Kawah Ijen: Inferno & Paradiso

Abbiamo compiuto un’escursione, fra i raccoglitori di zolfo autoctoni, sui versanti dell’unico vulcano al mondo che erutta lava blu: il Kawah Ijen sull’isola indonesiana di Giava. La catabasi notturna e l’ascesa mattutina, simili a quelle di Dante nelle illustrazioni di Doré, ha fatto sorgere in noi meditazioni sulla potenza degli eventi cataclismatici che da sempre interessano la “cintura di fuoco” del Pacifico, e sulla necessità da parte dell’uomo di accettarli e di scendere a patti con essi.


di Marco Maculotti

 

Non si può restare emotivamente indifferenti di fronte agli eventi cataclismatici che hanno negli ultimi anni colpito il Sud-Est asiatico: la mente corre subito allo tsunami del 2004, con epicentro nel mare di Sumatra, che ha causato dai 200 ai 300.000 morti. Si può allora comprendere come la recente eruzione (dicembre 2018) del vulcano indonesiano Anak Krakatau, ubicato su un atollo fra l’isola di Giava e quella di Sumatra, e il conseguente maremoto da essa innescato — sebbene abbia fatto un numero di vittime ben inferiore; “solo” qualche centinaio — abbia necessariamente risvegliato negli abitanti dell’arcipelago indonesiano i peggiori timori: tanto più che l’evento catastrofico è avvenuto più o meno negli stessi giorni (il 26 dicembre nel 2004, il 23 nel 2018). Andando ancora più indietro nel tempo, non si può non menzionare uno dei più disastrosi eventi cataclismatici di sempre, vale a dire l’eruzione del vulcano Krakatoa nell’agosto del 1883, che ha causato 36.000 morti e la “nascita”, per così dire, del “figlio” del Krakatoa, ovvero proprio quel Anak Krakatau responsabile della catastrofe appena avvenuta.

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Il Kawah Ijen nella bruma mattutina. Tutte le fotografie di questo reportage sono opera dell’Autore e, di conseguenza, sono da considerarsi proprietà esclusiva di A X I S m u n d i

D’altronde, l’area insulare di cui stiamo parlando è quasi perennemente interessata da fenomeni sismici di tal guisa, trovandosi esattamente sulla cosiddetta “cintura di fuoco” (ring of fire) del Pacifico: si calcola che il 90% dei terremoti mondiali avvenga all’interno di questa fascia. Avendo viaggiato due mesi, la scorsa estate, per l’arcipelago indonesiano, ho potuto verificare di persona lo stato di allerta in cui gli asiatici insulari vivono perennemente, giorno dopo giorno: durante la mia pur breve permanenza, si sono verificati almeno quattro o cinque eventi sismici, un paio dei quali hanno causato centinaia di morti e danni piuttosto ingenti, che hanno portato tra le altre cose all’evacuazione parziale dell’isola di Lombok, una delle principali mete turistiche dell’arcipelago. Qualche settimana dopo il mio rientro in Italia, il 18 settembre, si è verificata un’altra violenta scossa: stavolta i morti sono stati più di mille.

Ciò detto, la presenza di vulcani (attivi e non) nell’area del Sud-Est asiatico, se da una parte è fonte costante di pericolo ed incertezza, dall’altra rappresenta per i governi indonesiani una delle principali entrate economiche del settore terziario, sul quale si basa praticamente l’intera economia dell’arcipelago. Gli escursionisti pagano mediamente 200-400 euro per l’esperienza della scalata, a seconda della durata complessiva del pernottamento in loco, ed ogni giorno, sono migliaia i turisti che nell’isola di Giava intraprendono la scalata notturna del Monte Bromo o del Marapi, per giungere in vetta al momento dell’aurora. Tuttavia, ancora più caratteristica è l’escursione sul Kawah Ijen, un gruppo di stratovulcani nella parte orientale dell’isola che si distingue dagli altri altipiani vulcani aperti al turismo per una ragione ben precisa: si tratta dell’unico complesso vulcanico al mondo che, a causa del gas solforico che emerge dalle fessure telluriche con temperature fino a 600 °C, emette una lava infuocata di colore blu. Il punto più alto del complesso, che misura 2.800 metri s.l.m., prende anche qui la denominazione di Monte Marapi, che significa letteralmente “montagna di fuoco”: non può dunque sorprendere di ritrovarlo più volte in quest’area geografica (si aggiunga, oltre ai due esempi giù menzionati, che anche a Sumatra esiste un vulcano chiamato Merapi).

Proprio per via di suddetta peculiarità più unica che rara, ho optato, gli ultimi giorni del mio viaggio in Indonesia, per questa escursione, anziché per quella (forse più turistica) sul Monte Bromo. Arrivato di sera al “campo base” alle pendici del Kawah Ijen, con una temperatura sotto lo zero, mi sono messo in cammino verso l’una di notte, accompagnato da una guida locale che, a dispetto dell’età ormai avanzata e dallo stato fisico a dir poco precario — i suoi colpi di tosse cavernosa hanno accompagnato praticamente tutta la salita — si è dimostrata alfine dotata di una resistenza fisica assolutamente invidiabile e ben raramente riscontrabile nei suoi coetanei del nostro mondo “civilizzato”.

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Per raggiungere il bordo del cratere è necessaria una camminata di due ore, a cui va aggiunta una passeggiata di un’altra ora per arrivare alla riva inferiore, dalle cui “bocche” infernali si innalzano i fumi sulfurei e le averniche fiamme blu che rendono il Kawah Ijen unico al mondo. Per compiere questa discesa verso gli antri “infernali” bisogna indossare una maschera anti-gas: le emissioni di zolfo infatti, sebbene riscontrabili in maggior quantità nel punto più basso della gola vulcanica, iniziano a dipanarsi già a partire dall’inizio del cammino catabatico, rendendo estremamente rischiosa la discesa per coloro che non ne sono muniti.

Ciò tuttavia non impedisce ai numerosi raccoglitori di zolfo che ogni notte, da chissà quanti secoli, fanno su e giù per le pendici del vulcano di fare a meno di tale protezione: quasi che il loro organismo fisico, temprato attraverso le generazioni, si sia per così dire “immunizzato” geneticamente dagli effetti mefitici delle nubi sulfuree che avvolgono la depressione rocciosa. Attrezzati con una carriola e un cesto di vimini portato sulle spalle, essi discendono a più riprese, come se i fumi bollenti per loro non esistessero, nel punto più basso del crogiolo vulcanico, dal quale sono emesse anche le cerulee fiamme che hanno reso celebre questo luogo.

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Impossibile non sentirsi un po’, durante la catabasi, come il Dante che nelle immaginifiche illustrazioni del Doré discende le ronde infernali: a tal uopo non esiste un sentiero vero e proprio, bensì bisogna arrangiarsi alla meno peggio, appoggiandosi sui gargantueschi blocchi di roccia disseminati nell’intera gola, stando sempre ben attenti a non mettere il piede in fallo. E come Dante mi sono sentito momentaneamente perduto quando, a causa del buio totale che avvolgeva l’intero ambiente (e che — ahimè — non ha reso possibile documentare fotograficamente questa incredibile discesa), improvvisamente non ho più trovato al mio fianco la guida che mi accompagnava: nel frattempo, infatti, era disceso nella bocca infernale un altro gruppo di turisti, i quali, mischiandosi con i raccoglitori di zolfo, formavano ora un bel nugolo di persone, delle quali, a causa delle tenebre e delle nubi sulfuree che avvolgevano tutto, non era possibile decifrare il volto. Sono così rimasto ad osservare a lungo i gorgheggi e le evoluzioni aeree del fuoco ceruleo che ha reso celebre il vulcano, nonché l’immobile e nebuloso lago acido della caldera del complesso vulcanico, che si estendeva a perdita d’occhio a pochi passi dai guizzi infuocati: visione che non può che portare alla mente del viaggiatore non a digiuno di mitologia classica gli ambienti rarefatti costellati da fiamme fredde e blu dell’Ade greco, dove le anime dei morti, secondo la tradizione, erano destinate ad aggirarsi come ombre, simulacri fantasma di ciò che erano stati un tempo in vita.

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La caratteristica lava blu del Kawah Ijen

E tali e quali agli spiriti dei defunti dimoranti nell’Ade mi sono sembrati pure, durante la risalita intrapresa a fianco della guida finalmente ritrovata, gli innumerevoli turisti (per lo più europei e statunitensi, ma anche asiatici in gran numero) che pian piano, con un’accortezza più che comprensibile, si accingevano a compiere a loro volta la discesa verso le fiamme dell’Averno giavanese. Di fronte alla lenta discesa di tale masnada fantasma compresi la fretta della guida di partire dal campo base all’una in punto, quando quasi tutti gli altri escursionisti giacevano fra le braccia di Morfeo, forse credendo in tal modo di guadagnare forze e fiato in vista della ripida e faticosa salita al monte. Mai decisione, col senno di poi, fu più propizia: compiere l’insidiosa discesa verso la bocca eruttante le fiamme blu in compagnia di altre centinaia di persone avrebbe privato l’esperienza di tutta quell’atmosfera di sublime desolazione che invece, incamminandomi di buon’ora, ho potuto avvertire pienamente, come un freddo fuoco etereo sulla pelle.

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Faticosamente risaliti fino il bordo superiore del cratere, ci è voluta poco meno di un’ora per raggiungere la vetta del complesso montuoso, dove abbiamo trovato già appostati sparuti gruppetti di escursionisti, accampati in loco di buon’ora, mossi dal desiderio di ammirare il sorgere del sole. L’alba non si è fatta attendere: le molteplici rifrazioni dell’astro eliaco si sono diffuse celermente sull’intero panorama osservabile dalla vetta, al punto che persino ad occidente un bizzarro gioco di luci faceva sì che sulla baia rocciosa sospesa, come in una visione onirica, sul lago acido della caldera del Kawah Ijen, si imprimesse nel cielo nebuloso una fascia di un arancione fulvo luminosissimo, il quale alfine discendeva verso lo specchio d’acqua immobile nella forma di un raggio di luce biforcuto, simile a un laser ultraterreno.

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Intanto la nebbia cominciava a salire sempre più verso il cielo, dando vita a fenomeni visivi altrettanto onirici: la vetta del Merapi, parzialmente avvolta dai banchi nebulosi che lievitano a mezz’aria durante le prime ore del giorno, pareva sospesa sulle nuvole, come dovettero immaginarsi il sacro Monte Olimpo i Greci antichi. In seguito gli eterei fasci avvolgevano, dopo essersi ulteriormente innalzati alle uraniche altezze, la stessa vetta. E quando infine la nebbia si diffondeva in maniera diseguale sull’intero altopiano, l’intero panorama appariva del tutto trasfigurato: come se le diverse fasce che lo componevano e che si presentavano ora ben distinte allo sguardo dell’osservatore appartenessero ognuna a un mondo a sé stante, ognuna sede di un universo a parte, caratterizzato da una differente densità rispetto agli ambienti con cui si trovava a confinare.

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È in momenti come questi che si avverte il carattere metafisico insito nell’alpinismo, già intuito da Nietzsche durante le sue peregrinazioni in Egandina e poi teorizzato da Julius Evola nella raccolta di saggi Meditazioni delle vette: scritti sulla montagna 1927 – 1959 (prima ed. 1974): la salita del monte è qui considerata come pratica attiva ma al tempo stesso anche ascetica e meditativa, con l’eventualità di produrre subconsciamente, proprio grazie a questa coniunctio oppositorum di azione e contemplazione, quel superamento dei limiti della condizione prettamente umana. Una ascesa (fisica) che, dunque, si tramuta in qualcosa di più: vale a dire in una ascesi, nella sua accezione squisitamente mistica — un rapimento estatico delle altezze e delle vastità.

Per queste ragioni, Evola poté affermare che «il mondo dell’alta montagna va a parlare a una eredità primordiale, [e per questo] può far emergere lentamente il senso di quella libertà più che umana, che non significa evasione, ma è principio di una forza pura»; una libertà conquistabile soltanto con un «superamento del sentimento puramente umano e individuale di se stessi». E in cosa, più che nella montagna, la natura ci fornisce una imago che «nella sua grandezza, nella sua purità, nella sua potenza e nella sua primordialità, è superiore alle piccole vicende degli uomini», ma anche, aggiungiamo noi — e qui ci accingiamo a concludere — a quelle più grandi e serie, come gli eventi cataclismatici riportati in apertura di articolo, altrimenti incomprensibili ed inaccettabili da un punto di vista umano, troppo umano?

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In tal senso, durante la catabasi verso le averniche bocche infuocate di blu — e poi durante la successiva salita alla vetta — è possibile, allo spirito che ne sia in grado, comprendere a pieno l’essenza, al di là del bene e del male, della Natura nuda e primordiale, eternamente esistente come un serpente che si morde la coda, nel suo carattere di artifex, di deus faber, e al tempo stesso di distruttore, dacché una nuova creazione si rende impossibile senza una distruzione preliminare.

Allo stesso modo, si ritrova la stessa dicotomia nel lavoro certosino che, notte dopo notte, dall’alba dei tempi, compiono i caratteristici raccoglitori di zolfo del Kawah Ijen: un’azione duplice, che si esplica da una parte sottraendo i minerali ancora incandescenti dalla vulva ctonia, e di rimodellarli poi sapientemente in souvenir da vendere ai numerosi turisti ed escursionisti per “arrotondare i conti”; dall’altra, polverizzando finemente la maggior parte dello zolfo raccolto e stipandolo poi in grandi sacchi, per essere poi venduto ai grossisti dei paesi limitrofi.

In questo modo il ciclo della vita e della morte, della creazione e della distruzione ciclica va avanti da sempre, alle pendici del Kawah Ijen, nei secoli dei secoli.

M.M.

 

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L’Autore sulla cima del Kawah Ijen, avvolta dalla bruma mattutina.

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Poi avete ripreso l’incontro di sabato 30? Buon lavoro

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    1. Marco Maculotti ha detto:

      Sì, l’evento è stato filmato per intero con videocamera fissa. Ora rimane da capire quando e con quali modalità verrà pubblicato. Ad ogni modo, avremo modo di sponsorizzarlo sulla pagina FB e magari anche qui sul sito, quando verrà pubblicato. Sulla pagina FB, per il momento, puoi ascoltare/vedere un videoestratto del mio intervento dalla durata di circa 5 minuti.

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