Tramite lo svelamento di dottrine come l’eterno ritorno, la morte di Dio e la trasvalutazione dei valori, Nietzsche si impegna a mostrarci come solo intendendo la Storia come qualcosa di vivo e che ci costituisce in quanto giร sempre siamo inseriti in un mondo storico, possiamo avere dinanzi a noi un futuro che sia un Avvenire, dunque un futuro foriero di Storia e non di meri avvenimenti casuali.
di Mariachiara Valentini
copertina: Edward Munch, “ritratto di Friedrich Nietzsche”
Affascinante e spesso sfuggente alla nostra comprensione, il concetto nietzscheano di eterno ritorno sembra ancora farsi carico di una serie infinita di interpretazioni che cercano di ridurlo alle categorie classiche della metafisica, tentando di confutarlo sottoponendolo alle leggi della logica, di decostruirlo e in tal modo di farne il contrassegno della contraddittorietร insolubile del pensiero di Nietzsche.
Per non perderci in interpretazioni forzate e giร abbondantemente percorse (non si intende infatti aderire, in questa sede, a nessuna delle interpretazioni fornite dalla critica sino ad oggi), รจ necessario avviare la nostra indagine a partire dal dato di fatto per cui nello sviluppo del pensiero di Nietzsche i concetti tendono a trasformarsi nel corso degli anni, a volte anche a distanza di breve tempo (si pensi ad esempio al concetto di volontร di potenza, che subisce diverse modificazioni periodicamente ogni tre o quattro anni).
I concetti fondamentali della filosofia nietzscheana (la trasvalutazione dei valori, l’eterno ritorno, la volontร di potenza, l’essenza della veritร , il superuomo) sono tali da non potersi mai considerare isolatamente astraendoli dal loro tutto, ma solo all’interno della coappartenenza necessaria che li vede implicati, sullo sfondo dell’evidenza originaria che per Nietzsche รจ costituita dal divenire.
Giorgio Colli, filologo e curatore della Kritische Gesamtausgabe, l’edizione delle opere complete di Nietzsche, ci invita a non dimenticare che Nietzsche nasce come filologo, e che la sua riflessione filosofica prende forma proprio a partire dalla meditazione sull’essenza greca del Dionisiaco e di conseguenza su ciรฒ che ha portato alla nascita della tragedia. Per quanto l’interpretazione nietzscheana di Eraclito e della sapienza greca in generale sia a tratti superficiale, รจ indubbia l’influenza che i culti misterici e il pensiero di quelli che comunemente chiamiamo i presocratici (termine in realtร che ben si presta al contesto della nostra indagine, dato che Nietzsche vede nella figura di Socrate l’origine della morale) hanno esercitato su Nietzsche, nel momento in cui egli ha constatato il divenire come evidenza originaria.

Indicare il reale come divenire significa smascherare il fatto che tutto ciรฒ che si presenta a noi come qualcosa di โstabileโ รจ una mistificazione (o meglio, una cristallizzazione) operata dall’uomo che intende trovare un ancoraggio nel flusso del tutto diveniente, al fine di non esserne travolto — o, per dirla con termini espressamente nietzscheani, una โcondizione di sopravvivenza e accrescimentoโ.
Vediamo immediatamente come in sรฉ il concetto del divenire implichi tale smascheramento, in quanto รจ solo per mezzo dello smascheramento (che avviene attraverso una accurata indagine antropologica, psicologica, filologica, metafisica, biologica — tale dunque da estendersi a tutto ciรฒ che l’uomo chiama โil realeโ) che Nietzsche puรฒ giungere a scorgere che cosa vi sia a fondamento ultimo del tutto, coperto dalle secolari stratificazioni calcaree operate dall’uomo che cercava diย appropriarsi con le unghie e con i denti di un โposto nel mondoโ: il divenire.
Nietzsche si accorge cosรฌ che il concetto di soggetto รจ una finzione (peraltro estranea alla grecitร ), che ha trovato la sua formulazione piรน pregnante in etร moderna con il pensiero di Descartes, e che di conseguenza il pensiero (proprio a partire dal suo essere concepito come res cogitans) รจ al pari una finzione che si fonda su di una interpretazione che l’uomo ha dato sulla base di โelementi la cui connessione, la cui causalitร ci รจ del tutto nascostaโ (frammenti 1887): e dunque anche l’oggetto, ciรฒ che chiamiamo cosa (das Ding), รจ una schematizzazione arbitraria. L’apice di tale tentativo da parte dell’uomo di assicurarsi la realtร รจ il concetto di veritร , per Nietzsche โuna specie di errore senza la quale l’uomo non potrebbe vivereโ: ancora una volta essa รจ la creazione arbitraria di un punto di riferimento stabile a cui rinviare tutto ciรฒ che รจ e che accade. Sui tali concrezioni concettuali l’uomo ha costruito la logica, e con essa le varie leggi del pensiero, fra cui il principio di non contraddizione e il principio di individuazione.
Questa spasmodica ricerca di stabilitร , una sorta di vocazione originatasi da uno stato di necessitร , giร a partire da Platone conduce alla formulazione di un mondo stabile e vero contrapposto alla mutevolezza sfuggente di quanto ci circonda e all’individuazione di un principio primo e assoluto (ab-solutus, sciolto dunque da ogni legame con ciรฒ che appare) che costituisca il fondamento del tutto. E proprio Platone sarร visto da Nietzsche come il fautore del primo passo che conduce al concetto del Dio cristiano, il quale altro non รจ che la stabilizzazione, la schematizzazione definitiva della causa prima in quanto Summum Ens, il fondamento dell’Essere e di tutti gli enti.

Ma se cosรฌ stanno le cose per Nietzsche, questo significa che anche l’Essere (come contrapposto dialetticamente al Divenire) รจ una schematizzazione: il tentativo radicale dell’uomo di astrarre dalla mutevolezza del divenire ciรฒ che permane, indicandolo come realtร (e condannando il divenire al rango di mera apparenza) proprio in quanto non muta. La trasvalutazione di tutti i valori รจ cosรฌ compiuta: con la morte di Dio, il velo di ogni apparenza รจ stato strappato via. Da ciรฒ non consegue automaticamente che l’uomo sia pronto a cogliere la Veritร (questa volta intesa in senso genuino, e dunque come riconoscimento del divenire): Nietzsche nutre forti dubbi su questo fronte — egli si aspetta di restare il solo a dimorare in questo riconoscimento ancora per lungo tempo — e non meraviglierร se il nostro filosofo non si stancava mai di definirsi un solitario (un metafisicamente solitario) e un inattuale.
Riconoscere il Divenire come evidenza originaria non significa tuttavia aver chiuso definitivamente i conti con l’Essere: la concezione tradizionale del divenire intende questo concetto come un โentrare e uscire dal nullaโ da parte di tutte le cose, e cosรฌ facendo fonda il divenire sul nulla. Questo per Nietzsche รจ ovviamente inaccettabile, in quanto in primo luogo se il divenire รจ il fondamento ultimo di tutte le cose non puรฒ a sua volta fondarsi su altro, e in secondo luogo perchรฉ tale concezione continua a mantenere ferma la distinzione tra un โmondo veroโ e uno โapparenteโ che era giร venuta a cadere con la critica ai valori e al concetto di valore.
La questione, posta in termini moderni, potrebbe suonare allora in questo modo: se il tutto รจ divenire, se non c’รจ un Essere permanente, come salvare le cose dal nulla? Nietzsche ci mostra come l’implicazione consequenziale divenire-nulla sia anch’essa una mistificazione, in quanto il divenire non esclude il permanere, ma al contrario in un certo senso lo richiede. Tale richiesta non รจ un soddisfacimento del bisogno di stabilitร umano, ma risiede nell’essenza stessa del divenire, e si mostra in tutta la sua evidenza nei riguardi del Tempo.
Abitudine รจ considerare il tempo universalmente suddiviso in passato, presente e futuro, con una storia conclusa che ci sta ormai alle spalle, come morta, un presente sfuggente e un futuro ignoto dominato dal Caso. Tuttavia questa triplice suddivisione, occorre ricordarlo, รจ il frutto di una interpretazione umana volta a collocare determinatamente gli eventi nel tempo: e la suddivisione cronologica รจ per essenza lineare. Proprio a partire dalla meditazione sulla problematicitร del considerare la Storia come una โcosa mortaโ (delegandola a mero oggetto della storiografia) si origina la riflessione giovanile di Nietzsche sulla scottante questione dei rapporti con il passato (F. Nietzsche, 1874, Sull’utilitร e il danno della storia per la vita): nella seconda Considerazione Inattuale, infatti, Nietzsche si impegna a mostrarci come solo intendendo la Storia come qualcosa di vivo e che ci costituisce in quanto giร sempre siamo inseriti in un mondo storico, possiamo avere dinanzi a noi un futuro che sia un Avvenire, dunque un futuro foriero di Storia e non di meri avvenimenti casuali.

Avere una visione storica significa saper accogliere il caso, e non limitarsi semplicemente a subirlo, a patirlo restando inermi e in balรฌa della necessitร . Ma se il passato, in quanto Storia, รจ qualcosa che sempre circonda l’essenza dell’uomo, non puรฒ essere declassato a un mero calcolo e resoconto degli avvenimenti accaduti, che non esercita piรน alcun influsso su ciรฒ che รจ e che ha da venire. Intenderlo in questo modo, e cioรจ in senso storiografico, significa ancora una volta operare una schematizzazione, fissando ciรฒ che รจ accaduto una volta per tutte, e trasformandolo in cosa morta. A questo punto possiamo accorgerci che nella trasvalutazione dei valori operata da Nietzsche rientra anche il concetto di passato, e di conseguenza il concetto di tempo in generale: questo significa innanzitutto liberare l’essenza del tempo dalla schematizzazione cronologico-lineare.
Questa delicata mossa viene operata molto lentamente da Nietzsche, a differenza di tutte le altre: essa si affaccia timidamente come ipotesi ne La Gaia Scienza (pubblicata nel 1882), assieme al personaggio di Zarathustra, per poi trovare il proprio sviluppo nell’opera dedicata al profeta (1883-1885). Nel celebre aforisma 348 Nietzsche ci presenta una possibilitร del tutto peculiare, per bocca di un demone che striscia furtivo e sussurra all’orecchio (un demone che ricorda fin troppo il ฮดฮฑฮฏฮผฯฮฝ socratico):
โQuesta vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarร in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e piacere e ogni pensiero e sospiro [โฆ].โ
Ci troviamo di fronte alla prima esplicita formulazione dell’eterno ritorno. E in risposta a tale ipotesi, Nietzsche pone all’uomo una domanda capitale:
โSe quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta e in ogni caso: ยซVuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?ยป graverebbe sul tuo agire come il peso piรน grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare piรน alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?โ

Tralasceremo in questa sede l’interessante espediente letterario di Nietzsche (che qui presenta l’eterno ritorno come una questione personale, in cui ne va del proprio essere, della propria vita — partendo dunque dalla conseguenza per giungere alla causa), per focalizzarci su quella che lo stesso Nietzsche ritenne la sua intuizione fondamentale, e allo stesso tempo il proprio pensiero piรน abissale. A differenza di quanto questo singolo aforisma ci lascia supporre, Nietzsche a piรน riprese nelle opere successive e in tutti gli scritti esoterici relativi a questo periodo (i frammenti postumi 1883-1887) afferma che il concetto di eterno ritorno non puรฒ essere inteso in senso esclusivamente privato, ma universale: ogni azione compiuta da ogni uomo in ogni momento della storia รจ destinata, prima o poi, a ripetersi.
Abbiamo detto che l’eterno ritorno fu per Nietzsche un’intuizione, una sorta di illuminazione folgorante: e a differenza degli altri concetti costitutivi del suo pensiero Nietzsche ce lo presenta come una vera e propria dottrina (e la scelta stessa di questo termine ce lo fa percepire come qualcosa di necessario e ineluttabile), la cui esplicazione sarร proprio il compito affidato a Zarathustra. E per lo stesso Zarathustra l’eterno ritorno sarร qualcosa di problematico: esso รจ una visione e un enigma — โla visione del piรน solitario tra gli uominiโ. In questo evocativo passo di Also sprach Zarathustra, Nietzsche ci presenta il profeta accompagnato dallo spirito di gravitร sotto forma di un nano (che rappresenta tutti gli โstabiliโ e โimmutabiliโ creati dall’uomo, i quali โtirano verso il bassoโ Zarathustra nel suo percorso di salita sulla montagna), che a un tratto si arresta dinanzi a uno scenario insolito — tale da lasciarlo incapace di proferire parola per diversi giorni: i due si fermano dinanzi a una porta carraia, e proprio a questo punto lo spirito di gravitร scende dalle spalle di Zarathustra, che finalmente afferma di sentirsi piรน leggero:
โDue sentieri convergono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine.
Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternitร . E quella lunga via fuori della porta e in avanti — รจ un’altra eternitร .
Si contraddicono a vicenda, questi sentieri [โฆ]: e qui, a questa porta carraia, essi convergono. In alto sta scritto il nome della porta: ‘attimo’.โ

Due sentieri eterni, che sembrano andare in senso opposto (e dunque contraddirsi) ma che convergono nell’attimo (Augenblick): il passato e il futuro. Essi sembrano contraddirsi, cosรฌ come sembrano proseguire in linea retta verso l’ignoto, ma le cose non stanno realmente in questo modo — e ad accorgersene non รจ Zarathustra, come potremmo aspettarci, ma il nano, il quale afferma enigmaticamente che โogni veritร รจ ricurva, il tempo stesso รจ un circoloโ. A queste parole Zarathustra dapprima reagisce inorridito, ma continuando a osservare lo scenario che lo circonda inizia a chiedersi:
โOgnuna delle cose che possono camminare, non dovrร forse avere giร percorso una volta questa via? Non dovrร ognuna delle cose che possono accadere, essere giร accaduta, fatta, trascorsa una volta? [โฆ] E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sรฉ tutte le cose in avvenire? Dunque – – anche se stesso?โ
Il lungo monologo di Zarathustra altro non รจ che un ragionamento fatto ad alta voce, un ragionamento che incespica di domanda in domanda sino a giungere all’intuizione. L’eterno ritorno viene dunque raccontato da Nietzsche nello stesso modo in cui si รจ presentato a lui per la prima volta.
Probabilmente la dottrina dell’eterno ritorno รจ stata realmente concepita da Nietzsche come qualcosa che ‘risveglia’, cosรฌ come รจ stata da lui fulmineamente intuita: volgiamoci ancoraย verso il demone de La Gaia Scienza, che giunge improvvisamente all’orecchio, o a Zarathustra (il risvegliato!), che elargisce i suoi insegnamenti da vecchio, o ancora ai suoi discepoli, che sono appunto uomini nel bel mezzo della propria vita, pronti ad accogliere gli insegnamenti del profeta.
Soltanto se io so giร , ho provato sulla mia pelle, che cosa รจ un โcosรฌ fuโ posso trasformarlo in un โcosรฌย volli che fosseโ. L’uomo deve giร aver provato l’errore e le sofferenze che da esso derivano, per potersi decidere a liberare la propria volontร come volontร di potenza, e dunque come creatrice, per far sรฌ che almeno dal momento in cui avviene la presa di coscienza la coincidenza tra ‘cosรฌ fu’ e ‘cosรฌ volli che fosse’ possa essere perfetta (e giร ne La Gaia Scienza Nietzsche chiedeva: โChe cosa rende eroici? Muovere incontro al proprio supremo dolore e alla propria suprema speranzaโ). Questo tuttavia non significa che l’accettazione del passato sia una forzatura — esso va veramente voluto in quanto si deve volere la sua ripetizione: volontร di potenza significa infatti voler diventare ciรฒ che si รจ; ma tutto ciรฒ che รจ stato, per quanto sia stato vissuto nella cecitร e nell’illusione data dal pensiero metafisico-morale, ci ha resi esattamente quello che siamo ora, e non volere questo โcosรฌ fuโ significherebbe pertanto non volere noi stessi, non volere una parte di quel tutto che siamo.

Quello di Nietzsche puรฒ configurarsi come un invito a trasformare se stessi e la propria vita, ma non puรฒ essere inteso in senso morale: il senso รจ sempre metafisico. Ci si chiederร come possa fondarsi il senso metafisico se l’eterno ritorno รจ qualcosa di appreso e non di giร -sempre-saputo dall’uomo. Innanzitutto il ‘non sapere’ non implica e non puรฒ implicare il ‘non essere’ di qualcosa. Anzi il problema fondamentale che muove il pensiero di Nietzsche si collega a tali questioni. La trasvalutazione dei valori, la distruzione del mondo vero, la morte di Dio sono dei processi che liberano l’uomo proprio da ciรฒ che era giร -sempre-saputo, dalle veritร eterne e immutabili, e questa liberazione, che conduce alla dottrina dell’eterno ritorno, conduce necessariamente alla liberazione da quell’eterno e immutabile costituito da tutto ciรฒ che l’uomo credeva di sapere.
Potremmo azzardare l’ipotesi che anche la distruzione delle veritร eterne e immutabili debba accadere sempre e di nuovo, e questo in ogni singolo uomo, perchรฉ se questa distruzione e insieme la dottrina dell’eterno ritorno diventassero ‘sempre-giร -sapute’ dall’uomo, con ciรฒ sarebbero esse stesse delle veritร eterne e immutabili, verrebbero trasformate in nuovi schemi di assimilazione come condizioni di sopravvivenza e accrescimento. Per la stessa ragione riteniamo che non si possa โnascere superuomoโ, ma solo diventarlo. Si โdiventa ciรฒ che si รจโ (Ecce Homo, 1888). ร infatti l’apprendimento dell’eterno ritorno che implica la trasformazione dell’uomo nel caso in cui si riconosca e accetti la dottrina, ed รจ questa scelta tra il misconoscimento e il riconoscimento della dottrina che porta a restare uno degli โultimi uominiโ o a diventare superuomo. รbermensch, superuomo, non รจ un uomo ultrapotenziato, quanto piuttosto un uomo liberato dalle proprie catene che finalmente puรฒ dispiegare la propria essenza.
Esso potrebbe anche essere considerato come una sorta di mito, un ideale a cui tendere nel senso antico (greco) del termine, un invito affinchรฉ l’umanitร possa finalmente uscire dallo stato di decadenza in cui imperversa ormai da decenni, e che pure deve vivere su di sรฉ fino in fondo, un’esortazione a che l’uomo si trasformi alla stregua di Dioniso. Certo รจ che il superuomo non puรฒ essere intesoย in senso โtecnicoโ (come ha sostenuto ad esempio Martin Heidegger), cosรฌ come non va inteso tecnicamente ciรฒ che fonda continuamente (crea) il superuomo, cioรจ la volontร di potenza. La volontร di potenza di Nietzsche, infatti, non รจ concepita per estrinsecarsi nelle ‘cose’ e nel calcolo (ricordiamo come l’intento di Nietzsche sia proprio quello di opporsi alla tendenza calcolante, in favore di un uomo che sia creatore e non calcolatore). Essa รจ il fondamento che l’uomo perpetuamente si dร , in quanto divenire, all’interno del tutto che รจ divenire.
Con il pensiero dell’eterno ritorno Nietzsche salva dunque le cose dal nulla, garantendo la permanenza del divenire. E questo autofondarsi perpetuo dell’uomo permette di conciliare la necessitร di stabilitร con l’evidenza originaria, senza il bisogno di ricorrere alla vecchia tendenza a schematizzare, a cristallizzare, nonostante la โsuprema volontร di potenzaโ coincida con una sorta di istinto di sopravvivenza e conservazione, un conatus essendi spinoziano il cui unico fine รจ quello di โimprimere al divenire il carattere dell’essereโ — questo carattere, proprio perchรฉ non puรฒ essere semplicisticamente estirpato, va trasformato (e nella trasformazione mantenuto in quanto elemento dialettico): e infatti โche tutto ritorni, รจ l’estremo avvicinamento del mondo del divenire a quello dell’essereโ [1887]. L’estremo avvicinamento, che non potrร mai risolversi in una coincidenza, in quanto sarebbe un tentativo simile alla quadratura del cerchio.


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