Quella che state leggendo è un’indagine, un’indagine su nomi di esseri che non sono umani e che compaiono in storie fiabesche trasmesseci dall’Irlanda medievale, quando una fittissima letteratura, la più prolifica produzione in volgare di tutti i secoli bui, riusciva a preservare, persino attraverso le fitte maglie della cristianità, gli antichi racconti della mitologia celtica. Un’indagine sulle tracce di diversi esseri sospettati di essere uno solo, un esperto di travestimenti che potrebbe dirci molto sulla natura dei mondi oltre le nebbie.
di Francesco Tomasello
Vi racconto una storia di guerrieri, elfi e spiriti dell’oltretomba. In altri tempi, questo sarebbe stato un motivo più che sufficiente per sedersi e ascoltare. Oggi, ho l’impressione, non è più così, e benché il mio mestiere sia sempre stato quello di raccontare storie di altri mondi che sembrano non avere incidenza sul vostro, dovrò guadagnarmi il vostro interesse con qualcosina in più. Quella che state leggendo è un’indagine, un’indagine su nomi di esseri che non sono umani e che compaiono in storie fiabesche trasmesseci dall’Irlanda medievale, quando una fittissima letteratura, la più prolifica produzione in volgare di tutti i secoli bui, riusciva a preservare, persino attraverso le fitte maglie della cristianità, gli antichi racconti della mitologia celtica. Un’indagine sulle tracce di diversi esseri sospettati di essere uno solo, un esperto di travestimenti che potrebbe dirci molto sulla natura dei mondi oltre le nebbie.
Questa ricerca è nata dalla mia curiosità su Abhartach, un vampiro di cui parlano alcune storie popolari dell’Irlanda del Nord e che, secondo alcune opinioni recenti, sarebbe addirittura l’ispiratore di Dracula. Ho parlato di lui in alcuni post delle mie pagine social, ma in futuro porterò il discorso anche qui sul sito. Secondo la storia, questo Abhartach era un nano che comandava un piccolo feudo dalle parti dell’odierna Slaghtaverty e venne ucciso da un capoclan ostile; si vocifera che si trattava addirittura del leggendario Fionn mac Cumhaill, il capo dei Fianna, guerrieri e cacciatori protagonisti del grande ciclo epico feniano. Dopo essere stato seppellito, però, Abhartach tornò in vita tre volte, fino a quando un druido non consigliò di inumarlo a testa in giù e bloccare la sua tomba con un dolmen, in modo che il revenant non potesse più liberarsi. Durante le ricerche mi sono imbattuto in un nome simile al suo, ma relativo a un personaggio completamente diverso, Abarta, scritto anche Avartach, che a differenza del precedente fa davvero parte del ciclo feniano. Incuriosito dalla storia secondo la quale avrebbe portato sedici Fianna nell’aldilà per un semplice scherzo, ho trovato e letto la traduzione inglese del racconto che ne parla, In Gilla Decair. Forse perché non leggevo un testo medievale da un po’, forse per la novità dell’ambientazione, e naturalmente per i meriti intrinseci dell’opera, questa lettura è stata folgorante: i racconti medievali, scritti in modo formulare eppure incalzanti, dalle descrizioni evocative benché brevi, fanno apparire la dimensione della magia e del sacro molto più vicina di quanto riescano a fare, il più delle volte, le nostre arti odierne. Così, la ricerca di un nesso tra Abhartach e Abarta, un altro psicopompo capace di entrare e uscire dal mondo dei morti a suo piacimento, si è trasformata nella comprensione e nel desiderio di trasmettere questa bella storia, su cui la critica specialistica ha scritto poco e che sembra quasi sconosciuta al di fuori di essa. In questo articolo vi racconterò l’episodio di Gilla Decair e vi esporrò i principali studi critici svolti finora su questa storia e sul personaggio di Abarta. La storia e le sue implicazioni, infine, mi consentiranno forse di intravedere, dietro di lui, alcuni personaggi più familiari.
Nota filologica
Nel 1892 Standish Hayes O’Grady, antiquario, ha pubblicato un’edizione del testo irlandese fondato sul manoscritto di Lawrence Mac Nally del 1765, MS Additional 34,119 del British Museum, nel primo volume della sua importante raccolta Silva Gadelica, e una traduzione in inglese nel secondo volume. Un’altra traduzione si trova nel volume Hero-Tales of Ireland di Jeremiah Curtin, del 1894. La traduzione inglese più famosa è forse quella di Patrick Joyce in Old Celtic Romances, del 1920, benché abbia compresso un episodio e ne abbia espunto un altro; essa si basa sui manoscritti 4. B 28. e 23. G. 21. della Royal Irish Academy, copie settecentesche di testimoni medievali sconosciuti, il primo copiato da Edmund Terry nel 1728 e il secondo da Michael Oge O’Longan. Il testo che ho letto e seguito come guida è quello di Joyce, integrando le parti mancanti grazie alla traduzione di O’Grady e confrontando anche quella di Curtin.
La comparsa di Gilla Decair
Un giorno, mentre Fionn e i Fianna festeggiavano Samhain con un grande banchetto sulla collina di Knockainy, nel Munster, videro avvicinarsi un gigante mostruoso accompagnato da un cavallo ancora più mostruoso. Il gigante aveva un aspetto irsuto e trasandato e si trascinava dietro una mazza di ferro, mentre il cavallo era nero, deforme e talmente emaciato da apparire scheletrico. Interrogato da Fionn sulla sua identità e il suo scopo, il gigante disse di essere un Fomoriano, membro cioè del clan avverso agli dèi Tuatha Dé Danann, e di chiamarsi Gilla Decair, che significa ‘servo pigro’; poiché aveva sentito della fama dei Fianna, desiderava unirsi a loro per un anno, e ricevere al termine il giusto compenso. Nonostante il suo aspetto scoraggiante, Fionn non gli rifiutò la richiesta, concedendogli di mettersi alla prova, e il gigante diede immediata dimostrazione del suo carattere indolente e lamentoso, mentre il suo destriero, nonostante l’aspetto debole, attaccò con violenza gli altri cavalli al punto di ferirli a morte.
I Fianna si gettarono sull’animale per fermarlo, scoprendo che aveva una forza prodigiosa: nel tentativo di trattenerlo, quindici Fianna, tra cui il farsesco Conan mac Morna, montarono sulla sua groppa senza sortire effetto (avevano pensato che, se il cavallo era abituato a trasportare il gigante, il peso di un uomo solo non fosse sufficiente) e Gilla Decair, dichiarandosi offeso dal trattamento riservato al suo animale, ritirò la decisione di servire Fionn, chiedendo che gli fosse subito pagato il salario del suo anno di servizio. Fionn cercò di persuaderlo a restare ma il gigante, irremovibile, disse che se ne sarebbe andato anche senza paga, voltò le spalle ai Fianna e corse via a velocità prodigiosa, seguito dal cavallo ugualmente veloce. I quindici Fianna che erano rimasti in groppa scoprirono presto di essere bloccati da un incantesimo che impediva loro di smontare e, intanto, Ligan Lumina, il più veloce corridore della banda, inseguì il cavallo e riuscì a raggiungerlo, afferrandogli la coda per trattenerlo, ma si trovò subito prigioniero della magia. Giunti alla costa cavallo e cavaliere saltarono verso il mare, continuarono a correre sulla superficie dell’acqua e svanirono all’orizzonte, diretti verso ovest, insieme ai sedici prigionieri.
Fionn, determinato a salvare i suoi compagni, si consultò con il suo poeta e consigliere, Fergus, che gli disse di dirigersi al colle di Ben Edar, dove Gael Glas, il progenitore della stirpe gaelica, aveva lasciato delle navi pronte per tutte le volte che i suoi figli avessero desiderato attraversare il mare. Lungo il tragitto incontrarono due giovani in armatura: si chiamavano Feradach e Foltlebar, erano fratelli e stavano discutendo su chi dei due avesse il talento più utile, poiché il primo era capace di fabbricare una nave in pochi secondi con tre colpi della sua ascia, mentre l’altro era capace di inseguire una preda sia sulla terra che sul mare senza mai perderla. Fionn raccontò loro dell’avventura di Gilla Decair e disse di avere bisogno di entrambe le arti, prendendoli nella compagnia (si crea qui una piccola incoerenza tra l’andare a Ben Edar per recuperare delle barche e l’incontro con Feradach che può fabbricarne una nuova). Poi Kylta mac Ronan, nipote di Fionn, salì su un colle e lanciò tre urli: la sua voce riecheggiò da un lato all’altro dell’isola d’Irlanda, e tutte le bande di Fianna accorsero al richiamo per prestare servizio al loro re. Dopo essersi consultati, decisero che quindici uomini, tra cui i due fratelli, avrebbero accompagnato Fionn nella spedizione, mentre gli altri sarebbero rimasti a proteggere il regno. Saliti sulla nave fabbricata da Feradach, i Fianna partirono guidati da Foltlebar, che riuscì a seguire le tracce di Gilla Decair sul mare e sugli scogli. Navigarono per giorni e affrontarono una violenta tempesta, ma Foltlebar non deviò mai il suo corso, fino a quando scorsero, a occidente, una scogliera, così liscia da sembrare vetro, che saliva verso l’alto tanto che la cima era in mezzo alle nuvole. Foltlebar disse che le tracce del gigante si fermavano lì, ma nessuno sapeva come accedere a quel luogo impervio. Quella terra era Tír fo Thuinn, la terra sotto le onde, una delle tante rappresentazioni di Tír na nÓg, il reame beato dell’occidente in cui dimoravano gli dèi Túatha Dé Danann, e forse dimorano ancora.
I Fianna a Tír fo Thuinn
Fu allora che uno dei Fianna, Dermot O’Dyna, spinto da Fergus, ebbe un’avventura solitaria e si separò dal gruppo per ricongiungersi in seguito. Poiché era stato cresciuto in un altro reame fatato, Tír Tairngire, la terra della promessa, dal dio del mare Manannán mac Lir, Fergus gli chiese perché restasse fermo lì, quando aveva ricevuto la forza e la saggezza per esplorare quella nuova terra. Toccato nell’orgoglio, armato delle sue lance magiche ed evocando la furia berserk dei guerrieri nordici, Dermot saltò giù dalla nave e usò le armi come rampini per scalare la scogliera. Giunto in cima trovò che l’interno dell’isola era verde e rigoglioso e si diede a esplorarlo, finché giunse a un cerchio di pietre intorno a un frutteto, con un pozzo d’acqua cristallina e un corno; non appena ebbe bevuto l’acqua dal corno ecco apparire un cavaliere in armatura, dall’aspetto selvaggio, che lo sfidò a duello per aver osato bere alla sua fonte.
Questo cavaliere era un gruagach, uno spirito della natura che oggi viene rappresentato come un piccolo folletto domestico ma che, nel medioevo, era considerato un essere molto potente, alto e simile a un peloso Uomo selvatico. Dopo un lungo combattimento, il gruagach si gettò nel pozzo e sparì alla vista. Gli eventi si ripeterono similmente il giorno successivo e quello dopo ancora: Dermot rimase in quel luogo, bevendo dalla fonte e nutrendosi degli splendidi cervi che passavano di lì, e ogni volta il gruagach lo attaccava e poi spariva. La terza volta, però, Dermot riuscì ad afferrarlo e si gettò insieme a lui nel pozzo, attraversando un lungo abisso e atterrando morbidamente. Il suo nemico era riuscito a fuggire, ma Dermot aveva ora scoperto un altro splendido reame nel cuore dell’isola, e si trovava davanti allo splendido palazzo reale di una città scintillante. Subito venne accolto da un gruppo di cavalieri squisiti, comandati dal Cavaliere del Valore, anch’egli un gruagach, che lo onorarono molto e lo nutrirono e vestirono bellamente, e la sera lo intrattennero insieme a eruditi di ogni scienza in dotte conversazioni. L’indomani, Dermot chiese loro chi fossero e chi fosse il guerriero che aveva affrontato. Il Cavaliere del Valore gli rivelò allora di essere il re di Tír fo Thuinn, di aver servito Fionn per un anno intero in passato e di essere stato usurpato dal Cavaliere o gruagach della Fonte, che era suo fratello, che lo aveva mandato lì in esilio insieme ai suoi compagni più fedeli. Il re disse a Dermot che, con il suo aiuto, avrebbe potuto riconquistare il regno, e lo invitò a rimanere suo ospite per tutto il tempo che la guerra avrebbe richiesto. Il Fianna accettò.
Il gruppo di Fionn attese Dermot per giorni e alla fine, grazie a Feradach e Foltlebar, che crearono una corda abbastanza lunga usando tutto il cordame della nave, i Fianna poterono sbarcare e andare a cercarlo. Seguendo le sue tracce trovarono la fonte, dove furono raggiunti da un altro cavaliere ancora, che li accolse e li invitò a seguirlo in un edificio sontuoso, dove anch’essi ricevettero pregevole accoglienza. Interrogato da Fionn, quel cavaliere informò i Fianna che si trovavano in un regno di nome Sorách (luce), di cui egli era il sovrano, e offrì aiuto nella ricerca di Gilla Decair. Proprio allora giunsero informatori: il regno di Sorách era stato attaccato da una flotta straniera, capeggiata da colui che si proclamava il Re del Mondo. Il Re del Mondo, che compare anche altrove nel ciclo feniano, è descritto come sovrano greco, ma la sua funzione narrativa è quella di rappresentare un’altra fazione del mondo sovrannaturale. Fionn, che aveva già combattuto contro tale nemico, si unì al re di Sorách nel respingerlo. Ognuno dei Fianna si mise a capo di un battaglione, e nel giro di pochi giorni, nonostante l’enorme vantaggio numerico del nemico, riuscirono a costringerlo alla resa. Fu allora che a Sorách giunse un altro gruppo armato: era l’esercito del Cavaliere del Valore, capeggiato da Dermot, che aveva ucciso il Cavaliere della Fonte e restaurato il re sul trono. Finalmente riuniti, i Fianna appresero dal Cavaliere del Valore che Gilla Decair era, in realtà, uno dei Tuatha Dé Danann, di nome Avartach mac Allchaid Ioldathach, e che aveva portato i suoi sedici prigionieri a Tír Tairngire, la ‘terra della promessa’ dove era stato cresciuto Dermot. Così, dopo aver preso commiato dai re loro amici e averne rifiutato gli aiuti, i Fianna raggiunsero l’altra sponda dell’isola e ripresero il viaggio in mare. Ebbero più difficoltà a orientarsi, perché Gilla Decair, questa volta, aveva nascosto le proprie tracce, ma raggiunsero la meta ugualmente. Sulle coste di Tír Tairngire, per evitare conflitti inutili con i suoi abitanti, Dermot consigliò di inviare un araldo ad Avartach onde trattare il rilascio dei prigionieri, pena una dichiarazione di guerra. Foltlebar accompagnò l’araldo perché non si perdesse, e presto raggiunsero il palazzo del dio, davanti al quale trovarono i sedici Fianna, in alcun modo imprigionati, che si intrattenevano allegramente all’aperto. In quel momento venne fuori Avartach, che domandò l’identità degli araldi e ne ricevette il messaggio. Dopo essersi consultato con altri capi del paese e aver optato per la pace, Avartach acconsentì a liberare gli uomini e invitare i Fianna a un banchetto nel proprio palazzo, accompagnando personalmente gli araldi a riferire la risposta a Fionn. I due capi si strinsero la mano e stabilirono amicizia, e poi i compagni di Fionn e i prigionieri di Avartach si riunirono in festa, riabbracciandosi e raccontandosi tutto ciò che era successo nel frattempo.
Ritorno a casa
Festeggiarono per tre giorni. Il quarto giorno fu decretato che Fionn stabilisse un risarcimento per i misfatti compiuti da Avartach. Il re dei Fianna, nella sua onorevolezza, non volle richiedere alcun pegno, ritenendo sufficiente l’ospitalità concessa ai suoi uomini e, addirittura, volle pagare ad Avartach il salario stabilito per un anno di servizio, in segno di pace e, forse, di ironia. Conan mac Morna, tuttavia, non fu soddisfatto, e volle proporre a Fionn un salario differente, che Avartach, sorridendo, si disse disposto ad accettare. La richiesta di Conan fu che quindici uomini della terra della promessa venissero caricati sul macilento cavallo di Avartach e facessero la stessa strada che lui e i suoi compagni avevano fatto all’andata, in modo da assaggiare le carezze delle ossa sporgenti dell’equino. I Fianna, sempre nell’ironia, gioirono che il loro compagno non avesse chiesto un risarcimento in oro o ricchezze, e Avartach diede la sua parola per quell’impegno. Così, dopo la fine dei festeggiamenti, i Fianna ripresero il mare tutti insieme e tornarono a casa, nel loro campo a Knockainy. Nel frattempo, Avartach mise quindici dei suoi uomini sul cavallo, si aggrappò personalmente alla coda come sedicesimo e partì verso l’isola di Erin. Non appena furono arrivati, i Fianna videro da lontano l’oscura figura di Gilla Decair, che era smontato non appena superato Cloghan Kincat, sfrecciare verso di loro insieme al suo cavallo, e risero di gusto vedendo i quindici uomini intrappolati sul dorso della bestia. Poi gli abitanti della terra della promessa scesero a terra serenamente e il gigante indicò ai Fianna i cavalli alle loro spalle. I guerrieri seguirono il dito e non videro nulla di strano; non appena si voltarono verso di lui, trovarono che Gilla Decair, il suo cavallo e i quindici uomini erano spariti, né essi li rividero più.
Gli indizi nascosti
Nella versione della storia dell’edizione di Curtin (Hero-Tales of Ireland) ci sono alcune differenze. Qui, quando Dermot incontra il Cavaliere del Valore, gli viene subito rivelato che Gilla Decair è un campione del regno di Tír fo Thuinn, e sono proprio loro due, dopo aver sconfitto il Cavaliere della Fonte, ad andare al palazzo di Avarta/Gilla ed essere ricevuti, mentre Fionn, che nel corso della guerra tra Sorách e il re del mondo si è anche trovato una moglie, li raggiunge in un secondo tempo accompagnato dal re di Sorách.
Quei miei lettori che hanno dimestichezza con i romanzi medievali e con Chrétien de Troyes, avranno forse reagito, come ho fatto io, imitando il meme di Leonardo di Caprio in C’era una volta Hollywood quando hanno sentito parlare del Cavaliere della Fonte: l’episodio vissuto da Dermot è analogo a quello che dà il via al romanzo Yvain, in cui il protagonista eponimo si imbatte in una fonte magica, indicata da un mandriano mostruoso simile all’Uomo selvatico, davanti alla quale affronta un guerriero di nome Esclados il rosso, che sorveglia un palazzo incantato. È evidente che abbiamo trovato un’altra storia contenente lo stesso nucleo. Anzi, i testi riportano dettagli estremamente simili, a partire dal fatto che il gruagach della fonte è vestito di rosso, suggerendo un legame con Esclados (possibilmente lui e il mandriano sono un unico personaggio che è stato sdoppiato), per arrivare agli alberi e alla radura della fonte che i due testi descrivono con termini simili. Naturalmente, data la mole di studi su un’opera come l’Yvain, esiste tanta letteratura critica che ha scovato questo legame, per il quale vi rimando al libro di Arthur Brown in bibliografia(pp. 115-19); qui, però, ci occupiamo del commento a In Gilla Decair in relazione al più ampio panorama della mitologia irlandese, obiettivo rispetto al quale Brown è comunque di grande aiuto.
I racconti celtici sul contatto fra esseri umani e abitanti del mondo delle fate sono molteplici. Occorrerebbe un articolo a parte per capire meglio la natura di questo luogo e come la sua descrizione sia cambiata nel corso delle epoche, ma basterà ricordare che in origine le fate erano gli dèi, la cui concezione era legata alle ondate migratorie che raggiunsero l’Irlanda nelle varie epoche, e che, come nel tempo gli dèi vennero evemerizzati in uomini, e poi ridotti a piccoli elfi che vivono nei luoghi nascosti (i sidhe), anche la loro terra, l’aldilà, viene trasformata, attraverso le varie stagioni letterarie, in un luogo geograficamente remoto, ma sito sullo stesso piano del mondo reale e, dunque, fisicamente raggiungibile. In una fase più antica la terra delle fate corrispondeva all’isola di Manx o alle Ebridi, ma nel tempo venne spostata verso province più lontane, come la Grecia; la terra di Sorách, presente anche in altri racconti, corrisponde al Portogallo, e c’è chi ha identificato Tír fo Thuinn con l’Olanda (Brown, pp. 97-98). I numerosi nomi dati all’aldilà che leggiamo in In Gilla Decair colgono aspetti diversi, come ‘terra sotto le onde’ o ‘terra della promessa’, di un luogo che, probabilmente, era originariamente unico, mentre adesso è frammentato in diverse province che funzionano come regni indipendenti con leggi e usi identici a quelli dei regni degli uomini, abitati da quelli che un tempo erano gli dèi e i mostri che mantengono alcuni connotati della loro funzione originaria, per quanto dietro un’impeccabile maschera di umanità.
Il motivo dell’essere sovrannaturale che chiede aiuto a un mortale per sconfiggere un nemico si trova anche nel racconto Pwyll, re del Dyfedd, contenuto nei racconti gallesi medievali Mabinogion, dove il protagonista, durante una battuta di caccia, incontra Arawn, re di Annwn, l’oltretomba; per riparare a un torto che Pwyll ha compiuto nei suoi riguardi, Arawn stabilisce che i due si scambino di posto e vivano l’uno la vita dell’altro, in modo che Pwyll possa sconfiggere per lui il re di un’altra nazione dell’aldilà, che sta cercando di detronizzarlo e che lui non può battere. I sovrani del mondo infero, insomma, sono sempre impegnati in dispute che non riescono a risolvere da soli, per le quali si affidano a campioni provenienti dal mondo dei vivi, come se la loro differente natura fosse l’elemento capace di variare un conflitto di forze che, in quanto eguali (morte contro morte), si equivalgono.
Proprio in virtù del confronto con questo motivo, il professor Brown sostiene che la ragione della visita di Gilla Decair ai Fianna sia il bisogno di aiuto da parte loro nei conflitti tra gli eserciti dell’aldilà. Gilla, anche nella veste di Avartach, non si mostra coinvolto in queste dispute, ragione per la quale lo studioso ritiene che, quantomeno nel modello della storia, Gilla-Avartach coincidesse anche con il Cavaliere del Valore, detronizzato dal Cavaliere della Fonte, che d’altra parte è lo stesso personaggio che rivela l’identità di Gilla Decair. Anzi, è probabile che il redattore della storia abbia alterato, o non compreso, il riferimento che il Cavaliere del Valore fa al suo periodo di servizio presso Fionn: è probabile che egli dica a Dermot di aver prestato servizio senza precisare per quanto a lungo, riferendosi così al brevissimo episodio avvenuto solo pochi giorni prima, quando aveva le sembianze di Gilla Decair (Brown, p. 107).
L’identità di Avartach
Il nome Avartach significa ‘colui che compie azioni’, il che si contrappone al nome di Gilla Decair, il ‘compagno accidioso’, qualcuno che non fa nulla. La designazione di mac Allchaid Ioldathach significa “figlio di Allchaid dalla veste multicolore”, a detta di Brown un segno della sua natura di mutaforma. Tuttavia, come osservato da Brown, Avartach somiglia molto anche ad Avallach, che a sua volta è uno dei tanti nomi di Avalon, la terra in cui venne nascosto re Artù dopo la sua caduta. Si tratta di un’ulteriore designazione dell’aldilà, come lo sono i molti altri nomi che abbiamo visto; in particolare, Avalon è la ‘terra delle mele’, dal protoceltico *aballo-, sopravvissuto in gallese moderno come afal. In un poema gallese, Urien e Modron, Afallach è il nome che viene dato al re di Annwn. Questo non esclude che si tratti sempre dell’Arawn dei Mabinogion: come il mondo ultraterreno ha tante caratteristiche, dalla sua collocazione oceanica alla presenza di alberi di mele, e tanti nomi che li riflettono, anche il suo signore avrà avuto molte nature e molti nomi. L’onomastica suggerisce dunque che Avartach sia, almeno originariamente, il dio che governa il mondo dei morti, e lo prova anche l’atto di chiedere aiuto a un campione mortale in una guerra ultraterrena, nonché il rapimento dei vivi, come l’Orco romano e come le tradizioni greca ed etrusca attribuivano a Caronte/Charun e altre divinità che, in un modo o in un altro, personificavano l’aldilà.
Se Avartach è il re degli inferi, il fatto che a suo padre sia attribuita una veste multicolore sembra richiamare Arlecchino, cioè Harlequin, il re degli elfi che è anche re dell’inferno e comanda la Caccia Selvaggia. Negli Otia Imperialia di Gervasio di Tilbury (XIII secolo), una delle prime menzioni letterarie della Mesnie Hellequin, egli appare come un gigante che impugna una grande mazza di legno e ferma un viandante per farlo assistere alla spettrale processione di cui è alla guida. Ancora precedente è il racconto di re Herla riportato da Walter Map nel De nugis curialium, che contiene alcuni dettagli interessanti. Lì il re dei Bretoni, Herla, riceve la visita di un nano che lo invita al suo matrimonio, in un regno sotterraneo dall’evidente connotazione ultraterrena. Dopo i festeggiamenti, Herla e i suoi seguaci tornano in superficie e scoprono che, nei pochi giorni in cui sono stati nell’aldilà, sulla terra è passato un anno, e che non possono più scendere dai loro cavalli, dando così inizio all’instancabile corsa della Caccia Selvaggia, la “masnada di Harlequin”.
L’incantesimo sui cavalli di Herla sembra dello stesso tipo di quello gettato sul destriero di Gilla Decair, da cui i Fianna non riescono a scendere (mentre le creature sovrannaturali possono farlo). Anche questo è un motivo celtico molto attestato (Brown, p. 110). Ad attirare la mia attenzione è anche la figura del nano, che ci riporta al nostro punto di partenza, il vampiro Abhartach. È certo che lui sia un nano, confrontando il suo nome con l’irlandese moderno abhac, derivato dall’irlandese medio abacc che, a quanto pare, rimanda a un mostro lacustre gallese, l’Afanc (ancora più pregnante sarebbe provare la derivazione dalla parola apach, cadavere). Certo, il fatto che il luogo in cui la leggenda vuole sia stato sepolto, a Slaghtaverty, sia chiamato “la tomba del gigante” sembra un controsenso, ma in realtà nani e giganti sono spesso intercambiabili anche nella tradizione celtica, come mostra il caso dei gruagach, folletti in epoca moderna ma entità più grandi e più forti anticamente.
Possiamo dire che Abhartach sia Avartach, e che entrambi coincidano con Arlecchino? Sarebbe un volo troppo lungo e con prove troppo esigue. L’etimologia dei due nomi, abbiamo visto, è differente, e il fatto che esistano storie secondo cui fu Fionn a sconfiggere Abhartach è probabilmente dovuto alla grande popolarità dell’eroe nella tradizione popolare (dove è spesso rappresentato come un gigante anche lui). Tuttavia, immaginando la forza di un nome che aveva il significato un tempo il richiamo del mondo dei morti, in un’epoca più tarda, in cui la vecchia religione era stata abbandonata e le saghe archiviate nelle biblioteche, quanto sarebbe stato difficile che al mostro di una storia popolare venisse dato il nome che un tempo era appartenuto al re dell’inferno?
Il fine di questo articolo era diffondere la conoscenza di questa storia e di come, dietro il suo proteiforme antagonista, si nasconda un autentico Ade celtico, già rilevato da diversi esperti. Nell’ottica del mio viaggio di scoperta attraverso le mitologie del mondo, al contempo, le suggestioni che ho trovato in In Gilla Decair mi hanno riportato a lidi conosciuti che non mi aspettavo, quelli della Caccia Selvaggia e di Harlequin, di cui mi sono occupato diverse volte negli anni precedenti. La parte davvero importante non è affermare, o confutare, che tutte queste figure simili sono la stessa, che in qualche modo esiste un dio che cavalca attraverso i mondi per portare con sé le anime dei vivi e i nomi che possiede attestano la sua perizia nel cambiare le sue stoffe colorate e assumere ruoli da angelo e da demone, da Túatha Dé Danann e da Fomoriano. La parte importante è ritrovare l’esperienza dell’anima dell’uomo in tutte queste storie, e il modo in cui il suo timore, ma anche il suo desiderio, verso l’ignoto oltre le soglie della morte e del mare, che si assomigliano così tanto, potesse essere plasmato dagli antichi in una storia e in un nome con cui era possibile parlare, acquisire notizie e persino scherzare, cercando risposte profonde nella parte oscura dell’anima che abbiamo sempre saputo essere autoctona di quel mondo: il morto che vive dentro il vivo, il gigante in cui l’uomo narratore riesce talvolta a trasformarsi.
BIBLIOGRAFIA
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