che «gli Elfi avevano tavole apparecchiate, suonavano e danzavano. Erano ombre, ma con l’aspetto e le vesti di esseri umani. La loro regina era molto bella; con lei […] si era unito carnalmente» [17]

Il lettore può apprezzare da solo le corrispondenze tra quanto, scavando nelle pieghe della storia, si può ottenere con la ricerca: visite al mondo sotterraneo, cibo fatato, danze, musiche elfiche, due figure predominanti di cui una femminile e una maschile, ierofanie in forma di cervidi (come vedremo anche più avanti) e «rinnovamento delle ossa» — tutti questi motivi appaiono indissolubilmente connessi tra loro nell’arco dei secoli, e anzi come avremo modo di dimostrare, addirittura dei millenni.

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Raffigurazione della Perchta, tratta dalla tradizione tedesca del “De Consolatione Philosophiae” di Boezio, 1537

Il mitologema del “rinnovamento delle ossa” nel mito…

Continuando il nostro viaggio a ritroso nel tempo, scopriamo che nell’Historia Brittonum di Nennio (826 circa), si narra di un miracolo simile di «resurrezione dalle ossa» di alcuni buoi, compiuto da san Germano d’Auxerre in Britannia, durante l’opera di conversione dei Celti; la descrizione dell’avvenimento venne poi ripresa anche di Jacopo da Varare nella Legenda aurea, redatta verso la fine del XIII secolo.

Lo stesso motivo si registra nelle saghe irlandesi, il più delle volte a partire dalle ossa di cervi o di oche. Nell’area geografica alpina il mitologema ha subito un interessante sincronismo; Ginzburg ci dice che [18]:

« […] miti e riti imperniati sulla raccolta delle ossa (per quanto è possibile integre) degli animali uccisi, allo scopo di farli rivivere […] sono documentati nella regione alpina, dove il prodigio è compiuto dalla processione dei morti o dalla dea notturna che li guida. Tra i molti nomi che venivano attribuiti alla dea c’era anche quello di Pharaidis, la santa patrona di Gand che secondo una leggenda aveva resuscitato un’oca raccogliendone le ossa. »

Ma c’è di più: dalle cronache e dalle saghe medievali si può retrocedere ulteriormente, sino a trovarsi nel campo del puro mito. Ad esempio, nell’Edda di Snorri Sturluson (redatta alla metà del XIX secolo, ma il cui contenuto mitico dovette essere trasmesso oralmente per numerosi secoli se non millenni prima della trascrizione), il prodigio del «rinnovamento delle ossa» è attribuito al dio Thor in persona, il quale compie l’atto esemplare di resuscitare alcuni capri (animali a lui sacri) percuotendone le ossa con il suo martello folgorante Mjölnir, dopo averne consumato le carni in compagnia di alcuni pastori di cui era ospite [19]. Ecco il mito come riportato dalla Chiesa Isnardi [20]:

« Prese i capri, li uccise, li scuoiò e li mise in pentola. Poi invitò il contadino e la sua famiglia a dividere il cibo con lui. […] Thor prese la pelle che aveva tolto ai capri e la distese sul pavimento. Poi disse che i convitati avrebbero dovuto gettarvi sopra gli ossi. Così tutti fecero. […] Il giorno dopo, prima dell’alba, Thor si alzò, prese il martello Mjöllnir e lo fece roteare consacrando le pelli con gli ossi: allora gli animali tornarono in vita e si rialzarono in piedi. […] Essi però non avevano fatto che poca strada quando uno dei capri cadde a terra mezzo tramortito: era zoppo a una delle zampe posteriori. »

Nel mito norreno, una delle capre “resuscitate” per mezzo del «rinnovamento delle ossa» non ritorna del tutto alla vita primigenia a causa di una pecca/mancanza di uno dei figli del contadino, che aveva inciso un osso della coscia per estrarne il midollo. Anche questo è un topos che si ritrova in varie tradizioni, come ad es. quella siberiana, secondo la quale, durante l’iniziazione di un grande sciamano, devono morire n persone della sua famiglia a seconda di quante ossa mancano al neofita stesso: «per nove grandi ossa possono morire fino a nove persone» [21].

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Sciamano siberiano

…e nello sciamanesimo

Egualmente, anche tra gli Abkhazi del Caucaso a ridare vita alla selvaggina uccisa era una divinità maschile, epperò un dio della caccia e della foresta, laddove Thor ricopre al contrario la funzione di «Signore della fertilità» ed è dunque in grado, secondo il mito, di resuscitare ovini. Vediamo dunque come il mitologema del «rinnovamento delle ossa» si sia trasmesso attraverso i millenni, prima in società di cacciatori-raccoglitori, poi in quelle stanziali di allevatori e coltivatori, per giungere infine, come si è detto, da una parte nell’ambito aneddotico delle Vite dei Santi, dall’altra in quello delle tregende stregonesche.

Ponendo la nostra attenzione sulla grande antichità del motivo mitico, dobbiamo rilevare che anche le popolazioni autoctone della fascia compresa fra la Lapponia e l’arcipelago del Giappone (etnia Ainu) avevano la consuetudine di ammassare in pile, raccogliere in ceste o porre su piattaforme le ossa della selvaggina più grossa, perlopiù cervidi (alci e cervi, ma anche orsi). Ora, è curioso notare come i Lapponi venerassero Horagallesun dio del fulmine, armato di un martello o di un bastone la cui analogia con Thor è evidente sin dal nome, che era egualmente ritenuto capace di compiere il miracolo del «rinnovamento delle ossa». Verso la metà del XVIII secolo gli sciamani lapponi (no’aidi) spiegarono ai missionari che [22]:

« […] le ossa andavano raccolte e ordinate con cura, perché in questo modo il dio a cui il sacrificio era rivolto avrebbe ridato vita agli animali uccisi, rendendoli ancora più pingui che in passato. »

Si può dunque vedere nei racconti riguardanti il miracoloso «rinnovamento delle ossa» ad opera di Thor, san Germano d’Auxerre, Horagalles diverse varianti di un unico mito che affonda le sue radici in un remoto passato eurasiatico, che prevede l’intervento esemplare di una divinità — talvolta, come nei casi ora accennati, maschile; tal’altra, ad es. la «Regina delle Fate» e la Madonna Oriente delle streghe italiche, femminile.

Va comunque sottolineato come nel passato più remoto delle civiltà di cacciatori il tema mitico del «rinnovamento delle ossa» fosse connesso alla caccia e alla necessità di poter godere di un’adeguata quantità di selvaggina che facesse fronte a tutte le necessità sociali (nelle culture sciamaniche eurasiatiche ma anche nordamericane l’operatore magico scende in trance nel mondo sotterraneo, dal Signore o dalla Signora degli animali per ottenere la “fuoriuscita” della selvaggina dal suo regno infero). In un ambito sub-artico come è quello in cui sono stanziate le popolazioni di ceppo Inuit, la Dea che governa la selvaggina marina è Sedna, ed è nel suo regno sul fondo del mare che l’operatore sciamanico deve scendere per poter assicurare alla sua comunità una soddisfacente quantità di pesce e foche marine per la stagione a venire.

Nelle versioni più recenti del mitologema, al contrario, sebbene talvolta sia ancora la Dea a compiere l’atto esemplare, il motivo-chiave della selvaggina è ormai definitivamente perso, e chi subisce il “rinnovamento” sono vittime umane o animali prese di mira dalle streghe, dai demoni e dai folletti. In più, come detto, non si tratta di un processo vero e proprio di rinascita, quanto piuttosto, in ultima analisi, di un’illusione che lascia tuttavia intravedere la “consumazione” del malcapitato, effettivamente avvenuta sul piano “sottile” (il quale appare smorto, malinconico, muore poco tempo dopo, e via dicendo).

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Tungusi con renne

La cerimonia tungusa dell’ikénipké

A proposito di quanto abbiamo accennato riguardo le ierofanie in forma di cervide connesse al mitologema del «rinnovamento delle ossa», concentriamoci adesso, retrocedendo fino alle culture sciamaniche eurasiatiche più arcaiche di nostra conoscenza, su una cerimonia dei Tungusi, documentata dalla Lot-Falck ne Il tamburo dello sciamano, denominata ikénipké, letteralmente, per l’appunto, «rinnovo della vita». Tale celebrazione primaverile, come riporta Emanuela Chiavarelli [23]:

« … è una sorta di psicodramma nel corso del quale tutti i presenti guidati dallo sciamano, partecipano attivamente all’inseguimento mimato della renna celeste, simbolo solare corrispondente al cervo. Si tratta di un animale immaginario che viene cacciato per otto giorno finché verrà ucciso nel mondo superiore. »

Ora, se del simbolismo del cervo in rapporto alla «resurrezione annuale» dell’astro eliaco abbiamo già detto abbondantemente altrove [24], quello che ci interessa più di ogni altra cosa sottolineare in questa sede è il fatto che «il viaggio immaginario è orientato verso la Madre Mattino — divinità dell’abbondanza che pare identificarsi con Madonna Oriente e Abundia-Richella, appellativi della Signora del sabba» [25], in ultima analisi e cosmograficamente parlando il pianeta Venere. Curioso, a questo riguardo, che uno dei nomi più diffusi della Dea del Sabba fosse proprio Frau Venus, vale a dire la “Signora Venere”, a conferma appunto di una continuazione delle più antiche tradizioni sciamaniche eurasiatiche attraverso i millenni.

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Sciamani tungusi

Conclusioni

Si può dunque a buon diritto ipotizzare che dietro i misteriosi “raduni stregoneschi” che si verificarono in Italia nei secoli XIV – XVI (e con tutta probabilità anche nei secoli precedenti) si debba riconoscere un substrato euroasiatico di tipo sciamanico la cui origine si perde nella notte dei tempi, ma che sappiamo caratterizzato dall’adorazione di una divinità ora femminile (Madre Mattino, Madonna Oriente, Erodiana, Frau Venus, Frau Holle, ecc.) ora maschile (Thor, Horagalles, Ärlik/Erlik Khan, ecc.) considerata per prima cosa «Signore/a delle bestie/della selvaggina» e, in seguito, dell’abbondanza e della fecondità.

Negli antichi racconti mitici, nelle saghe di eroi e santi, nelle testimonianze processuali dell’Inquisizione e nei resoconti di “viaggi” sciamanici viene detto che questa divinità è in grado di “rinnovare la vita” miracolosamente, facendo rinascere buoi, cervi e oche dalle sole ossa, con l’imposizione di uno scettro o bacchetta con un pomo all’estremità, estremamente simile alla proverbiale “bacchetta magica” della fate e accostabile per funzionalità mitica al martello folgorante di Thor nel mito norreno. Ginzburg allarga ulteriormente il parallelismo al gandus, bastone degli sciamani lapponi, al «bastone a forma di cavallo» degli sciamani mongolo-buriati e al manico di scopa su cui le streghe affermavano di recarsi al sabba [26].

Per Joseph Campbell le origini del mitologema del «rinnovamento della vita» a partire dalle ossa risalgono addirittura prima del Neolitico: l’antesignana più antica della maga-strega delle fiabe dei nostri tempi sarebbe, a suo parere, la «Signora dei Mammuth» del Paleolitico [27]. Campbell riporta una leggenda dei Blackfoot del Montana, in cui una figlia riporta in vita il padre ucciso dai bufali mediante un resto di vertebra, e rileva:

« Possiamo considerare questo pezzetto d’osso un emblema del modo di pensare dei cacciatori, così come il seme lo era dei piantatori. L’osso non si disintegra, e anzi, germina; esso è la base indistruttibile da cui può essere ricostruito magicamente il precedente individuo. »

Similmente, Mircea Eliade notò che, nella sensibilità sciamanico-religiosa dei popoli di cacciatori del Paleolitico [28]:

« … l’osso simboleggia la radice ultima della vita animale, la matrice da cui la carne sorge continuamente. Poiché è dalle ossa che rinascono gli animali e gli uomini: essi restano per qualche tempo in un’esistenza carnale e quando muoiono la loro “vita” si riduce all’essenza concentrata nello scheletro, da cui rinasceranno seguendo un ciclo ininterrotto che costituisce un eterno ritorno […] Contemplando sé stesso come uno scheletro, lo sciamano abolisce il tempo e si trova di fronte la sorgente eterna della Vita. »

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Sciamano tunguso

NOTE:

[1] KIRK, Robert: Il Regno Segreto, p. 19. La concezione che lo spirito aiutante debba essere “nutrito” dal suo stregone-sciamano è universale: non riguarda solo l’area eurasiatica o comunque settentrionale (ivi includendo anche lo sciamanesimo nordamericano) ma si ritrova anche nell’emisfero australe, in Sudamerica, Africa, Sud-Est asiatico ed Oceania. Tra gli Nzema del Ghana, per esempio, il culto «si fonda sull’idea del nutrimento che viene fornito allo spirito in cambio dei servizi che questi è in grado di fornire agli umani» [PAVANELLO, Mariano: Antenati, spiriti e streghe. La teoria del bene e del male degni Nzema del Ghana, p. 839]

[2] KIRK, Robert: Il Regno Segreto, p. 28

[3] Ivi, pp. 41-42

[4] Cfr. CAILLOIS, Roger: I demoni meridiani

[5] Cfr. SINISTRARI, Ludovico Maria: Demonialità

[6] Ne parla, tra gli altri, anche il poeta irlandese YEATS, William Butler: Il crepuscolo celtico, p. 90

[7] Cfr. MACULOTTI, Marco: I rapimenti dei Fairies: il “changeling” e il “rinnovamento della stirpe”, su AXIS mundi

[8] Cfr. MACULOTTI, Marco: I benandanti friuliani e gli antichi culti europei della fertilità, su AXIS mundi

[9] GINZBURG, Carlo: Benandanti, p. 45

[10] LUN, Luigi: Mitologia nordica, p. 59. Ritornando agli Nzema del Ghana, si noti che anche essi ritengono che l’ayεne (cioè la strega o lo stregone) «in genere uccide di notte sottraendo l’anima alla persona che dorme», e che «queste uccisioni servono a procurare vittime per i pasti cannibalici notturni delle streghe»: «Alcune streghe sono cannibali che mangiano spiritualmente (ayεne nu) carne umana […] Le vittime vengono trovate l’indomani mattina morte nel letto, ma, in realtà, il loro corpo è stato spiritualmente divorato dalle streghe durante la notte» [PAVANELLO, Mariano: Antenati, spiriti e streghe. La teoria del bene e del male degni Nzema del Ghana, p. 846]

[11] LUN, Luigi: Mitologia nordica, p. 57

[12] GINZBURG, Carlo: I Benandanti, p. 165

[13] MURARO, Luisa: La Signora del Gioco, p. 211

[14] KIRK, Robert, op. cit., p. 29

[15] Ivi, p. 205

[16] GINZBURG, Carlo: Storia notturna, p. 69

[17] Ivi, pp. 76-77

[18] Ivi, p. 112

[19] BRANSTON, Brian: Gli Dèi del Nord, pp. 249-250

[20] CHIESA ISNARDI, Gianna: I miti nordici, pp. 133-134

[21] VAGGE SACCOROTTI, Luciana (a cura di): Leggende sugli sciamani siberiani, p. 95. Si noti la valenza simbolica del 9, numero “lunare” centrale nella tradizione sciamanica buriato-siberiana.

[22] GINZBURG, Carlo: Storia notturna, pp. 112-113

[23] CHIAVARELLI, Emanuela: Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti, p. 65. Per una descrizione estesa della cerimonia con tanto di traduzione di tre testi/frammenti cfr. MARAZZI Ugo (a cura di): Testi dello sciamanesimo siberiano e centro-asiatico, pp. 490-499

[24] Cfr. MACULOTTI, Marco: Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’ & PALMESANO, Massimiliano: La magia delle Mainarde: sulle tracce delle Janare e dell’Uomo CervoL’Uomo Cervo del Carnevale di Castelnuovo e la rigenerazione della primavera, su AXIS mundi

[25] CHIAVARELLI, Emanuela: Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti, p. 66

[26] GINZBURG, Carlo: Storia notturnap. 114

[27] CAMPBELL, Joseph: Mitologia primitiva, p. 357-382

[28] ELIADE, Mircea: “Esperienza sensoriale ed esperienza mistica presso i primitivi”, in Miti, sogni, misteri, p. 110


BIBLIOGRAFIA:

  • BRANSTON, Brian: Gli Dèi del Nord, Il Saggiatore, Milano 1962
  • CAILLOIS, Roger: I demoni meridiani, Bollati Boringhieri, Torino 1999
  • CAMPBELL, Joseph: Mitologia primitiva, Mondadori, Milano 1990
  • CHIAVARELLI, Emanuela: Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti. Dallo sciamanesimo alla «caccia selvaggia», Bulzoni, Roma 2007
  • CHIESA ISNARDI, Gianna: I miti nordici, Longanesi, Milano 1991
  • ELIADE, Mircea: Miti, sogni, misteri, Lindau, Torino 2007
  • GINZBURG, Carlo: Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, Milano 1966
  • GINZBURG, Carlo: Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, Milano 1989
  • KIRK, Robert: Il Regno Segreto, Adelphi, Milano 1980
  • LOT-FALCK, Éveline: Il tamburo dello sciamano, Mondadori, Milano 1989
  • LUN, Luigi: Mitologia nordica, Settimo Sigillo, Roma 1987
  • MARAZZI Ugo (a cura di): Testi dello sciamanesimo siberiano e centro-asiatico, UTET, Milano 2017, pp. 490-499
  • MURARO, Luisa: La Signora del Gioco, La Tartaruga, Assago (MI) 2006
  • PAVANELLO, Mariano: Antenati, spiriti e streghe. La teoria del bene e del male degni Nzema del Ghana, in Humanitas 67, (5-6), 2012
  • SINISTRARI, Ludovico Maria: Demonialità, Sellerio, Palermo 1986
  • VAGGE SACCOROTTI, Luciana (a cura di): Leggende sugli sciamani siberiani, Arcana, Padova 1999
  • YEATS, William Butler: Il crepuscolo celtico, SE, Milano 2001

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