John Dee e la lingua segreta degli angeli

La storia di John Dee: matematico, scienziato e astrologo inglese che ha inseguito il linguaggio segreto degli angeli, l’enochiano.


di Laura Tripaldi
originariamente pubblicato su L’Indiscreto

Nel suo racconto La Biblioteca di Babele, Jorge Luis Borges descrive un archivio sconfinato di libri i cui bibliotecari sono costretti a vivere come prigionieri, vagando da una stanza esagonale all’altra senza alcuna via di uscita se non un pozzo verticale che precipita nel nulla. Gli scaffali della biblioteca sono pieni di volumi che contengono sequenze di lettere del tutto casuali, e il cui significato, se ne hanno uno, è del tutto oscuro ai loro sventurati lettori.

A volte, tra le pagine interminabili di parole aliene, compaiono espressioni di qualche idioma conosciuto; si ipotizza che la biblioteca contenga ogni combinazione possibile di 25 caratteri alfabetici, distribuiti in volumi da 410 pagine di 1600 battute ciascuna, e che, in uno degli innumerevoli scaffali, si nasconda anche un libro capace di svelare il mistero della biblioteca stessa.

In ogni caso, la probabilità che quel libro venga trovato è così trascurabile che la sua esistenza, come quella di qualsiasi altro volume, è statisticamente del tutto insignificante. L’architetto di questo immenso labirinto è, forse, un demiurgo dotato di perversità sconfinata; eppure, il caos apparente della biblioteca sembra richiamare un ordine divino superiore, per quanto del tutto incomprensibile alla mente degli uomini.

“L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli”, scrive Borges, “l’universo […] non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche”.

Del resto, la città di Babele, con il suo brulicare di idiomi frammentati e incomprensibili, è il segno della rovinosa caduta dell’uomo dalla sua originaria comunione, linguistica e spirituale, con Dio; i bibliotecari, ricercatori instancabili, vagano tra i detriti di questa antica catastrofe, nella speranza – forse vana – di comprendere la forma originaria della parola divina perduta.

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“An Alchemist”

Certamente, Borges fu influenzato, in questo come in molti altri racconti, da una vasta tradizione di antiche dottrine mistiche e magiche, al cui cuore vi è l’idea che la trasformazione delle parole attraverso procedimenti di permutazione possa svelare una rete di occulte e potenti connessioni. Una branca della Kabbalah ebraica nota come temurah, il cui più illustre esponente fu il mistico Abraham Aboulafia, si basava proprio sulla pratica di combinare e permutare le lettere ebraiche della Torah e dei nomi sacri di Dio, producendo una serie di formule capaci di esprimere, nel loro continuo mutamento, la potenza divina e la splendida armonia del cosmo. Questa idea è illustrata da Gershom Scholem in La Kabbalah e il suo simbolismo, dove spiega che, secondo la dottrina di Aboulafia,

“gli elementi fondamentali, il nome JHWH, gli altri nomi di Dio e gli appellativi o kinnuyim furono trasformati mediante permutazioni e combinazioni delle consonanti […] finché in ultimo apparvero nella forma delle frasi ebraiche della Torah, così come le leggiamo ora. Gli iniziati, che conoscono e hanno capito questi principi della permutazione e combinazione, possono seguire il percorso inverso, dal testo all’indietro, e ricostruire il tessuto originario dei nomi” con l’obiettivo di risalire “all’operare segreto della potenza divina”.

Dottrine come questa esercitarono un’influenza incalcolabile sul pensiero rinascimentale, in cui misticismo, magia e matematica si unirono a costituire quella che è oggi universalmente conosciuta come tradizione ermetica. L’influenza di questo pensiero magico sullo sviluppo della cultura moderna è stata a lungo trascurata, fino a quando, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, fu finalmente riabilitato da diversi studiosi e accademici, tra cui spiccano, soprattutto, le ricerche della storica Frances Yates.

Il prodotto forse più enigmatico e oscuro di questa multiforme corrente di pensiero è il Sistema Enochiano di John Dee. John Dee fu un matematico, scienziato e astrologo al servizio della corte di Elisabetta I, la cui carriera fu, tutto sommato, quella di un rispettabile intellettuale del tempo. Nel corso della sua vita compose diverse opere scientifiche e matematiche che riscossero un vasto successo; entrò nelle grazie di Elisabetta I per aver composto, nel 1555, un oroscopo in cui prediceva la sua prossima ascesa al trono. Quando Elisabetta divenne regina, gli fu concessa la possibilità di proseguire i propri studi in autonomia, sotto la tutela della corona.

Ma, a partire dal 1582, le ricerche di John Dee presero una piega sempre più eccentrica. Influenzato dalle opere di altri intellettuali dell’epoca, e forse insoddisfatto dalle risposte offerte dalla scienza del suo tempo, John Dee cominciò a occuparsi di magia e spiritismo, con l’obiettivo di penetrare, facendo ricorso a metodi più o meno ortodossi, i misteri ultimi del cosmo. In questa impresa, fu affiancato da un giovane alchimista dalla reputazione discutibile di nome Edward Kelley, il quale si presentò alla sua casa di Mortlake rivelando un incredibile talento come medium.

V0001505 John Dee. Line engraving by F. Cleyn, 1658.
John Dee in un’incisione di F. Cleyn del 1658

Secondo le testimonianze contenute nei diari di Dee, Kelley era in grado di comunicare, con l’aiuto di un cristallo di quarzo, con entità spirituali invisibili. Gli spiriti contattati da Kelley nel corso delle sue sedute spiritiche con Dee, che si presentavano nella veste di angeli e arcangeli, cominciarono ben presto ad avanzare pretese sempre più esuberanti, costringendo i due a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa per trasmettere il messaggio angelico ai regnanti del tempo. Gradualmente, gli angeli cominciarono a trasmettere i frammenti di quello che appariva come un complesso, ma indecifrabile, sistema crittografico, composto da astrusi sigilli e interminabili griglie di lettere.

Gli angeli rivelarono a Dee e Kelley una lingua sconosciuta, chiamata da Dee lingua enochiana, costituita da un alfabeto di ventuno caratteri, nella quale erano composte diciannove ‘chiavi’ simili a incantesimi di evocazione dal contenuto misteriosamente apocalittico. La turbolenta amicizia tra Dee e Kelley si interruppe bruscamente nel 1587, e con essa terminarono anche le comunicazioni angeliche di John Dee. A testimonianza delle loro imprese resta una nutrita raccolta di diari e manoscritti, la cui prima pubblicazione risale soltanto al 1659, quando una parte dei diari di Dee, contenente una dettagliata relazione delle sue comunicazioni con gli angeli, fu fortuitamente ritrovata da un antiquario e fu data alle stampe.

Il retaggio dell’opera di John Dee è controverso e lo studio delle sue conversazioni angeliche ha avuto una storia tutt’altro che lineare. A rendere particolarmente insidioso l’approccio all’opera di Dee è soprattutto la vasta costellazione di studiosi che se ne sono occupati, eterogenea e con interessi spesso incompatibili, che testimonia, del resto, la ricchezza del suo pensiero. A partire dai primi anni del Novecento, l’opera di Dee divenne il cuore pulsante di quello che lo scrittore Kenneth Grant avrebbe ribattezzato il risveglio della magia: una corrente di esoterismo contemporaneo inglese che prese le mosse dall’Hermetic Order of the Golden Dawn, società segreta di stampo rosacrociano-massonico che mescolava il sistema angelico di John Dee a forme di magia cerimoniale pseudo-egiziana.

In particolare, lo studioso ed esoterista Samuel Liddel MacGregor Mathers recuperò i manoscritti di Dee, al tempo del tutto trascurati dagli accademici, diffondendoli tra gli iniziati come base di un nuovo dogma di magia cerimoniale. Sulle orme di Mathers, fu Aleister Crowley, il più importante esoterista del Novecento, a popolarizzare ulteriormente il materiale enochiano tra i seguaci dell’occulto. Come documentato nel libro The Vision and The Voice, nel 1909 Crowley percorse il deserto algerino recitando le trenta invocazioni angeliche che gli avrebbero permesso di accedere ad altrettanti stati di estasi mistica. Questi livelli di illuminazione, che Dee definisce Aethyrs, sono popolati di visioni cariche di quel simbolismo magico che caratterizza tutta l’opera di Crowley, in una sorprendente commistione di numerologia, mitologia egizia e iconografia apocalittica.

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John Dee con Edward Kelley di fronte a un’apparizione da essi evocata

Davanti a una simile eredità, è facile trascurare gli scritti di John Dee come un’altra espressione poco rilevante di paccottiglia occulta. Anche per questa ragione, diversi studiosi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si sono impegnati a riabilitare l’opera di Dee, contestualizzandola all’interno del pensiero del suo tempo. Gli scritti enochiani di Dee sono, a tutti gli effetti, opere magiche, nel senso che appartengono a pieno titolo alla tradizione ermetica della sua epoca; del resto, Dee era in possesso di una delle biblioteche più ricche d’Europa, ed era a conoscenza degli scritti dei più importanti esponenti dell’ermetismo, tra cui il De Occulta Philosophia di Heinrich Cornelius Agrippa, uno dei più completi e influenti testi di magia del rinascimento.

Molti degli scritti che ispirarono Dee contengono una curiosa commistione di demonologia e crittologia; l’esempio più rilevante è sicuramente il misterioso Libro di Soyga, un bizzarro grimorio costituito da 36 pagine di matrici di lettere apparentemente incomprensibili, che furono decifrate soltanto in anni recenti, svelando un complicato algoritmo crittografico. L’influenza di questo materiale è riflessa nella complessità del sistema enochiano di evocazione, che, in accordo con il neoplatonismo del tempo, utilizza un approccio geometrico-matematico per comunicare con le schiere angeliche.

La magia di John Dee, come anche la storia della sua vita, è profondamente malinconica. L’obiettivo dell’operazione magica di Dee era esplicitamente quello di ricostruire una lingua perduta; si tratta della lingua che fu rivelata, secondo le dottrine apocrife, al patriarca biblico Enoch, capace, come la parola divina della Genesi, di operare miracoli. Negli esperimenti angelici di Edward Kelley e John Dee si concretizzava l’idea religiosa di un paradiso perduto, che, però, non era un luogo o un tempo dimenticato, ma che aveva la forma di un linguaggio universale originario, una lingua adamica capace di unire i popoli della Terra in una nuova comunione con il divino.

Questo emerge chiaramente in diverse comunicazioni angeliche, in cui la lingua enochiana è presentata come un dono divino all’umanità precipitata nel peccato e nell’ignoranza. Purtroppo, il sogno di Dee di ricongiungere l’umanità sotto lo stendardo di un linguaggio universale si schiantò rovinosamente, come accadde ad altri filosofi suoi contemporanei, primo tra tutti Giordano Bruno, contro la violenza repressiva della controriforma. A questo proposito, è significativo il commento di Frances Yates all’opera di Dee nel suo saggio Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana:

“Non sono interessata in questa sede alla ricerca del sensazionale che si è polarizzata intorno alla vicenda di Dee e che ha teso a oscurarne il significato reale: la sua importanza consiste, a mio avviso, nella presentazione, attraverso la vita e l’opera di un uomo, del fenomeno del dissolversi del Rinascimento, nel tardo Cinquecento, fra le fosche vociferazioni sul demonio. Ciò che accadde durante la vita di Dee al suo «neoplatonismo rinascimentale» si verificava in tutta Europa nella fase in cui il Rinascimento affondò nella tenebra della caccia alle streghe.”

John Dee and Edward Kelly
John Dee (seduto) con Edward Kelley

Gli stessi spiriti con cui Dee e Kelley intrattenevano le loro conversazioni appaiono spesso freddi e calcolatori, così distanti da essere indifferenti alle preoccupazioni umane. Le loro rivelazioni giungevano in modo frammentario, ed erano trascritte faticosamente, spesso comunicate una lettera alla volta con l’aiuto di enormi tabelle cifrate. Che si scelga o meno di credere che le visioni di Kelley fossero un autentico fenomeno di spiritismo, è indubitabile che John Dee tentò, con tutte le proprie capacità e conoscenze, di ricavare un sistema unitario dell’universo sulla base delle informazioni che gli venivano trasmesse, ma senza mai davvero riuscirci.

Questo destino di mago maledetto è sicuramente uno dei più grandi elementi di fascino nella vita e nell’opera di John Dee, che, però, non deve distoglierci dal rigore della sua ricerca in un’epoca in cui la scienza contemporanea non aveva ancora visto la luce, e in cui, davanti alla violenza delle persecuzioni religiose, molti speravano che un messaggio mistico universale come quello ermetico-neoplatonico potesse riportare l’umanità a un’età perduta di pace e splendore.

Lasciandosi alle spalle i progetti esoterici di restaurazione spirituale della Golden Dawn e le visioni apocalittiche di Aleister Crowley, è lecito chiedersi come ci si possa approcciare all’opera di Dee con una sensibilità contemporanea, senza sradicarla dal contesto culturale della sua epoca ma senza trascurare, al tempo stesso, il suo carattere profondamente magico e mistico. La cultura popolare è, ancora oggi, affascinata dagli angeli come rappresentazione mitica di un’intelligenza aliena; l’opera di Dee è stata senza dubbio una delle principali influenze nella costruzione di questo nuovo bestiario angelico.

L’aspetto più strettamente semiotico dell’opera di Dee, ovvero la ricerca di una lingua universale capace di oltrepassare le barriere del linguaggio simbolico, è una questione filosofica incredibilmente contemporanea: gli esperimenti linguistici di Dee e Kelley sono un laboratorio di trasformazione della parola umana in un codice capace di frantumare l’ordine simbolico, attingendo direttamente alla fonte divina del senso. Ma a rendere soprattutto moderna l’opera di Dee è proprio il carattere tragico e doloroso della sua ricerca; quella di un uomo rinascimentale al confine ultimo di un’epoca di certezze, che si trovò a confrontarsi coraggiosamente con le voci indecifrabili di un nuovo eone.

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“John Dee performing an experiment before Queen Elizabeth I” (dettaglio)

 

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