Borges a caccia di draghi: il retaggio nordico nell’opera del Maestro argentino

Le enigmatiche finzioni di Borges, mirabile sintesi di generi apparentemente inconciliabili, hanno incuriosito decine di critici letterari, studiosi ed appassionati di letteratura fantastica.

di Andrea Anselmo

Filosofia, alchimia e letteratura si intersecano in un caleidoscopio di enigmi, coincidenze e concezioni dell’universo: sembra quasi che l’opera stessa di Borges sia rappresentabile come un intreccio tipico dell’arte germanica: uno di quei draghi, intarsiati di rune, fronteggiati dall’eroe solitario della tradizione, come Sigurd o Beowulf. La critica si è dunque interrogata diffusamente sulle sue storie fantastiche, cabalistiche o riferite alle eresie dei primi secoli della nostra era. Meno indagata ci pare invece la fertile vena d’ispirazione nordica nella sua opera, seppure la stessa emerga prepotentemente in pubblicazioni dello stesso Borges come Letterature Germaniche Medioevali, oltre che da una serie di stupendi racconti come Undr, Ulrica e altri ancora. 


La Lapide di Borges e i suoi epitaffi 

Lovecraft è un autore facente parte a pieno titolo del complesso multiverso letterario borgesiano, tanto che Borges gli dedicò il racconto There are more things, nella meravigliosa raccolta intitolata Il libro di Sabbia. Anche altri racconti nell’opera del Maestro argentino contengono temi lovecraftiani, come ad esempio la folle ed empia città degli Immortali nel primo racconto della raccolta L’Aleph. Nel romanzo del solitario di Providence intitolato Lo strano caso di Charles Dexter Ward, l’antieroe Joseph Curwen corrisponde con altri sinistri personaggi — stregoni e negromanti — appartenenti alla sua cerchia. Nelle oscure missive che costoro si scambiano emerge un millenario interesse per la decifrazione di epitaffi funebri, che serberebbero le chiavi segrete del Cosmo. Al di sotto di quelle lapidi, oggetto dello sconfinato interesse di Curwen e dei suoi accoliti, giacciono inumati antichi filosofi, depositari di quei segreti di cui i negromanti vorrebbero impossessarsi con il fine ultimo di sovvertire l’ordine dell’Universo. 

Immaginiamoci anche noi di voler decifrare degli epitaffi incisi sulla pietra, come in un romanzo lovecraftiano: ma in questo caso riguardano la lapide di Borges stesso. Cosa ha voluto comunicarci il Maestro nelle sue ultime volontà e ancora di più cosa ha voluto che rimanesse, inciso sulla pietra, imperituro nella memoria?  Quale concezione del cosmo traspare dalle sue ultime volontà? Quale monito viene lanciato? In tal senso non tutti sanno che, nonostante la sua conoscenza pressoché enciclopedica della letteratura mondiale, tale da consentirgli fonti di ispirazione quasi illimitate, Borges suggellò entrambi i lati della sua lapide proprio con riferimenti all’epos germanico. Un lato infatti riporta sulla parte inferiore la frase redatta in inglese antico And ne forhtedon na” (Giammai con timore), proveniente dal poema epico del X secolo La battaglia di Maldon, insieme a un’incisione circolare raffigurante sette guerrieri che, impugnati gli scudi e sfoderate le spade, si gettano in combattimento. Sono poi incise una piccola croce celtica e le date “1899/1986”. Vediamo quale significato il Maestro attribuisse al frammento epico della battaglia di Maldon:

Una lapide nel Nord dell’Inghilterra rappresenta, in modo rozzo, un gruppo di guerrieri northumbri. Uno brandisce una spada spezzata; tutti hanno gettato gli scudi; il loro signore è morto nella disfatta ed essi avanzano per farsi ammazzare, perché l’onore li obbliga a seguirlo. La ballata di Maldon serba memoria di un episodio analogo.

Letterature Germaniche Medioevali, Adelphi

Dunque Borges, muovendosi nella sua consueta dicotomia tra mondo contemplativo e mondo guerriero, sceglie come primo epitaffio l’elemento bellico, in particolare quello della battaglia disperata, fino all’ultimo sangue, tipica del modo di combattere dei Germani: avventato e sprezzante della morte [1]. Ma paradossalmente, l’ultimo assalto dei vassalli in onore del loro signore caduto coincide con il raggiungimento della contemplazione definitiva: la morte in battaglia, che tradizionalmente dona l’immortalità nel Walhalla [2]

Sull’altro lato della lapide sono riportati due versi della Saga dei Volsunghi (XIII secolo): “Hann tekr sverthit Gram okk / legger i methal theira bert” (Egli prese la sua spada, Gram, e pose il nudo metallo tra i due), al di sotto dei quali è raffigurato un drakkar, la nota imbarcazione a forma di drago con la quale i pirati norreni, i vichinghi ovvero letteralmente  “i portuali”, razziavano le coste dell’Europa settentrionale e non soltanto. Più in basso compare la scritta “De Ulrica a Javier Otalora”. La citazione dalla Saga è quella con cui si apre il racconto di Borges Ulrica [3], che narra dell’incontro, a metà strada tra il fiabesco e l’onirico, tra l’omonima protagonista e un uomo di origine sudamericana, Javier Otalora, che pare sotto più di un aspetto un alter ego di Borges stesso. Il gesto di porre la spada tra l’eroe (Sigfrido/Borges) e la Valchiria (Brunilde/Ulrica) indica la condizione di un amore non consumato, effimero e tragico come quello che connota la vicenda amorosa narrata sia nella Saga dei Volsunghi che nel posteriore Nibelungenlied

Ulrica però non è una sposa umana, concreta, materiale: i suoi contorni sfumano in quelli di uno spettro senza tempo, forse uscito da una frattura nella realtà. Con Lei il protagonista, in un crescendo sempre più onirico, gelido, quasi un viaggio oltremondano nella brughiera innevata, avverte l’ululato del lupo in lontananza, anche se non ci sono più lupi in Inghilterra. Javier è un uomo non più giovane, quell’incontro rappresenta per lui l’ultimo sussulto di ferinità che la vita forse gli regalerà. Il suo incontro carnale con Ulrica è dunque annunciato, presagito, dall’ululato dell’ultimo Lupo. D’altro canto, quest’ultima chiamata della vita e della natura viene sottolineata dalla stessa Ulrica: «Hai sentito il Lupo? Non ci sono più Lupi in Inghilterra. Fai presto». Il cognome dell’antieroe, Otalora, ricorda curiosamente e potrebbe non essere un caso, la runa Othala [4]. Sappiamo che Borges conosceva le rune e le cita spesso nelle sue opere, sia alludendo ad esse negli antroponimi di alcuni suoi personaggi come ad esempio Runeberg [5], sia nel discorrere delle opere del letterato anglosassone Cynewulf [6]. La runa Othala tradizionalmente è collegata alla cerchia familiare, al patrimonio in termini di terreni e bestiame. Si tratta della rappresentazione delle fallite aspirazioni alla famiglia e alla discendenza di Borges? A questo punto non sarebbe da escludere. 

Ulrica è di nero vestita, norvegese, è conscia del dominio che i Vichinghi norreni imposero per un breve periodo sull’Inghilterra altomedioevale. Allo stesso modo Javier/Borges farà suo per un momento effimero il corpo di Ulrica. La stessa Ulrica afferma, laconica «L’Inghilterra era nostra e l’abbiamo persa. Sempre che si possa possedere qualcosa». Un identico sentimento anima Javier, conscio che quello sarà solo un breve atto, non duraturo e l’ultimo probabilmente della sua vita. Ulrica sostiene di essere in procinto di morire e per questo motivo ha il dono della preveggenza, come chi in effetti vaticinava il futuro, secondo la tradizione, mentre esalava l’ultimo respiro. Lo spettro di Ulrica è lo spettro della giovinezza, delle avventure dell’eroe che si palesano per un’ultima volta. 

Una nota di carattere mitologico e antropologico potrebbe giovare: la presenza del lupo in un racconto ispirato alla saga dei Volsunghi non appare affatto casuale. La Saga riporta infatti un passaggio di fondamentale importanza nella comprensione della dimensione estatica dei guerrieri lupo germanici [7]. Due protagonisti della saga, infatti, Sigmundr e Sjnfiötli, si trasformano in lupi dopo aver indossato le pelli di questo animale. La saga ci narra infatti che Sigmundr e Sjnfiötli, vagando nella foresta, si imbattono nell’abitazione di due uomini che ciclicamente [8] sono soggetti, per effetto di un sortilegio, a tale teriomorfismo mediante la vestizione con vesti di lupo incantate. Sigmundr e Sjnfiötli, una volta indossate a loro volta le pelli stregate, vivranno, trasformati anche loro in lupi, avventure feroci e tremende sino a che non riusciranno a disfarsi delle loro vesti ferine. È possibile che Borges fosse conscio di questo aspetto lupesco della vicenda. Questa completa ad un livello ancora più profondo il significato del racconto Ulrica, dove la chiamata dell’ultimo Lupo corrisponde ad una momentanea trasformazione ferina e carnale.  

Concludendo, se il primo epitaffio rimanda al destino ineluttabile di chi affronta la battaglia priva di speranza, così il secondo epitaffio è quello dell’amore effimero, doloroso e anch’esso per certi versi votato ad un destino tragico di morte e annientamento. La Lapide di Borges possiede dunque due volti: la Guerra [9] e l’Amore, quali mezzi con cui l’ego prodigiosamente si dissolve. Da una parte la drammatica vicenda dei combattenti votati alla morte certa e dall’altra quella non meno rovinosa dell’amore impossibile. Due volti che sono al tempo stesso la via secca e la via umida della magia [10] così come l’albedo e la rubedo alchemiche: ecco le facce di un Giano Bifronte che tragicamente si confonde con Borges stesso. 

Ad unire le due facce è il sentimento dell’amor fati rispetto ad un destino cupo, tragico e perfettamente inquadrabile nei canoni dell’epos germanico [11]. Come ebbe a dire Zur Linde, il tragico antieroe del racconto borgesiano Deutsches Requiem:

Nel primo volume di Parerga e Paralipomena rilessi che tutti i fatti che possono accadere ad un uomo, dall’istante della sua nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui stesso. Così, qualsiasi negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio. […] Una tale teleologia individuale ci rivela un ordine segreto e prodigiosamente ci confonde con la divinità.

[12]

Note:

[1] È lo stesso spirito che infiammava gli Ostrogoti nella loro lotta contro gli invasori Bizantini durante la guerra gotica del VI sec. d.C.: i Goti infatti, ci narra Procopio di Cesarea nel suo De bello Gotico, cercavano la battaglia campale, a viso aperto e aborrivano le gherminelle nelle quali l’astuzia dei bizantini li costringeva spesso alla ritirata o alla sconfitta. 

[2] Anche se la permanenza nel Walhalla non è definitiva: sullo sfondo incombe il Ragnarok, quando gli eroi caduti in battaglia, gli einherjar, dovranno affrontare le forze del caos scatenato alla fine del presente ciclo. 

[3] Contenuto nella raccolta “Il Libro di Sabbia”, Adelphi

[4] Sulle rune si veda il recente testo di F. Perizzolo “Rune – Il Sistema Uthark” con prefazione di A. Brandi. Passaggio Al Bosco 2021

[5] Tre versioni di Giuda in Finzioni, Adelphi, Milano.

[6] Letterature Germaniche Medioevali, Adelphi, Milano.

[7] I cosiddetti Ulfhednar, che indossavano pelli di lupo e i Berserkir,  vestiti a loro volta di pelli di orso. 

[8] Il sortilegio prevedeva nove giorni in guisa di lupo e uno di riposo. Il numero nove è gravido di riferimenti nella mitologia norrena: dalle notti in cui Odino rimane appeso all’albero cosmico per ottenere le rune alle nove notti in cui il suo anello Draupnir si riproduce. 

[9] Sul tema si rimanda all’opera di James Hilllman “Un terribile amore per la Guerra”, Adelphi 

[10] AA. VV. “Introduzione alla Magia”, Gruppo di Ur, Mediterranee.

[11] Pensiamo ad esempio alla tragica vicenda del carme di Ildebrando, unico esempio di componimento eroico altomedioevale sopravvissuto in area germanica continentale, forse di origine ostrogota o longobarda. 

[12] Contenuto nella raccolta l’Aleph, Feltrinelli.

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