Folli, sciamani, folletti: la liminalità, l’alterità e l’inversione rituale

La collocazione periferica del Folle/Buffone/Giullare di epoca medievale lo lega, oltre che allo Sciamano arcaico, ad altri personaggi liminali del mito e del folklore, come l’Uomo Selvatico, Arlecchino, il Genio Cucullato e più in generale a tutta quella categoria di entità feriche connessi da una parte ai demoni della vegetazione e dall’altra all’ambito funzionale del sogno e della morte. Con riguardo al rito, il Folle è da vedersi connesso alla cosiddetta «inversione rituale» che veniva messa in atto durante i Saturnalia romani e durante tutti quei rituali deambulatorî collettivi del tipo dei Charivari da cui nacquero, nel Medioevo, le «Feste dei Folli» e il moderno Carnevale.


di Marco Maculotti
copertina: “Folle che ride”, XVI secolo
(tutte le immagini dell’articolo a parte quella del Genio Cucullato sono prese dal cd-rom allegato a Sandra Pietrini: “I giullari nell’immaginario medievale” e dal pdf di Enrico Comba & Daniele Omezzano, “Uomini e Orsi: morfologia del Selvaggio”)

Non si sa con esattezza quando sia nata la figura del Folle o del Giullare: probabilmente anticamente era considerato una sorta di “sfaccettatura” dello Sciamano, presentandosi questo come un individuo liminale, che viveva ai confini del consorzio sociale e spesso anche al limite della “sanità psichica”. Con tutta probabilità il suo personaggio e la sua iconografia si cristallizzarono a partire del Medioevo, con la nascita delle prime corti in cui cominciarono ad apparire queste ambigue figure.

La nostra ipotesi di lavoro, che in questa sede cercheremo di sviscerare al meglio delle nostre possibilità, è che la figura medievale del Folle/Giullare sia — come detto — da una parte una “degenerazione” di quella dell’operatore sciamanico delle tradizioni più antiche, e dall’altra una antropomorfizzazione e profanizzazione di entità mitiche delle tradizioni antiche, vale a dire quelle entità a metà strada tra l’umano e il non-umano, quali Folletti, Uomini Selvatici e Demoni dell’Altro Mondo, che non a caso venivano rappresentati fisicamente da danzatori mascherati durante le processioni deambulatorie del tipo dei Charivari, da cui nacque il moderno Carnevale.

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Si vedrà d’altronde come questo tipo di processioni siano da vedersi in connessione con la cosiddetta «crisi invernale», e quindi con la concezione tradizionale di «regresso al tempo mitico», attuabile unicamente in virtù di quella che chiameremo «inversione rituale». Non sarà un caso — cercheremo di spiegare — come tutte queste ricorrenze (in origine sacre e più di recente rese almeno in parte profane) siano da connettersi, sull’esempio degli antichi Saturnali romani, alla suddetta «inversione rituale», riguardante, come avremo modo di vedere, tanto lo Sciamano arcaico quanto il Folle/Giullare medievale, nonché, per esteso, a tutte quelle entità sottili del mito e del folklore che in tali occasioni possono accedere al nostro mondo entrando in connessione con il consorzio umano.

D’altronde, come sottolinea Sandra Pietrini riferendosi all’iconografia medievale del Folle, «per quanto molte di queste rappresentazioni si possano interpretare come elementi fantastici ed esotici, la loro collocazione periferica sembra alludere all’idea dell’alterità e della diversità che invade i confini del mondo quotidiano» [1] — ciò mettendo in relazione, come si vedrà nel proseguo di questo studio, il Folle con ulteriori figure altre e liminali del folklore medievale, quali l’Uomo Selvatico e le entità feriche connesse sia con l’ambito funzionale della fertilità che con quello dell’Altro Mondo (che è anche il mondo dei morti); ambiti funzionali che peraltro si ritrovano fin dall’età arcaica in una figura paradigmatica che anticipa il Folle per quanto riguarda il vestiario, vale a dire il cosiddetto Genius Cucullatus.

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Genio Cucullato (Lanternarius addormentato), Museo Nazionale Romano – Museo delle Terme di Diocleziano

Sebbene quest’ultimo presenti forti rassomiglianze con altri personaggi mitici delle tradizioni mediterranee — come il piccolo dio Telesforo in Grecia, o Arpocrate in Egitto — solitamente si ritiene di origine celtica, poiché nei paesi celtici è stato ritrovato il maggior numero di statuette che lo rappresentano. Il Genio Cucullato si presenta esteriormente come un antenato in piena regola del Folle/Giullare medievale: rappresentato come un bambino o un nano incappucciato, viene funzionalmente connesso da una parte alla «propagazione e [al]la preservazione della vita umana e della fertilità del suolo; e, dall’altro, [al]la funzione notturna e funeraria, del sonno e della morte» [2] — in ciò denotando quel carattere di liminalità e alterità che il Folle/Giullare dell’epoca medievale recupererà da figure più antiche appartenenti all’ambito mitico, come per esempio i vari folletti delle tradizioni antiche, di cui si parlerà ampiamente oltre in questo studio.

Ci riserviamo tuttavia di inquadrare meglio l’iconografia e la funzionalità mitica del Genio Cucullato oltre in questa sede, quando analizzeremo i punti di contatto tra il Folle medievale e le entità feriche del folklore tradizionale; per il momento vediamo di mettere in risalto alcune connessioni tra il Giullare e altre figure mitiche ad esso prossime per iconografia e funzioni, vale a dire l’Uomo Selvatico e l’Arlecchino della Commedia dell’Arte.

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Il Folle, l’Uomo Selvatico e Arlecchino

Sovente, nell’iconografia medievale, la figura del Folle si confonde infatti con un’altra altrettanto liminale: quella dell’Uomo Selvatico, discendente degli antichi fauni, sileni e altre entità mitiche a metà strada tra il mondo umano e quello non-umano. Per esempio, in un bassorilievo presente sulla chiesa di S. Giovanni a Caen, in Normandia, è raffigurato un Folle che regge in mano un bastone nodoso, attributo classico dell’Uomo Selvatico (che reggeva, in alternativa, anche un albero sradicato). Una stampa del 1701 ci mostra un olmo cavo abitato non dal Selvaggio ma da un personaggio mitico che ne è in parte una copia funzionale: l’Arlecchino/Hellequin nota maschera della Commedia dell’Arte italiana, e prima ancora conducente mitico della Wilde Jagd o «Caccia Selvaggia», nonché sovrano del mondo infero [3].

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Questo è particolarmente importante ai nostri fini in quanto nella figura di Arlecchino convogliano sia gli elementi propri dell’Uomo Selvatico e del Re degli Inferi che quelli, più interessanti per noi in questa sede, del Folle e del Buffone, i quali vengono solitamente rappresentati con vestiti variopinti come quelli della celebre personaggio del Carnevale italiano: ne deriva che nel suo personaggio la dimensione carnevalesco-buffonesca tipica del Folle (e non di rado dello Sciamano) e quella infero-sottile della quale fanno parte tutte le progenie fatate del mito si fondono alla perfezione, quasi presentandosi per questo come una figura paradigmatica o “anello di congiunzione” per questo nostro studio.

Specularmente, un altro bassorilievo del frontale della Casa degli Artigiani di Thiers, realizzato nel XVI secolo, mostra un Selvaggio con in mano una marotte, il bastone tipico del Folle, la cui sommità riproduce il suo volto intagliato e il suo ghigno enigmatico. Egualmente, il Folle dei nativi americani possiede un bastone cerimoniale spesso decorato con elementi animali, quali zoccoli o speroni, ma che talvolta raffigura sulla sua estremità una testa umana rigonfia: si tratta del bastone rituale del Foolish One dei Mandan, uno dei tre spiriti sovrannaturali che parteciparono in illo tempore alla creazione del mondo [4].

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Anche il Folle, come l’Uomo Selvatico, possiede talvolta degli attributi “naturalistici”, sia animali che vegetali. Si possono menzionare, a tale riguardo, le mantelline che sulla sommità del cappuccio presentano quelle che sembrano essere creste di gallo (e in molti casi anche una vera e propria testa di gallo) nonché, ai lati del cappuccio, delle orecchie d’asino, animale simbolico che ci conduce al Re Folle dei Saturnalia romani, ornato col medesimo attributo, e quindi all’escatologia saturnina del tempo che si rinnova divorando periodicamente i propri figli e se stesso [5].

In ciò noi possiamo vedere, nel simbolismo dell’asino e del gallo, le spie di una concezione antichissima di cui i Saturnali romani sono una delle prime esplicazioni rituali da noi conosciute; potendosi inquadrare l’asino come simbolo del «Re dell’Anno Vecchio», destinato ad essere sacrificato per la creazione del nuovo anno, e il gallo, di contro, come simbolo del «Re dell’Anno Nascente», di cui annuncia il principio con il suo canto mattutino.

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Né mancano, come detto, nell’iconografia del Folle elementi vegetali: i bassorilievi dell’Abbazia di Notre-Dame de Fontelle del XVI secolo ce lo mostrano con una mantellina e un cappuccio di foglie, mentre nei bassorilievi della cattedrale di S. Pietro a Troyes, risalente al secolo precedente, troviamo dei Folli «avviluppati in ramoscelli» [6].

Questa fluidità di confini fra l’antropomorfo, lo zoomorfo e il vegetale, nelle figure del Selvaggio e del Folle, ne attesta l’ambito funzionale della fertilità e della fecondità: ugualmente gli antichi Romani, celebrando i Saturnali, ritenevano necessario compiere ritualmente e periodicamente una regressione “orgiastica” al caos in attesa dell’avvio dell’anno successivo, anno che anzi, per meglio dire, veniva ritualmente fatto nascere proprio tramite il ritorno cerimoniale e collettivo all’illud tempus del principio, durante il quale governava Saturno come nume dell’età dell’oro.

Ragion per cui, come avremo modo di vedere oltre, il Folle è da riconnettersi anche alla cosiddetta «inversione rituale» che, oltre che nei Saturnali, si può ritrovare anche nelle feste carnevalesche medievali, come le cosiddette «Feste dei Folli».

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Il Folle e lo Sciamano

Ritornando al tipico bastone del Folle/Giullare, vi è da mettere in risalto come la marotte ricorda altri bastoni cerimoniali utilizzati nella storia dell’umanità, come il bastone ligneo degli sciamani mongoli delle steppe, solitamente decorato all’estremità con una testa di cavallo, o come i cosiddetti «bastoni del comando» utilizzati dalle «streghe» in certe pratiche para-sciamaniche kazake, «per dare il malocchio o fare scherzi alle persone» [7].

Ma c’è di più: al Folle vengono tradizionalmente riconosciuti altri poteri e capacità sovrumane che lo avvicinano all’ambito mitopoietico proprio degli operatori sciamanici (e delle persone dotate di «seconda vista») e delle entità dell’Altro Mondo (tra cui i fairies, come si vedrà in seguito). A volte viene rappresentato come un guaritore, come si può vedere in un’incisione di Albrecht Dürer del 1511 che raffigura un Folle con indosso il tipico berretto con le orecchie d’asino e un sontuoso mantello mentre giunge al capezzale di un uomo morente mostrando platealmente un’ampolla che regge in mano; accanto a lui appare anche quel che sembra un Uomo Selvatico [8].

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Ancora: spesso l’iconografia medievale mostra il Folle intento a parlare con gli animali, quasi prevalentemente con uccelli, che sembrano giungere appositamente per conversare con lui. Un’altra incisione di Dürer, realizzata nel 1507, mostra un Folle con il berretto dalle orecchie d’asino e la cresta di gallo, a cavallo di un grande gambero (simbolo della sua capacità di andare controcorrente, sia nel senso di “direzione opposta” alla norma che nel senso esoterico di risalire a ritroso la corrente del tempo per poter infine uscire da esso, per accedere al «Tempo Sacro») conversare con un uccello che sta giungendo presso di lui.

Ci limitiamo a ricordare che il linguaggio degli animali, e in particolar modo proprio quello degli uccelli, è considerato essere da molte tradizioni arcaiche una sorta di lingua esoterica conosciuta solo dai maghi, dai grandi sciamani, da individui in possesso della «seconda vista», dai santi (il caso più noto è quello di San Francesco d’Assisi) o da persone pure di spirito.

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Tale credenza è però molto più antica dell’epoca cristiana: appare per esempio nell’antico ecumene tracio-greco nel personaggio di Orfeo, ma se ne trovano tracce anche in tradizioni antecedenti, come ad esempio nello popolazioni della fascia sub-artica dedite a una religiosità di tipo sciamanico: dai Lapponi alle popolazioni siberiane (Ostiachi, Yakuti, Tungusi, Ciukci), fino agli Inuit del Canada.

La comprensione del linguaggio degli animali è da riconnettersi idealmente, come vedremo, alla situazione di fluidità e indeterminatezza tipiche del tempo fuori dal tempo in cui l’esperienza sacra viene vissuta: paradigmatica in questo senso la credenza riportata da Eliade, secondo la quale durante lo stato di trance lo sciamano tunguso sarebbe stato in grado di comprendere «il linguaggio di tutta la Natura» [9].

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Il Folle e l’«inversione rituale»

Essendosi menzionati i Saturnali, bisogna ora parlare delle feste carnevalesche, in cui il Folle/Giullare ha sempre ricoperto un ruolo centrale. Le origini del Carnevale sono infatti da ricercarsi, oltre che nei Saturnali romani, anche nelle Festum Fatuorum o Festum Stoltuorum, le «Feste dei Folli» di epoca medievale, che si svolgevano soprattutto in Francia. Orde di persone travestite da Folli si riversavano nelle strade e, guidati da un Vescovo dei Folli, irrompevano in chiesa durante la funzione, dando vita a siparietti osceni e cantando dissacranti parodie dei canti sacri.

Eventi collettivi di tal guisa, incentrati ritualmente sull’inversione delle regole prestabilite (si deve ricordare di sfuggita come l’Altro Mondo o mondo sotterraneo dei morti e dei fairies venga sempre visto come un «mondo alla rovescia» rispetto al nostro) sono registrati già a partire dal XII secolo e continuano almeno fino al XV.

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Elemento centrale dell’azione e della raffigurazione cerimoniale era la cosiddetta Nave dei Folli, un’imbarcazione che veniva trascinata grottescamente attraverso le strade, asciutte, del paese [10]. Il passaggio di una Nave dei Folli venne registrato già nelle Gesta Abbatum Trudonensium, una cronaca belga datata 1133.

Questo tipo di rituale deambulatorio collettivo può forse essere messo in relazione con le scorribande rituali sul tipo dei Charivari di certe confraternite maschili come i Luperci nell’antica Roma, i Taltos in Ungheria, i Calusari in Romania, e coloro che si travestono da Krampus nell’area alpina, non a caso durante il periodo dell’anno di crisi solstiziale di Mezzo Inverno; egualmente, tra i Kwakiutl dell’area subartica, i membri della Loggia del Cannibale, durante i giorni adibiti alle pratiche rituali di Mezzo Inverno, passano rumorosamente in tutte le abitazioni del villaggio, per spaventarne gli abitanti e al tempo stesso per allontanarne i demoni [11]

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L’inversione rituale di Mezzo Inverno viene connessa da Nigel Jackson alla pratica del tantrismo indo-tibetano denominata Ulta Sadhana, «Andare contro la corrente». Si tratta di una regressione totale delle facoltà umane, psichiche, respiratorie e fisiologiche per ritornare al Puro Vuoto del «Corpo di Diamante», la coscienza eterna al di là del tempo e dello spazio [12].

Nell’Inghilterra medievale il 6 gennaio, giorno in cui si conclude la «crisi solstiziale» di Mezzo Inverno dalla durata di 12 giorni, il Christmas Fool percorreva le strade del paese avvolto in una pelle di animale, danzando accompagnato dai Morris Men e dagli spadaccini [13]. E Janet Bord, sempre parlando della tradizione britannica, sottolineò come [14]:

« le descrizioni delle danze delle fate ricordano in qualche caso i balli popolari tutt’ora ampiamente diffusi in Gran Bretagna, e soprattutto il cosiddetto “Morris”, le cui origini restano circondate da un alone di mistero. Non è da escludere che la gente secoli fa copiasse le danze che vedeva eseguire alle fate e che, con il passare degli anni, le abbia adattate fino ad arrivare alle versioni attuali. »

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Il Folle e i Fairies

Abbiamo già notato, in apertura, come si possa connettere iconograficamente la figura medievale del Folle/Giullare a figure molto più antiche, afferenti al mondo del mito e del folklore. D’altronde la mantellina con cappuccio, tipica del Buffone, viene indossata nelle tradizioni arcaiche da esseri sovrannaturali, genî e demoni così come «dagli gnomi dell’èra cristiana, loro eredi» [15].

Tutte queste figure, come anticipato, se da una parte appaiono connessi all’ambito funzionale della fertilità e della guarigione, dall’altra sono nondimeno da legare a quello notturno e funebre del sonno e della morte. Infatti nella tradizione celtica i fairies sono ravvisabili da una parte come demoni della vegetazione, dall’altra come spiriti dei morti [16]. Trattasi — come abbiamo detto — degli stessi ambiti funzionali iconografici del Folle, così come di altre figure liminali del folklore medievale come l’Uomo Selvatico e Arlecchino.

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Non a caso il cappuccio rosso con mantello indossato comunemente dal Folle è anche, in svariate tradizioni, attributo delle entità feriche. Le nix, spiriti mutaforma dell’acqua dell’Europa settentrionale, portano un berretto scarlatto, così come i nani e gli gnomi (usualmente a punta), e pure il kallikantzaros della Grecia (che va in giro completamente nudo eccetto il cappuccio rosso), il Barabao mutamorfa della tradizione veneziana, i pixies della Cornovaglia, il Piccolo Popolo che dimora all’interno del rath irlandese di Enniscorty, gli spiritelli maligni delle Isole Britanniche conosciuti come Redcaps (i quali intingono i berretti nel sangue delle loro vittime).

E ancora, possiamo menzionare i Feorins del Lancashire, i Duende della Spagna e del Portogallo, gli Heinzelmannchen germanici, simili ai coboldi, gli Oakmen inglesi (il cui cappello ricorda l’amanita muscaria) e il Fuddittu sicialiano. Altri, come i Rubezahl e gli Hey Hey Man del Mitteleuropa portano una mantella rossa, che talvolta copre loro il viso. Anche gli Erdluitle, dimoranti nelle caverne e nelle miniere di Austria, Italia, Danimarca, Francia e Germania, sono vestiti con una mantellina rossa (o nera) che li copre fino ai piedi d’anatra [17].

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Senza ombra di dubbio il cappuccio e il mantello sono da connettere con un culto popolare molto in voga presso le popolazioni celtiche: quello del genius cucullatus (come lo denominarono i Romani), una divinità rivestita di un mantello con cappuccio che gli copre la testa. Il nome latino cucullus è di origine celtica, indicando al tempo stesso il «cappuccio» e il «prepuzio»: donde un rimando alla fertilità e alla sessualità [18]. È da sottolinearsi il carattere al tempo stesso fallico e profilattico di questi genii cucullati: essi venivano adorati anche nelle sorgenti termali, in quanto venivano loro attribuite proprietà terapeutiche [19].

Si riteneva anche che il loro cappuccio, come nel caso delle entità feriche sopramenzionate, consentisse loro di guadagnare l’invisibilità e di non essere visti dagli esseri umani. Si credeva anche che fossero gli spiriti della terra, talvolta rappresentanti con una figura femminile che potrebbe essere la dea della fertilità [20]. Con riguardo al Genio Cucullato, che abbiamo già menzionato come arcaico antenato sia dei fairies che del Folle/Giullare, Waldemar Deonna rileva [21]:

« Il cucullatus è anche un simbolo della sospensione, del blocco della vita; vestito di un mantello notturno, nella notte che egli illumina, quello del sonno e dei sogni; vestito del mantello funebre, quello dell’ultimo sonno. Vita, luce, fecondità da una parte, notte e morte dall’altra, ben lungi dall’essere antagoniste, sono al contrario apparentate e associate. Le divinità della fertilità, della fecondità, della vegetazione, della guarigione, sono ovunque e allo stesso tempo delle divinità della morte; e il fallo, sorgente di vita, si erge sulle tombe. Ma questa morte non è che un passaggio a una nuova vita. »

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Numerosi Folli dotati di orecchie d’asino compaiono nelle incisioni satiriche del Narrenschift (Nave dei Folli) di Sebastian Brant, pubblicato a Basilea nel 1495. Anche qui i Buffoni ricordano nella loro indeterminatezza di numero e di sesso i fairies delle tradizioni britanniche e le anime dimoranti nell’Oltremondo, nonché le legioni di demoni dei trattati di demonologia medievale: a volte capita, d’altronde, che persino il diavolo sia raffigurato, oltre che cornuto e itifallico, anche in possesso delle fatidiche orecchie d’asino che lo ricollegano all’iconografia del saturnino Re dell’Anno Calante o dell’Agrifoglio, nonché dei Folli [22].

I fairies, similmente al Folle, non agiscono secondo la razionalità umana, ma apparentemente senza uno scopo: «gli esseri umani generalmente agiscono con uno scopo, e si aspettano che anche altre creature si comportino allo stesso modo; ma è possibile che questo concetto non sia comune a esseri provenienti da un altro mondo» [23].

È anche interessante, ai fini del nostro studio, notare come anche in tempi recenti i fairies esibiscano caratteristiche esteriori che li avvicinano palesemente all’immagine medievale del Folle/Giullare. Per esempio nel 1979 a Nottingham, in Inghilterra, alcuni bambini che si trovavano a Woolaton Park al crepuscolo videro circa sessanta «ometti» che indossavano maglie blu, calzamaglie gialle e cappelli da giullare con pompon; avevano inoltre visi rugosi e lunghe barbe bianche dalla punta rossa [24].

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I fairies/giullari nelle esperienze psichedeliche

Non solo: le entità del mondo sottile che appaiono durante le esperienze psichedeliche sono spesso descritte come simili ai fairies e ai giullari medievali. Le entità che si incontrano durante l’esperienza con il DMT vengono da molti descritte come «elfi» e persino come «pagliacci». Una delle volontarie che si è sottoposta ai test di Rick Strassmann affermò di essersi trovata «su una giostra», insieme a un grande numero di «bambole abbigliate secondo la moda della fine dell’Ottocento» e «alcuni clown, che volteggiavano dentro e fuori» [25].

Esperienze simili ricordano da molto vicino alcune visite a Fairyland collazionate dai folkloristi: per esempio una avvenuta nel Galles riportata da Walter Evans-Wentz, in cui un ragazzino, dopo essere stato portato dai Tylwyth Teg in una caverna subacquea al di sotto di un fiume, si ritrovò in un palazzo dove questi stavano giocando con palle dorate, disposti in cerchi come quelli in cui essi sono soliti danzare e cantare [26].

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Un’altra volontaria di Strassmann ha manifestato l’impressione di essere stata all’interno di «un folle spettacolo da circo», aggiungendo che le entità dell’Altro Mondo «parevano dei jolly, e sembrava quasi che lo rappresentassero per me. Avevano un aspetto buffo, con dei campanelli sul cappello e grossi nasi. Tuttavia avevo l’impressione che se la potessero prendere con me, e non sembravano del tutto amichevoli».

Un terzo volontario confermò queste sensazioni: «Erano come clown, o jolly, giullari, o anche diavoletti. Ce n’erano un mucchio a fare quelle loro cose divertenti». Dopo aver descritto la scena in cui si trovava, simile a un «casinò di Las Vegas, tutta un brillio e un turbine di luci», egli si sente trasportato verso l’alto, dove ha potuto vedere «clown in piena azione… clown animati» [27].

Benny Shannon, professore di psicologia presso l’Università ebraica di Gerusalemme, riferisce che molte delle persone che hanno provato l’ayahuasca menzionano strutture che ricordano i parchi di divertimento, le giostre e le ruote da luna park. Michael Harner, un noto antropologo americano che ha fatto ricerche in Amazzonia all’inizio degli anni Sessanta, raccontò che la notte in cui bevve per la prima volta l’ayahuasca vide quello che descrisse come un «carnevale soprannaturale di demoni» [28].

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Conclusione

In queste note che abbiamo stilato in questa sede, passando dall’ambito iconografico del Folle/Giullare di epoca medievale a quello mitico-folklorico afferente a entità altre quali l’Uomo Selvatico, il Genio Cucullato e tutte le varie categorie di entità feriche delle varie tradizioni, abbiamo cercato di inquadrare la figura profanizzata del Buffone/Giullare in un ordine di idee più tradizionale, che ha a che fare ritualmente con l’«inversione rituale» tipica di alcune feste sacre quali i Saturnali romani: d’altronde abbiamo visto come il Re Folle dalle orecchie asinine, doppio di Saturno, non sia altro che un antenato del Folle medievale, che mantiene anche molti secoli dopo i medesimi attribuiti asinini.

Da ciò abbiamo ipotizzato che, durante l’epoca cristiana, il Re Folle dei Saturnali e tutte quelle figure mitiche impegnate nei rituali deambulatorî collettivi di origine pagana, siano sfociate iconograficamente in vari tipi di entità, come l’Uomo Selvatico e Arlecchino, connesse al Folle/Buffone per la loro liminalità e alterità, nonché per l’indeterminatezza e fluidità da essi esibita tra le forme antropomorfe, zoomorfe e vegetali.

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Caratteristiche, queste, che abbiamo dimostrato tipiche di tutte quelle entità dell’altro mondo che abbiamo denominato per comodità fairies, i quali trovano nel Genio Cucullato celtico e nel Telesforo greco gli antenati forse più arcaici, nonché di quelle entità sottili che secondo gli studi più recenti si possono incontrare nel bel mezzo delle esperienze psichedeliche come quelle esperite da Terence McKenna, Michael Harner o dai volontari che si sono sottoposti ai test di Rick Strassmann, che si pongono dunque idealmente, nel folklore contemporaneo, come i più limpidi discendenti di fairies, genî e demoni vari.

Si potrebbe dunque ipotizzare, avendo fornito questi dati, una discendenza iconografica della figura del Folle/Giullare da figure mitiche ben più arcaiche, entità sottili ben conosciute dal foklore. Da questo punto di vista, il Buffone medievale sembra essere, in ultima analisi, una antropomorfizzazione e una profanizzazione paradigmatica di figure altre in un’epoca in cui, dominando la concezione cristiana, esse erano state estromesse dall’ambito immaginale e sacrale collettivo e quindi, di conseguenza — come detto — profanizzate e per tale via reinterpretate a un livello comprensibile per la nuova concezione dominante.

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Note:

[1] S. Pietrini, Giullari, p. 19

[2] W. Deonna, Dèi, genî e demoni incappucciati, p. 13

[3] M. Amateis, Ai confini dell’umano: Selvaggi, Folli, Orsi. Tradizioni amerindiane ed europee medievali, p. 11

[4] Ivi, p. 36. L’Uomo Selvatico, in virtù del suo legame ontologico con il locus in cui il mito poneva la sua abitazione — un luogo ancora non-antropizzato e in cui gli aspetti più panici della natura ancora si rivelano ai viandanti — si rivela come il simbolo di una connessione con le forze naturali che potremmo definire organica, olistica, fondata non su una conoscenza razionale ma piuttosto su un modo di essere, su un’inglobamento in un flusso panico che sembrava scorrere attraverso tutti i regni della manifestazione, dal minerale al vegetale, dall’animale all’umano — e oltre.  Non sorprende quindi che in molte raffigurazioni medievali il Selvaggio, solitamente raffigurato come un uomo nudo, barbuto e peloso, talvolta con caratteristiche fisionomiche che ricordano quelle degli antichi Satiri e Sileni, si confonda in qualche modo con il Green Man, dio-demone della forza vegetativa adorato soprattutto in territorio celtico-britannico, dove appare sovente anche nelle decorazioni scultoree delle chiese (rappresentazione che in ambito mediterraneo si è sovrapposta a quella del dio fluviale Oceano). Non solo nell’arte medievale europea, ma anche nella concezione amerindia, per es. dei Kwakiutl, popolazione tribale ubicata sulla costa nord-occidentale, l’Uomo dei Boschi, qui denominato Bekhu’s, viene immaginato «di colore verde, a testimonianza della sua natura anche vegetale, e ricoperto da fronde nella zona del tronco«; «la barba è costituita da fogliame, così come il copricapo da foglie e rami intrecciati». Un altro spirito-iniziatore della mitologia kwakiutl, lo Spirito Cannibale Hamatsa, dimorante «al margine settentrionale del mondo» da dove inizia i novizi nel periodo di mezzo inverno all’apprendistato sciamanico, è visualizzato ornato di rami di abete e di cortecce di cedro. Come chiosa Margherita Amateis, «l’iniziazione prevede una compenetrazione con le forze della selva», la stessa compenetrazione di cui noi riteniamo faccia esperienza l’Uomo Selvatico della tradizione europea [Ivi, pp. 8-9].

[5] Vi è anche chi vuol vedere nell’entrata a Gerusalemme di Gesù in sella a un asino la Domenica delle Palme, che sarà il preludio alla sua immolazione, una continuazione neanche troppo velata di questa tradizione sacrificale del Re Folle.

[6] Amateis, op. cit., p. 37

[7] D. Bosca, Masche, p. 53

[8] Amateis, op. cit., p. 46

[9] M. Eliade, Sciamanismo, p. 118. Rileva Eliade: «Dappertutto nel mondo imparare il linguaggio degli animali e, per primo, quello degli uccelli, equivale a conoscere i segreti della Natura e, pertanto, a essere capaci di profetizzare», aggiungendo che talvolta tale conoscenza segreta si può ottenere mangiando la carne di determinati animali considerati magici (come la serpe), in quanto «concepiti come il ricettacolo delle anime dei morti o come epifanie di dèi» [Ibidem].

[10] Una scena, questa, che il genio immaginale novecentesco di Werner Herzog ha re-immaginato — e dunque ri-creato — nello splendido film Fitzcarraldo (1982), dove si assiste, in una sequenza epocale, al trasbordo di una nave nella foresta amazzonica, da un versante del monte all’altro; e il conduttore di questa iconica Nave dei Folli nonché «Vescovo dei Folli» non può che essere Klaus Kinski, che la «Via del Folle» la seguì anche a riflettori spenti, fino in fondo — e che già dieci anni prima conduceva un’altrettanto iconica Nave dei Folli in un altra collaborazione con Herzog, quell’Aguirre (1972) impreziosito dall’armonia musicale dei Popol Vuh, che a ben vedere può essere considerato alla stregua di un aggiornamento moderno del filone della Navigatio tipico del cristianesimo celtico, da S. Brendano a S. Patrizio.

[11] Queste incursioni collettive possono forse mettersi in relazione anche con il topos mitico della «Caccia Selvaggia» o «Esercito Furioso», particolarmente vivo nell’area mitteleuropea, nordica e britannica, o ancora con il Dianaticus o corteo di Diana (interpretato “cristianamente” come la processione delle anime dei morti condannati al Purgatorio).

[12] N. Jackson, Masks of Misrule, p. 88. Una scena ispirata a questa processione rituale si può vedere nel film The Wicker Man di Robin Hardy del 1973, dove il protagonista viene con l’inganno invitato a vestire i panni del Folle… con conseguenze prevedibili.

[13] Ivi, p. 65. Questa concezione del percorrere a ritroso la corrente del tempo al fine di uscire dal tempo propriamente detto, quello storico, ed accedere alla dimensione atemporale del tempo mitico (quello che gli aborigeni australiani chiamano Dreamtime e Mircea Eliade «Tempo Sacro») si può forse connettere, come hanno proposto alcuni, al dio italico Giano (Janus o Dianus, consorte della dea Diana, dea selenica adorata ancora nel Medioevo in molte zone rurali d’Europa), dio liminale par excellence: si tratta infatti del nume degli inizi, delle porte d’ingresso e di uscita (ianua = “porta”) dal mondo e dal tempo, che già Ovidio mise in relazione al potere primordiale del Kaos ai tempi della creazione; egli era considerato il «signore del tempo in mezzo ai tempi». Giano fu anche ovviamente, come Saturno e prima di lui, sovrano dell’età aurea, che è una cosa unica con il «Tempo Sacro»: le sue celebrazioni ricorrevano all’inizio di ogni mese, e soprattutto all’inizio del nuovo anno, immediatamente dopo i Saturnali dedicati al suo successore. Come riportò Margaret Murray, il culto di Giano era ancora in vita nel XVII secolo presso le streghe basche, che lo veneravano nel suo aspetto classico, cornuto e dal duplice volto, e sotto il nome di Janicot [Ivi, p. 20].

[14] J. Bord, Fate, p. 51

[15] Deonna, op. cit., p. 25

[16] Ivi, p. 38

[17] M. Conese, Nati con la camicia, pp. 86-89

[18] Ivi, p. 94

[19] Ivi, p. 96

[20] Bord, op. cit., p. 148

[21] Deonna, op. cit., p. 82

[22] Jackson, op. cit., p. 61

[23] Bord, op. cit., p. 115

[24] G. Hancock, Sciamani, pp. 387-8

[25] Ivi, p. 449

[26] W.Y. Evans-Wentz, Fairy Faith, p. 149

[27] Hancock, op. cit., p. 449

[28] Ivi, p. 450. Lo stesso Terence McKenna percepì nell’incontro con quelli che denominò «elfi interdimensionali» un riflesso dell’archetipo del circo e del luna park, luoghi «carnevaleschi» che tuttavia hanno due facciate, una «luminosa» e una «oscura, sinistra» (quella per esempio che comprende lo spettacolo dei freaks), archetipo che secondo il Nostro aveva ben compreso il cineasta nostrano Federico Fellini, che in opere come Amarcord o Giulietta degli Spiriti (ma, aggiungiamo noi, anche il Satyricon e il cortometraggio Toby Dammit) realizzò «scene carnevalesche che rimandano alla DMT» (è d’altronde accertato che Fellini fece esperienze con l’acido lisergico, LSD). McKenna riassunse con queste parole l’ambiguità dell’incontro con queste intelligenze “altre”, connettendola all’esperienza panica degli antichi Greci: «C’è un’emotività in tutto ciò, che non trova rispondenze nel nostro mondo, perché riassume in sé un’incredibile estraneità abbinata a una familiarità straordinaria. È un’estasi che è coincidentia oppositorum, è simultaneamente ciò che è e ciò che non è. E la mente umana non la può gestire, si chiama dissonanza cognitiva e genera il panico più totale» [McKenna, DMT, p. 54]. 


Bibliografia:

BORD, Janet: Fate. Mondadori, Milano 1997

BOSCA, Donato: Masche. Voci luoghi e personaggi di un “Piemonte Altro” attraverso ricerche racconti e testimonianze autentiche. Priuli & Verlucchia, Torino 2012

AMATEIS, Margherita, Ai confini dell’umano: Selvaggi, Folli, Orsi. Tradizioni amerindiane ed europee medievali, in COMBA, Enrico & OMEZZANO, Daniele: Uomini e orsi: morfologia del selvaggio. Accademia University Press, Torino 2015

CONESE, Massimo: Nati con la camicia. Edizioni Studio Tesi, Roma 2018

DEONNA, Waldemar: Dèi, Genî e demoni incappucciati: da Telesforo al “Moine Bourru”. Medusa, Milano 2019

ELIADE, Mircea: Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi. Mediterranee, Roma 2005

EVANS-WENTZ, Walter: The Fairy Faith in Celtic Countries. Citadel Press, Carol Publishing Group, New York 1990

McKENNA, Terence: DMT, ShaKe, Milano 2015

JACKSON, Nigel: Masks of Misrule

PIETRINI, Sandra: I giullari nell’immaginario medievale. Bulzoni, Roma 2011


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