Si sa che il demonio puรฒ assumere le fattezze del cane cosรฌ come quelle del serpente. Gabriele D’Annunzio aveva riconosciuto nel cane ritratto nellโincisione dรผreriana “Melencolia I” un cane-serpente: un cane demoniaco allโennesima potenza, insomma. Non avrebbe potuto essere diversamente dal momento che oggetto dellโincisione รจ la prima fase dellโOpus alchemicum, la tenebrosa nigredo che si svolge sotto il segno di Saturno, il Malefico.
di Eva Colombo
Originariamente pubblicato sul sito dell’Autrice colchicomelanconico.it
Non avevo mai sentito piรน misteriosamente la natura magica dei miei cani. Nel gran canile imbiancato i loro occhi brillavano come carboni accesi su la neve, maravigliosamente. [1]
Le fiamme dellโinferno della Grande Guerra lambiscono il casale francese di Dama Rosa. Gabriele D’Annunzio e la sua compagna Donatella decidono di non fuggire, di non abbandonare la splendida muta di sessanta levrieri che in quel casale allevano con dedizione assoluta. Del resto, lโinferno sembra proprio essere lโhabitat naturale di questi cani:
Lโinvitto Agitator fiammeggiava dai verdi occhi piรน folli che mai; lโinsaziabile Nut saltava come un canguro, chiedendo di continuo qualcosa da divorare; il gruppo demoniaco dei cani neri, condotto dallโenorme Great Man, se ne stava taciturno in disparte, serbando lโattitudine dellโagguato. [2]

Ma lโinesorabile divampare della guerra scaraventa il poeta lontano: lo strappa alla Francia e a Donatella, gli strappa un occhio ed infine lo spiaggia a Venezia. Qui, in una notte di luna crescente e di alta marea, i fantasmi dei cani demoniaci di Dama Rosa affiorano dalle acque del Canal Grande:
I sandali, le gondole, le peote, adunati in una zona dโombra, esalavano un respiro di sonno animale, respiravano come il nero della piuma e del pelame vivente, come il nero dei cani demoniaci di Donatella, che รจ il piรน bello e il piรน intenso del mondo. [3]
Si sa che il demonio puรฒ assumere le fattezze del cane cosรฌ come quelle del serpente. Sempre a Venezia, molti anni prima, il poeta aveva riconosciuto nel cane ritratto nellโincisione dรผreriana Melencolia I un cane-serpente [4]: un cane demoniaco allโennesima potenza, insomma. Non avrebbe potuto essere diversamente dal momento che oggetto dellโincisione รจ la prima fase dellโOpus alchemicum, la tenebrosa nigredo (lo stadio della morte e dellโinferno) che si svolge sotto il segno di Saturno, il Malefico [5]:
Guarda โ ella disse al suo amico, additandogli unโantica stampa. โ La conosci bene.
La conoscevano bene entrambi; ma si chinarono insieme a riguardarla, e pareva nuova come una musica che a chi lโinterroghi risponde sempre una cosa diversa. Era di mano dโAlberto Duro.
Il grande Angelo terrestre dalle ali dโaquila, lo Spirito senza sonno, coronato di pazienza, stava seduto su la pietra nuda, con il cubito poggiato al ginocchio, con la gota sorretta dal pugno, tenendo su lโaltra coscia un libro e le seste nellโaltra mano. Ai suoi piedi giaceva, raccolto in giro come un serpente, il levriere fedele, il cane che primo nellโalba dei tempi cacciรฒ in compagnia dellโuomo. [ โฆ ] E intorno erano sparsi gli strumenti delle opere umane; e sul capo vigile, presso lโapice di unโala, scorreva nella duplice ampolla la sabbia silenziosa del Tempo. [6]

Molti anni dopo, in Francia, al tempo dei levrieri di Dama Rosa, il poeta avrebbe rivisto questo levriere-serpente saturnino reincarnato in Ilah, la maga di Saturno che compare nel Martyre de Saint Sรฉbastien:
Io sono Ilah. Foggio la lamina di piombo. Custode son io di Saturno, del sanguinario pianeta. I misfatti arrossano i piedi vani del tempo che passa senza rumore su grossi grumi di sangue [โฆ]
(Oscurata, palpita ancora sul freddo pavimento. Poi compone in cerchio il suo lungo corpo flessuoso, come il levriere che sโaddorme dopo la caccia.) [7]
ร presso un crogiuolo, strumento della trasmutazione alchemica, che Ilah e le sue compagne giacciono in catene:
Catene dโoro avvincono a sette cippi triangolari sette donne, coperte il capo di mitre e vestite di vesti lunghe. Ciascuna alimenta, nella cavitร di ciascun cippo, il fuoco colorato di ciascun pianeta. E, come esse si chinano sugli occulti crogiuoli, i loro volti si colorano diversamente [โฆ] chine, esse spiano le sublimi fusioni attraverso le loro maschere planetarie che a volta a volta sโavvivano e impallidiscono digradando per indicibili sfumature. [8]
Anche il levriere di Melencolia I che giace ai piedi dellโAngelo nellโidentica posizione di Ilah รจ come lei presso un crogiuolo ardente:
Da tutte le forme intorno a lui [lโAngelo] saliva il silenzio, tranne da una. Sola sโudiva la voce del fuoco ruggente, nel fornello, sotto il crogiuolo ove dalla materia sublimata doveva generarsi qualche virtรน nuova per vincere un male o per conoscere una legge. [9]

Le lingue di fuoco che ruggiscono sotto questo crogiuolo si delineano contro la placida acqua del mare. Lโillusione prospettica fa sรฌ che quelle fiamme sembrino arroventare oltre al crogiuolo anche quel mare solo apparentemente calmo, in realtร dotato di uno spirito indomabile:
scorgevasi in fondo il Mare con i suoi golfi con i suoi porti con i suoi fari calmo e indomabile, su cui, tramontando il sole nella gloria dellโarcobaleno, volava il vipistrello vespertino recando inscritta la parola rivelatrice. E quei porti e quei fari e quelle cittร , li aveva costrutti lo Spirito senza sonno, coronato di pazienza. [10]
Gli occhi del poeta e della sua amica sono ancora pieni del mare vespertino di Melencolia I quando si rivolgono alla laguna veneziana al crepuscolo:
Il giovine mise il suo braccio intorno alla cintura della sua amica. E andarono cosรฌ verso la finestra, senza parlare.
Videro i cieli lontanissimi, gli alberi, le cupole, le torri, la laguna estrema su cui sโinclinava la faccia del crepuscolo, i Colli Euganei ceruli e quieti come le ali ripiegate della terra nel riposo della sera. [11]
ร lo stesso mare: il fuoco del crogiuolo arde anche sotto lโapparentemente morta acqua di Venezia, la cittร il cui spirito essenziale
non รจ โ in simbolo โ se non una fiamma inestinguibile attraverso un velo dโacqua. [12]
Anche i levrieri di Dama Rosa sono cosรฌ, anche in loro lโacqua vela il fuoco:
Udivamo i cani uggiolare e squittire nel vestibolo. Come la cateratta si solleva e la forza dellโacqua precipita, cosรฌ la porta sโaperse e la loro gioia impetuosa ci assalรฌ senza ritegno. Era una irrequietudine di muscoli simile allo sbattimento dโuna stoffa di seta manosa percorsa da rapidi riflessi; e per entro vi brillavano gli occhi. [13]
Sono un velo dโacqua di seta cangiante attraverso cui traspaiono quegli occhi che brillano โcome carboni accesiโ [14] dalle fiamme dellโinferno.

NOTE
[1] Gabriele DโAnnunzio, La Leda senza cigno, Licenza in Prose di romanzi, II, Milano, Mondadori, 2001, p. 967
[2] Ivi, p. 968
[3] Ivi, p. 996
[4] Cfr. Lea Ritter Santini, Le immagini incrociate, Bologna, il Mulino, 1986
[5] Carl Gustav Jung, Mysterium coniunctionis, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 483, 493
[6] Gabriele DโAnnunzio, Il fuoco in Prose di romanzi, II, cit., pp. 513 – 514
[7] Gabriele DโAnnunzio, Le martyre de Saint Sรฉbastien in Tutto il teatro, III, Roma, Newton โ Compton, 1995 p. 138; qui si riporta la traduzione autorizzata di Ettore Janni.
[8] Ivi, pp. 135 – 136
[9] Gabriele DโAnnunzio, Il fuoco in Prose di romanzi, II, cit., p.514
[10] Ivi
[11] Ivi, p. 515
[12] Ivi, p. 235
[13] Gabriele DโAnnunzio, La Leda senza cigno, Licenza in Prose di romanzi, II, cit., p. 944
[14] Vedi nota 1

Un commento su “Bestiario dannunziano: il fantasma del cane”