In occasione della ristampa di “I Signori del Cosmo. Le grotte paleolitiche, Gobekli Tepe e la genesi della civiltà” di Giorgio Lecchi [AXS005], condividiamo con i nostri lettori una breve nota sul libro a firma di Antonio Bonifacio.
di Antonio Bonifacio
È indubbio che il fondamentale lavoro di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend “Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo” abbia rotto il “tetto di cristallo” che separa la “scienza” dal “mito”, rendendo così al mito, con il suo specifico linguaggio “tecnico”, il posto che gli compete nell’opera di conoscenza e di comprensione della realtà cosmologica.
Cresciuti nella convinzione che la civiltà abbia progredito «dal mythos al logos», «dal mondo del pressappoco all’universo della precisione», in breve dalle favole alla scienza, ci troviamo qui di fronte a uno spostamento della prospettiva tanto più sconcertante in quanto tale studio è condotto da uno dei più eminenti illustratori del ‘razionalismo scientifico’.
Questa nuova collocazione del significato del mito può essere ben rappresentata dalle seguenti parole pronunciate dallo stesso de Santillana il quale afferma:
Nelle rozze e vivide immagini delle popolazioni scandinave Amlόδi si distingueva per il possesso di un mulino favoloso dalla cui macina ai suoi tempi uscivano pace e abbondanza. Più tardi, in tempi di decadenza, il mulino macinò sale; ora infine, essendo caduto in fondo al mare, macina le rocce e la sabbia creando un vasto gorgo, il Maelstrom («la corrente che macina», dal verbo mala, «macinare»), ritenuto una delle vie che conducono alla terra dei morti. Questo nucleo di immagini, come rivela una serie di fatti, rappresenta un processo astronomico, lo spostamento secolare del sole attraverso i segni dello zodiaco che determina le età del mondo, assommanti ciascuna a migliaia di anni. Ogni età porta con sé un’Era del mondo, un Crepuscolo degli Dei: le grandi strutture crollano, vacillano i pilastri che sostenevano la grande fabbrica, diluvi e cataclismi annunziano il plasmarsi di un mondo nuovo. Altrove, l’immagine del mulino e del suo proprietario ha ceduto il posto a immagini più sofisticate, più aderenti agli eventi celesti. Nella mente grandiosa di Platone, la figura si stagliava come il Dio Artefice, il Demiurgo, che ha plasmato i cieli; ma neppure Platone sfuggì all’idea che aveva ereditato, di catastrofi e di una periodica ricostruzione del mondo.
In questo dire il de Santillana seguiva le orme del suo indiscusso maestro, ovvero Charles-François Dupuis, che già nel 1807 scriveva con profetico anticipo queste parole:
Queste narrazioni simboliche, modellate sul sapere cosmologico arcaico, trasmesse e perfezionate nel corso dei millenni da una cultura all’altra, sono esattamente quanto non potremmo meglio definire come “esoterismo”, in quanto attraverso esse tutto quanto di sacro e sensato coinvolgeva l’uomo, la società e l’umanità era perfettamente sintetizzato, ogni cosa si armonizzava con l’altra, soprattutto il microcosmo e il macrocosmo. Queste concezioni erano tenute segrete e trasmesse iniziaticamente da scuole di pensiero antiche quanto l’umanità stessa. La deformazione di questo complesso di dottrine ad opera delle religioni più recenti non rappresenterebbero altro, quindi, che uno snaturamento assoluto di questa remotissima sapienza arcaica elaborata in un arco temporale dell’ordine delle decine di migliaia di anni.
Un dato emerge evidente da ciò. Il linguaggio arcaico del mito non ci parla solo degli astri mobili e del loro passaggio nelle costellazioni e del diverso sorgere delle stesse nel’arco di millenni, ma esprime anche una concezione “qualitativa” del tempo in relazione a una età aurea primordiale (l’età dei Gemelli equinoziali circa 6.000 anni fa) venuta meno con l’abbandono di “certe” posizioni di certi astri e costellazioni.
È questo esattamente il tema delle “età del mondo” e del valore spirituale delle stesse.
Su questa base, ormai piuttosto condivisa, che rispecchia la veduta tradizionale della catabasi delle ere, Giorgio Lecchi ha costruito (e sta costruendo) un altro possente edificio speculativo in cui, oltre a condividere e quindi confermare la prospettiva mitologica “ecumenica” delineata nel “Mulino di Amleto”, ne amplia l’interpretazione risalendo ben oltre il neolitico.
Ciò è stato possibile grazie alle scoperte archeologiche e correlativamente anche paleoastronomiche degli ultimi quaranta anni e il tutto è esposto nel suo recentissimo “I Signori del Cosmo. Le grotte paleolitiche, Gobekli Tepe e la genesi della civiltà” il cui titolo condensa le prospettive d’indagine dell’autore.
Qui, a proposito dell’età dell’oro, si scoprirà, a pag. 172, tra i mille esempi che possono essere estrapolati, che le decine di migliaia di anni citati dal Dupius, nella frase soprastante, opportunamente evidenziata anche dal Lecchi, non sono una fola di un desueto ricercatore ma una realtà astronomicamente e archeologicamente compatibile con gli studi attuali.
Presentiamo il brano, interrompendo però l’esposizione a un certo punto per la sua eccessiva lunghezza che, fuori contesto, renderebbe incomprensibile il significato delle parole successive qui omesse:
Abbiamo detto che il 5300 a.C. rientra nel periodo dell’Età Aurea in cui la via Lattea fungeva da albero cosmico, da sentiero che mette in comunicazione la Terra con il Cielo, e quella data in particolare, stimata intorno a 5000 a.C. viene suggerita dallo stesso De Santillana per l’appunto come “Tempo 0”, il momento della reazione. Il mito per la gente comune era quello biblico della genesi della Terra e dell’uomo, ma per i sapienti era “un punto nel cerchio della Precessione come lo 0=24 dei nostri orologi”, e segnava l’era precessionale dei Gemelli in cui il Serpente-Dragone era la Polare dell’epoca come lo era 29.000 e 55.000 anni fa, che fu vista probabilmente anche dai Denisoviani sul Monte Parabola, così come videro quella che potremmo definire la prima Età dell’Oro, o meglio l’ennesima, quando nel 17280 a.C. Cielo e Terra erano perfettamente collegati dalla via Lattea da Nord a Sud, e il centro galattico era precisamente allineato con il polo celeste durante l’equinozio di primavera tra le costellazioni del Sagittario e dello Scorpione…
L’altra fonte cui si è esplicitamente abbeverato il Lecchi nel suo scritto è la triade di volumi di Antonio Gottarelli, che è un cattedratico, all’università di Bologna e, in particolare, tra essi emerge come fonte di riflessioni il volume “Cosmogonica. Il fegato di Tiāmat e la soglia misterica del tempo. Dai miti cosmologici del Vicino Oriente antico ad una nuova interpretazione del fegato etrusco di Piacenza”, collana di “Archeologia del Rito”, n.2, Te.m.p.l.a., Bologna, 2017.
Si è voluta mettere l’indicazione completa per identificare lo scopo dello scritto perché la specifica “archeologia del RITO” fa da complemento alla lettura del MITO, così come viene proposto nel Mulino di Amleto. Così l’esame dei testi mesopotamici concernenti la creazione e sistemazione del mondo (Enuma Elish, Epopea di Gilgames, e altri testi) pur se successivi al periodo sumero, ha consentito di poterli “tradurre” in corrispondenti strutture megalitiche (numerosi i disegni del Gottarelli nel suo libro). Esse manifestano la “struttura del tempo” e la misterica relazione che esso ha con l’Eternità. Da questa relazione tra Tempo ed Eternità nascono i “segreti celesti” contenuti nelle rivelazioni riservate de “La Tavola dei Destini”, “la Tavola degli Dei” e le “Tavole Celesti di Enoc”, tutti testi severamente protetti da ingiunzioni terribili e pertanto inaccessibili ai non iniziati come dall‘anticipazione del Dupius prima riferita.
Così, allo stesso modo, il Pentateuco enochiano è una cornucopia di indicazioni atte a costruire il Templum sulla terra come mostra il Gottarelli in numerosi disegni realizzati ad hoc.
Ebbene il dato fondamentale che emerge da tutto ciò è il seguente: anche se prendessimo questi testi scritti attribuendo loro la più alta antichità possibile, ebbene tale vetustà scompare di fronte a Gobekli Tepe e, alla più o meno coeva, Karahan Tepe che sono datate al X millennio a.C mostrandosi come costruzioni archeoastronomicamente enormemente significative.
Questi arcaici siti megalitici nello schema della disposizione delle pietre (trascurando in queste sede il carattere simbolico delle rappresentazioni animali e umane scolpite in esse) costituiscono la realizzazione in terra di quegli schemi astronomici descritti con specifiche forme espressive nella letteratura religiosa sopramenzionata, pur essendo stati eretti con almeno 8000 anni d’anticipo rispetto ai testi sopraindicati.
Avevano ragione Giorgio de Santillana e Hertha Von Dechend: il mondo era già vecchio quando i Greci entrarono in scena.

