Nel mito tolkieniano l’arte della forgia non è soltanto creazione, ma anche tentazione. Con Fëanor, il più grande tra gli artefici elfici, il gesto creativo si carica di orgoglio e possesso, trasformando il fabbro nell’archetipo di una caduta che darà origine al male nella storia dei Noldor.
di Luca Cecchini
Classificare moralmente, o meglio inquadrare, il personaggio di Fëanor in maniera netta o per sommi capi è di fatto una cosa impossibile. Personaggio che può essere considerato come la creazione letteraria più originale della letteratura tolkieniana, il creatore dei Silmaril, nonché il più celebre elfo di tutto il Silmarillion non può essere considerato un personaggio né buono né cattivo dal punto di vista etico.
Quanto detto trova la sua conferma nei fatti narrativi che coinvolgono il nostro personaggio a partire dalla sua nascita, la quale getta un alone di oscurità su Fëanor, poiché la sua venuta al mondo è foriera di morte per Míriel, sua madre:
Ma, mentre portava nel ventre suo figlio, Mírielsi consumò nello spirito e nel corpo; e dopo che l’ebbe dato alla luce, desiderò intensamente di essere sgravata dalla fatica del vivere. E quando gli ebbe messo nome, disse a Finwë: “Mai più partorirò un figlio; la forza che infatti avrebbe potuto nutrire la vita di molti è tutta fluita in Fëanor”.[1]
[…]
Ella si recò dunque ai giardini di Lórien e si distese per dormire: ma, benché sembrasse addormentata, di fatto il suo spirito si dipartì dal suo corpo e silenziosamente ella passò nelle aule di Mandos.[2]
In giovinezza Fëanor si distinse come fabbro capace e in tale campo apprese molto circa la fabbricazione di oggetti di metallo e di pietra[3] dal fabbro Mahtan, di cui sposò la figlia, Nerdanel, descritta da Tolkien come un’elfa che, rispetto al suo sposo, si caratterizzava per la pazienza e per la volontà di comprendere le menti più che dominarle[4].
Quanto detto getta una prima sfumatura sul carattere dell’elfo fabbro volto, non alla contemplazione, bensì al dominio il quale, come abbiamo visto, è considerato il male per eccellenza all’interno della poetica tolkieniana, il peccato di cui Melkor si macchia all’inizio de Il Silmarillion[5].
Questa forma di ὕβρις si realizza innanzitutto nello sdegno che Fëanor prova nei confronti delle seconde nozze del padre Finwë, sposatosi con Indis, la quale gli darà alla luce Fingolfin e Finarfin, a loro volta poco amati da Fëanor[6]. Quest’ultimo, inoltre, viene raffigurato da Tolkien come portatore di un atteggiamento schivo e solitario, frutto senza dubbio della tracotanza di cui abbiamo detto sopra:
Fëanor fu mosso infatti solo dal fuoco del proprio cuore, operando sempre rapido e solitario; e né chiese l’aiuto né cercò il consiglio di alcuno che dimorasse in Aman, grande o piccolo che fosse, eccettuata solo, e per breve tempo, Nerdanel la sapiente, sua moglie.[7]
Ora, tutte queste manifestazioni di superbia vengono acuite dalle menzogne diffuse da Melkor presso i Noldor:
Visioni Melkor faceva nascere nei loro cuori, visioni degli immensi reami che avrebbero potuto governare a proprio piacimento, potenti e liberi all’Est […]. […] I Noldor presero a mormorare contro di essi, e molti si riempirono di orgoglio, dimentichi di quanto, di ciò che avevano e conoscevano, fosse stato loro donato dai Valar. E col massimo ardore la nuova fiamma del desiderio di libertà e di più ampi spazi arse nel cuore appassionato di Fëanor; e Melkor rise segretamente, perché proprio a quel fine erano volte le sue menzogne, odiando egli sommamente Fëanor e bramando senza posa i Silmaril.[8]
Sarà infatti l’avidità dei Silmaril, la goccia che farà traboccare il vaso all’interno della nostra storia, poiché Melkor farà leva proprio su questo sentimento di avidità, che sorse pian piano nel cuore di Fëanor, infatti:
Egli […] cominciava ad amare i Silmaril di un avido amore, e mal tollerava che altri li ammirassero al di fuori di suo padre e dei suoi sette figli; e di rado ormai si sovveniva che la luce in essi contenuta non era loro propria.[9]
Oltre che per le sue stesse creazioni, in Fëanor il desiderio di brama crebbe anche per il possesso del proprio dominio, in quanto egli fu il primogenito del re dei Noldor ed ebbe come fratellastri Fingolfin e Finarfin, i quali si scontrarono apertamente con l’elfo fabbro, turbando la pace presente in Valinor:
Ma ancora mentre Fingolfin parlava, Fëanor entrò nella sala, ed era armato di tutto punto: l’alto elmo in capo, al fianco una gran spada. “Dunque, è proprio come sospettavo” disse. “Il mio fratellastro vorrebbe scavalcarmi ed essere il primo con mio padre, in questa e in ogni altra faccenda.” Quindi, volgendosi a Fingolfin, snudò la spada gridando: “Fuori di qui, e statti al tuo posto!”.[10]
Per questo atteggiamento i Valar bandiranno per dodici anni Fëanor, il quale se ne andrà da Tirion, per edificare una nuova dimora a Formenos, dove lo seguiranno i suoi sette figli e il padre Finwë[11]; qui Fëanor sarà raggiunto da Melkor che lo ingannerà un’ultima volta facendogli credere che i Valar volessero impossessarsi dei Silmaril[12].
Successivamente, però, quando Melkor e Ungoliant prosciugarono le luci degli Alberi, i Valar chiesero a Fëanor di usare i Silmaril per illuminare nuovamente Aman con la stessa luce degli Alberi di cui i Silmaril erano composti, ma fu proprio in quel contesto che tutte le macchinazioni e le menzogne elaborate da Melkor nel corso del tempo spuntarono nel cuore di Fëanor:
[…] E di nuovo tornò il silenzio, mentre Fëanorrimuginava nel buio. Aveva l’impressione di essere assediato da una cerchia di nemici, gli tornarono alla mente le parole di Melkor che i Silmaril non erano al sicuro e che i Valar se ne sarebbero impadroniti. ʻE non è egli [Melkor] forse un Vala al pari degli altri?ʼ gli diceva il suo pensiero ʻe non ne comprende egli forse i cuori? Già, chi meglio di un ladro può riconoscere altri ladri?ʼ E quindi, ad alta voce: “Non lo farò di mia spontanea volontà, ma se i Valar mi ci costringeranno, ecco che io saprò per certo che Melkor è della loro stessa schiatta”.[13]
Quanto detto viene affermato dal nostro protagonista senza sapere che nello stesso tempo Melkor aveva rubato i Tre Gioielli e ucciso il povero re Finwë[14] e quando ne venne a conoscenza fu mosso da collera e vendetta per il furto e per l’omicidio, sicché convocò i Noldor ed espresse come propri pensieri tutte le menzogne che Morgoth aveva divulgato a lui e al suo popolo:
“[…] In Cuiviénen dolci scorrevano le acque sotto stelle non velate, e ampia la terra si estendeva attorno, su cui un libero popolo poteva aggirarsi. Là stanno ancora e attendono noi che, nella nostra follia, le abbiamo abbandonate. Andiamocene di qui! Lasciate che i codardi restino in questa città!”[15]
Questo incitamento, tuttavia, si spinge oltre, poiché Fëanor considerava la dimora beata di Aman come una sorta di prigione [16], incitando quindi il suo popolo a dipartirsi per la Terra di Mezzo e giungendo al culmine della sua ὕβρις pretendendo di scontrarsi con i più possenti tra i Valar, Manwë e Morgoth:
“Di’ questo, a Manwë Súlimo, Re Supremo di Arda: se Fëanor non può abbattere Morgoth, per lo meno non esita nell’assalirlo, e non se ne sta in preda a oziose recriminazioni. […] Tanto danno farò quanto meno all’Avversario dei Valar, che persino i possenti che stanno nell’Anello del Destino resteranno a bocca aperta all’udirlo. Proprio così, e alla fine essi mi seguiranno. Addio!”[17]
Nella sua marcia verso la Terra di Mezzo, Fëanor si macchiò di un altro atroce delitto: nel decidere come superare il Grande Mare che divideva Aman dalla Terra di Mezzo, il nostro protagonista scelse di intraprendere la via del mare chiedendo ai Teleri, abili nella costruzione di navi, di cedere a Fëanor e al suo popolo le loro imbarcazioni, ma tutto fu vano; avvenne così il Fratricidio di Alqualondë, in cui, per la prima volta, un elfo si mise contro un suo simile, causando danno se non morte.
Tuttavia, il nostro Elfo riuscì ad impossessarsi delle navi e con esse sotto la propria guida, riuscì finalmente a giungere nella Terra di Mezzo[18], lasciando però indietro un’altra schiera, molto più numerosa, guidata dal fratellastro Fingolfin, il quale passò attraverso la landa ghiacciata dell’Helcaraxë[19].
Ora, sebbene gli elfi al seguito di Fëanor non si dimenticarono dei loro consanguinei che stavano marciando via terra, Fëanor, invece, si macchiò di tradimento; infatti alla domanda di Maedhros, suo figlio, di come organizzarsi per inviare le navi a riprendere i superstiti, il padre rispose:
“Nessuno, e ancora nessuno! Ciò che mi son lasciato alle spalle, non lo considero una perdita: inutile fardello lungo la strada, tale si è dimostrato. […] Brucino le navi!” Al che il solo Maedhros si tirò da parte, mentre Fëanor faceva dare alle fiamme le candide navi dei Teleri.[20]
Dopo questo tradimento, il nostro protagonista mosse battaglia contro le armate di Morgoth riuscendo a batterle, tuttavia Fëanor reagì di nuovo d’impulso e il suo animo tracotante gli valse la vita, poiché fu ucciso da Gothmog, luogotenente di Angband [21].
Quindi spirò; ma non ebbe né tomba né sepolcro perché così focoso era il suo spirito che, come se ne staccò, il corpo cadde in cenere e fu spazzato via come fumo; e il suo sembiante non è più riapparso in Arda, né il suo spirito ha lasciato le aule di Mandos. Così finì il più possente dei Noldor, dalle cui gesta vennero sia la loro massima nomea, sia le loro più tristi sventure.[22]
Impulsivo ai limiti della razionalità e grande fautore del destino sia del suo popolo che di tutta la Terra di Mezzo, anche lo stesso personaggio di Fëanor è il risultato di rimandi verso un passato antico, desunto attraverso i componimenti poetici e prosastici che mitologia greca e norrena hanno tramandato ai posteri.
In entrambi i cicli mitologici, infatti, emerge la figura del fabbro caratterizzato dall’essere una figura menomata, sia fisicamente che mentalmente: partendo dalla mitologia ellenica segnaliamo il già citato Efesto, divinità che ricopre il ruolo di fabbro all’interno del pantheon olimpico e che Omero lo definisce con l’epiteto di κλυτοτέχνης [23] – fabbro glorioso[24] – ma anche con l’epiteto ἀμφιγυήεις [25] che ne indica la sua condizione di storpio. Le ragioni di questa deformità son da vedersi nella duplice tradizione, tramandataci anch’essa da Omero, che vede in Zeus [26] o in Era [27] le cause di tale stato fisico.
Tuttavia, quanto detto non riguarda il nostro Fëanor, dal momento che egli non soffre di una menomazione di natura fisica, bensì di una devianza prettamente etico-comportamentale ed essa la ritroviamo in due componimenti contenuti nel Canzoniere Eddico.
Il primo carme, intitolato Völundaekvidha[28], narra la vicenda del fabbro Volundr, catturato e azzoppato dal re Nidhudr e dalla sua consorte [29], per poi essere lasciato solo in un’isola dove fabbricava incessantemente monili per il re; qui il fabbro, per ottenere vendetta, uccise i due figli del re [30] utilizzando poi le loro teste, i loro occhi e i loro denti per forgiare nuovi artefatti da inviare al sovrano [31]. Non pago di ciò, Volundr invitò la figlia di Nidhudr e la sedusse, scappandosene per mezzo – a guisa di un Dedalo della mitologia norrena – di possenti ali [32].
Da quanto riportato, quindi, possiamo affermare che il sentimento di vendetta accosta Volundr a Fëanor; inoltre, l’obbiettivo che entrambi i personaggi si prospettano è quello della libertà: Volundr, infatti, si ritrova costretto, in un’isola solitaria a forgiare, senza dormire un attimo[33], artefatti da inviare al re; allo stesso modo, a Fëanor, per mezzo delle menzogne di Melkor, è stato fatto credere che i Valar tenessero gli Elfi rinchiusi ad Aman, per loro diletto e per di più ricordiamoci che le divinità richiesero al fabbro elfo di donare i Silmaril[34], la sua creazione più amata, proprio come Nidhudr pretendeva da Volundr nuovi monili.
Passiamo ora ad un altro personaggio proveniente da uno dei carmi eroici norreni – intitolato Fafnismál[35]– stiamo parlando di Reginn che, oltre a ricoprire il ruolo di fabbro, è smanioso di ottenere il tesoro creato in un tempo remoto dal nano Andvari [36], ma che ora è in possesso di Fafnir, fratello di Reginn.
Per raggiungere il suo scopo, il subdolo fabbro convince il giovane Sigurdhr a uccidere il drago Fafnir, il quale perirà per mano dell’eroe; tuttavia, nel momento della morte avverte Sigurdhr con queste parole:
“Mi ha tradito Reginn e sarà lui a tradirti, della mia morte e della tua egli sarà la causa. La vita, ahimè, fugge a Fafnir la tua forza ha prevalso.”[37]
Di quanto detto dal nemico, Sigurdhr ne ottiene conferma quando, dopo che ebbe bevuto involontariamente il sangue di Fafnir – avente poteri magici come la comprensione del linguaggio degli uccelli – riuscì a captare il discorso di alcune cinciallegre che lì vicino stavano parlando fra loro.
“Là giace Reginn, fra sé rimugina: vuole ingannare il giovane che in lui confida. Trae dalla rabbia discorsi distorti, artefice di sventura vuole vendicare il fratello.”[38]
[…]
“Stupido oltremisura se risparmia un nemico che annienta i guerrieri, come Reginn che ha in mente d’ingannarlo; non sa difendersi, in questo frangente.”[39]
Fu così che, scoperto l’inganno, Sigurdhr si attiva subito per uccidere Reginn, a cui l’eroe mozza la testa e si ciba del sangue del fabbro.
Bisogna notare, ora, che questi tratti non emergono solo nella figura di Fëanor, bensì in tutti i fabbri che compaiono nel corpus mitologico tolkieniano: allacciandosi a questa antica tradizione, infatti, Tolkien stende, a guisa di artista, sfumature diverse dello stesso colore le quali, appunto, variano da personaggio a personaggio.
Nel dimostrare quanto affermato, partiamo dal fabbro per eccellenza, il dio fabbro Aulë, il quale, seppur nella sua benevolenza, sfiora il peccato massimo di ὕβρις perpetrato da Melkor e lo stesso Tolkien individua questa vicinanza che Aulë condivide con il primo oscuro signore:
Melkor ne fu geloso poiché Aulë era assai simile a lui nel pensiero e nei poteri; e lunga fu tra loro la lotta durante la quale sempre Melkor guastava o disfaceva le opere di Aulë, così che Aulë si affannava per rimediare ai tumulti e ai disordini di Melkor. Entrambi desideravano infatti creare cose proprie che fossero nuove e mai pensate da altri, e si compiacevano lodando le proprie abilità. Aulë restò però fedele a Eru e sottopose alla sua volontà tutto ciò che fece; e non invidiava le opere altrui, ma cercava e offriva consigli. Melkor consumò invece il proprio spirito nell’invidia e nell’odio fino a che alla fine non riuscì a fare altro se non deridere il pensiero di altri di cui distruggeva, quando poteva, ogni opera.[40]
Se Aulë sfiora, con la creazione dei Nani [41], l’ὕβρις che caratterizza Melkor, quest’ultimo, viceversa, si fa fabbro creando una corona di ferro in cui incastona i Silmaril come simbolo del suo potere su Arda[42].
Ora, si badi bene ora come il braccio destro di Melkor, Sauron, sia stato, in origine, uno dei Maiar – una delle divinità minori – di Aulë[43] e questo dato si rivelerà fondamentale nel momento in cui ingannerà l’elfo Celebrimbor assistendolo nella forgiatura degli Anelli del Potere e forgiando a sua volta l’Unico Anello con cui intendeva dominare sulla Terra di Mezzo[44].
Al seguito di Aulë vi è un altro personaggio [45], che si macchia di tracotanza, credendo di riuscire a dominare Sauron usando l’Unico Anello: stiamo parlando di Curumo, conosciuto sia dagli Elfi che dagli Uomini con il nome di Saruman, il quale cercò di convincere Gandalf ad allearsi con il Signore di Mordor:
“Una nuova Potenza emerge. […] Questa è dunque la scelta che si offre a te, a noi: allearci alla Potenza. Sarebbe una cosa saggia, Gandalf, una via verso la speranza. […] Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo.”[46]
Infine, tra i più eccellenti fabbri della Terra di Mezzo, sono da menzionare Eöl e Maeglin: il primo, infatti, si caratterizza per il suo carattere schivo, che lo portò a distaccarsi dalla comunità dei Sindar situati nel Doriath per vivere in solitudine nella foresta di Nan Elmoth[47] dove, come già sappiamo, sedusse in maniera subdola Aredhel, costringendola a non allontanarsi mai dalla propria dimora [48].
Invece, il frutto della loro unione, cioè Maeglin, non si curerà per niente della condanna a morte che lo zio Turgon infliggerà al padre [49] e la sua presenza all’interno del reame celato di Gondolin sarà fatale, in quanto rivelerà a Morgoth la posizione esatta dell’ultimo baluardo elfico eretto contro il Vala oscuro [50].
Concludendo, possiamo affermare come questi personaggi condividono i loro aspetti caratteriali con Fëanor, il quale, invece, li possiede tutti, ragion per cui abbiamo voluto dedicare questo capitolo intitolandolo a lui soltanto sia perché, come abbiamo visto, dietro il suo personaggio abbiamo un archetipo che si rifà ad una tradizione millenaria; ma anche perché, dal punto di vista narrativo, Fëanor può essere considerato come il personaggio più importante di tutto Il Silmarillion, in quanto senza di lui e senza la sua più grande creazione – i Silmaril – non ci sarebbe stato tutto quell’intreccio di trama che vede il generarsi di guerre, tradimenti e vicende drammatiche svoltesi nel nome dei Tre Gioielli a cui il nostro autore dedicò intitolando l’opera stessa che porta il titolo de Il Silmarillion.
NOTE:
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Di Fëanor e della liberazione di Melkor, p. 84.
Ivi, p. 86.
Ibidem.
Ibidem.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, cap. Ainulindalë, p. 32.
Ivi, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Di Fëanor e della liberazione di Melkor, p. 87.
Ivi, p. 88.
Ivi, cap. Dei Silmaril e delle inquietudini dei Noldor, pp. 90-91.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Dei Silmaril e delle inquietudini dei Noldor, p. 91.
Ivi, cap. Di Fëanor e della liberazione di Melkor, p. 92.
Ivi, p. 93.
Ivi, p. 94.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Della fuga dei Noldor, pp. 100-101.
Ivi, p. 101.
Ivi, pp. 104-105.
Ivi, p. 105.
Ivi, p. 107.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Della fuga dei Noldor, p. 112.
Ibidem.
Ivi, pp. 112-114.
Ivi, cap. Del ritorno dei Noldor, p. 133.
Ibidem.
Omero, Iliade, Roma, Einaudi, 2009, Libro I – La peste e l’ira, p. 34.
Ivi, p. 35, v. 571.
Ivi, Libro XVIII – La fabbricazione delle armi, p. 663, v. 393.
Ivi, Libro I – La peste e l’ira, p. 35, vv. 586-594.
Ivi, Libro XVIII – La fabbricazione delle armi, p. 663, vv. 394-409.
Il Canzoniere Eddico, a cura di P. Scardigli e M. Meli, Milano, Garzanti, 2017, Carme di Volundr, pp. 129-135.
Ivi, pp. 131-132.
Ivi, p. 133.
Ivi, p. 135.
Ivi, p. 134.
Ivi, p. 133, strofa 20.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril,, cap. Della fuga dei Noldor, pp. 100-101.
Il Canzoniere Eddico, a cura di P. Scardigli e M. Meli, Milano, Garzanti, 2017, Canzone di Fafnir, pp. 207-215.
Ivi, Canzone di Reginn, pp. 197-203.
Ivi, Canzone di Fafnir, p. 210, strofa 22.
Ivi, pp. 212-213, strofa 33.
Il Canzoniere Eddico, a cura di P. Scardigli e M. Meli, Milano, Garzanti, 2017, Canzone di Fafnir, p. 213, strofa 37.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, cap. Valaquenta, p. 45.
Ivi, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Di Aulë e di Yavanna, pp. 61-65.
Ivi, cap. Della fuga dei Noldor, p. 103.
Ivi, cap. Valaquenta, par. Dei nemici, p. 49.
J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, cap. Degli Anelli del Potere e della Terza Era, pp. 341-343.
Idem, Racconti incompiuti di Númenor e della Terra di mezzo, Milano, Rusconi, 1981, sez. Parte quarta, cap. Gli Istari, p. 520.
Idem, Il Signore degli Anelli, Milano, Bompiani, 2002, La Compagnia dell’Anello, Libro Secondo, cap. Il Consiglio di Elrond, pp. 327-328.
Idem, Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2008, Quenta Silmarillion – La storia dei Silmaril, cap. Di Maeglin, pp. 161-162.
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