L’anima oscura dell’Elric di Melniboné di Michael Moorcock, l’«anti-Tolkien»

Divinità del Caos, antichi metauniversi alieni, incarnazioni avatariche destinate a reincarnarsi perennemente nelle ronde dell’eterno ritorno, grimori e magia nera: se cercate l’anima oscura del fantasy e quella fatalista dello sword&sorcery, avete buone probabilità di trovarla nell’«Erlic di Melniboné» di Michael Moorcock.

di Riccardo Confalone

È una storia tragica quella di Melniboné, l’Isola del Drago. È una storia di emozioni mostruose e di ambizioni sfrenate. È una storia di sortilegi, di tradimenti e d’ ideali onorevoli, di sofferenze e piaceri spaventosi, di amore amaro e dolce odio. Questa è la storia di Elric di Melniboné. Gran parte di questa storia lo stesso Elric l’avrebbe ricordata solo nei suoi incubi.” 

Elric di Melniboné è la creatura più famosa di Michael Moorcock, scrittore inglese nato nel 1939. Misconosciuto in Italia, Moorcock gode di grande successo commerciale nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ed è stato fonte di ispirazione anche per gruppi rock e metal: l’album Stormbringer dei Deep Purple, ad esempio, è dichiaratamente ispirato alla sua opera. In più, autori come George R.R. Martin e Andrzej Sapkowski hanno attinto tantissime idee dalla sua saga incentrata sull’imperatore albino dell’Isola di Melniboné, di cui in questa sede ci prefissiamo di parlare.

Prima di Jon Snow, il lupo bianco era Elric, e inoltre anche Rhaergar Targaryen ricorda tantissimo Elric: malinconico, riflessivo, intellettuale (l’adattamento televisivo di Cronache del ghiaccio e del fuoco poi l’ha reso estremamente simile esteticamente al personaggio di Moorcock). Per non parlare poi di Geralt di Rivia, The Witcher, il famoso personaggio di Sapkwoski, reso ancor più celebre dalla saga di videogame e dall’ancora più recente serie tv di “Netflix”, una pallida imitazione meno profonda della saga di Elric.

Ma chi era Elric? Come catalogare il ciclo di racconti che lo vede protagonista? Tanto per cominciare, possiamo tranquillamente farlo rientrare nel filone della “Sword&Sorcery”, per intenderci quello di Conan il Barbaro di Robert Ervin Howard. Il personaggio di Moorcock, però, è diametralmente opposto al barbaro cimmero dell’autore americano. Elric non è un guerriero muscoloso temprato da una vita nomade, ma l’ultimo imperatore di una razza non umana, una razza che per diecimila anni ha regnato incontrastata un mondo antecedente al nostro, i melniboneani, guerrieri e stregoni raffinatissimi, adoratori di divinità del Caos: Arioch, uno dei Signori del Caos più potenti, era il loro protettore.

Michael Moorcock

Elric è nato albino e debole, e riusciva a vivere solo grazie a delle droghe che lo sostenevano. Fin da bambino si trovava a suo agio nella biblioteca del padre: lo studio di antichi grimori dimenticati dalla sua stessa gente l’avrebbe reso infine il più potente stregone dei suoi tempi. A differenza degli altri melniboneani sembrava però avere sentimenti umani, essendo dotato di empatia. La sua razza era decadente, metà della popolazione viveva in una sorta di sonno indotto da droghe. Un edonismo sterile si era impossessato dei melniboneani: non erano più quei nobili e potenti signori di un tempo ed Elric era consapevole di ciò, e nemmeno sognava più di riportarli agli antichi fasti.

Pure, se cercate un fantasy di stampo “tolkieniano”, l’opera di Moorcock è quanto di più lontano possa esserci: Elric è tormentato dalla prima all’ultima pagina, non perché porta un fardello (come Frodo), ma perché è un reietto, un disadattato, ha una diversità fisica che lo fa sentire inadeguato. Non riesce a concepire i crudeli costumi della sua razza, si pone delle domande esistenziali che sono completamente aliene ai suoi simili. Mentre è seduto sul suo trono di rubino, durante una festa, si concentra su un coro di schiavi castrati, affermando:

“Perché la loro sofferenza deve produrre una bellezza tanto prodigiosa? Si chiede. O forse tutta la bellezza viene creata mediante la sofferenza? È questo il segreto della grande arte, umana e melniboneana?”

Elric, a differenza di Aragorn, commette dei crimini efferati e non lotta per il Bene. Il concetto morale e moralistico di bene e male nell’opera di Moorcok latita: per giungere ai suoi scopi il sovrano di Melniboné arriva a stipulare patti con le divinità del Caos, Arioc. Quest’ultimo, dopo secoli di assenza, torna sul piano dimensionale di Melniboné perché evocato dall’albino: da questo momento e per gran parte del ciclo il motto di Elric sarà “sangue e anime per il mio signore Arioch”. Anche le azioni eroiche che commette trovano la loro causa principale nella vendetta o in alternativa nella spinta dal fato, che lo sorregge di universo in universo, da un piano dimensionale all’altro. Elric è un Campione Eterno, un archetipo presente nel metauniverso creato da Moorcock: Elric, Corum, Erekose, UlrikSkarsol sono la stessa entità, costretta a rivivere in diversi piani di esistenza, in diversi universi.


“Tempestosa”, l’eterno ritorno, il Caos e la Legge

Come detto in precedenza, Elric è nato con una debolezza congenita, una debolezza che lo porterebbe alla morte se non fosse per l’aiuto di droghe/pozioni magiche, ma dopo aver evocato Arioch, viene messo sulle tracce di una spada demoniaca dal potere immenso, una spada senziente in grado di uccidere anche le divinità, forgiata millenni prima dalla sua stessa gente, nascosta poi perché maledetta e temuta. “Tempestosa” (nella versione inglese Stormbringer), questo il nome della spada, poteva essere impugnata solo dal legittimo erede del trono di Melniboné, il quale aveva il potere di bere le anime di chi uccideva. Donando così forza ad Elric, una forza che diveniva immensa qualora si fosse trovato a bere più anime sul campo di battaglia.

Il rapporto di Elric con Tempestosa era simbiotico, nessuno dei due poteva stare senza l’altro: la spada reclamava anime  e sembrava avere un certo gusto per chi stava a cuore di Elric, prima o poi beveva le anime di amici e amori. L ’uccisore di donne infatti veniva chiamato “il principe albino”, nonché “il lupo bianco”. Oltre a cercare di sfuggire al proprio destino, nella prima parte della saga, Elric è spinto da una sete di conoscenza, cerca un senso della vita, della sua esistenza: si mette quindi alla ricerca di un antichissimo libro, un testo mitico chiamato “il libro degli Dei Morti”, grimorio che si ritiene contenga al  suo interno tutta la conoscenza dell’universo, e in cui il protagonista si augura di trovare finalmente risposte alle sue domande. 

“Io desidero conoscere una cosa […] Può esistere un dio supremo… oppure no? Ecco ciò che devo sapere, Shaarilla, se la mia vita deve avere uno scopo. Ora i signori della Legge e del Caos governano le nostre vite. Ma esiste un essere più grande di loro?”

Appena Elric riesce a trovare questo libro, una volta sfiorato, si polverizza sotto le sue mani ed i suoi occhi, divenendo un mucchio di polvere giallastra: ciò dimostra che non esiste nessun Santo Graal nella storia, la risposta va trovata dentro l’individuo, a patto che la si voglia trovare. Con il tempo ed attraverso gli incontri con i suoi alter ego di altri universi, Elric comincia ad intuire che anch’egli fa parte di un “eterno ritorno”, è destinato ad incarnarsi di continuo: lui è il campione eterno, scelto dal Caos e dalla Legge e comprende che per la sua anima non ci sarà mai pace, che sarà sempre destinato a combattere contro o per conto di forze cosmiche più grandi di lui. È un essere nato debole, ma con una volontà di potenza che lo spinge a compiere imprese epiche. 

Il fato nell’opera di Moorcock è piuttosto importante e ricorda la concezione che ne avevano gli antichi greci, mentre l’eterno ritorno non appartiene solo alla figura di Elric e del campione eterno. Non solo la civiltà melniboneana è giunta al tramonto parafrasando Oswald Spengler, ma anche il mondo in cui è ambientato la saga è arrivato alla fine di un ciclo: Elric avrà il compito di far nascere un nuovo mondo portando così la bilancia in perfetto equilibrio tra Legge e Caos, o che almeno non sia esageratamente sbilanciata verso una delle due parti.

Non sembra esserci però un’età dell’oro nel mondo creato da Moorcock: viene brevemente descritta un’epoca serena per i melniboneani, finita poi come entrarono in contatto con Arioch ed il Caos, quando barattarono questa serenità con conoscenza e potere. La battaglia finale è di chiara ispirazione norrena, una sorta di Ragnarok: le divinità del Caos affronteranno quelle della Legge. Il mondo prima della battaglia è sconvolto a livello ambientale ed elementale da una presenza del Caos quasi onnipresente, c’è anche una nave infernale del tutto simile alla naglfar norrena. Moorcock in questo non è stato troppo originale, come scrittore si è autodefinito mediocre, ha dimostrato però di conoscere determinati argomenti di mitologia ed ha saputo riadattarli bene alla sua opera.

Apriamo una piccola parentesi: la magia del Caos, questa forma di magia è nata negli anni ’70, il cui padre ispiratore è stato Austin Osman Spare, e il simbolo più adottato dai caoti l’ha “ideato” Moorcock. Il simbolo del Caos nei racconti di Elric è la stella a otto punte, o ottagono del Caos: evoca il movimento che si può compiere in ogni direzione, è una figura geometrica complessa, mentre il triangolo è simbolo della Legge, la figura più semplice. 


Moorcock, «l’anti-Tolkien»

Gandalf e Aragorn sono due personaggi nobili, mossi da sentimenti puri. Elric non è cattivo per natura, come ho detto in precedenza è anche più empatico e compassionevole rispetto al resto dei melniboneani, ma è un servitore del Caos come tutta la sua gente, non si fa scrupoli a chiamare Arioch, non si fa scrupoli a servirsi della magia evocando potenti elementali dell’aria per sconfiggere un suo nemico, con il tempo però lo vediamo diventare più cinico, più rancoroso verso l’uomo, in un momento di disperazione arriva a dire:

“Bene, così sia: e gli uomini dovranno tremare e fuggire, quando udranno i nomi di Elric di Melniboné e della sua spada Tempestosa. Noi due siamo simili: prodotti da un’epoca che ci ha abbandonati. Diamo a quest’epoca una ragione per odiarci.” 

Elric è un reietto, un emarginato, non è acclamato dalla gente, anzi le persone ne sono terrorizzate, guardano sempre con timore il Lupo Bianco. Aragorn voleva diventare un re, Elric odia il trono di rubino che è suo di diritto. Aragorn torna nel suo regno, Elric lo distrugge;  la magia di Gandalf è luminosa, quella di Elric è oscura, demoniaca, caotica. Nell’opera di Moorcock si capisce fin dalla prima pagina che non ci sarà un lieto fine: il Campione Eterno ha sempre lo stesso tragico destino, non riesce ad essere sereno nemmeno quando trova finalmente un amore che non provava da anni:

Guardati da me. Io devo compiere il mio destino.”

“il tuo destino?”

“Non è un vero destino, ma un qualcosa di spaventoso, una maledizione. E non ho pietà, tranne quando guardo nella mia anima, e questo fa parte della maledizione che mi trascina. Non il fato, né le stelle, né gli uomini, né i demoni, né gli dei. Guardami, Zarozinia: Io sono Elric, il misero trastullo degli dei del tempo… Elric di Melniboné, che causa il proprio annientamento graduale e terribile.”

“È un suicidio!”

“Sì. Procedo verso una lenta morte. E coloro che mi stanno al fianco soffrono con me.”

Tolkien culla, Moorcock schiaffeggia. Tutti almeno una volta nella vita ci siamo sentiti come Elric: quanti si sono sentiti come Aragorn o Gandalf? La spada di Aragorn è la nobile Narsil, mentre Tempestosa di Elric è empia, malvagia, avida di sangue e anime. Il sesso è completamente assente in Tolkien, Elric invece si abbandona spesso ai piaceri della carne, è desiderato dalle donne, e lui le desidera. Ha un solo amico, Maldiluna, perché ogni Campione Eterno di Moorcock ha una spalla fedele. Con Maldiluna, forse, ha trovato il rapporto più sereno che ha in tutta la sua esistenza.

Moorcock si è addirittura spinto a definire Il Signore degli Anelli “un Winnie the Pooh in versione epica”, ma non solo il professore di Oxford è stato oggetto di critica, anche C.S. Lewis viene considerato alla stessa stregua di J.R.R. Tolkien. Elric è un personaggio complesso, un prodotto difficilmente vendibile ai bambini in chiave fiabesca: Moorcock rappresenta, si potrebbe sentenziare, l’anima oscura del fantasy. Forse una cosa gli eroi di Tolkien hanno in comune con Elric: un fattore “provvidenziale”. Tolkien, da cattolico, ha ovviamente un’alta considerazione del ruolo della provvidenza: Aragorn, Gandalf, Frodo e altri sono provvidenziali. In un certo senso anche Elric è provvidenziale: il suo ruolo è quello di riportare equilibrio, anche se nel corso della saga il suo ruolo provvidenziale sembra una maledizione da scontare in eterno. Anche il concetto di tempo è diverso tra i due autori: Tolkien ha un concetto di tempo lineare e non ciclico come lo intende Moorcock.


Nonostante il successo di Moorcock, della sua opera non sono state ancora fatte trasposizioni cinematografiche, di animazione, o di serie televisive. Sono stati fatti diversi fumetti, però, sulla saga di Elric, tra i quali uno ad opera di Neil Gaiman. Se quello che avete letto vi ha intrigato, a settembre 2019 la Mondadori ha pubblicato il volume Elric la Saga, che comprende tutte le storie dell’ultimo imperatore di Melniboné.

Michael Moorcock

Note:

[1]  Nella mitologia norrena, la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato.

[2]  La nave fatta con le unghie dei morti, che conduce i giganti all’attacco nel giorno di Ragnarok. Loki ne tiene il timone.

[3]  La magia del Caos è una forma di magia rituale le cui teorie furono formulate la prima volta nel West Yorkshire in Inghilterra intorno agli anni ’70. I praticanti di tale magia ritengono di poter cambiare la realtà utilizzando diverse tecniche, meditazione, respirazione, la creazione di sigilli magici e altro. La magia del caos la possiamo considerare fortemente individualista, non ci sono quindi ritualità comuni a tutti i praticanti. Uno dei testi fondamentali è Liber Null & Psychonaut di Peter J. Carrol, la cultura psiconauta è piuttosto influenti tra i caoti, autori come Terence McKenna e Robert Anton Wilson sono piuttosto influenti.

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