Questo elaborato, incentrato sul romanzo Fosca dello scrittore piemontese Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869), offre una lettura in chiave psicologica e alchemica delle vicende dei personaggi, con una particolare attenzione ai sentimenti che li portano a vivere esperienze, talora edificanti, talora devastanti. Preponderante è il tema della follia, dell’isolamento sociale e delle voci dissonanti che cercano di emergere nella grigia monotonia del conformismo societario, spesso restìo, ancora oggi, a dare spazio a chi si discosta da un meccanismo rigido e binario. Questo romanzo scapigliato è una critica allo scientismo e al positivismo preponderante nel cuore dell’Ottocento, in cui correnti come lo spiritismo e gli ultimi stralci di Romanticismo erano delle risposte a un tentativo di incasellare tutto in un grande macchinario di esasperato razionalismo.
di Letizia Cogo
Il romanzo Fosca, pubblicato nel 1869, si apre con una serie di annotazioni autobiografiche, fra le quali primeggia un importante riferimento alla funzione immortalante della scrittura: l’opera è, infatti, impregnata dall’inizio alla fine nel tema della morte, che Iginio Ugo Tarchetti sentiva ormai vicina, malato di tubercolosi fin dall’infanzia.
Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per poi rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perché scrivo.
Queste sono le testuali parole riportate nella parte introduttiva della narrazione: lo stesso identico concetto si può ritrovare nell’Ode su un’Urna Greca di John Keats, in cui viene celebrata la forza commemorativa dell’arte, in grado di preservare intatta la bellezza e la gioia di cui si fa portavoce, sottraendole dall’inesorabile falce del tempo. La scrittura, allo stesso modo, viene qui definita un mezzo indispensabile per mantenere vive le proprie memorie, nel momento in cui, consapevoli del passato che ci si lascia alle spalle, ci si rende conto della fugacità dell’esistenza.
Definirei i toni di questo romanzo chiaroscurali, come i raggi di sole che, di tanto in tanto, si fanno strada nel cielo plumbeo che si prepara alla tempesta. L’intenso amore per la vita, la natura e le sue creature, in particolare le varie specie floreali e ornitologiche, delle quali l’autore dimostra di essere stato un acuto conoscitore, è accompagnato da un desiderio di morte che viene espresso tramite la potente metafora dell’agognata discesa nell’utero di madre terra, la cui bellezza viene più volte decantata nel corso di tutta l’opera. Non è un caso se in diversi pantheon religiosi le divinità che presiedono l’oltretomba sono le medesime che influenzano l’abbondanza dei raccolti e la fertilità.
Tutto ciò che vive presenta, nel deperire e nel distruggersi, gli stessi fenomeni che ha presentato nel nascere e nello svilupparsi; si muore come si è cominciato a vivere.
Ritengo che questa frase tratta dal romanzo in questione sia particolarmente emblematica per quanto riguarda il convergere tra nascita e morte inizio e fine, che altro non è che un nuovo cominciamento.
L’amore malato e insostenibile, del quale Giorgio, il protagonista alter-ego dell’autore, si ritrova vittima nel momento in cui viene chiamato a prestare servizio militare lontano da Milano e dalla sua amata Clara, per certi aspetti sembra richiamare la metafora sopraccitata riguardante il desiderio di sprofondare nei meandri ctoni dell’Averno. Quella passione morbosa e soffocante che Fosca nutre nei confronti di Giorgio, risulta così asfissiante, ossessiva e spaventosa, a tal punto che, più volte, nel corso della narrazione, il protagonista esprime il suo timore riguardo alla possibilità che Fosca, con i suoi comportamenti, voglia condurlo con sé alla tomba.
Mentre il rapporto con Clara permetterà a Giorgio di rifiorire e di recuperare la sua salute compromessa dai precedenti affanni, la relazione con Fosca, invece, avrà su di lui l’effetto opposto, rischiando addirittura di essergli fatale. Febbricitante, scarno e debole, sotto l’influenza quasi vampiresca di una creatura per nulla malvagia, ma affetta da una strana patologia, dovrà lottare con tutto sé stesso per sottrarsi a un destino avverso, dal quale sembra non esserci scampo.
Un altro aspetto molto interessante è il curioso parallelismo fra le due relazioni in questione: il rapporto fra Giorgio e Clara è un amore intenso e spensierato che riempie di gioia il cuore di entrambi, ma mentre il primo è coinvolto a tal punto da rischiare qualsiasi cosa pur di portare avanti quella relazione compromettente, Clara sembra amarlo per pietà, divenendo consapevole di aver giocato il ruolo di medico in quella relazione, mettendo da parte sé stessa e i propri bisogni. Mentre Clara dichiara più volte di essere una donna felice, grata alla vita e a cui la sorte ha riservato il migliore dei destini, Fosca, desiderosa di concludere al più presto il suo percorso sulla terra, in una serie di lunghe epistole, esprime tutto il suo disgusto e la sua ripugnanza nei confronti della propria condizione di donna brutta e malata, ragione per cui si è ritrovata a compiere delle scelte rovinose, disorientata dal sentimento di inadeguatezza e dalla paura di non riuscire a dare un senso alla propria esistenza. Lei trova giovamento, soddisfazione e gratificazione nella relazione con Giorgio, a tal punto da sviluppare una vera e propria dipendenza nei suoi confronti, fin tanto che al malcapitato non resta che subire quell’amore, fingendo un sentimento inesistente per pura pietà nei confronti di una donna, la quale, consapevole dell’effettiva realtà, preferisce un’edulcorata finzione. Pur sapendo perfettamente che Giorgio non la ama, non la desidera e che il suo cuore pulsa di vero amore per un’altra donna dalla quale è riamato, Fosca non desiste, finendo per chiedere ripetutamente una patetica messa in scena per potersi illudere, anche solo per un attimo, di essere amata.
A tal proposito, mi viene in mente il concetto espresso da Henry James riguardo al desiderio che l’uomo nutre non tanto nei confronti della verità, bensì verso le “storie”, arrivando a sostituire al mondo reale una dimensione immaginativa, nella quale calarsi totalmente. L’uomo, inoltre, vittima dei pregiudizi, dei quali non può liberarsi del tutto se non decostruendosi totalmente, tende a comportarsi in maniera conforme al suo ambito sociale, proprio come farà Clara che, per salvare la propria reputazione, evitare di essere vittima dei pettegolezzi e per risparmiare al figlioletto di cinque anni la colpa di una relazione extraconiugale, nel momento in cui lei percepisce il senso di colpa appesantirsi e si accorge che il marito ha di nuovo bisogno del suo affetto, decide di chiudere definitivamente ogni relazione con Giorgio, considerandola pericolosa. Fosca, invece, incurante dello scherno e del dileggio di cui sarebbe soggetta se si venisse a scoprire del suo amore per un uomo intelligente, colto, affascinante e vigoroso, lei che, sciatta e malata, viene reclusa ai margini della società, ha una forza di volontà affatto indifferente, a tal punto che Giorgio, resosi conto che il sui amore incondizionato è più autentico di quello di Clara, decide di sottostare al suo volere e di trascorrere una notte con lei.
Fosca, delirante, onirica, immaginifica e contraddittoria, dai modi raffinati ed eleganti ai quali si unisce un notevole buon gusto nel vestire, di primo acchito trarrebbe in inganno chiunque, dato che la sua bruttezza è soprattutto nel viso. Ama sprofondare in mondi immaginari, vivendoli come se fossero effettivi, a tal punto da dichiarare che lei non legge per imparare e nemmeno per pensare, ma legge per dimenticare la propria condizione e per vivere in una dolce e temporanea illusione, in cui godere di felicità inesistenti e sognare ad occhi aperti. Preferisce sentirsi raccontare delle storie, piuttosto che affossarsi in una grigia monotonia che non promette nulla di buono. Infatti arriverà a sostenere apertamente che il reale e il concreto sono destinati ad essere sempre inferiori all’ideale.
Fosca viene descritta come estremamente magra ed emaciata, addirittura scheletrica, a tal punto che il protagonista dichiara di poterne indovinare il cranio sotto ai lineamenti del volto. Ritengo che questa estrema magrezza sia da considerarsi una metafora dell’inesorabile invisibilità alla quale è condannata; non c’è spazio per lei in una società dalla quale non viene né capita, né accettata. Forse il suo mal di vivere è sfociato in una potente crisi di nervi e di sconforto, che può essere interpretato come una disperata richiesta d’aiuto. Probabilmente è stata etichettata come isterica e folle perché il suo modo di essere e di comportarsi è totalmente discostante dai parametri comuni ai quali lei cerca di sottrarsi. Lei stessa dichiara di aver bisogno di essere compresa e conosciuta, non esita a pronunciarsi in merito alla repulsione che prova nei confronti di coloro che, facendosi beffe di lei, si dimostrano del tutto ignoranti in ciò che concerne l’animo umano.
Ho qui nel cuore tante cose che mi fanno male, perché non le posso mai dire.
Questa frase emblematica si fa portavoce dell’auto-repressione a cui è soggetta Fosca, costretta a comprimere nel proprio spirito una lunga serie di pensieri e stati d’animo, che, accumulandosi, creano una pressione tale da sfociare in un’inevitabile esplosione: ecco che il “folle” grida aiuto lacerandoci i timpani con i suoi richiami disperati, ai quali, però, le orecchie di molti preferiscono rimanere sorde. La sua sofferenza è tale da indurla a confondere l’amore con il desiderio di compatimento (inteso nel senso letterale del termine di derivazione latina, cum-patire, «sentire con»).
Ben consapevole che Giorgio non può darle il suo amore, ma solo la sua pietà e il suo ascolto, lei vive perennemente immersa nella delirante illusione di una finta passione amorosa, per la quale lei è disposta pure a morire. La morte è un tema ricorrente, dato che, a causa della sua infermità, lei era consapevole della brevità del tempo che le rimaneva da vivere e, più volte, ottenebrata dai suoi malumori e accecata dal dolore, invoca la morte, minacciando persino il suicidio.
Fosca, secondo, me, può essere considerata una metafora della «Notte Nera dell’Anima», dato che incarna perfettamente il caos interiore nella quale ci troviamo imbrigliati nei periodi più difficili e complicati dell’esistenza, paragonabili alla nigredo alchemica.
Fosca, una donna dall’intelletto acuto e di vasta cultura, descritta dall’io narrante come una persona affatto comune e di vasta intelligenza, leggeva molti libri, ma riteneva che, alla lunga, tale intrattenimento potesse diventare pericoloso e causare l’insorgere di una confusione tale da gettare l’individuo in un disorientamento fitto e inestricabile, a tal punto da diventare un pericolo per la propria identità.
Il rischio della perdita del proprio io è un altro tema ricorrente nel romanzo. Basti pensare alle innumerevoli contraddizioni che caratterizzano Fosca, talora una donna particolarmente acuta, riflessiva e dall’animo profondo e sensibile, talora assillante come una bambina capricciosa, a volte persino minacciosa e irreprensibile come chi non accetta alcuna sconfitta.
Anche Giorgio, risentendo dell’influenza di questa donna, si ritrova più volte sull’orlo della crisi d’identità, soprattutto nel momento in cui, sottratto di tutta la vitalità che aveva ritrovato grazie a Clara, deve fare i conti con il proprio deperimento e mutamento, molto probabilmente una delle cause dell’allontanamento di Clara dalla sua vita. Giorgio teme per la propria incolumità, come se la malattia mentale potesse essere un male contagioso, e, colpendolo, trascinarlo nel baratro della pazzia facendogli perdere il suo sé e il proprio baricentro individuale.
Un altro aspetto che io ho trovato degno di nota è l’approccio del medico nei confronti della malattia di Fosca. Con il suo agire eccessivamente accondiscendente non fa che peggiorare la situazione, andando ad alimentare delle dinamiche comportamentali malsane, invece di cercare di limitarle. Pertanto, la nevrosi della giovane donna si aggrava e Giorgio, invitato a prestarsi per inscenare un finto amore pur di illudere Fosca di un sogno inesistente, giunge allo stremo e allo sfinimento. Solo a quel punto, il medico si ritroverà a dover correre ai ripari per porre rimedio, nel limite del possibile, a una situazione ormai degenerata.
