Un ricordo di Giuseppe Acerbi (17 gennaio 1951 – 6 giugno 2019), geniale orientalista, studioso di storia delle religioni e studi tradizionali che ci ha lasciato silenziosamente e tragicamente una manciata di anni fa. A cura di Ezio Albrile.
di Ezio Albrile
Il barone rampante di Calvino preferiva la consapevolezza di pochi alla trasformazione di molti. Γ la storia β tragica per certi versi β di Giuseppe Acerbi, che come molti eroi di Calvino ha vissuto il suo genio nella liminalitΓ di un universo immaginario.
Un corpo dimenticato in una casa dove abbondano gatti e qualche cane, ritrovato dopo quasi un mese dal trapasso. Non siamo in una anonima metropoli da un milione di abitanti ma in un minuscolo paesino da un centinaio di anime: nessuno si Γ¨ accorto di nulla, in morte come in vita. Nessuno si era accorto di chi realmente fosse Giuseppe (Β«PinoΒ» per gli amici) Acerbi, geniale orientalista, scrittore β e in gioventΓΉ anche esordiente regista β, ma per i compaesani solo una presenza Β«stranaΒ», marginale, se vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la portata.

I.
Al Liceo, Giuseppe Acerbi Γ¨ giΓ un ribelle; siamo negli anni β70, quelli della contestazione, le sue provocazioni sono raccolte da un importante e allora esordiente giornalista musicale, Mario Luzzatto Fegiz. A queste prime esperienze faranno seguito tra il 1971 e il 1977 i classici viaggi in Oriente (India e Iran) e in Africa, e la produzione di due lavori cinematografici, un primo intitolato Β«Salta nel mio saccoΒ» (in coproduzione), ispirato a una fiaba della raccolta di Calvino, in cui la visione di una bellissima creazione mitologica, una fata, prescinde dal conseguimento dellβimmortalitΓ : Β«Tβho vista. Muoio contentoΒ» dice il protagonista β anticipando molti tratti biografici del nostro β e dopo aver bruciato bastone e sacco perchΓ© non cadano in mani sbagliate, muore contento. A questa prima opera segue un film in 16mm totalmente autoprodotto ispirato al mito anatolico (ittita) di Kessi. Il film, originariamente girato in b/n (negli anni β90 rielaborato anche in una versione ricolorata) verrΓ presentato in diversi festival, senza purtroppo ricevere lβattenzione che merita. Qualche anno dopo, riproporrΓ altri materiali filmici sotto forma di sceneggiature a svariati concorsi, anche questa volta senza ricevere apprezzabili riscontri, si tratta di testi quali Β«Le 10.000 lire eβ¦ il Re del MondoΒ» (2000), Β«Nelle pieghe del silenzioΒ» (2000) e Β«Una notte di rosso splendenteΒ» (2001).
Gli anni che vanno dal 1978 al 1984 vedono lβAcerbi impegnato ad approfondire le tematiche legate alle religioni e alle filosofie orientali. Si laurea allβUniversitΓ di Venezia Caβ Foscari in Indologia con il prof. Gian Giuseppe Filippi, con una monumentale tesi sulle origini indiane (principalmente il MahΔbhΔrata) del KΔlacakra. Una tematica legata allβavvicendarsi dei cicli cosmici, che segnerΓ in maniera profonda gli studi a venire. Dopo una breve collaborazione con il Dipartimento di Lingue e Letterature Orientali sempre dellβUniversitΓ di Venezia, Acerbi inizierΓ una intensa attivitΓ pubblicistica che non sempre avrΓ riscontri positivi da parte degli editori.
Acerbi studia le fonti mitologiche del Medio ed Estremo Oriente con lβintento di svelare relazioni e analogie con lβepica del Medioevo romanzo. Una dimensione Β«comparativaΒ» nella quale gli avvicinamenti e i paralleli assumono un significato completamente nuovo. Si pensi ad esempio ai cicli leggendari hindu e buddhisti legati alla versione orientale del Castello del Graal, cioΓ¨ il Monte Meru. Collocato al centro del mondo, il Meru viene talora raffigurato a gradini e circondato dallβacqua; intorno vi ruotano il Sole e la Luna. Su di esso Γ¨ intronizzato il Buddha con i suoi Bodhisattva, mentre la Fenice vaga sotto gli alberi. In un altro mito cβimbattiamo nella figura del Pescatore associato al Monte, al modo che il Β«Re PescatoreΒ» lo Γ¨ al Castello del Graal. Γ un motivo che lβAcerbi ha studiato esaustivamente in tante pubblicazioni. Basti ancora ricordare lβiconografia del Monte Meru circondato dalle acque dellβOceano, sulle quali il Pescatore naviga nella sua Barca: unβepifania del dio BrahmΔ, un Β«Pescatore di LuceΒ» talora duplicato nellβAvatΔra del dio ViαΉ£αΉu noto come il Β«Pesce dβOroΒ», funzione in origine rivestita da BrahmΔ.
Γ il custode della Montagna Sacra, nonchΓ© il suo gnomone o dominatore. Tutti questi esempi esprimono coerentemente un simbolismo unico: il Β«ricordoΒ» di una forma ideale di esistenza e il Β«ritornoΒ» a una condizione di perfezione interiore. Una luce intrappolata in una nuvola nera che non reca pioggia e che Indra lascia uscire allβaperto; un mito indo-iranico sulla liberazione delle acque che diventa metafora dellβesistenza. LβAcerbi faceva anche notare come parte del suo argomentare fosse anche presente in un misconosciuto film sovietico, Sadko, del 1953 diretto da Aleksandr Ptushko, una storia tratta dallβopera di Nikolai Rimsky-Korsakov, che raccontava le avventure di un personaggio mitologico che da Novgorod, partiva alla ricerca dellβuccello della felicitΓ . Il film, tornato in auge anche grazie alla acribia di Enrico Ghezzi che lo trasmise nel suo spazio notturno su RAI 3 Β«Fuori orarioΒ», ripercorreva temi cari allβAcerbi come la pesca del Β«Pesce dβOroΒ» favorita da una Oceanina, una benigna creazione marina, che aiutava lβeroe nella ricerca della Fenice e attraverso un autosacrificio ne favoriva il ritorno alla patria originaria.
Di fatto lβopera cui lβAcerbi attese per anni, Il Re Pescatore e il Pesce dβOro. Aspetti della Rivelazione Primordiale,riscriveva tutte queste mitologie in una dimensione unitaria. In una prima stesura, lβindagine era estesa ai popoli etnologici in un itinerario simbolico che costituiva anche la ricerca dellβorigine comune di un mito capillarmente diffuso nella storia dellβumanitΓ : il ritorno a una condizione di Β«primordialitΓ Β» e lβaccesso a uno stato di beatitudine transitoria usualmente definito Β«paradisoΒ». La storia delle religioni, nella sua orba ufficialitΓ , ha da tempo rigettato il suddetto metodo di ricerca, essendo piΓΉ interessata a evidenziare le differenze che le analogie. Una soluzione estrema questa, che ignora, per paradosso, il fondamento mitico del metodo esibito dallβAcerbi.
Lβimmagine del pesce, per unβovvia specularitΓ , richiama il fluido che egli domina e in cui esso vive, lβacqua. Miti e simboli sono i veicoli prediletti nei quali si dispiega e viene rappresentato un itinerario spirituale. Spesso culture differenti hanno descritto esperienze religiose, interiori e mistiche, utilizzando unβidentica struttura simbolica o mitica. Γ ad esempio possibile interpretare la menzione che la liturgia funebre latina, la Missa Defunctorum, fa del lacus profundus come connessa da un lato allβidea del viaggio dellβanima nel post mortem attraverso le regioni delle tenebre, delle poenae infernis, fino alle rive dβun oceano oscuro che Γ¨ il mare della morte, lβabisso fluidico, indefinito, in cui essa deve transitare per accedere purificata al Paradiso. Mentre da un altro si coniuga al valore negativo e demoniaco che il rito battesimale riveste nello gnosticismo, un universo Β«religiosoΒ» per certi versi parallelo al cristianesimo nascente, ma nella sua essenza autonomo da questo. Importante in questβultima accezione, sicuramente la piΓΉ arcaica, Γ¨ la Parafrasi di SΔem, un documento gnostico fra i piΓΉ complessi ed intricati tra quelli emersi dai cocci della giara nella quale furono ritrovati, negli Anni Quaranta del secolo appena trascorso, i codici manoscritti di Nag Hammadi.
Non cβΓ¨ dubbio che a Nag Hammadi, come aveva preconizzato lβAcerbi, la lista dei Salvatori commentava anche le dieci manifestazioni Β«avataricheΒ» di quel yazata iranico della vittoria che si pregava in Yasht 14 (= Bahram Yasht). Si pregava il primo raggio di luce dellβaurora e il rinnovamento futuro. Lβuccello paradisiaco era il raggio che illuminava le nuvole, e le fecondava come un Salvatore. Le nuvole sono intransitive: si trasformano.
II.
Lβopera dellβAcerbi era anche suggestionata dalle creazioni ibride: a proposito del Sagittario segnalava una lettura integrata del Mithraeum di Ponza. Nella volta con lo Zodiaco, uno dei Venti corrispondeva al segno del Centauro, pronto a colpire con le sue frecce le spire del Drago disposto nel cerchio interno. Al polo opposto, in Aries, cβera lβaltro dio dei Venti. Entrambi indicavano il cammino della generazione e della rigenerazione. In tal caso, lβOrsa che guardava verso Oriente rappresentava il Β«ritorno alla madreΒ», ad una nuova nascita (Manilio 5, 696: Orsa, prima lux mundi). LβAxis, che metteva in moto il ciclo cosmico. Il soffitto del Mithraeum suggeriva forse un Oroscopo, che mirava a calcolare lβesatta posizione delle due madri. Come nello Zodiaco di Dendera. Restava il fatto che lβAiΕn zodiacale ricompariva nella scultura monumentale delle chiese romaniche. In ordine di tempo: dapprima con la Puera del Cordero nella chiesa di San Isidoro a Leon (1110 circa), quindi alla Sacra di San Michele (1130). In mezzo i grandi rilievi con i Segni Zodiacali (Leone e Ariete), ora nel museo degli agostiniani a Tolosa. Sempre sul cammino di Santiago, ad Arles, capitale della Provenza, cβera un AiΕn giovanile con in mano uno scettro e nellβaltra una ruota zodiacale. Ancora, io e lβAcerbi visitavamo lβOuroboros sullβarchitrave a Montechiaro dβAsti, simbolo di rinascita, e quelli sui pilastri esterni allβingresso dello Scalone dei morti nella Porta dello Zodiaco alla Sacra, che introducevano al tema del Signore dellβAnno, a guardia dellβordine zodiacale. Mentre la corrispondenza Michele/Orione era confermata dal particolare della lesena di sinistra con Orione armato di pugnale e freccia, riciclo cristiano-zodiacale del Mithra iranico.
Lβantico calendario vedico, come ha dimostrato beΒne il Tilak in The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas tradotto e curato dallβAcerbi per la ECIG (Genova 1991, poi WriteUp, Roma 2023) era ideato sul sistema sacrificale e aveva lo scopo di accertare i momenti stagionali piΓΉ opΒportuni al cerimoniale. A loro volta i riti sacrificali erano fondati su una concezione provvidenziale del coΒsmo e dei fenomeni naturali, in base alla quale lβimitazione dei medesimi doveva avere uno scopo essenzialΒmente spirituale.
La matrice principale del rituale era la consapevolezza che il mondo, cosmologicamente parlando, non era nato dal caso ma da un atto di amore primigenio. Si narra nei Veda di un mitico inΒcesto cosmogonico tra PrajΔpati = Orione, il Padre di tutti i viventi, colui che ha presieduto allo YajΓ±a primevo; il mondo intero costituiva di per sΓ© un perpetuo ed immane atto sacrificale.
Lβinteriorizzazione del sacrificio avviata dalla rivoluzione upaniαΉ£adica avrebbe determinato quellβoblazione del proprio corpo, essenziato dai fluidi sessuali e ravvivato dal fuoco del tapas allβorigine dei piΓΉ tardi sistemi tantrici e vajrayΔna. Unβacqua luminosa, trasmutata in elixir di lunga vita, che combinava lβinterazione del principio lunare e solare, seminale e sanguigno.
Il mercurio alchemico altro non era che il seme divino. NellβIndia medievale il simbolismo sessuale divenne un linguaggio comune condiviso dalle sintesi hathayogiche, tantriche e appunto alchemiche. Al versante egizio e bizantino dellβalchimia si ricordava la figura di Ostanes, e sotto un altro profilo, lβerotica manichea e catara trovΓ² il suo pendant fin nel lontano Assam, ai piedi del Bhutan, che fu, con il Gandhara, la terra tantrica per antonomasia (X-XVII sec.).
Osservando i rilievi della Porta dello Zodiaco alla Sacra di San Michele, lβAcerbi notava come le raffigurazioni astrali rappresentassero altrettante stazioni per le anime, che gli angeli dovevano condurre al giudizio. CiΓ² era evidente dalle parole scritte da NiccolΓ², il grande e itinerante scultore: vos qui transitis sursum vel forte veditis (Β«voi che salite in su o anche scendeteΒ»), vos legite versus (Β«leggete le scultureΒ»). Non cβΓ¨ bisogno di richiamarsi alle Porte equinoziali e solstiziali di Porfirio (cannibalizzate dal GuΓ©non), perchΓ© i riadattamenti monastici erano frequenti. La Visio Pauli con inferni e paradisi circolava dopo il Mille. Inoltre cβera una visione di Santa Ildegarda, riguardante Pianeti e Segni Zodiacali, a evocare i tumulti della condizione umana sotto i cieli. I capitelli che si vedono uscendo dalla Porta dello Zodiaco riportano tutta una serie di antitesi, simboli del contrasto tra Caino e Abele, Sansone e il tempio, le donne e i serpenti. Dunque, peccato e vittoria. La Porta doveva introdurre lβantico battistero, dove riviveva una liturgia astro-angelica.
III.
In un articolo dedicato ai miti agricoli delle origini, lβAcerbi figurava un Adamo nutrito dai soli frutti del Β«GiardinoΒ» paradisiaco; come attestato dalle Sacre ScritΒture, lo stato edenico dellβUomo doveva evidentemente essere una condizione di benevolenza nei confronti di tutte le creature; quasi un riflesso esteriore della sua beatitudine interiore, trovandosi egli ad essere, per cosΓ¬ dire, in una posizione di centralitΓ rispetto al CreaΒto, ovverossia di mediazione tra il Cielo e la Terra. LβAcerbi ignorava la collutazione angelica che stava sullo sfondo di questa beatitudo. Prova ne Γ¨ lβatteggiamento quasi devozionale provato verso i materiali monastici.
Assieme visitammo lβAbbazia di Rivalta Scrivia che nel Quattrocento fu dotata di affreschi, che la tradizione (secondo la narrazione di Don Modesto, custode del sacro edificio) attribuiva a degli ex-voto. Alcuni di questi affreschi, come il santβAntonio con campanella e ardhapatakamudrΔ (dβorigine indiana, presumibilmente buddhista) della navata di sinistra, appaiono riprodotti in altri edifici sacri del Tortonese non distanti dal luogo.
I miti fondanti, come la ragione poetica, sono importanti, servono a dare forma a civiltΓ degne di questo nome. Il mito Γ¨ pensiero. Volgersi al mito (in senso vichiano) lo faceva giΓ Leopardi: Β«Io nel pensier mi fingo sovrumani silenzi e profondissima quieteΒ». Fingere non significa ingannarsi. Lβio poetico non vede il proprio contenuto come illusorio, ma come Β«pensieroΒ» che oltrepassa gli spazi finiti della propria vita. Solo la forma pura della poesia puΓ² innalzare lβesistenza al di sopra del nulla. Poesia e filosofia non si escludono come osserverebbe pure lβHeidegger de-nazificato (o quasi). Ecco perchΓ© lβAcerbi era perplesso dinanzi alla freccia buddhista di Malunkyaputta, che rendeva inutile il farsi tante domande.
Cβera il rischio del primato della prassi, neanche tanto della Ragion pratica, poichΓ© il principio-ragione finiva col produrre solo veritΓ illusorie (come Γ¨ successo e succede ai post-moderni). Quelli del β68 come Giuseppe sono andati sul Gange per le stesse conseguenze. Il punto di deriva erano i libri di Fritjof Capra che sintetizzΓ² quel periodo, contestando il paradigma moderno incentrato sulla tecnica. Una tesi paradossalmente antiquata perchΓ© la technΔ ha preso alla grande il sopravvento sullβepistΔmΔ della metafisica. Una combinazione di biotecnologie anti-invecchiamento e robotiche capaci di adeguarsi fino in fondo sia allβevidenza del divenire nichilistico, sia alla volontΓ di potenza dei nostri contemporanei. Non credo lβAcerbi condividesse le acquisizioni del transumanesimo.
Lo scopo della tecnologia sarebbe lβascesa al potere delle macchine Β«intelligentiΒ», quindi il formarsi allβinterno delle creazioni robotiche di una qualche Β«coscienzaΒ». Di fatto le narrazioni e le visioni della cosiddetta Β«fantascienzaΒ» potrebbero ritenersi letteratura profetica, piΓΉ che narrativa dβanticipazione… Vero che la fantascienza (ma non quella avveduta di Ridley Scott e degli artefici di Matrix) tende a confondere lβintelligenza con la coscienza e presume che i computer futuri per superare la nostra intelligenza debbano diventare coscienti o autocoscienti che siano β come quando in Blade Runner Dekkart (cioΓ¨ Cartesio) si innamora dellβandroide dal volto furbo e seduttivo: non viceversa. Nel mondo reale non puΓ² essere cosΓ¬. Lβintelligenza che calcola e, dallβaltro lato, la coscienza sono fenomeni ben distinti e se ne accorgeva lβAcerbi quando doveva confrontarsi con i suoi computer, eternamente Β«impallatiΒ» dalla sua maldestria (che era anche la mia). Noi umani siamo mammiferi, non macchine (anche se da centomila anni non cβΓ¨ impresa umana che non sia associata a invenzioni tecniche). Noi mammiferi risolviamo e decidiamo problemi in base a ciΓ² che sentiamo emotivamente. Lβintelligenza artificiale li risolve in altro modo. Siamo in ciΓ² piΓΉ vicini ai gorilla che a lavatrici intelligenti.
Di questo passo lβHomo Sapiens scomparirΓ . E lo farΓ perchΓ© gli emuli del Dr. Frankenstein cambieranno la natura stessa dellβumanitΓ , alterando la genetica e lβepigenetica. E non perchΓ© macchine e umani saranno in Rete fin dalla nascita. Certo, come avveniva nello gnostico Zostriano di Nag Hammadi, la coscienza verrΓ disgiunta dai suoi supporti organici (mantenendo le emozioni che somatizzano), si creerΓ cioΓ¨ un corpo astrale che potrΓ muoversi nel cyberspazio della Rete senza vincoli fisici.
Si raggiungerΓ cioΓ¨ una mente non-duale (totalmente fusa con altre macchine), diversamente da quanto Γ¨ accaduto da millenni con la PrajΓ±Δ buddhista o con Angelo Silesius (senza macchine). Ora non si sa cosa accadrΓ . Dobbiamo abituarci allβimpermanenza (Buddha e gli storicisti sembrerebbero dβaccordo). Certo che accrescendo contemporaneamente la potenza dellβuomo, si potenzierΓ la sua angoscia.
IV.
Androidi sofisticati, macchine o mammiferi: dellβopera di Giuseppe Acerbi voglio celebrare il suo porsi come Β«AltroΒ» rispetto allo sconquasso della storia religiosa quale strumento di potere, in questo vicino ad Aldous Huxley che scrisse nel 1931 il Mondo nuovo, un mondo distopico pronto a condensare tutto il pessimismo sulla forza manipolatrice della tecnologia che stava armando i regimi totalitari. Da quel mondo non si sfuggiva. Eppure la resilienza o la plasmabilitΓ del nostro cervello (in realtΓ solo della corteccia superiore) forse ci aiuteranno, anche se diventeremo degli ibridi, a sapere cosa volere da noi stessi. Γ il Β«conosci te stessoΒ» ermetico il luogo da dove ripartire.
La grande trasformazione (cβera un libro famoso del β44 che Giuseppe sempre citava) si avvia a diventare la quarta rivoluzione industriale appena iniziata. La storia Γ¨ alla Β«stazione di postaΒ», sta cambiando cavalli, e poi ripartirΓ . Per ora ci accontentiamo dellβInternet di massa, con la realizzazione di Β«individui manipolati dai social mediaΒ» in cambio delle loro esternazioni emotive su Facebook (dove ognuno esibisce tanta vita privata). Il guaio Γ¨ che oggi dobbiamo fare i conti con la disoccupazione di massa provocata dallβautomazione e robotizzazione. Non possiamo prevedere se le condizioni personali saranno migliori o peggiori: ci si adatterΓ . Γ certo perΓ² che non solo le condizioni di vita saranno diverse, lo saranno gli stessi individui. La loro anima. Molte funzioni cognitive, incluso il far di conto e la memoria storica degli eventi saranno sostituite dallβIntelligenza artificiale. Un vaticinio che era nella sensibilitΓ di Giuseppe Acerbi.
La nostra specie come lβabbiamo conosciuta negli ultimi quarantamila anni Γ¨ destinata a scomparire. Siamo giΓ nella post-Histoire. Il passaggio dal gorilla allβHomo Habilis (due milioni di anni) fu anche dovuto alla capacitΓ di mentire e di mascherarsi. Poi, dal naso schiacciato dei Neanderthal si passΓ² al naso adunco e infine a quello di Pinocchio uno e bino. On-line non ci sono fate dai capelli turchini che cercano di dare la medicina amara che serve. Ci sono alieni e replicanti che parlano direttamente al popolo.
V.
Nellβopera dellβAcerbi analisi sociologica, simbolismo cosmico e simbolismo animale assumono valori differenti, sebbene la temporalitΓ sottenda entrambi. Nei primi tali valori sono espressi da una elaborata affabulazione mitopoietica, mentre nei secondi lβaffabulazione coincide con una visione intuitiva e istantanea della realtΓ fenomenica. Γ una personale revisione dellβesemplarismo platonico, secondo cui gli oggetti, i fatti e gli avvenimenti altro non sono che illustrazioni, esempi, in occasione dei quali ha luogo lβintuizione di essenze. Intendendo come essenza ciΓ² che si manifesta attraverso il fenomeno o ciΓ² di cui il fenomeno Γ¨ manifestazione.
Cosa piΓΉ che comprensibile passando ad un altro livello, o per meglio dire alla zona intermedia tra cielo e terra, chiamata simbolica. Nella mentalitΓ giudaico-cristiana arcaica il cielo, Β«firmamentoΒ», era percepito in qualitΓ di veste, limite o specchio della trascendenza divina; lo stereΕma, lβintermondo onirico, lβinvolucro che separa le essenze divine e avvolge lβuniverso somatico. E ancora, Filologia di Marziano Capella che prega inginocchiata presso un murum che divide la sfera sensibilis da quella intellectualis e che ricorda i sette stereΕmata, i firmamenta corporea, anche se costituiti di finissimo etere, degli Oracoli caldaici (fr. 57) e la nozione gnostica di horos, il Β«limiteΒ» gettato tra Mondo della Luce e il Vuoto della Tenebra. Anche lo gnostico Basilide conosce qualcosa di simile nellβidea di phragmos.
In tale ambito fenomenico rientrava comunque tutto ciΓ² la cui esistenza aveva unβevidente natura ciclica (lβaurora, il tramonto, la pioggia, il vento, ecc.); insomma, quegli accadimenti che la logica moderna induce a classificare, in maniera assolutamente distinta, come fenomeni atmosferici, biologici e cosΓ¬ via. La percezione di questi fattori ambientali concepiti come enti non era dunque intesa in senso prettamente fisico, ma si riallacciava ontologicamente a determinate forme archetipali. Di qui lβistantaneitΓ del simbolismo animale, che assumeva nella forma fisica la manifestazione della trascendenza. Tutto ciΓ² che era terrestre rispecchiava, in quanto soggetto a misura, il divino, e il culto sottolineava questa semplice veritΓ : i templi riproducevano il cosmo ed erano orientati verso un preciso punto celeste. La terra dei miti e dei riti corrispondeva allo Zodiaco, allβinesorabile fluire del tempo allβinterno di una frazione di esistenza.
Il luogo della libertΓ Γ¨ ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. La vicenda di Giuseppe Acerbi, ribelle alla filologia ingessata e alla storia delle religioni incardinata su forme avulse del sentire, Γ¨ emblematica per chi da un punto di vista Β«illuminatoΒ» ha tentato di creare una nuova ortodossia, questa volta fondata su norme editoriali e diacritici. Acerbi non ha mai accettato tutto questo, anche se i suoi lavori esprimono una acribia e una precisione infinite.
Se Γ¨ vero, come pensavano Buddha, Platone e Shakespeare, che lβuniverso Γ¨ un gioco di illusioni, e noi ne siamo le infime ombre teatrali, allora ogni evento si dissolve nella propria vacuitΓ . Ma gli umani fantasticano, delirano, giocano senza sapere cosa stanno realmente facendo, esibiscono il gigantesco ego, ripongono la loro fiducia nel progresso, si credono immortali. Nellβagosto del 2007, lβUfficio statale cinese per gli affari religiosi approvΓ² lβΒ«ordinanza numero cinqueΒ», una legge che doveva entrare in vigore il mese successivo e che regolava Β«le misure di gestione della reincarnazione di Buddha viventi nel buddhismo tibetanoΒ». Questo Β«importante passo per istituzionalizzare la gestione della reincarnazioneΒ» stabiliva le procedure attraverso le quali si compiva la reincarnazione β in breve, proibiva ai monaci buddhisti di reincarnarsi senza permesso governativo: nessuno fuori della Cina poteva influenzare il processo di reincarnazione, e solo i monasteri in Cina potevano fare domanda per averne il permesso.
VI.
Gli scritti di Giuseppe Acerbi tracimavano genialitΓ , ed era un paradosso, poichΓ© a tutti i costi voleva allinearsi sul confine della Β«tradizioneΒ»; un intento ovviamente fallimentare, dal momento che presto lβomonima rivista lo estromise. Si sentiva straniero al mondo, non alla natura o al Dio cosmico; a suo modo seguiva il verbo induista, non nichilista; aveva rinunciato a coltivare la complessitΓ del mondo illudendosi di trasformare la propria interioritΓ . Un viaggio molto difficile oltre la dimensione storica, per far rinascere lβHomo naturaliter religiosus, dogmaticamente svincolato dal tempo.
Al contrario la contemporaneitΓ vive un approccio cognitivista in un campo di discussione molto ben visto dai teologi, perchΓ© si parla di religione rigorosamente al singolare. Molto accettato dal modello di educazione anglosassone, che ritiene lβeducazione religiosa imprescindibile ad un buon cittadino, e integrerebbe lβassunto di un orientamento pluralistico e multiculturale.
Nella storia delle religioni nostrana le cose sono state ancora piΓΉ complicate dalla rimozione del modello pettazzoniano e dalle diverse anime che hanno segnato lo studio accademico dei fatti religiosi. Quel Pettazzoni, laico e socialista, che guardava alla filosofia, non solo crociana, con cura e attenzione. CosΓ¬ come Tucci era particolarmente versato nelle discussioni di logica indiana. Aperti a un modello di razionalitΓ che includeva la Β«relazionalitΓ delle forme distinteΒ», con uno storicismo fondativo che non cadeva nei relativismi e che sapeva dialettizzare filologia e fenomenologia. Si capisce che era un modello lontano dalle ricerche dellβAcerbi. E invece il punto sta proprio qui, nel fatto che i filosofi ancor oggi vengono visti fare uso di astrazioni, pronti a rivendicare una universalitΓ contraddetta dal loro stile di vita ideologico, intellettualistico e fin troppo arrogante. A riprova che il sentimento metafisico Γ¨ razionalizzabile come ogni sentimento senza snaturarne lβessenza. Come puΓ² vedersi, i dilemmi sono molti e tutti escludenti una concreta offerta di conoscenza. Viviamo unβepoca di de-sublimazione.
