Apocalisse gioiosa: notizie da Tangeri nel Cosmo

La parola d’ordine dei Sessanta fu “allargare l’area della coscienza”. Lo sguardo acuto, poetico e implacabile di Gianni De Martino, tra i fondatori di “Mondo beat”, considerato uno dei capi del movimento psichedelico e autore del recente “Voglio vedere Dio in faccia. Frammenti della prima controcultura”, svela l’universo estatico e visionario, tra illuminazione e abbaglio, dei primi psiconauti e l’incontro con il fiabesco attraverso il nichilismo ai tempi dei love-in a Tangeri e sulle spiagge di Mogador.


di Gianni De Martino
copertina: disegno dell’autore (tutti i disegni contenuti in questo articolo sono opera dell’autore)

                                                                                                                                               

Quando il giovane Lampo ci abitava, Tangeri somigliava a un immenso formaggio fluorescente attraversato da una folla mistica di giovani viaggiatori di tutte le nazioni o forse di nessuna. Fuggiti dalle case della vecchia Europa i ragazzi avevano lunghi capelli e le donne indossavano sandali freschi di bosco e minigonne coloratissime, stampate a fiori enormi, tremendi. In rivolta verso l’ordine esistente, scappavano da ormai estranee cucine materne, e si sottraevano alla famiglia, alla scuola, al partito e all’oratorio per trovare il significato della vita nell’esperienza soggettiva anziché nel riconoscimento oggettivo. La colonna sonora dei liberi pensatori, piccole bande di refrattari, imboscati & latitanti, era offerta dai Figli di Lucifero, dai Beatles o forse da Dioniso in persona:

Papà, la nostra bambina se n’è andata
come ha potuto farci una cosa simile?

In attesa della rivelazione profonda o del ritorno in città ( si ritorna sempre in qualche città, con la metropolitana sotto casa e il supermercato e l’edicola dei giornali all’angolo), la musica andava e le vele si gonfiavano di chitarre:

Danzano dèi sui propri corpi
Si schiudono nuovi fiori obliando la Morte,
Occhi celesti al di là del crepacuore dell’Illusione.

Erano i tempi della Droga, della Morte, dell’Oriente. I cammelli scalpitavano nei cortili e dai vecchi minareti tozzi, quadrangolari, della città bianca si levava cinque volte al giorno la voce del muezzin. Non era un usignolo di moschea, ma una specie di gracchiante richiamo all’ordine, ripreso all’unisono dagli altoparlanti di tutti i minareti della campagna e dai latrati dei cani dei quartieri. Il cielo diventava allora scipito e blu, come forse sono tutti i cieli in cui vige una religione di Stato. Non restava che calarsi l’acido e trasformare il tutto in un immenso formaggio fluorescente.

Nei villaggi del Marocco, i fellah davano un sacco di legnate ai capelloni e ai nuovi dionisiaci che facevano pipì nell’acqua delle sorgenti. D’altra parte, i musulmani che rompevano prima del tempo il digiuno del Ramadan non venivano perseguitati; e i kuffar, gli infedeli cosiddetti “crociati ed ebrei figli di scimmie”, non venivano sgozzati in mondovisione al grido di Allahu Akbar. Quanto alle donne, potevano andare in giro a viso scoperto. Nelle campagne di terra rossa dell’interno, ai bordi di un deserto metà grigio e metà azzurro, vigeva un islàm bonario, ospitale e conviviale. Era un islàm molto diverso da quello feroce dei Fratelli musulmani che oggi gridano troppo forte Morte Morte Morte alle orecchie del loro Dio.

Allora un caldo venticello erotico soffiava dalla costa Ovest degli Stati Uniti. E Lampo si era unito a una banda di adolescenti appena sbarcati nella medina di Tangeri. Il faccino liscio e tondo come un culo di bambino (che Allah ci conceda di morire a nostro modo), Lampo era convinto di poter mettere fine alle guerre, all’ingiustizia e alla miseria. Egli era nato a ridosso dei campi di sterminio dell’Europa, la sua culla era stata illuminata dal riverbero della Bomba atomica appena sganciata su Hiroshima e Nagasaki. Ma credeva di appartenere comunque alla prima generazione civilizzata del pianeta. Insomma, eccolo lanciato sulla via dei Fiori sempre freschi, della Pace perpetua e dell’eterno Amore universale: BROTHERS OF ETERNAL LOVE.

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Voleva diventare un alchimista, uno sciamano, un figlio del vudù. Chissà chi gli aveva messo in testa quell’atroce idea. Forse Topolino, Timothy Leary, Mircea Eliade. Ad ogni modo, chiunque fosse stato, quel contestatore di tradizioni e convenzioni si sentiva molto alto, hig mind e in perfetta sintonia con le vibrazioni della radio pirata di Psiche. Si sentiva soprattutto innocente. Di un’innocenza impudente, primordiale, imbarazzante da ricordare. Non era ancora il tempo di capire che forse l’innocenza è ancora più antica e criminale della colpa. In ogni caso, aveva iniziato il pranzo della vita dalla frutta, dal Frutto proibito naturalmente. E, lanciato il vero grido del cuore, si era messo a correre a rottadicollo per sfuggire ai padri, ai preti e ai mullah che cercavano di mordergli le gambe. Lampo avrebbe saltato oltre il muro dell’antico giardino. Era piantato in lui, il giardino, da prima che cominciasse la Storia. E, benché la nascita fosse stata una rottura, egli sarebbe rientrato in Paradiso di sorpresa, astutamente, sfuggendo all’antica proibizione e facendo maramao a Mircea Eliade, al mito del Paradiso perduto e al Cherubino con spada fiammeggiante.

Un inizio o una rottura? Una forza, una magia, un acido, forse un ardente desiderio dissidente, più alto e più veloce della morte abituale, faceva esplodere il nodo delle norme e spostava i linguaggi. Cazzo, anzi wow!, quella roba era davvero veloce! Era per questo che ora, indossata una gellaba arancione, color albicocca suonata, si faceva chiamare Lampo (“chiamatemi Lampo”). Non era l’eroina dei reduci tornati traumatizzati dal Viet Nam, ma un magico sacramento, un vero e proprio tabù. LSD e funghetti apparivano come un arrosto di porco tra un cristiano e un musulmano, un antenato cotto a puntino tra un cannibale e una suora missionaria, una cartina di tornasole per diagnosticare i divorzi culturali tra chi era in e chi era out. Occorreva porre la vita al centro di un’indagine controculturale e fenomenologica. E quindi assaggiare quel radicchio allucinogeno, mangiare quell’insensata radice e andare oltre. Anzi PIU’ OLTRO, come Lampo aveva scritto a grandi lettere fluorescenti a spruzzo sulla fiancata del suo pulmino psichedelico. Alla fine della storia avrebbe trovato la pace, la bellezza, la giustizia e un mondo aurorale simile a un racconto di fate. E tutti sarebbero stati accolti in Paradiso, proprio come voleva il cuore.

In realtà (che terribile espressione!) l’Europa si avviava a diventare, come per improvvisa amnesia, una terra di Serbi e di Croati. Non pochi morivano con l’ago nella pancia, in angoli non visti di cessi insanguinati di città, angoli, non angeli, rischiarati d’irrealtà. Dopo aver piantato tanti fiori, ecco spuntare, non senza qualche vivo disappunto, tanti carciofoni.Nonnulli perierunt in opere nostro”, dice il Rosarium. E già si annunciavano i tossici integrati degli stupidi anni Ottanta, che dopo aver gettato alle ortiche il colletto alla Mao, avrebbero occupato i migliori posti all’Università, nelle televisioni e le case editrici. Su poltroncine girevoli, a offrirti un sigaro o una sniffatina con un sorriso brillante come un getto di napalm. Era l’Inconscio rizomatico & desiderante che si trasformava in zona italiana, medio-italiana e medio-europea meschina e polipesca? Era il XX secolo che tramontava fra violenza e brutalità, così com’era cominciato. Potenza terribile della ripetizione. Fin dai tempi della famosa guerra incestuosa tra Caino e Abele. Stufo del Paradiso, il pianeta, cosparso di sangue, si sarebbe accontentato solo di un po’ di Disneyland. E, globalizzandosi, ormai fatta la frittata, si sarebbe ristretto come un blue jeans interconnesso troppe volte rilavato. Ma quei giovani refrattari no, non volevano l’aspirina globale e planetaria. Loro volevano la fresca luna e il sole, volevano mari azzurri e monti, esigevano tutto e subito. Altro che pubblica solitudine! Un desiderio dissidente. Un processo spontaneo di accomunamento. A Barbonia City, come a Parco Lambro, a Woodstock, o a Goa (Oh, Goa!). In zone provvisoriamente liberate, oltre la “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Un movimento sotterraneo e planetario verso l’assoluto. Strane vicissitudini del desiderio d’infinito. “L’infinito? Va’, citrullo!”. Così diceva quel sapientone di mister Square, brontolando nella sua testa calva. Poi aggiungeva, aggiustandosi gli occhiali sul naso, con la tipica mossa del cretino: “E auguratevi, con il poeta, Leopardi, il nostro caro gobbetto nazionale, che il naufragio sia perlomeno ‘dolce’, anche se non lo è”.

Lampo non voleva più appartenere alla famiglia, alla scuola e all’oratorio di mister Square. Aveva sete di autenticità e si alzava in punta di piedi, a gettare uno sguardo oltre la curva disperata del Tempo. Tempo e Spazio, erano forse una risposta? I corpi si liberavano, tendevano all’ultracorpo e a un uso esaltato del corpo. I giovani, una nuova categoria sociale appena inventata, in attesa d’indossare la maschera della famosa “maturità”, rifiutavano l’ingresso nella vita comune dei cosiddetti adulti. Lo chiamavano “il Sistema”. E, simili a fauni stralunati, ora covavano l’embrione dell’Angelo, l’Uomo del Futuro. Definiti dalla stampa di regime “covi saltellanti”, non sarebbero mai diventati carne matura, prudente, impaurita e che invecchia, avviata verso un brillante avvenire di scheletro. Ma per non diventare una cartolina illustrata, bisognava cospargersi petto schiena e gambe di olio di argan. E per non diventare vecchie tartarughe, bisognava correre, correre tutti con agili gambe immature verso la terra celeste, per uno stufato da consumare in armonia. Era l’Angelo della Terra, Mamma Gaia, che chiamava tutti i suoi figli a casa. “Su, bimbi miei, basta giocare lassù in cielo con tanti compagnucci morti, venite qui da me, a casa per uno stufato.” Evidentemente quando si è giovani, lisci, freschi e piacenti, non c’è alcuna festa perduta nella memoria, ma solo il desiderio di sprigionare più luce, più miele! E consumarlo, naturalmente, tutti in armonia. Scheletrini compresi.

Così Lampo, invece di correre come un graffitaro verso un centro sociale di città, correva verso palme sbilenche in lontananza. Correva non tanto dietro le ragazze o i giovanotti, ma proprio dietro la vita; chiedendosi perché mai la vita fosse così malata e chi aveva fatto imputridire persino l’idea di vita. Oh, carovane! Poter partire con voi, carovane! Egli correva verso l’Oriente e i rigagnoli d’Oriente. Dove non c’è dove e una grande festa si levava dietro il sole. Vivere, solo vivere: esiste forse un sogno più bello e più crudele di questo?

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NATURALMENTE SHIVAITI

Il sogno osa più della veglia. Della famosa veglia della ragione che genera i mostri. E «poeticamente abita l’uomo», secondo una frase del poeta tedesco Holderlin, citata più volte da alchimisti, sciamani e illustri filosofi esistenzialisti. Era quando in tutti i pisciatoi della Galassia si mormorava dell’Età dell’Acquario e dell’avvento del Nuovo Piano di Coscienza, un piccolo salto evolutivo. Angeli venuti da tutti gli orizzonti, studenti con gli occhi un po’ rossi per la polvere danzavano nudi e sognanti tra i falò accesi dagli hippies sulla spiaggia. Stanchi dei demoni del Novecento, ora i giovani visionari avrebbero cominciato ad affliggere il mondo con gli UFO, i coach o facilitari spirituali e i loro Angeli new age.

Di notte noi danziamo in tondo e
Siamo divorati dal fuoco.
Ci svegliamo sbigottiti e cerchiamo
A tentoni la vita.
Bene, se avete qualcosa per illuminarci…

Dopo aver danzato a lungo sotto un cielo di stelle che brillavano chiare, quasi frenetiche, Lampo si accovacciava attorno al fuoco del Love in. Era ipnotizzato dal fuoco. Il suo alito caldo arrivava ardente al suo volto, e dopo un po’ gli si riscaldava le gambe e il petto, mentre la schiena restava fredda. Rabbrividendo, si stringeva più vicino al falò sotto le stelle i capelli bagnati dalla fredda rugiada della notte. Forse, una volta svegliatosi dal sogno del Collettivo, si sarebbe beccato un raffreddore.

Stupendamente fresco sotto il bianco cerchio della luna e i primi raggi dell’aurora, Lampo non aveva ancora conosciuto la bronchite, la morte e la tragedia. Acceso da un altro fuoco, i pantaloni a zampa d’elefante e tanti ciaffi colorati, Lampo non aveva ancora perso il senso dell’immunità fisica a tutta prova e avrebbe superato per magia la barriera delle classi, dei sessi, delle razze e delle lingue. Mangiava poco, gli bastava una scatoletta di tonno o dei formaggini “La Vache qui rit” per compiere a piedi o in corriera traballante molti chilometri. “Povertà volontaria”, gli disse un giorno zia Nanda, Fernanda Pivano, offrendogli un panino al prosciutto e un gelato.

C’erano giorni in cui i ragazzi, i corpi bruni patinati da sempiterne voglie sessuali, lasciavano a casa le compagne con i fiori nei capelli e andavano a giocare a pallone sulla spiaggia di Tangeri con un cartone di latte “Gloria”. Che cosa potevano fare quei corpi se non alzarsi in volo un po’ per questo e un po’ per quello? Ogni cristallo di sabbia brillava. Il sole giocava con i suoi raggi sugli ombelichi dei ragazzi. Le frontiere tra i sessi erano diventate relative, e i ragazzi, accaldati, avevano labbra rosse, pericolosissime. I bongo, le chitarre, gli scialli profumati al patchouli, ogni cosa veniva presa da una specie di ascensione spiralare, un’erezione generalizzata. “Mio Dio! – si sorprendeva a pensare Lampo. – Si vede che noi psiconauti siamo onnilaterali, panerotici e naturalmente shivaiti. In ogni caso, i ragazzi erano così belli che avrebbero fatto venire un’erezione persino al papa. O a uno svizzero come Jung, tanto per fare un esempio non so quanto calzante.

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Con Martine, la ragazza francese appena conosciuta alla stazione degli autobus della C.T.M. di Casablanca, la relazione era più impegnativa. Dal primo momento che l’aveva vista , colpito dalle sue tettine, le si era avvicinato per invitarla a prendere il sole nudi sul tetto dell’hotel Maarifa e dichiararle subito il suo amore, ma disse anche di non sentirsi pronto per imbarcarsi con lei in una lunga navigazione in mare aperto. Ci sarebbe stato tempo, più tardi, per integrare a poco a poco passione e tenerezza per una donna, in una creazione comune di vita sotto un tetto intimo, tra baci lattescenti attorno alle tettine, il maithuna tantra e, perché no, anche la ierogamia o hieros gamos, il matrimonio che rappresenta la sacra unione o sizigia (congiunzione) tra un dio e una dea. Nel frattempo, con i ragazzi-immaturi, gli elfi e le fate-maschio tutto sembrava più semplice, era come una corsa sulla spiaggia o una tranquilla passeggiata in campagna. Lampo amava la sizigia e i viaggi per mare, ma gli piaceva anche la terra ferma. E, mosso dall’immaturità, naturalmente, e una curiosità spinta, si chiedeva cosa potevano i corpi.

Per sapere cosa potevano i corpi, non aveva bisogno di leggere Leibniz, magari tradotto e commentato, via Nietzsche, da Toni Negri. Così se di notte, rigirandosi nella tenda invece di una mano amica trovava un culo di piccolo gnomo o coboldo, non è che Lampo stesse lì a meditare sui misteri del buio. Invece di coltivare un corpo idealistico e d’impalarsi sui simboli, ci si poteva anche impalare, generosamente, su qualcosa di più concreto, diciamo. Perché no? I Templari la chiamavano “la pratica dell’insufflazione di Febo”, e le alte gerarchie shivaite “adhorata”, con riferimento al culto di Ganesha. Ma qui dovrei aprire una lunga parentesi di etnosessuologia della Via Lattea, e dirvi come mai in certi pianeti caldi i costumi dei Templari di Terrasanta, per non dire dei pirati, degli gnomi e dei coboldi del Nordafrica, sono così diversi da quelli di mister Square. Diciamo che quei giovani e arrapatissimi migranti, di alta statura e con magnifiche zazzere bionde, brune o rosse avevano forgiato praticamente un’elasticità nuova, una scioltezza che avrebbe permesso loro di essere ovunque, di attraversare le nomenclature, di fare irruzione dove non li si attendeva, come una virtualità erotica ed amorosa permanente, alternante, aperta, sfarfallante nei deserti, in riva mare, tra i cespugli, nei capanni o nella tenda, e comunque sempre in connessione permanente con tutti i corpi dell’universo e tutte le stazioni pirata di psiche. Compresa la stazione pirata dell’Abbazia di Thélema, che è il nome dato dall’occultista inglese Aleister Crowley a Villa Santa Barbara di Cefalù, in Sicilia. I latitanti credevano di poter vivere cuore a cuore con tutti i loro amici nell’universo. Nell’universo, questa grande e scintillante metafora che ancora ci contiene. E dove forse resta qualche goccia lucente del loro giovane sudore, “più delicato di una preghiera”. A meno che il sole, il grande sole mentitore, non abbia fatto evaporare e cancellato tante lacrime e macchie incriminanti sparse sul cuscino della notte.

Di quelle creature fatali, anzi fatate e ormai passate come ombre fra la polvere di tanti Love Inn, rave party ante litteram e Zone Temporaneamente Autonome, i giornali square delle teste calve dicevano tante cose stupide e avvilenti. Tipo: “Droga, Sesso & Rock and roll.” Scrivendone, Lampo avrebbe voluto ricoprire fuggiaschi e latitanti con la polvere d’oro di un racconto, che magari qualcuno si chiederà se è mai cominciato. Si diceva anche che la loro scrittura, quella delle creature fatate, assolutamente reale, fosse esente dal culto dello stile. “I massimalisti del vagabondaggio mentale mirano a vivere in un’orda giovanile turpe e invereconda.” Che prospettiva invadente e riduttiva, osservava Lampo. Non bastavano le piattole? Occorreva anche beccarsi quelle vecchie parole sibilanti come vecchi serpenti sulle teste ricciolute, insieme a chissà quali altre orribili suggestioni della serie televisiva “Storie maledette”? Bisognava parlare piuttosto di gloria liquida, di orda d’oro e di orgia sacra. Ma poiché è probabile che, ancora oggi, non siano tanto le parole a fare la guerra, ma la Morte, forse non basterà togliere dal vocabolario tutte quelle vecchie parole che rischiano di farci sentire tutti stupidi e depressi come quando s’indossa un vecchio cappotto.

Insomma, occorrerebbe un’altra lingua, una lingua angelica per dire che Lampo era un adolescente della seconda metà degli anni Sessanta, quando faceva le prime ricerche (“scappatelle”, avrebbe detto mister Square), ed esplorava quel mondo con tutti i sensi aperti, ricavandone – nella discontinuità delle sue passeggiate da un corpo all’altro – piccole eternità di godimento e qualche piattola, anche piattole astrali, i famosi parassiti mentali. Niente di grave: la sifilide che aveva reso imbecille Baudelaire era stata sconfitta dalla penicillina, l’Aids che avrebbe avvelenato i piaceri dell’amore era di là da venire e il Mom costava pochissimo. A Tangeri la vita non era cara. Per pochi dhiram potevi anche anche farti togliere qualche bubbone. Un giorno Lampo avrebbe scritto di quei giovani petti e dorsi brucianti, feriti, carichi di odori violenti, salmastri, venuti dal deserto e dal mare. Li avrebbe alleggeriti coprendoli di tante piume e arcobaleni iridiscenti.

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I FRATELLI ARDENTI

Lasciata la letteratura a quei coglioni dei suoi amici che non avevano sentito il richiamo del mondo fuori dalla porta, forse Lampo era un mutante, un ratto psichedelico. In ogni caso, stava contribuendo ad inventare dei nuovi costumi caratterizzati da un certo timore per il sesso, un eccesso di lamentazioni per i morti e un costante interesse per sogni e visioni.

Fra le zazzere bionde, nere o rosse serpeggiavano lingue di fuoco. Nelle stanze dei piccoli hotel della medina, sorgevano muri egizi, aztechi e marziani di visioni. La famosa sostanza magica – un cristallo in soluzione liquida – era appena arrivato da Londra, l’avevano portata gli amici di Bernadine Coverlay, insieme ai gilettini da Carnaby street, certi cappellini da paggio e poster di Shiva, di Ganesha e di Visnu. Il razzo dell’LSD era stato appena lanciato e Lampo seguiva ad occhi spalancati il rapido passaggio delle creature iperluminose e del loro purissimo bianco tra rapide cascate di gloria liquida e il fulgore del flash di luce gessificata come negli antichi quadri. Potevano gli antichi quadri salvarci dalla lebbra post-moderna, post-mortem e post-tutto? Era un gran movimento sacrificale, obliquo e planetario: quelle turbe gravi somiglianti alla pazzia, quelle visioni di carri di fuoco nel cielo, quei soffi che simulavano lampi e tuoni che erano apparizioni di montagne, di caleidoscopici frattali e ondate di albe d’oro. Erano griglie atroci per la sensibilità e la coscienza. E poi quel tunnel, il famoso tunnel e il ponte arcobaleno visto dopo l’uscita da quel collo di bottiglia un attimo prima delle estasi, o delle pseudo-estasi.

Ecco uno studente fuori di testa o di melone, costretto nel laborioso ronzio di un universo di energie sul quale egli non ha alcuna presa. E improvvisamente l’impressione, o piuttosto la concreta percezione che la ruota fosse, nel suo vorticoso fulgore, assolutamente immobile. Estasi bianca.

Sospendendo il fiato, come uno yogi, una madre al parto o un feto, Lampo lasciava che le famose “difese” andassero alla deriva, e che tutto ardesse. Ecco una buona occasione per mollare tutti i vecchi attaccamenti all’io e al mio. Se tutto scorre ed è fuoco cosa vuoi salvare? Il tuo frigorifero? Il televisore? La seicento o la seconda casa al mare? In prossimità di quel cespuglio di fuoco, un roveto ardente forse troppo pericolosamente vicino al segreto delle energie mutanti, meglio togliersi le scarpe, gli stivaloni di cuoio appena comprati a Madrid e chinarsi fino al suolo. La faccia per terra, nell’acqua viva della creazione ad ogni istante nuova, sorgente, Lampo diceva a se stesso: “Beh, niente di speciale. La magia dell’universo da ogni parte ci compenetra, e giunge fino alla pozzanghera della notte, solo che prima di prendere questa psicovitamina era un po’ limitata dai nostri cervellini square.” E tirava fuori dallo zainetto blu il libro My Philosophical Developpement di Bertrand Russel, il matematico della pace e promotore del disarmo nucleare, che così confidava in una lettera a Costance:

“Prima di morire, devo trovare un modo di esprimere la cosa essenziale che è in me, e che ancora non ho detto… una cosa che non è amore né odio né pietà né disprezzo, ma il soffio stesso della vita, ardente e come proveniente da molto lontano, che apporta nella vita umana l’immensità e la spaventosa forza spassionata delle cose non umane…”

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Insomma non era una notte come le altre notti, ma una Notte color di fughe, d’inchiostri e d’imboscate, dove il latitante incontrava il suo Assassino, spassionato e non umano, più bello dell’Aurora. “Ma cosa vuole questa Aurora, e quell’altra, detta Notte, dove per tanti passi falsi…”, diceva una vocina. Vestito solo di stelle e luna, aureolato da una tipica luce dorata, Lampo credeva di poter ardere senza bruciare. Vedeva allora se stesso e miriadi di creature, l’innumerevole esistere in un alone di fuoco nero che sembrava appartenere e non appartenere al mondo. Socchiudeva gli occhi per vedere più chiaro il mondo e fu così, tra illuminazione e abbaglio, che fu avvolto dal soffio di una luce divina. Credette poi di percepire un odore d’incenso levarsi dalla terra: erano semplicemente tutti gli alberi del Paradiso, che ardevano quietamente, dolcemente, senza bruciare. O forse era il lastrone della tomba vuota, che con un calcione dato dal di dentro improvvisamente si riapriva. Non era il solito vampiro, un parassita della mente che veniva su tutto occhi e muffa. La tomba si riapriva e gli soffiava semplicemente tanti petali di fresche e vere rose sulla faccia.

Era difficile, quasi impossibile tenere il registro delle vertigini, tanta era la profusione di dèi, di risorti, di fate e di elfi con il tipico berrettino a punta. Per non dire dell’irrompere, a ondate, degli Angeli alti come grattacieli, con enormi e scintillanti vesti e occhi elettrici sbarrati. Erano i tipici occhi dei tremendi Cherubini e Serafini, che, chiusi, sembravano aperti, e, aperti, sembravano chiusi. Aperti o chiusi che fossero, subito poi quegli occhi arcangelici svanivano in puntini ondeggianti, fosforescenze azzurrine, voli di farfalle. E c’erano quegli immensi prati di vero verde, in cui si distinguevano miliardi di fili d’erba che al soffiare del vento sembravano inchinarsi come tanti punti di domanda: ?????????????????????????

Il mondo appariva come un flusso di colori e di forme luminose. Per un momento, come se fosse giunto su qualche belvedere immenso o a teatro, chissà su quale loggione astrale, assistette alla danza lieve e immacolata dei beati. Erano tutti lì, nel cielo degli Autori decisivi: Arthur Rimbaud, Antonin Artaud, Charles Baudelaire e Bertrand Roussel che lo incoraggiavano. Erano insieme a Carl Gustav Jung, a Ioan Couliano, a Sohrawardi e a una miriade di aiuti trasparenti. Proprio come nella canzone dei Pink Floyd, che secondo il dire della buonanima di Terence McKenna, “parla di come gli gnomi hanno imparato un nuovo modo di dire urrà.” Apocalisse gioiosa a Tangeri nel Cosmo. Lampo dovette trattenersi dall’applaudire, perché le linee delle palme delle sue mani erano colme di fuoco. Una vocina – presumibilmente l’Angelo custode – gli suggerì che forse non era il caso di applaudire, dal momento che lassù, dove non c’è dove, niente più applaude, trascina, spinge, o grida urrà e pianta qualche sporca bandierina:

Chi non diventa cenere
Mai risorgerà con la Fenice.

Così si cantava in Paradiso, dove pare che la musica sia più importante dell’odio o dell’amore. E non c’era neanche la Bellezza, che oltre ad essere amara, è anche una parola nostalgica. Non un’ascesi, ma una caduta. E basta con questa nostalgia del Paradiso. Solo discesa verso il futuro e pioggia che – con le parole del poeta – “cade a Primavera sulla terra scura.” Giunto a quei confini assiali, diciamo, Lampo parlava e giocava con numerosi bimbi morti, liberi e felici come forse sono tutti i morti e comunque molto più vividi di chi distrattamente si dice vivo, o semi-vivo. La testa acida subiva molti cambiamenti, e fra miliardi di aurore boreali e arcobaleni scintillanti che erano mandala tridimensionali, grovigli di diamanti, perdeva quella fede, così comune, nella sostanzialità degli oggetti di cui i sensi danno continuamente informazioni. Lampo non credeva nella sostanzialità di un io, di un mio o di un Dio, di cui i concetti coprivano la luce della mente. Per calarsi nel punto, intenso e feroce, in cui osano le menti e la vita va al di là, occorreva essere intrepidi. E lasciare affluire, defluire. Accogliere un ospite inatteso, il mistero di gloria del volto radioso di un Angelo aureolato da quel suo tipico sex-appeal spettrale.

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LO CHIAMAVANO TRIP IN GERGO CANAGLIESCO

Tra le stelle di Dio e gli abissi dell’Accusatore, Lampo chiudeva gli occhi per vedere più chiaro il mondo. C’erano vette e baratri. Era quando i ragazzi e le ragazze andavano  nell’alaya-vijnana, a cercare la fortuna e la sizigia (unione) con il proprio Angelo nel vuoto. E in trance, come sdoppiati nell’innerspace, il petto ricoperto da armature di piccoli lampi, contemplavano il mistero del Forno. Lo chiamavano “trip-di-luce-e-amore”, in gergo canagliesco. In altri tempi era l’abisso: quando da tutti gli orizzonti e l’Athanor – che è anche lo stesso Uomo, in cui si compie l’elaborazione delle virtù – si rovesciava su di noi ciò che non potevamo nominare, e nella mente del viaggiatore ancora risuonava il grido di Baudelaire:

Ah, ne jamais sortir
des Nombres et des Etres!

Per tranquillità i sapientoni lo chiamavano l’Inconscio, ma tale termine non diceva niente di quello scintillante presepe, di quell’intensa visitazione di energia e di aurore boreali, che, dietro di esse, nascondevano ancora miliardi di corpi celesti e terre di resurrezione. In contemplazione del mistero del Forno, il cielo di Tangeri, dalle parti di Capo Spartel, diventava una cupola di fuoco ardente. “Il nostro suono è un ultrasuono, il nostro spazio è l’oltrespazio”, esclamavano gli Angeli a bassa voce, quasi senza voce, nel timore, forse, che tutto potesse perire, tutto rifiorire. Nel cielo, in tutto il suo fulgore, appariva con un brusìo la famosa Cauda Pavonis, composta da una vasta gamma di miriadi di particelle iperluminose. Chi ti spiegherà il mistero del Forno? L’Alchimista, lo Sciamano, o qualche mascalzoncello che se la ride da “lassù” in cielo.

Fu allora che, tra molta arroganza e il sacco a pelo, Lampo frugò nel suo zainetto blu; e tra I Ching, il Libro Tibetano dei Morti, Psicologia e Alchimia, Rimbaud e Laing, insaccati come se fossero una stessa cultura, cavò fuori le strofe liturgiche dell’amato fratello Sohravardi dedicate con ardente desiderio al brusìo delle ali angeliche. Eccole, con qualche variante e un cut-up , proprio sotto i vostri occhi e, se del caso, in prossimità del vostro terzo orecchio:

O Principio dell’Universo, Persona di luce che tanto mi attrae, termine ultimo dei soli che si levano a Oriente, mentre a Occidente declinano! Asciuga tutti gli occhi degli Amanti che hanno pianto e facci incontrare e vedere, ancorché leggermente strabici, la Colomba del Mistero attraverso il nichilismo. Dicci che quaggiù la gioia è l’essenza dell’esperienza e fa salire la litania della Luce. Vieni in aiuto al popolo della Luce. Guida la Luce verso la Luce. E se proprio non possiamo raggiungerla a volo, portaci Tu finalmente a casa, anche se zoppichiamo un po’.

Come quegli amanti fedeli, che fin nella polvere grideranno il nome l’uno dell’altro, celebro, celebriamo la liturgia dell’Angelo-Fuoco, affinché attraverso lui il fuoco che si leverà alla cremazione del corpo di carne e sangue sia consacrato. E quella dell’Angelo che è l’Aria, affinché per lui l’aria sia consacrata. E quello dell’Angelo che è l’Acqua, affinché per lui l’acqua sia consacrata, e quello dell’Angelo della Terra, affinché per lui il nostro umile resto di terra che resta sia consacrato.

E celebro, celebriamo la teurgia degli Angeli delle teurgie che sono i minerali, ché per loro sia consacrato il regno minerale. E quella degli Angeli delle teurgie che sono i vegetali, la santa e nobile Canapa e il divino Funghetto, ché per loro sia consacrato il regno vegetale. E quella degli Angeli delle teurgie che sono gli animali (compreso il mio caro gatto di nome Sardina), ché per loro il regno animale sia consacrato.

Celebro infine, conservando uno strano equilibrio nell’assalto sfolgorante di tutti gli elementi, la liturgia della Luce di Gloria vittoriale, a un tempo luce e destino, il cui rinvenimento è sempre singolare, l’Arcangelo dell’umana teurgia, lo Spirito santo, che dona vita e perfezione, governatore del mondo degli Elementi, Intelligenza Agente da cui emanano le nostre anime, Angelo-Luce, affinché sia consacrata attraverso lui la nobile specie umana e possa svegliarsi e sopravvivere alla sua oscura notte collettiva.

Non restava che accusare la generazione acida di aver fatto e detto troppo, sempre troppo. Come se non fosse proprio l’eccesso, questa eccedenza quasi-mistica, ad aprire le famose porte della percezione e a costituire uno dei segreti del linguaggio. La normalità, lo si sa, per essere tale deve essere perlomeno un po’ fobica. E quindi, ligi a un dovere immaginario, si deve ridurre, tagliare zac! zac!, tagliare e far scattare una tagliola nel vivo al grido di: “Ma dove andremo a finire?” Un tale grido, pronunciato con esagitato gestire da ragionevoli e prudenti petti oppressi, riteneva che i ragazzi accesi dall’acido fossero tutti “sballati”. Occorreva quindi costringerli, non dico a sanguinare, come poi faranno i punk, ma perlomeno a pisciare fuori di sé, a ondate scintillanti di grazia originaria, l’embrione dell’Angelo e l’Oltreuomo del Futuro. Pia illusione. Ormai non più rinchiusi in una piccola idea della relazione con se stessi, con gli altri e con l’universo, le giovani teste acide hanno sprigionato su questo pianeta in bilico su vertigini di stelle un altro desiderio, più alto e più veloce della morte abituale. E il fatto (“fatto”, come si dice nel gergo dei cosiddetti drogati), è che l’acido, per fortuna o sventura, è rimasto nel sale delle ossa, per sempre.

Piccola, non grande esperienza degli antichi raggi mistici, che con l’andar del tempo vengono sostituiti dai possenti e più generalizzati raggi tecnologici. Oltre che da nuove terapie stupefacenti, offerte “un attimino” da agguerriti guardiani dei bisogni ai Titani con borsello interconnesso che verranno. Restate in attesa accanto alla tomba vuota, in un’attesa non inerte e senza aspettare o spiare un segno. Non vi saranno segni, lo dice anche e soprattutto la scrittura. E lo dice, e ridice, il libro bucato dal fuoco del cielo. Caro Lampo, non sei una lampada e la scrittura non è una lapide. E se qui, in un angolo assiale che mai si chiude, l’immensa distanza semplicemente ti attraversa, potresti finalmente risparmiarti ogni viaggio o trip. E come Aiôn, il bambino che gioca sulla spiaggia, invece di fare il Black Bloc e ridurre ogni cosa in cenere, tentare con tranquillità e con calma di fare la cosa più difficile: disegnare e poi cancellare con mano ferma un’onda.

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