Dino Campana e l’Ancella della Notte

Una torre barbarica penetra con il suo cono d’ombra un lungo viale di platani. Qualcosa di oscuro e violento si agita tra le foglie: un mito mistico e selvaggio ha impresso le sue impronte in quel luogo e le passeggiatrici sono fatalmente calamitate da quelle impronte come se un’antica maledizione li obbligasse a percorrere quel viale quasi ipnotizzate dal bagliore indistinto che filtra da un’ambita porta molto lontana. Le loro lunghe vesti accarezzano una campagna torpida che scivola dolcemente nella rete ipnotica dei canali. Il profilo affilato di antiche fanciulle affonda in verdi anse.

Qualcosa di vivo traspare dal fondo dei torpidi canali: Γ¨ un’ombra beffarda, l’ombra del poeta all’inizio del suo percorso iniziatico. È l’ombra di quel fondo fangoso che lo conduce a un confine e a una porta: una matrona barbara e massiccia lo accoglie. L’ombra dietro le sue spalle non nasconde l’ancella color ambra che ansima appesantita da un sonno profondo. La lunga processione degli antichi amanti della matrona sfila monotona alle orecchie del poeta, mentre l’ancella si libera dal carico del sonno e, appoggiandosi sui gomiti, assume un atteggiamento da sfinge. Fuori, giardini verdi tra mura rosse. Il complementare del verde e del rosso placa la paradossalitΓ  della condizione del poeta, della matrona e della ancella: fuori dal mondo e dal tempo ma unici vivi.

Poi la notte avvolge il poeta e l’ancella, ma il buio non riesce a spegnere l’ambra del suo paradossale corpo dorato ma selvaggio, acerbo ma dolce, un corpo chiuso nel recinto di un mistero che Γ¨ umile: aderente alla terra. In una gelida notte di dicembre il poeta incontra di nuovo la matrona e l’ancella. Nel blocco di nebbia ghiacciata, una nebbia ghiacciata che opprime con la sua ombra arcate ghiacciate, gocce di luce scavano vie di fuga — gocce di luce che confluiscono in un’altra luce che irrompe da una porta improvvisamente aperta. Lo sguardo del poeta Γ¨ subito attratto dal rosso di un’ottomana dove la massiccia matrona sostiene con la mano la sua pesante testa, la giovane matrona dagli occhi antichi come il mondo. Accanto a lei, l’esile ancella avvolta in una luminosa vestaglia. Sopra la sua testa, una tenda bianca che reca enigmatiche immagini bianche.

Nell’ombra di questa stanza bianca e rossa l’ancella ansima oppressa da sogni oscuri, turbata dalla fusione mistica che sta unificando le parti opposte e complementari del suo essere: giovane e antica, femmina e maschio, animale umano e icona sacra. Un altro incontro, questa volta in una cittΓ  sul mare. All’ombra rosso ardente, le bianche passeggiatrici sognano in un vento che porta il sale purificante del mare verde, mentre la notte mediterranea brilla di stelle e fiamme. La passeggiatrice scelta dal poeta Γ¨ pura e splendente, alata dal suo vestito leggero. Il rosso, il verde e il bianco sono diventati viola: nella notte viola la fanciulla ha riunito in un’unitΓ  armoniosa la sua paradossalitΓ  e puΓ² ora librarsi senza oneri. Nell’aldilΓ  dello specchio la sua vera identitΓ  diventa visibile: Γ¨ un’epifania divina volatile ma concreta.

Paul Delvaux, The Shadows

Una torre barbara penetra con il suo cono d’ombra e di silenzio un lunghissimo viale di platani. Qualcosa di oscuro e violento aleggia in quel luogo: un mito mistico e selvaggio vi ha impresso le sue orme e antiche passeggiatrici sono condannate a ripercorrerle fatalmente calamitate dall’indistinto splendore che intravvedono trapelare da una desiderabile, lontanissima porta. Le loro vesti lunghe e molli accarezzano il torpore di una campagna che scivola dolcemente nell’ipnotica rete dei canali. Il profilo tagliente di antiche fanciulle affonda nel verde che le risucchia dietro gli svolti. Il silenzio cede il suo dominio al rintocco argentino della campana che annuncia il calare della sera e soffia nell’aria il ricordo di una chiesetta solitaria. L’ombra delle sue modeste navate non riusciva a spegnere lo sfavillio degli occhi di una idealizzata Lei.

Dal fondo immobile di torpidi canali inspiegabilmente traspare qualcosa di vivo. O, meglio, qualcosa che sembra vivo: Γ¨ un’ombra irridente, l’ombra del poeta iniziando. È lei che da quel torbido fondo lo guida attraverso strade arroventate che esalano miasmatici canti femminili fino ad un confine e ad una porta ingombrata da una giovane pesante ed incolore, una porta a cui molti hanno giΓ  bussato con violenza: nessun ostacolo perΓ² si frappone all’ingresso del poeta. Lo accoglie il profilo scultoreo di una massiccia matrona dagli occhi e i capelli neri, barbarica ed animalescamente infantile mentre seduta maneggia un untuoso mazzo di carte. L’ombra alle sue spalle non copre l’ancella ambrata che rantola seminuda gravata da un sonno pesante.

Paul Delvaux, The Strollers

Gli antichi amori della matrona scorrono lenti sull’impiastrante untuositΓ  del tavolo, invescati nella cornice di untuose carte da gioco. L’ancella si Γ¨ liberata dal macigno del sonno e si Γ¨ alzata sui gomiti, impietrando il suo agile corpo in un’attitudine da Sfinge. La complementarietΓ  del verde e del rosso avvolge attutendola la paradossalitΓ  della condizione del poeta, della matrona e dell’ancella: fuori dal mondo e dal tempo, eppure gli unici ad essere vivi.

Il poeta e la notte avviluppano l’ancella ma l’ambra del suo corpo non viene spenta dal buio; la sua bocca ed i suoi capelli mordono e pungono, i suoi occhi aprono e chiudono ritmicamente finestre rivelatrici affacciate oltre il confine dell’orgasmo, la materia stessa della notte viene riplasmata in un fantasmagorico intreccio modellato dai suoi movimenti. In quella stessa materia il calco della matrona Γ¨ ancora percettibile ma in modo sempre piΓΉ fievole: ha i tratti della Notte di Michelangelo, regina marmorea condannata a sostenere immobile il peso di tutto il sogno umano sulla propria nuca reclinata. L’ancella Γ¨ un’ingenua Maddalena, una santa prostituta la cui paradossalitΓ  sprigiona un moto sussultorio che aspira a ricondurre ad una unitΓ  superiore la natura contradditoria che si esprime attraverso il suo corpo dorato e selvaggio, crudo e dolce, penetrabile ma chiuso nel recinto di un mistero umile, aderente alla terra.

Paul Delvaux, The Blue Sofa

Nel ricordo il poeta viene visitato dalle benevole immagini dei suoi primi amori che si affacciano a sorridergli protettive sporgendosi dalla cornice di paradisiaci cancelli d’argento. Accanto a queste emergono, dal fondo del risucchiante labirinto di specchi del bordello, le rapinose immagini delle cortigiane immobili nella loro attitudine di sfingi, rese pallide dalla poca luce che riesce a liberarsi dall’abisso degli specchi. Queste presenze recano al poeta i semi del loro amore paradossalmente aridi e dolci, apparentemente morti ma in realtΓ  pronti a mutarsi in teneri germogli sul panorama scheletrico del mondo.

Le paradisiache, atemporali fanciulle delle prime illusioni amorose hanno varcato gli eterei cancelli d’argento per stagliarsi nell’aria torrida che incombe sui ponti sospesi nell’attesa di un’infernale esplosione orgiastica: nella sera avvelenata dalla polvere pirica e percossa dal clangore che annuncia il divampare di lingue di fuoco che intendono dare l’assalto al cielo, sono dolci e rosate come una santa che sosta in un crepuscolo senza tempo che cala su sempreverdi paesaggi irrigati dal balsamo del silenzio. I ponti del ricordo vengono improvvisamente invasi dalle zingare il cui amore sapeva trasformare il letto sfatto di una taverna nella culla in cui il poeta assaporava l’indefinitezza del proprio destino. Dai semi aridi e dolci delle fanciulle paradisiache e delle zingare sorgono germogli sul panorama scheletrico del mondo. 

Paul Delvaux, Ruins of Selinunte

Nel blocco di nebbia ghiacciata che opprime con la sua ombra i portici intirizziti in una notte di dicembre gocce di luce sanguigna scavano una via di scampo, confluendo nell’alveo di un’altra luce che erompe da una porta improvvisamente aperta. Gli occhi del poeta vengono immediatamente attratti dal rosso di un’ottomana dove una poderosa matrona regge con la mano la propria testa pesante. Accanto a lei, una sottile fanciulla inginocchiata negligentemente avvolta in una vestaglia smagliante che non copre il suo luminoso corpo ambrato. Sopra di lei, una tenda di trina bianca rivela allo sguardo attonito del poeta delle enigmatiche immagini candide.

La matrona antica come il mondo ma dagli occhi giovani, che su di un’ottomana rossa posa immobile aureolata da una mobile tenda bianca, parla. Per tutta la vita Γ¨ stata devota alla lussuria senza tuttavia riuscire a scioglierne il mistero: il peso della sua esperienza non Γ¨ sufficiente nemmeno per squarciare l’enigma di un accoppiamento fra piccioni.  Parla, domanda; rievoca il suo ingombrante passato alla ricerca di una risposta. Ma la risposta non arriva, la cappa del mistero cala su di lei imponendole il silenzio. Il poeta contempla la tenda bianca inseguendo le fantasie bianche che vi vede scorrere. Davanti a questa tenda immacolata e gualcita l’ambrata e mascolina fanciulla Γ¨ ancora inginocchiata.

Paul Delvaux, Night Visit

La tenda bianca con le sue bianche immagini scorrenti evoca il ricordo di un torrente che scorreva tra le nevi delle bianche Alpi. Una salvifica fanciulla presso quel torrente lavava e cantava: i suoi baci non sono riusciti a liberare il poeta dal peso dell’incubo che continua a gravare su di lui. Il gelido torrente bianco scorre tra le rovine del passato confluendo nel presente di un corpo caldo e dorato: quello dell’ancella che distesa nell’ombra della stanza bianca e rossa rantola oppressa da sogni oscuri, travagliata dalla mistica fusione che si sta operando in lei. Lei che Γ¨ antica e presente, femmina e maschio, animale umano e icona sacra.

In un’ombra che non Γ¨ fresca ma ardente si mescolano canti di fanciulli e canti di lussuria, voci dell’innocenza e del peccato che insieme salgono al cielo. Prostitute immacolatamente bianche sognano non alla luce ma all’ombra di lampioni verdi, mentre il vento mescola il purificatore sale bianco del mare verde all’odore lussurioso dei vicoli e la notte mediterranea diventa immacolata come le donne con cui scherza. La fiamma  dei lampioni si dibatte tentando di liberarsi come i cuori in catene celebrati dalle canzoni delle prostitute nella gioia quieta della notte. 

Paul Delvaux, Lunar City

Il regale cielo notturno Γ¨ inattingibile, isolato com’è da un’impenetrabile cortina di fuoco: non resta che sprofondare nella mostruosa ferita di una via. Ma una scappatoia dall’abisso c’è: le porte che si aprono lungo questa via infernale conducono ad un altro cielo, quello artificiale creato dal sogno delle bianche cariatidi appoggiate agli stipiti. La prescelta dal poeta Γ¨ pura e splendente, dal profilo e dal portamento regali, alata dalla veste leggera che scivola sulle sue spalle. Un’evanescente cariatide la cui finestra scintilla nell’attesa di congiungersi all’ ombra.

Il rosso, il verde e il bianco si sono fusi nel viola: l’ancella, la santa prostituta, ha composto in un’armoniosa unitΓ  la propria paradossalitΓ  e puΓ² finalmente alzarsi da terra liberata definitivamente d’ogni peso. Il suo corpo si sublima in un profumo che vela gli occhi del poeta iniziato: il mystos (l’iniziato ai culti misterici) si vela per poter acquisire un’altra capacitΓ  visiva, ben piΓΉ acuta di quella semplicemente fisica efficace soltanto in questo mondo. E nell’al di lΓ  dello specchio si svela la vera identitΓ  dell’ancella: l’aereo dono di un dio, una volatile ma concretissima epifania divina. È l’asse portante, la cariatide, di un incantevole ed ignoto cielo notturno. Il suo seno luminoso sostituisce le stelle, le sue mani traducono in una melodia di carezze l’armonia delle sfere celesti. Alata come una colomba si posa leggera sul poeta, lo avviluppa dolcemente con il proprio corpo aereo che asseconda docilmente il corpo di lui. Anche il corpo del poeta ora non ha piΓΉ peso, non proietta piΓΉ un’ombra che lo ancora al fondo di melmosi canali: Γ¨ un soffio, un alito di vento in cui respirare un sentore di felicitΓ  e bellezza.

Paul Delvaux, The Great Sirens

La finestra aperta sul cielo notturno naturale rivela che non c’è piΓΉ differenza tra questo cielo e quello artificiale creato dal sogno delle cariatidi, che le leggi che reggono il cosmo generato dall’amplesso del poeta e dell’ancella ora reggono il mondo intero. Tutti gli uomini sono divenuti aerei, senza peso nΓ© ombra: dolci spettri il cui cadenzato vagare non Γ¨ una condanna ma un gioioso atto creativo da cui scaturisce la melodia che trasfigura la cittΓ  in un sogno armonioso. Le parole non sono piΓΉ necessarie per formulare domande che non necessitano risposta. L’amorosa fusione del poeta con l’ancella ha gettato un ponte sull’infinito che l’eternitΓ  puΓ² percorrere per manifestarsi in questo mondo, l’unione mistica dell’iniziato con il suo angelo ha sublimato in un sogno salvifico la nostalgia per quel paradiso perduto la cui bellezza si riflette ancora nel fondo degli occhi di ognuno di noi.  


[1] Dino Campana, Canti Orfici e altre poesie, Milano, Garzanti, 1989, p. 7

[2] Ivi, pp. 8 – 9

[3] Ivi, p. 9

[4] Ivi, p. 10

[5] Ibidem

[6] Ivi, pp. 10 – 11

[7] Ivi, p. 12

[8] Ivi, pp. 12 -13

[9] Ivi, p. 14

[10] Ivi, p. 16

[11] Ibidem

[12] Ivi, pp. 16 – 17

[13] Ivi, pp. 17 – 18

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