Β«Frainteso da amici e nemici, lottΓ² da solo contro il mondo modernoΒ»: questo necrologio a Julius Evola mette bene in luce il daimon ‘prometeico-luciferino’ che lo accompagnΓ² durante l’intero cammino terreno, facendone un pensatore unico nel panorama del ‘900, come emerge limpidamente dalla sua opera piΓΉ autobiografica, “Il cammino del cinabro”, recentemente ristampata dalle Edizioni Mediterranee.
di Marco Maculotti
Β« “Saggi sullβIdealismo magico”; “Lβuomo come potenza”; “Teoria dellβIndividuo assoluto”β¦; libri che il frequentatore di biblioteche osserva di sfuggita, presentendo dietro le apparenze stravaganti una forza temibile, un fuoco dal quale Γ¨ facile essere investiti e travolti. Ricordo ancora lo sgomento suscitato, sia pure in ristrette cerchie di studiosi, dalle prime enunciazioni della preoccupante teoria. βPazzescoβ, βinauditoβ, βformidabileβ, βdegno del rogoβ⦠» [1]
In un celebre discorso, Pierre Drieu La Rochelle affermΓ² che Β«la funzione degli intellettuali, o almeno di un certo tipo di intellettuali, Γ¨ di andare al di lΓ dellβavvenimento, di tentare cammini rischiosi, di percorrere tutte le strade possibili della storiaΒ». Pochi ritratti di βintellettualiβ combaciano con tale identikit, che potremmo in un certo senso definire prometeico-luciferino, quanto una delle menti piΓΉ controverse (e mal comprese) della cultura italiana del Novecento: il filosofo e βtradizionalistaβ romano Julius Evola (1898 – 1974).
L’aspetto biografico della sua opera (sia letteraria che “alchemica”) e le tappe di un’esistenza che ben prima della sua morte assunse caratteristiche “mitologiche” furono narrati in prima persona da Evola stesso nel libro-documento intitolatoΒ Il cammino del cinabroΒ [2], pubblicato per la prima volta nel 1963. La recente ristampa (2018) da parte delle Edizioni Mediterranee di Roma, per la collana “Opere di Julius Evola” a cura di Gianfranco de Turris, costituisce la quarta edizione corretta, riveduta e aumentata considerevolmente con molteplici note, appendici, bibliografie, fotografie, documenti inediti e saggi di Geminello Alvi (“L’ebbrezza del vuoto”) e Andrea Scarabelli (“Il cammino editoriale de ‘Il cammino del cinabro'”), per un totale di quasi 500 pagine. Un’edizione, dunque, imperdibile per gli ammiratori di Evola e per coloro che volessero conoscerlo “piΓΉ da vicino”, con riguardo all’ambito piΓΉ prettamente storico-biografico del suo solitario cammino terreno.
Siamo consapevoli dell’impossibilitΓ di fornire, in questo breve articolo-recensione, un quadro generale esaustivo della vita di Evola; su ciΓ², rimandiamo alla lettura integrale del libro in questione. Da parte nostra, in questa sede ci limiteremo a definire a grandi linee la vita del filosofo ed esoterista romano, sottolineando qua e lΓ certi episodi particolarmente degni di nota e alcune posizioni ideologiche che egli maturΓ² negli anni; a tal fine, suddivideremo la biografia di Evola in tre “macro-fasi”Β (della durata di circa 25 anni l’una)Β che ricondurremo idealmente, non senza un significato recondito, alle fasi dell’Ars alchemica: quella giovanile o della NigredoΒ (fino al 1922), quella matura o dell’AlbedoΒ (dal ’23 alla fine degli anni Quaranta) e infine quella della vecchiaia o della Rubedo(dagli anni Cinquanta alla morte avvenuta nel 1974).

La giovinezza: Nigredo
Chi fu Julius Evola prima di diventare Julius Evola?Β Fin dagli anni giovanili, egli afferma nell’incipit de Il cammino, due “disposizioni” sembrano aver plasmato la sua natura: da una parte, un Β«impulso alla trascendenzaΒ», da cui dovette conseguire un Β«certo distacco dallβumanoΒ» e una Β«certa insensibilitΓ e freddezza dβanimoΒ»; dallβaltra, unβattitudine Β«da kshatriyaΒ», termine che in sanscrito denomina Β«un tipo umano incline allβazione e allβaffermazione, βguerrieroβ in senso latoΒ». E tuttavia, continua il filosofo romanoΒ [3]:
Β« Non posso ricondurre le disposizioni di cui ho parlato ad influenze dβambiente nΓ© a fattori ereditari (nel senso corrente, biologico). Debbo pochissimo allβambiente, allβeducazione, alla linea del mio sangue. In larga misura, mi sono trovato in contrasto sia con la tradizione predominante in Occidente β il cristianesimo e il cattolicesimo β sia con la civiltΓ attuale, col βmondo modernoβ democratico e materialista, sia con la cultura e la mentalitΓ prevalenti nella nazione in cui sono nato, lβItalia, sia, infine, col mio ambiente familiare. Se mai, lβinfluenza di tutto ciΓ² Γ¨ stata indiretta, negativa: in me ha favorito solo delle reazioni. Β»
Tornato nella capitale dopo la Grande Guerra, il giovane Julius si trovΓ² catapultato in un periodo di crisi che segnΓ² per lui una vera e propria catarsi: un momento topico della sua esistenza, inquadrabile nel senso di una necessaria fase iniziale di Nigredo, senza la quale sarebbe stato impossibile mirare alle altezze piΓΉ vertiginose dell’Albedo e della Rubedo. Non Γ¨ un caso, a nostro parere, che tale tappa importantissima nella formazione dellβEvola βfilosofoβ si risolse β tra le altre cose β in una serie di sperimentazioni con sostanze psicotrope, tra cui probabilmente la psilocibina. Ecco come ricorda Evola questa tragica ma ineludibile fase di NigredoΒ [4]:
Β« β¦si acutizzarono in me lβinsofferenza per la vita normale alla quale ero tornato, il senso dellβinconsistenza e della vanitΓ degli scopi che normalmente impegnavano le attivitΓ umane. In modo confuso ma intenso, si manifestava il congenito alla trascendenza. In questo contesto, vi Γ¨ anche da accennare allβeffetto di alcune esperienze interiori da me affrontate a tutta prima senza unaΒ precisa tecnica e coscienza del fine, con lβaiuto di certe sostanze che non sono gli stupefacenti piΓΉ in uso, e lβimpiego delle quali richiede anzi, nei piΓΉ, il superamento di una naturale rivolta dellβorganismo e un particolare controllo di esso. Mi portai, per tal via, verso forme di coscienza in parte staccate dai sensi fisici. Passai non di rado vicino allβarea delle allucinazioni visionarie e forsβanche della pazzia. Ma una costituzione fondamentalmente sana, il carattere autentico dellβimpulso che mi aveva condotto verso queste avventure e una intrepidezza dello spirito mi portarono oltre. Β»

I frutti maggiori di tali esperienze si possono rintracciare nellβavergli fornito, per dirla con le sue parole, Β«punti di riferimento a cui altrimenti forse con difficoltΓ [sarebbe] giuntoΒ», prospettive e intuizioni inadeguate a cogliersi coi soli mezzi della mente razionale. Evola mise in relazione questo periodo di travagliata crescita interiore con un concetto orientale, Β«lβessere morsi dalla serpe» [5], che definisce precisamenteΒ Β«un bisogno di intensitΓ e di assoluto, a cui nessun oggetto normale appare adeguatoβ¦ donde, anche, una specie di cupio dissolvi, un impulso a disperdersi e a perdersiΒ».Β Se gli studiosi dellβArs alchemica e i lettori de La Tradizione ermetica dello stesso Evola non avranno particolari problemi a mettere in relazione tali concetti con la fase iniziale della βGrande Operaβ da noi summenzionata, ci limiteremo a notare come tale impulso a disperdersi e perdersi sia idealmente, nella tradizione induista, da connettersi alla guαΉa tamas, il cui βpotereβ Γ¨ straripante proprio nelle fasi di Nigredo (laddove la guαΉa sattva Γ¨ propria della fase Albedo e la guαΉa rajas dellaΒ Rubedo).
Nondimeno si puΓ² notare che, persino in questa prima fase di presa di coscienza estrema, le sue disposizioni genetiche β termine che vorremmo qui intendere, seguendo le indicazioni dell’autore, piΓΉ in connessione con il Genius che con la gens β orientarono βeroicamenteβ una tale esperienza potenzialmente annichilente. Il carattere autentico dellβimpulso che lo aveva guidato in queste βscorribande psichedelicheβ e cosΓ¬ pure lβintrepidezza dello spirito giΓ dimostrano il crisma evoliano, presente fin dalla gioventΓΉ, di βguerrieroβ β o di kshatriya, direbbe lui. Attitudini che dβaltronde sono pienamente realizzate nella guαΉa rajas, equivalente allβimpulso di movimento, allβinstabilitΓ , allβattivitΓ e allβardente desiderio di cambiamento; guαΉa che non a caso si riteneva pienamente realizzata, nellβIndia antica, dalla casta dei kshatriya. Un impulso, per citare ancora il Nostro, Β«a portare sino in fondo, verso il limite, ogni esperienza, per quindi andar oltre» [6].Β Qui si ebbe a formare (o meglio, a manifestare prepotentemente) il daimon-Evola prima ancora del pensatore e del filosofo; da queste esperienze lβEvola-persona trasse le direttive su cui avrebbe orientato, da quel momento in poi, la propria vitaΒ [7]:
Β« β¦lβorientamento, da allora, fu essenzialmente questo: cercar di giustificare la mia esistenza con compiti e attivitΓ che non avessero un carattere puramente individuale o, almeno, che a me non sembrassero tali; poi, dovunque fosse possibile, interrogare ciΓ² che viene chiamato comunemente destino, saggiandolo, in ordine a quanto si riferiva al continuarsi della mia esistenza presa nel suo complesso. Β»

La maturitΓ : Albedo
Dopo le βconfessioniβ del capitolo introduttivo, il Cammino prosegue trattando lβesperienza in prima persona nel mondo dadaista ed esponendo considerazioni personali sullβarte astratta (cap. 2); quindi lβesposizione entra nel vivo della produzione evoliana, il cosiddetto Β«periodo speculativoΒ» o filosofico (cap. 3).Β Si tratta degli anni intercorrenti dal 1923 al β27, che vedono la redazione (sebbene la pubblicazione avvenga talvolta diversi anni dopo) di Saggi sullβidealismo magico (prima pubbl. 1925), L’individuo e il divenire del mondo (1926), L’uomo come potenza (1927) e Teoria dellβIndividuo Assoluto (1927) e Fenomenologia dell’individuo assoluto (1930). Sono i testi piΓΉ prettamente filosofici di Evola che β pur pescando a piene mani dalle tradizioni classiche quali il taoismo, lβinduismo, e lβellenismo β non manca di unire qui i suoi interessi filosofici stricto sensuΒ (tra i menzionati, Nietzsche, Hegel e Michelstaedter) con le sue passioni βmetafisicheβ e βtradizionalisteβ. Γ anche il periodo del Gruppo di Ur, sodalizio esoterico da cui prese vita la pubblicazione dell’omonima rivista (di cui Evola fu il primo direttore), fondato nel ’26 da Arturo Reghini e Giovanni Colazza.
Il capitolo 4, βLβapproccio allβOriente e il mito paganoβ, tratta degli scritti del medesimo periodo (sebbene pubblicati a distanza di decenni) che si differenziano dai precedenti perchΓ© del tutto incentrati sulla tradizione orientale, in special modo induista: La dottrina del risveglio (1943) e Lo Yoga della potenza (1949). Ma in questo capitolo Evola parla anche della gestazione di uno dei suoi lavori piΓΉ noti che, sebbene cβentri solo marginalmente con gli studi orientalistici, entra a pieno diretto nellβalveo degli studi βpaganiβ del filosofo romano negli anni β20 e β30 del Novecento, sin dallβaltisonante titolo: Imperialismo pagano (1928). In questo lungo periodo che inizia negli anni Venti e prosegue grossomodo fino alla fine degli anni Quaranta (periodo che comprende anche il celeberrimo Rivolta contro il mondo moderno, a cui si accennerΓ sotto)Β si puΓ², secondo il nostro schema concettuale, ricondurre la faseΒ Albedo del pensiero evoliano, quella che potremmo definireΒ pars construensΒ del suo pensiero, da porre idealmente in contrapposizione dicotomica con la successivaΒ pars destruensΒ legata allaΒ Rubedo, fase di espansione marzialmente “prometeica”, collocabile temporalmente dal principio degli anni Cinquanta alla sua dipartita: anni in cui Evola mise nero su bianco le sue pungenti (e alquanto profetiche) critiche alla direzione che ha imboccato l’altrettanto faustiano “mondo moderno”Β β vale a dire “occidentale”.

Β« Era di fronte al mondo della Tradizione che il mondo moderno appariva come una civiltΓ anomala e regressiva, nata da una crisi e da una deviazione profonda dellβumanità ⦠» [8]
Sin dal principio degli anni Trenta si acuisce sempre piΓΉ nel pensiero del filosofo lβossessione della dicotomia Β«mondo tradizionaleΒ»/Β«mondo modernoΒ», non priva di contatti con lβequivalente eliadiana Β«sacroΒ»/Β«profanoΒ». Alcune osservazioni β o forse sarebbe meglio dire vaticini β contenute nel libro summenzionato sembrano investite di una potenza espressiva che ricorda ora Nietzsche ora gli scritti degli anni ’60/’70 di Giorgio Colli sulla tradizione greca, dando non di rado lβimpressione di evolvere fino al parossismo (allβeschaton dellβesprimibile, si potrebbe dire); quasi che quelle di Evola siano metastasi sintattiche da seguire fino in fondo, per uscire dalla labirintica trappola del “mondo moderno”.Β
Le visioni di Evola anticipano di qualche decennio quelle del suo (quasi) omologo tedesco Ernst JΓΌnger, soprattutto quello di Al muro del tempo (1959) [9], e al tempo stesso riecheggiano le intuizioni esposte da quest’ultimo inΒ Der ArbeiterΒ (1932), su cui peraltro il Nostro redasse un corposo commento (L’Β«OperaioΒ» nel pensiero di Ernst JΓΌnger,Β 1959). Ecco, a titolo di esempio, unβinvettiva particolarmente pregnante, carica di pathos,Β riportata pure nel CamminoΒ [10]:Β
Β« Lβattuale βcivilizzazioneβ dβOccidente Γ¨ in attesa di un rivolgimento sostanziale senza il quale Γ¨ destinata, prima o dopo, a crollare. Essa ha realizzato la perversione piΓΉ completa di ogni ordine razionale delle cose. Regno della materia, dellβoro, della macchina, del numero, in essa non vi Γ¨ piΓΉ respiro nΓ© libertΓ nΓ© luce. LβOccidenteβ¦ non conosce piΓΉ la naturaβ¦ la natura Γ¨ decaduta in una esterioritΓ opaca e fatale di cui le scienze profane cercano di ignorare il mistero con piccole leggi e piccole ipotesi. Non conosce piΓΉ la Sapienzaβ¦ la superba realtΓ di coloro in cui lβidea si Γ¨ fatta sangue, vita, potenzaβ¦ Non conosce piΓΉ lo Statoβ¦ Che cosa sia la guerra β la guerra voluta in sΓ© come un valore superiore e una via di realizzazione spiritualeβ¦ non lo sanno piΓΉ, questi formidabili βattivistiβ dβEuropaβ¦ che non conoscono guerrieri ma soltanto soldatiβ¦ Γ un gran corpo anodino, che si getta or qua or lΓ spinto da forze oscure e imprevedibili le quali schiacciano inesorabilmente chiunque voglia opporsi o soltanto sottrarsi allβingranaggio. Tutto ciΓ² ha potuto la βcivilizzazioneβ dβOccidenteβ¦ E il cerchio si serra ognor di piΓΉ intorno ai pochi che siano capaci del grande disgusto e della grande rivolta. Β»

La vecchiaia: Rubedo
Temi che riemergono anche nel secondo dopoguerra, sebbene in questa terza fase della sua vita Julius Evola si volga piΓΉ verso un tipo di analisi filosofico-sociologica che meramente mitico-tradizionale (eccezion fatta per Metafisica del sesso, uno dei suoi lavori migliori, pubblicato nel 1958), tanto imperturbabile e distaccata quanto fervente e drammaticamente profetica. Γ il periodo di Orientamenti (1950), Gli uomini e le rovine (1953) e, in seguito, Cavalcare la tigre (1961), nonchΓ© dei saggi contenuti ne Lβarco e la clava (1968), che verrΓ pubblicato un lustro dopo Il cammino del cinabro.Β Anche qui lβimpressione Γ¨ quella di avvertire echi jΓΌngeriani β in special modo per quanto riguarda la visione escatologica de Al muro del tempo, con le sue tenebrose Β«potenze miticheΒ», risvegliate dallβisteria trionfante del Β«mondo delle macchineΒ», e lβindicibile sensazione di appropinquarsi a velocitΓ sempre piΓΉ folle, nei meandri del Timewave ZeroΒ [11], verso l’eschaton conclusivoΒ β e considerazioni che riecheggiano lo Spengler e il GuΓ©non de La crisi del mondo moderno (1927) e Il regno della quantitΓ e i segni dei tempi (1939), come la seguente (tratta dal cap. 9 del Cammino, βLa βRivolta contro il mondo modernoβ e il mistero del Graalβ), in cui viene esposta unβimmagine per niente rassicurante del caos che pervade lβOccidente contemporaneoΒ [12]:
Β« Sconsacrazione generale dellβesistenza, dapprima individualismo e razionalismo, poi collettivismo, materialismo e meccanicismo, infine aperture a forze appartenenti non piΓΉ a ciΓ² che al disopra dellβuomo ma a ciΓ² che sta al disotto di lui, a determinare le forme, gli interessi e la sinistra potenza di una civilizzazione generale planetaria nel moto accelerato che porta verso il chiudersi di un grande ciclo, in termini ben piΓΉ vasti dello spengleriano βtramonto dellβOccidenteβ. Β»
Ancora una volta, per evadere dallβimpasse ideologico ed esistenzialeΒ Γ¨ essenziale ritornare agli Antichi, al modo di pensare tradizionale, mediante il quale ogni societΓ βsanaβ mai esistita ha da sempre decodificato e plasmato il βmondo del realeβ. Da questa prospettiva, una reminiscenza del ViΕnu Purana o dei classici latini puΓ² essere di lezione anche con riguardo ai meccanismi arimanici di questo snaturato βmondo modernoβ, persino in questi βtempi ultimiβ in cui sembra che βtutto sia ormai perdutoβΒ [13]:
Β« β¦ricordai che una frase di Tacito aveva giΓ indicato con esattezza il processo che doveva realizzarsi su vasta scala nei tempi ultimi: βPer rovesciare lo Stato [lo Stato vero, organico, tradizionale] mettono avanti la libertΓ ; una volta giunti a tanto, attaccheranno anche questaβ. Β»
La visione ciclico-tradizionale e involutiva della storia del cosmo β dottrina esoterica che fu βcavallo di battagliaβ evoliano sin almeno dallβindispensabile βtrattato di morfologia della storia delle civiltΓ β Rivolta contro il mondo moderno (1934), corroborata dalla Sapienza Sacra di Induisti, Persiani, Ellenici, Estremo-Orientali e Precolombiani β viene in questo periodo vissuta dal filosofo alla stregua di unβamara quanto ineludibile profezia, foriera di un evento catastrofico che sβha da realizzarsi immancabilmente. Da qui, il forte pessimismo delle sue analisi degli anni β60 e lβimpressione sempre piΓΉ stringente che ormai Β«non sia rimasto piΓΉ nulla da tentareΒ» se non cercare di rimanere, stoicamente, in piedi tra le rovine.

Fu proprio la professione coerente e reiterata di un ordine di idee a tal punto inattualiΒ eΒ anti-moderne, oltre alla pubblicazione del giΓ menzionato Orientamenti e la redazione di un paio di articoli per la rivista Imperium, a far piombare il filosofo in quella che si puΓ² a buon diritto definire una tragicommedia kafkiana. La farsa ebbe inizio il 24 maggio 1951, giorno in cui Evola venne arrestato con lβimputazione di costituire lββispiratoreβ (il βmandante moraleβ, si direbbe oggi) di una presunta Β«congiura intesa nΓ© piΓΉ nΓ© meno che a restaurare il regime fascistaΒ» [14]. A dimostrazione dellβinconsistenza dellβaccusa quasi tutti gli imputati furono assolti, il processo finΓ¬ in una bolla di sapone e Β«valse solo a coprire di ridicolo gli zelanti funzionari della polizia politica della nuova RepubblicaΒ».Β Tra lβimbarazzo generale, due guardie condussero in aula il convalescente Evola, ormai invalido a causa dallβesplosione viennese di cui era stato vittima qualche anno prima, il quale, nonostante lo stato di salute in cui giaceva, scelse di difendersi in prima persona dalle imputazioni che versavano sulla sua persona. Il succo della sua arringa difensiva (peraltro tutt’oggi estremamente attuale, nonostante siano passati quasi settant’anni) Γ¨ riportata nel capitolo 12 del Cammino, in cui si puΓ² leggereΒ [15]:
Β« Dissi che attribuirmi idee βfascisteβ era un assurdo. Non in quanto erano βfascisteβ, ma solo in quanto rappresentavano, nel fascismo, la riapparizione di principi della grande tradizione europea di Destra in genere, io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il processo a tali concezioni. Ma in tal caso si dovevano far sedere sullo stesso banco degli accusati il Platone de Lo Stato, un Metternich, un Bismarck, Dante del De Monarchia e via dicendo. Ma, evidentemente, nelle bassure attuali, pei piΓΉ altro non esisteva che lβantitesi fascismo-antifascismo, e non essere democratici, socialisti o comunisti equivaleva automaticamente ad essere βfascistaβ. Β»
In queste pagine del Cammino, Evola enuncia per lβennesima volta il suo anelito ideale a uno Stato di tipo βorganicoβ e βtradizionaleβ, simile a quello che ha retto per millenni il consorzio umano, dallβEgitto faraonico alla Mezzaluna Fertile, dai Greci allβantica Roma e quindi, sebbene in maniera giΓ piΓΉ flebile, nel Medioevo, e che terminΓ² con lβEra dei Lumi, per degenerare infine nel cosiddetto “mondo moderno delle macchineβ. Un ideale, come si puΓ² ben comprendere, in forte contrasto con il paradigma occidentale, democratico e progressista, materialista e meccanicista, ateo e scientista, e in cui non trova spazio la cosΓ¬ temuta quanto insensata Β«demonΓ¬a dellβeconomiaΒ», nel cui Β«circolo chiuso e buioβ¦ si muovono sia marxismo che capitalismo, una identica concezione materialistica della vita e dei valori stando alla base dellβuno e dellβaltroΒ» [16].
Per concludere questo nostro approfondimento sulla figura di Julius Evola devesi infine sottolineare il fatto che, come spesso accade nelle biografie di personaggi cosΓ¬ peculiari, la morte ebbe una coerenza assoluta con la vita. Sul punto di morte, il filosofo chiese ai presenti di sorreggerlo, per poter spirare in piedi, guardando il Gianicolo al di fuori della finestra del suo appartamento romano al settimo piano. Cremato alla maniera degli antichi cavalieri indoeuropei e dei patrizi romani, le sue ceneri furono in seguito, dietro sua esplicita richiesta testamentaria, disperse ai venti del Monte Rosa, le cui pendici Evola in vita scalΓ²; meravigliosa metafora di un’esistenza sempre affrontata controcorrente, in salita perenne e in ascetica solitudine, e di uno spirito realmente libero che, anche dopo il fisico dipartir, seguirΓ² a ergersi a inesplorate altezze, laddove solo pochissimi osano giungere, lontano dalle chiassose moltitudiniΒ [17].
Β« Frainteso da amici e nemici,
lottΓ² da solo contro il mondo moderno. Β»(Necrologio apparso sul Corriere della Sera del 13 giugno 1974)

Note:
[1]Β E. Servadio, Evola, o il mago; in J. Evola, Il cammino del cinabro. Mediterranee, Roma, 2018, p. 179.
[2] Il cinabro o cinnabrite o cinnabarite o solfuro di mercurio Γ¨ un mineraleΒ appartenente alla classe dei solfuri, dall’aspetto rossiccio,Β chimicamente un’unione di zolfo e mercurio. Per la sua capacitΓ di trasformarsi in mercurio, il cinabro Γ¨ alla base di tutto il pensiero alchemico cinese dell’antichitΓ , e riveste un ruolo di primaria importanza anche nelle tecniche di longevitΓ e di ricerca dell’immortalitΓ , proprie del Taoismo. Secondo Mircea Eliade [Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 2018, pp. 103 – 104) Β«il cinabro nasconde […] il mistero della rigenerazione attraverso la morte […] Ne consegue che esso puΓ² assicurare la rigenerazione perpetua del corpo umano e, in definitiva, procurare l’immortalitΓ Β».
[3]Β Cammino, p. 48.
[4]Β Ivi, pp. 53-54.
[5]Β Il romanziere austriaco Gustav Meyrink, noto ai piΓΉ per Il Golem (1915), ebbe modo di scrivere, in un suo saggio, sullβesperienza del βmorso del serpenteβ, in questi termini che ben rispecchiano da una parte le βconfessioniβ di Evola, dallβaltra le nostre precisazioni aggiuntive: Β«Uomini di ogni popolo e di ogni epoca portano i segni del morso di questo serpente, e dalle loro schiere β divenute sterminate nel corso dei tempi β Γ¨ nato quellβesercito, tormentato dalla sete per il trascendente, che, attribuendosi mete occulte, costituisce per gli altri un enigma irresolubile. βDegeneratiβ, ha definito Max Nordeau questi esseri morsi dal serpente, ma GesΓΉ Cristo li ha chiamati βil sale della Terraβ. Il veleno del serpente provoca in alcuni un impulso oscuroΒ e incomprensibile allβautopunizione e allβascesi, mentre in altri si manifesta come anelito struggente verso una forza sovrasensibile, verso il sapere e la conoscenza metafisica, o come sete religiosa del divinoΒ» (G. Meyrink, La via del fachiro, in Alle frontiere dellβocculto, a cura di G. de Turris e A. Scarabelli, Arktos 2018, p. 64). Su Meyrink, cfr. M. Maculotti,Β Gustav Meyrink alle frontiere dellβocculto, su AXIS mundi.
[6]Β Cammino, p. 55.
[7]Β Ivi, p. 56.
[8]Β Ivi, p. 182.
[9]Β Un articolo-recensione di Evola suΒ Al muro del tempoΒ di JΓΌnger Γ¨ collazionata nella raccolta di saggiΒ Ricognizioni. Uomini e problemiΒ (1974).
[10]Β Cammino, p. 150.
[11]Β Per usare una terminologia di Terence McKenna, un altro indimenticato βesploratore dellβastraleβ (sebbene appartenente a una corrente culturale completamente diversa da quella di Evola) del secolo scorso; cfr. M. Maculotti,Β Verso il βTimeWave Zeroβ: Psichedelia ed Escatologia in Terence McKenna, su AXIS mundi.
[12]Β Cammino, p. 265
[13]Β Ivi, p. 357.
[14]Β Ivi, p. 351.
[15]Β Ivi, p. 353.
[16]Β Ivi, p. 358. Questa peculiare concezione di Evola riguardo il capitalismo statunitense e il comunismo sovietico come due facce della stessa medaglia emerge sin da RivoltaΒ e in molte opere ed Γ¨ presente in molti articoli scritti nelle decadi ’50/’60; al lettore che desideri indagarla a fondo, si consiglia, a titolo di esempio, la lettura della raccolta di saggiΒ CiviltΓ americana. Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968Β (a cura di Alberto Lombardo; Controcorrente Edizioni, Napoli 2010).
[17]Β Si puΓ² considerare la passione di Evola per l’alpinismo, come emerge dalle sue Meditazioni sulle vette: scritti sulla montagna 1927-1959Β (pubblicato con un tempismo perfetto nel 1973, appena prima della sua dipartita fisica), alla stregua di una “estensione fisico-pratica” delle sue concezioni filosofico-metafisiche. Si puΓ² affermare cheΒ Evola intendesse l’alpinismo come pratica ascetica e meditativa: lo scopo che egli si prefiggeva era, anche qui, il superamento dei limiti della condizione umana attraverso l’azione e la contemplazione, al punto che essi divengono, in taleΒ coniunctio oppositorum, i due elementi inseparabili di Β«un’ascesa che si trasforma in ascesiΒ» (F.Β DemattΓ¨, “Julius Evola, Meditazioni delle vette”, in Secolo d’Italia, 26 agosto 2003).

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