Dal 2014 Emmanuel Carrère ci ricorda come quella del cristianesimo delle origini sia una grande storia e quanto ancora ci riguardi.
di Lorenzo Pennacchi
Il Regno è come un ladro, viene quando nessuno se l’aspetta.
Non addormentatevi.
La scrittura, a volte, è buffa. Quando ho presentato Yoga, il romanzo di Emmanuel Carrère edito in Italia nel 2021, pensavo di essere entrato in sintonia con l’autore e di aver raggiunto il nocciolo di qualcosa. Quel qualcosa era la meditazione, praticata da autodidatta, puntualmente abbandonata qualche settimana dopo l’uscita dell’articolo. Mentre per l’autore mi mancava la sua scheggia nella carne, tramandata da Paolo di Tarso e Soren Kierkegaard, che l’ha trafitto per vari anni della sua vita. Almeno tre da cattolico praticamente, molti altri da vorace indagatore. Eppure, «alla fine, purché non le si forzi, le cose accadono» [1]. In questa prospettiva escatologica, la lettura del Regno non poteva non coincidere con l’inizio del Giubileo. Un rito solenne, un momento sacro di rottura rispetto al tempo profano, inaugurato con l’apertura della Porta Santa da parte di papa Francesco. Il pontefice sofferente e proprio per questo autenticamente cristiano, in cui la debolezza della carne viene riscattata dalla forza dello spirito, ci rende partecipi di una grande storia universale che, volenti o nolenti, non ci ha ancora abbandonato. Ed è proprio a partire da questa constatazione che si sviluppa il romanzo autobiografico di Carrère.
Emmanuel cresce in un ambiente distrattamente cristiano, intriso di formalismi e ritualità svuotate di senso. Il battesimo, la comunione, l’assenza di fede in cui «poteva interessarmi la teologia, ma, citando Borges, come un ramo della letteratura fantastica» [2]. Eppure, già da adolescente, la pulsione è presente. Alimentata dalla madrina Jacqueline, colta compositrice di inni liturgici, la rivelazione si dipana progressivamente nelle sue strutture mentali ironiche e razionalizzanti:
Dopo la trentina questo sistema si è inceppato. Non riuscivo più a scrivere, non sapevo amare, ed ero consapevole di non essere amabile. Mi era diventato letteralmente intollerabile essere me stesso. Quando mi sono mostrato a lei in quello stato di profonda disperazione, Jacqueline non è rimasta particolarmente sorpresa. Ci vedeva un progresso. Mi sembra persino che abbia detto: «Finalmente!». Una volta crollate le sovrastrutture mentali che mi avevano permesso di tirare avanti in qualche modo, ero nudo, scorticato, e il mio Signore poteva avere libero accesso. [3]
Da lì la decisa conversione, l’intenso matrimonio con la moglie Anne, il disgusto per la declinazione borghese provinciale e sicura di sé della fede, la pratica sacramentale per qualche tempo accettata, poi messa in discussione, infine nuovamente respinta. Da fedele discepolo, copiando un testo di Lanza del Vasto, si domanda se non sia lui ad aver tradito metaforicamente il Signore con la sua pulsione a vivere più vite in una sola, a fare della verità un argomento di curiosità, a interessarsi superficialmente di tutto, capovolgendo e cambiando idea su ogni cosa. Successivamente Il Regno non è la narrazione né di un cattolico praticante, né di un ateo ignaro. È il resoconto di un individuo che continua ad attraversare la dimensione religiosa, riconoscendone l’importanza per la vita umana:
No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge — non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo già, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso. [4]
In una società fortemente secolarizzata e desacralizzata è un lascito rilevante, soprattutto perché proviene da un intellettuale al di là delle barricate. A Carrère non interessa affermare, quanto (non) pensare, mettersi in discussione. E questo ha almeno due tipi di ricadute. La prima strettamente personale. Per una persona piena di ego, quale si identifica egli stesso, il rapporto con l’altro da sé è estremamente produttivo. Consigliato a più riprese da Hervé, altro figlioccio di Jacqueline e suo indissolubile amico, ad aprirsi al mistero, la fede implica necessariamente un ridimensionamento del sé. Di questo Emmanuel è profondamente grato, pur sapendo di essere un pessimo discepolo, sempre troppo cinicamente egocentrico. La seconda ha invece una portata sociale. Sembra evidente di vivere in una società a-cristiana, se non del tutto a-religiosa. In questo senso, la questione non è quella di dover credere, ci mancherebbe, ma di porsi delle domande e cercare delle risposte. Siamo sicuri che da quando Dio è morto la ricerca sia divenuta più autentica? Più libera, migliore? Cosa direbbe Nietzsche della posa nietzschiana del nostro tempo? In fondo, dopo la morte non c’è la resurrezione? In questa prospettiva, nella mia testa rimpallano le lezioni di Gaetano Lettieri, professore ordinario di Storia del cristianesimo alla Sapienza, durante le quali e forse per la prima volta ho percepito la portata rivoluzionaria del cristianesimo. Pur senza doverci necessariamente credere.
EER. No, non è l’acronimo di un movimento politico degli anni Settanta. È la formula attraverso cui Lettieri presenta ai suoi studenti la figura storica di Gesù. Ebreo eretico radicale. Ebreo, si capisce. Eretico, perché in disaccordo con alcuni pilastri della Legge e dunque con le correnti più rappresentative dell’ebraismo. Radicale, in quanto nella sua predicazione il disaccordo si tramuta nel completamento e nel ribaltamento della Legge. Non proprio una presentazione canonica, ecco, ma per nulla lontana dalla realtà ed estremamente accattivante. E non è certo un fulmine a ciel sereno. Basterebbe leggere veramente il Nuovo Testamento per rendersene conto. Soprattutto le Lettere e le gesta descritte negli Atti del protagonista del Regno, che non è Gesù in persona ma il suo più instancabile discepolo, non apostolo solo per ragioni temporali, Paolo di Tarso. Cittadino romano, rigoroso fariseo formatosi sotto la guida dell’autorevole Gamaliele, per diversi anni persecutore diretto dei primi cristiani: «Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere» [5]. Poi sulla via di Damasco, pure per lui intorno ai trent’anni, la conversione totalizzante. Il pentimento, la grazia, l’inizio della propagazione incessante tra gentili ed ebrei:
Paolo partiva da argomenti familiari, riassumeva la storia del popolo ebraico, ricordava la promessa che questo aspettava di vedere realizzata, e poi improvvisamente assestava il colpo: la promessa era stata mantenuta. Il Messia, il Cristo, era venuto con il nome di Gesù. Era morto in modo ignobile, poi risorto, e sarebbero risorti anche quanti credevano nella sua resurrezione. Da un discorso già sentito e anche un po’ trito, si passava di punto in bianco a qualcosa di cui, abituati come siamo alla sua stravaganza, è difficile cogliere la portata scandalosa. [6]
Una predicazione carismatica, sostenuta dal dono della preghiera, alimentata dalla convinzione dell’imminente fine del mondo, sintetizzata nell’amore inteso come agàpe e nell’invocazione Marana tha, “vieni Signore”. I seguaci di Paolo scelgono dunque di aderire a un sistema dottrinale scarno, ma tremendamente coinvolgente e nettamente diverso rispetto alle alternative dell’epoca. Lontano dal sostrato pagano, a tratti opposto a quello ebraico, tanto che risulta molto più facile interagire con il primo che con il secondo. È certamente più semplice convertire un ignaro greco rispetto a un convinto sadduceo, ma non tutti i pagani accettano la parola. Come riportato nel celebre passo degli Atti degli Apostoli (17,32) sull’Areopago, alla parolaresurrezione, molti ateniesi gli voltano le spalle e si prendono gioco della sua fede irrazionale, saldi nella loro umana sapienza. Eppure, il fulcro della dottrina paolina è tutto qui: per quanto risorgere dai morti sia impossibile, Gesù è risorto. E l’ha fatto dopo aver svuotato sé stesso (kenosis), assumendo la condizione di servo, divenendo così simile agli uomini. È un ribaltamento, eretico e radicale, delle credenze dominanti dell’epoca, che determina un mutamento altrettanto impattante sul piano dei valori:
Per conoscere il punto di vista di Dio sulla questione, ribadisce Paolo, basta leggere il libro di Isaia, dove Dio annuncia senza possibilità di equivoci che distruggerà la saggezza dei saggi e annienterà l’intelligenza degli intelligenti. Paolo va oltre. Dice che Dio ha scelto di salvare chi ascolterà non parole sagge ma parole folli. Dice che i greci si smarriscono cercando la saggezza, gli ebrei si smarriscono chiedendo miracoli, e che l’unica verità è quella annunciata da lui: il Messia crocifisso, scandalo per gli ebrei e follia per i pagani. Perché la follia di Dio è più saggia della saggezza degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini. [7]
Nella storia del cristianesimo Paolo è importante, oltre a cosa dice, per come lo dice. Le sue Lettere sono i primi testi cristiani storicamente attestati, composti tra gli anni 50 e 60 d. C., prima dei Vangeli e riconducibili direttamente a lui. Tradizionalmente tredici, certamente sette con le restanti sei attribuibili ai suoi discepoli, sono l’espressione diretta del suo pensiero in riferimento alle prime comunità cristiane e ad alcuni suoi collaboratori. Questi testi evidenziano i punti dottrinali, il rapporto concreto con le persone, ma anche le criticità affrontate durante la predicazione. Difficoltà riscontrate non tanto verso pagani o ebrei di per sé, bensì contro altri predicatori cristiani. Decisivo in questo senso, come sottolineato pure da Carrère, risulta l’incipit della Lettera ai Galati, una popolazione dell’altopiano anatolico convertita da Paolo e adesso minacciata da falsi provocatori:
Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema! [8]
Paolo come depositario della verità, in quanto Gesù Cristo l’ha affidata a lui sulla via di Damasco. Paolo come cristiano letteralmente ortodosso, ovvero seguace della vera dottrina, di contro alle concessioni giudaizzanti di alcuni cristiani, ancora assoggettati ai precetti formali della Carne (e quindi della Legge) e non convinti ad affidarsi alla sola fede dello Spirito (e dunque al Messia risorto). Paolo, agli occhi di Carrère, non disposto ad assoggettarsi alla Chiesa di Gerusalemme e a quella che lo scrittore francese definisce la troika del primo cristianesimo, composta da Giacomo, Pietro e Giovanni, di cui ha comunque irrimediabilmente bisogno: «Pensa che se le colonne lo sconfessano avrà “corso invano”. Non si rompe con il Partito» [9].
Il Regno è soprattutto questo. Un compendio dottrinale del primo cristianesimo, modellato da un grande scrittore, alimentato da suggestioni storiografiche, arricchito da parallelismi politici, scenari ucronici e riferimenti pornografici. Ma è anche la testimonianza di un uomo, piuttosto autoreferenziale, del ventunesimo secolo che, nell’impossibilità di credere (più) a una rivelazione di duemila anni fa, ne resta assuefatto: «Una dottrina così radicale può esercitare un’attrazione irresistibile su certe menti. Più è contraria al senso comune più significa che è vera. Più si deve fare violenza su se stessi per adeguarvisi, più si dà prova di valore» [10]. Carrère ci invita a riconoscere i tratti eretici e radicali del primo cristianesimo che la Chiesa, con il suo passato pesante, ha troppo spesso sotterrato. Ci suggerisce, di rimando, di aprirci al mistero. Di meravigliarci, ribaltarci, svuotarci. Di scavare perché, in fondo, «il Regno è come un granello di senape che cresce nell’oscurità della terra, in silenzio, a nostra insaputa» [11]. Di dubitare, innanzitutto di noi stessi.
NOTE
[1] Emmanuel Carrère, Il Regno, Adelphi, Milano 2015, p. 419.
[2] Ivi, p. 36.
[3] Ivi, p. 37.
[4] Ivi, p. 244.
[5] Atti degli Apostoli 8,3.
[6] Carrère, op. cit., p. 118.
[7] Ivi, pp. 186-187.
[8] Lettera ai Galati 1,6-9.
[9] Carrère, op. cit., p. 174.
[10] Ivi, p. 325.
[11] Ivi, p. 84.

