Il “Grande Gioco” di Jacques Bergier

“Amante dell’Insolito e Scriba dei Miracoli” (come recitava il suo biglietto di visita), co-autore con Louis Pauwels del libro-culto “Il mattino dei maghi”, esploratore degli spazi infiniti, cosmonauta dello spazio interiore, scienziato, agente segreto, visionario, alchimista: tutti i volti di Jacques Bergier nella sua autobiografia, “Io non sono leggenda”, appena pubblicata in lingua italiana da Bietti editore.


di Marco Maculotti

« Anche il vorticare delle stelle sprigiona energia nucleare, affinché venga ripristinata la giustizia divina. »
— J. Bergier, “Io non sono leggenda”

« Il progresso ci trasforma. Costruiamo strumenti sempre già straordinari, captiamo energie sempre più potenti. Ebbene, ciò ci conduce al nostro centro, nello spazio interiore, dove scopriremo e attiveremo ultra-forze. Il cerchio del potere si chiude. La fase primitiva della tecnica è la magia. Anche l’ultima. »
— J. Bergier e L. Pauwels, “Blumroch l’admirable”

 

Della grande influenza esercitata da Jacques Bergier (all’anagrafe Jakov Michajlovič Berger) nel portare in Francia alcuni dei più grandi nomi della fantascienza anglofona contemporanea abbiamo già discusso qualche tempo fa, in occasione dell’uscita per i tipi de Il Palindromo delle sue Admirations, tradotte in italiano con il titolo Elogio del fantastico.

Meno conosciuta — ma non per questo meno degna d’essere analizzata — è invece la biografia del co-autore del testo-chiave del «realismo magico» Il mattino dei maghi, «opera rivoluzionaria, crocevia di modernità e tradizione, pietra tombale scagliata sul “XX secolo carceriere e boia del fantastico”». Il merito questa volta è da riconoscere alle edizioni Bietti, e soprattutto ad Andrea Scarabelli, autore della chiosa appena riportata e curatore della più recente novità editoriale nostrana su Bergier: Io non sono leggenda, edizione italiana dell’autobiografia (Je ne suis pas une légende) pubblicata in Francia nel 1976, anno precedente quello della sua dipartita.

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Scienza e fantascienza

Nella vita di Bergier non ci fu solo il «realismo magico» e la passione per la fantascienza: a discapito della sua celeberrima massima secondo cui il solo interesse della scienza risiede nel suo fornire idee alla fantascienza [p. 148], altrettanto degne di nota furono le ricerche scientifiche e le conseguenti applicazioni che egli portò avanti nei primi anni Trenta, insieme a Alfred Eskenazi e a André Helbronner (primo docente in Francia insegnante di chimico-fisica, assassinato dai nazisti a Buchenwald nel 1944).

Scrive Scarabelli che «Bergier si rifiutava di separare la scienza dal miracoloso e credeva che, se adeguatamente addestrata, l’immaginazione potesse intercettare frammenti di realtà situati nel futuro» [p. 290]. A tal riguardo, similmente a Lovecraft per quanto riguarda la scoperta di Plutone e a Villiers-de-l’Isle-Adam che teorizzò con oltre un secolo di anticipo la «pubblicità nel cielo», Bergier previde l’avvento dell’energia nucleare, da lui definito «la seconda scoperta del fuoco» [p. 49], e l’automatizzazione dell’uomo e della società: nel 1937 abbozzò la carta intestata della futura società che stava per costituire scrivendo: «Robotizzazione di ogni industria. Automi civili, militari ed ecclesiastici» [p. 56]. Da lì a una decina di anni si rese conto che [p. 151]:

« la fantascienza era diventata realtà. L’energia nucleare, razzi e robot erano entrati nel mondo concreto: insomma, l’universo che ci attendeva non era quello descritto dalle grandi utopie, ma quello della fantascienza, tanto entusiasmante quanto fragile, che avrebbe potuto collassare e inabissarsi come Atlantide. »

Pur sognando «un nuovo impero dell’atomo» [p. 73], Bergier guardò alla fissione dell’uranio come un terribile «errore del progresso»: meglio sarebbe stato sperimentare l’energia nucleare leggera, non basata sull’uranio. Egli intravide in queste “decisioni dall’alto” l’impronta degli operatori occulti dietro le quinte della storia, di cui parlò nei suoi libri ascrivibili al filone del «realismo magico» e della realtà alternativa: in tal senso porta un secondo esempio, affermando che se si fosse commercializzato il motore Sterling, in grado di bruciare qualsiasi sostanza, anziché quello a scoppio, «si sarebbero evitate tutte le guerre del petrolio e oggi, nel 1976, la Francia sarebbe un Paese indipendente, non una colonia araba» [p. 61].

Le sue profezie interessarono anche la Seconda Guerra Mondiale, che egli visse in prima persona: in un articolo pubblicato sulla rivista Il soldato germanico nel Mediterraneo annunciò che «Amburgo sarebbe stata distrutta da una tempesta di fuoco». Non poteva immaginare che da lì a poco ciò si sarebbe realizzato davvero, allorché le forze Alleate scatenarono su Amburgo una vera e propria «tempesta di fuoco» mediante un massiccio bombardamento con ordigni incendiari: un fenomeno dalle dimensioni mai viste «se non a Hiroshima e Nagasaki». Interrogato dagli agenti segreti inglesi su come avesse fatto ad avere l’informazione sull’operazione prima dell’attacco, Bergier rispose senza scomporsi che era stata una «semplice intuizione» [p. 103].

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L’avvento del Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale

Grande importanza ricoprì l’impegno politico, derivante soprattutto dall’essere stato segregato, in quanto di origine ebraica oltre che spia straniera, nei campi di concentramento di Neue Bremm (nel 1943) e Mauthausen (nel 1944 alla fine della guerra). Tra i suoi antenati egli menziona un rabbino «leggendario» chiamato Jacob e un cugino di nome Anatole che nel 1918 partecipò personalmente all’esecuzione dell’imperatore Nicola II; e ancora lo zio materno Azrael, soprannominato «Angelo della Morte» [p. 24]. Durante la sua vita Bergier maturò la convinzione che «la cultura ebraica, così come quella celtica, costituisca un legame con grandi civiltà del passato superiore alla nostra» [p. 30].

Durante la permanenza nei lager, Bergier fece uso di tecniche tradizionali «simili allo yoga» per manipolare il tempo e resistere alle torture, ottenendo peraltro un’inspiegabile immunità all’effetto delle droghe allucinogene che venivano somministrate agli agenti segreti nemici per farli confessare: un vero e proprio «enigma biologico», come lo definisce lo stesso Bergier [p. 86]. Scrive l’antropologa Claudine Brelet, citata da Scarabelli nel suo saggio in appendice [p. 302]:

« I torturatori lo costringevano a passare ore e ore nudo nella neve. Così, lui evadeva mentalmente attraverso una serie di operazioni matematiche, seguendo una tecnica di concentrazione affine a quella praticata dai tibetani, e con lo stesso risultato: i fiocchi di neve evaporavano al contatto con la sua pelle. »

«Se la prigionia — come la realtà tutta — è solo una dimensione della coscienza» chiosa Scarabelli, «allora è possibile evadere interiormente» [p. 304]. Sottoposto a tortura Bergier andò in coma due volte, ed entrambe le volte ebbe la stessa visione: «un paesaggio oscuro, con case e alberi ancora più neri. Immaginazione? Un viaggio animico pre-morte?» si domanda, andando con la mente al Libro tibetano dei morti, che aveva letto anni prima di essere rinchiuso a Neue Bremm. Con queste premesse e questo background culturale, Bergier visse l’esperienza di reclusione come una prova iniziatica: «subii un mutamento» scrive, «infransi una barriera, immergendomi nel bagno di sangue dei riti di passaggio» [p. 123].

Tra l’altro, nelle sue memorie, Bergier ricorda Wernher von Braun — ingegnere e scienziato tedesco che, a guerra finita, fu portato grazie all’Operazione Paperclip negli Stati Uniti, dove di fatto guidò la NASA fino allo sbarco lunare — come un vero e proprio assassino, asserendo in modo sibillino che il suo futuro sia «tanto oscuro quanto il modo in cui passa il tempo» [p. 93]. Questa criptica affermazione si può forse mettere in relazione con la sua credenza, già esposta ne Il mattino dei maghi, secondo cui nei campi di sterminio i nazisti avrebbero compiuto dei veri e proprio sacrifici rituali inquadrabili all’interno di un supposto quadro cultuale della folle «religione nazista» [p. 113] («[…] intuivo idee di cui storici e sociologi sembravano non essersi mai accorti: l’hitlerismo non era stato solo un movimento politico ma, anzitutto, una religione» [p. 140]; «Sono convinto che l’hitlerismo fosse, tra le altre cose, una religione maledetta e che i massacri nazisti fossero sacrifici umani destinati ad attirare l’attenzione di Altre divinità» [p. 239, nota 15]).

«Questa religione non è mai stata studiata» scrisse ne Il mattino dei maghi [p. 294], «Né la chiesa, né il razionalismo, altra chiesa, lo hanno permesso. Noi entriamo in un’epoca della conoscenza in cui tali studi diverranno possibili perché la realtà che rivela il suo volto fantastico, idee e tecniche che ci sembrano aberranti, spregevoli o odiose, ci appariranno utili alla comprensione di un reale sempre meno tranquillizzante». E ancora [p. 324]: «La politica non è che una manifestazione esterna, l’applicazione pratica e momentanea di una visione religiosa delle leggi della vita sulla terra e nel cosmo. Per l’umanità c’è un destino che gli uomini comuni non potrebbero concepire, e di cui non potrebbero sopportare la visione. Questa è riservata ad alcuni iniziati».

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L’impegno politico, la “guerra occulta” e il “Grande Gioco”

Pur essendo politicamente schierato a sinistra — cosa che tuttavia non gli impedì di ammirare anche politici di fazioni opposte, ad es. Nixon [p. 155] — il suo rapporto col comunismo fu nondimeno ambivalente; «Bergier vedeva rosso ogni volta che gli si parlava del Sessantotto e di certi movimenti anarchici» ricorda il suo amico François Richaudeau [p. 294], e Bergier stesso individua questo particolare momento storico come «la rivalsa degli imbecilli sugli intelligenti, degli incapaci sui capaci, dei perdenti sui vincenti» [p. 196]. Iscritto al partito comunista francese era il già menzionato Eskenazi, suo compagno di esperimenti in gioventù, le cui idee descrive come «molto vicine» alle sue [p. 54]. Ciò nonostante, Bergier si rammarica dell’ingiusto trattamento riservato al prof. Jean Thibaud, suo docente di fisica nucleare alla Sorbona, che non raggiunse mai la meritata fama proprio perché non fu membro del Partito [p. 51]. Inoltre, pur considerandola la fazione politica «più seria», ne rigetta fermamente «la disciplina ferrea e il suo essere più una religione che un movimento politico in senso stretto» [p. 46].

Nell’ambito dell’impegno (geo)politico, Bergier ricoprì anche, con il nome in codice di Le Sorcier («Lo Stregone»), ruoli di primaria importanza all’interno della cosiddetta «Guerra Occulta»: quella, per intenderci, messa in atto dai servizi segreti, dietro le quinte della storia conosciuta. Egli intraprese questa attività soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale, occupandosi segnatamente della «ricerca dei criminali di guerra, indagini sui segreti militari tedeschi, spionaggio e controspionaggio» [p. 141]. Di intelletto superiore alla media, fin dalla tenera età il giovane Jacques intuì che la narrazione dei fatti che giunge al grande pubblico non è che un minimo riflesso degli accadimenti reali e delle questioni che ne hanno diretto la messa in scena. Aveva solo undici anni quando [p. 31]:

« Leggendo le prime pagine dei giornali, cap[ì] che l’idea di governi invisibili e di forze segrete che reggono il mondo, a cui mi ero avvicinato grazie alla letteratura, era sostanzialmente vera. Fu un trauma di cui subisc[e] tuttora le conseguenze. In questo mondo, come disse Kipling in Kim, si svolgeva dunque un Grande Gioco. Dietro ai fantocci politici o militari c’erano davvero poteri occulti. Giur[ò] a [s]e stesso che un giorno avre[bbe] partecipato al Grande Gioco. »

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Il “Realismo magico”, l’alchimia e l’incontro con Fulcanelli

Durante un viaggio a Praga si trovò davanti a una porta, in «via degli Alchimisti», che [p. 141]:

« secondo la leggenda dà sullo Sheol, l’inferno ebraico. È saldamente sprangata: né i nazisti né i comunisti hanno osato scardinarla. Si dice che fu attraversata una sola volta, nel XVI secolo, da tre uomini: uno non fece più ritorno, l’altro ne uscì pazzo, mentre il terzo disse di aver incontrato se stesso. »

È in questi momenti che l’aspetto puramente biografico sembra essere improvvisamente invaso dal «realismo magico» che fece conoscere Bergier agli appassionati di fantascienza, esoterismo e realtà alternativa. La leggenda sotterranea della porta di via degli Alchimisti — di cui esiste una versione speculare sudamericana, con riferimento agli accessi alle misteriose gallerie sotterranee scavate da una civiltà più antica degli Inca, accessi chiusi solo negli ultimi secoli in seguito ad avvenimenti tragici a metà strada fra la cronaca storica e il folklore — non può che portare alla mente di Bergier da una parte le teorie teosofico-naziste, da lui riprese ne Il mattino dei maghi, riguardanti la sopravvivenza delle antiche civiltà atlantidee in una dimensione sotterranea (la «Terra Cava»), dall’altra non può che stimolare riflessioni sul destino ultraterreno di quelli che furono per anni i suoi carnefici, per i quali auspicò senza ombra di dubbio la consumazione dolorosa nelle fiamme dello Sheol, secondo la tradizione dei suoi avi.

Un altro di questi momenti in cui la biografia di Bergier si tinge di «realismo magico» fu l’incontro, narrato nel capitolo dedicato all’alchimia, con Fulcanelli, misterioso autore de Il mistero delle cattedrali e Le dimore filosofali, che si avvicinò al Nostro in virtù delle sue ricerche sull’energia nucleare. «Le sue ricerche» gli disse, «sono estremamente pericolose. Un giorno potrebbero condurci alla bomba atomica». Quando Bergier gli rispose che ciò sarebbe stato auspicabile per porre fine al grande conflitto in atto, Fulcanelli chiosò ermeticamente: «Forse… a meno che non distrugga la civiltà intera, cosa che in passato si è verificata varie volte…» [p. 158]. Affermazione che venne poi confermata in modo sibillino sia da Frederick Soddy ne L’interpretazione del Radium sia da colui che, rifacendosi agli antichi testi indiani della Bhagavad Gita e del Mahabharata, della bomba atomica fu il “padre”: Julius Robert Oppenheimer.


Edizioni consultate:

  • Jacques Bergier, Io non sono leggenda, Bietti, Milano 2019
  • Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo 2018
  • Jacques Bergier e Louis Pauwels, Il mattino dei maghi, Mondadori, Milano 1963

 

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