“Poseidonis”: la caduta di Atlantide vista da Clark Ashton Smith

Temperamento aristocratico, prosa decadente, visioni oniriche: ripercorriamo “Poseidonis”, uno dei cicli narrativi più significativi di Clark Ashton Smith.

di Lorenzo Pennacchi

A qualche anno dall’uscita della raccolta Atlantide e i mondi perduti, anche in Italia Clark Ashton Smith non è più relegato a una ristrettissima nicchia di lettori. Tuttavia, per quanto la sua cerchia si stia allargando, l’autore statunitense, con il suo sword and sorcery, i suoi (uni)versi onirici e la sua prosa decadente, non sarà presumibilmente mai uno scrittore fantasy per molti, come Tolkien o Martin per intenderci. Del resto già nel 1923 H.P. Lovecraft aveva le idee chiare sulle motivazioni dell’insuccesso commerciale del suo amico e corrispondente: 

« Più sinceramente sensibile ai sogni più sfrenati degli uomini, e più sublimemente cosmico, nella sua vena immaginosa d’un caos fantastico non segnato sulle mappe, di qualunque altro verseggiatore dai tempi di Poe, il signor Smith è relativamente poco noto al di fuori dell’ambiente californiano a causa dei gusti d’un pubblico che diffida della bellezza e delle avventure dello spirito. » [1]

Similmente nel ’25 Alfred Galpin, corrispondente di Lovecraft e futuro professore di letterature romanze, dopo aver elogiato le prime raccolte poetiche smithiane, si era espresso così: 

« Perché allora rimane sconosciuto? In primo luogo, perché è stretto contemporaneo del gusto intellettualistico per il modernismo, cui il suo lavoro deve ben poco. Inoltre, gli estimatori del grottesco sono pochissimi e l’uomo medio di cultura, trovando gran parte del libro inferiore alle migliori possibilità dell’autore, passa avanti e così perde l’oro che è mescolato alla sabbia. » [2]

Nel volume, edito da Oscar Mondatori e curato da Giuseppe Lippi, sono presenti quattro cicli narrativi smithiani. La grande esclusa è Hyperborea, ma gli scenari (non solo) medievali di Averoigne, le suggestioni futuristiche di Zothique, gli spazi siderali di Xiccarph e le reminiscenze della nostra Atlantide sono in grado di trascinare il lettore in dimensioni altre, non soltanto da un punto di vista spazio-temporale. Come osserva Lippi nella sua introduzione: 

« Le other dimensions smithiane non sono mere dislocazioni in altri momenti della storia, ma hanno un valore qualitativo differente. Più che su una ruota come quella del tempo, sembra di essere trasferiti su un altro piano di realtà o irrealtà, quello dei viaggi in astrale e di una creatività senza freni. »

L’Atlantide a cui Smith ha dato vita negli anni Trenta, attraverso una lettera, cinque racconti e due poesie [3], si discosta dal classico immaginario atlantideo. Il fiorente impero è venuto meno e gran parte della terra è stata inghiottita dal mare, mentre Poseidonis, l’ultima isola rimasta, è anch’essa condannata a sprofondare, nonostante i tentativi della magia e della scienza di arrestare il processo apocalittico. Da fervente lettore e traduttore di Baudelaire, Clark Ashton riprende dunque un topos mitologico che, fin da Platone, è presente nella storia occidentale, plasmandolo col suo raffinato gusto aristocratico e decadente. La seconda e ultima strofa della poesia Atlantide è emblematica in questo senso:  

« Dalla cupola dell’oceano fosforescente, stellata,
Una luce spettrale si getta vagamente

Sugli altari di una dea inghirlandata
Con i fiori di una pianta incolore, straniata;
Alata nuota, nei cieli sotto la schiuma, 
Come storno silenzioso la progenie del mare iridata. »
[4]

Smith ha riconosciuto di aver cercato coscientemente di ingannare il suo pubblico attraverso una sorta di magia nera verbale [5], un incantesimo proiettato tramite la prosa decadente e il linguaggio arcaico. Una letteratura fantastica che, proprio come l’arte magica, «impone la reviviscenza del passato e l’anticipazione dell’avvenire, fino a sconfinare nella forma dell’irreale che più ci riguarda, quello della leggenda e del mito» [6]

Verrai con me ad Atlantide? – domanda al lettore nel breve componimento iniziale, prima di condurlo verso isole sconosciute, dove mangiare frutti mai visti e bere vini chiari delle fate distillati sotto l’eterno chiaro di luna. Il sortilegio iniziatico prevede anche molteplici doni, tra cui una corona di coralli preziosi simili a fiori di sangue, una veste color azzurro pavone damascata d’oro, rame e vermiglio e un’altra nera di sciamito con rune arancio, tessuta per magia, senza usare le mani [7]. Poche righe che permettono ai lettori di addentrarsi nell’universo onirico smithiano, di sentirsi partecipi dell’incantesimo nel quale sono attivamente coinvolti. Del resto: 

« Il viaggio nel tempo di Smith è contemporaneamente un viaggio nelle dimensioni della leggenda, ma compiuto alla lettera e con il corpo. Egli è sempre poeta, non soltanto narratore, ed è proprio di ogni creazione poetica essere concreta oltre che visionaria […] Il linguaggio di un mago, non di Pollicino. » [8]

Il primo e l’ultimo racconto di Atlantide hanno come protagonista il temibile negromante Malygris, che vive nella sua megalitica torre a Susran, la capitale di Poseidonis, diffondendo le tenebre sulle menti degli uomini. Ne L’ultimo incantesimo lo stregone prova a riportare in vita Nylissa, il suo amore di un tempo sacrificato sull’altare della conoscenza proibita. Nonostante l’immenso potere, riesce ad evocare solamente l’ombra della ragazza, la quale, dopo una breve irreale apparizione, si dissipa nell’aria come fumo.

Yogendra Sethi, “Atlantis”

Scrive in proposito Francesco La Manno nel suo saggio: «Il tempo trascorso non può tornare, neppure attingendo a immensi poteri magici. Di conseguenza, l’uomo tracotante che cade nell’hybris e si vuole porre in aperto conflitto con il Fato non potrà che soccombere miseramente» [9]. Malygris si presenta dunque come un antieroe dai tratti decadenti, così avido nel suo potere, da non riconoscere l’impossibilità di andare oltre i limiti imposti dal destino. Dei limiti che sembra riuscire a varcare nel secondo racconto, quando, considerato morto da tutto il regno e prima di marcire definitivamente, infligge una tremenda maledizione agli otto stregoni e al re che avevano bramato contro di lui. La pena è infernale: 

« Nell’orrenda sofferenza della putrefazione vivente si dibattevano sul pavimento e strisciavano appena sul freddo mosaico. Si mossero così, con lentezza e in modo sempre più impercettibile, finché il cervello non si trasformò in una massa putrida e grigia i tendini si staccarono dalle ossa e il midollo spinale si seccò. Nel giro di un’ora la maledizione ebbe il suo effetto. I nemici del negromante giacevano davanti a lui, prosciugati e inerti nella posa finale della tomba, come se prestassero obbedienza alla Morte in trono. » [10]

I tre testi centrali del ciclo trattano le vicende di altri personaggi. Ne La doppia ombra troviamo lo stregone Pharpetron e il suo maestro Avyctes, l’unico allievo superstite di Malygris, alle prese con un’entità repellente, da loro erroneamente evocata, in un racconto che si pone sulla scia tematica de L’ultimo incantesimo e dalle forti tinte lovecraftiane:

« L’avevamo richiamata da profondità insondabili del tempo e dello spazio, usando nell’ignoranza una formula terribile: ed essa era venuta nell’ora che aveva scelto, per incarnarsi negli evocatori come il più completo terrore. » [11]

Kate Bopp, “Map of Atlantis”

In Un vino di Atlantide ripercorriamo il tragico epilogo della Black Falcon e del suo capitano Barnaby Dwale dalla prospettiva dell’unico fortunato astemio sopravvissuto. Inebriata da un vino regale stregato, l’intera ciurma viene inghiottita dalla città fantasma atlantidea, in una narrazione in cui la dialettica sonno-veglia la fa da padrona.

Ma è soprattutto nel Viaggio a Sfanomoë che le suggestioni oniriche smithiane raggiungono vette elevatissime. In queste pagine viene ripercorso il lento esodo dei fratelli Hotar ed Evidon, due scienziati originari della città marittima di Lephara, che riescono ad abbandonare Poseidonis poco prima del suo inabissamento, a bordo di un’aeronave da loro costruita, per approdare sul pianeta Venere, conosciuto col nome di Sfanomoë. Nel corso dell’estenuante viaggio, affrontano discussioni di ogni sorta, sperimentano il rimpianto e il dolore che si devono tributare alla bellezza scomparsa, al naufragio di tanto splendore della terra natia sempre più lontana, in attesa di raggiungere il nuovo pianeta, che immaginano abitato e molto sviluppato.

Finalmente giunti a destinazione, i protagonisti si ritrovano immersi in un paesaggio primordiale e inebriante, caratterizzato da una moltitudine di fiori dalle forme inaudite. In questo paradiso artificiale, gli ultimi superstiti di Atlantide perdono la memoria e i loro corpi iniziano a mutare, contaminandosi con la vegetazione locale, fino a diventare un’unica entità con lo spazio circostante

« In poco tempo i due vecchi non ebbero più aspetto umano e non si poterono distinguere dagli alberi inghirlandati che li circondavano. Morirono senza soffrire, come se fossero già parte della brulicante vita floreale di Sfanomoë, muniti dei sensi e degli organi più adatti alla nuova esistenza. Non passò molto e la metamorfosi fu completa, ogni fibra dei due corpi si dissolse nei fiori. » [12]

Clark Ashton Smith

Note:

  1.  Howard Phillips Lovecraft, Recensione a «Ebony and Crystal di Clark Ashton Smith», in Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici, Bietti, Milano 2018, p. 167. 
  2.  Alfred Galpin, Echoes from Beyond Space, in Giuseppe Lippi, Alla ricerca dei mondi perduti, in Atlantide e i mondi perduti, p. XV.
  3.  Smith ha pubblicato separatamente queste opere su differenti riviste (tra cui la celebre Weird Tales) tra il finire degli anni Venti e l’inizio dei Trenta. Successivamente Lin Carter le ha riunite in unico ciclo, intitolato Poseidonis, edito dalla Ballantine Books nel 1973. 
  4.  Clark Ashton Smith, Atlantide, in Atlantide e i mondi perduti, Oscar Mondadori, Milano 2017, p. 62.
  5.  Cfr: Giuseppe Lippi, Alla ricerca dei mondi perduti, in Atlantide e i mondi perduti, p. VII.
  6.  Ivi, p. X.
  7.  Cfr: Clark Ashton Smith, Da una lettera, in Atlantide e i mondi perduti, p. 5. 
  8.  Lippi, Alla ricerca dei mondi perduti, p. XI. 
  9.  Francesco La Manno, Clark Ashton Smith e il decadentismo, in Oltre il Reale. Lovecraft, Machen, Meyrink, Smith e Tolkien: cinque scultori di universi, GOG, Roma 2020, p. 65. 
  10.  Clark Ashton Smith, La morte di Malygris, in Atlantide e i mondi perduti, pp. 54-55. 
  11.  Clark Ashton Smith, La doppia ombra, in Atlantide e i mondi perduti, p. 32.
  12.  Clark Ashton Smith, Viaggio a Sfanomoë, in Atlantide e i mondi perduti, p. 20. 

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