L’umanesimo degli antichi Egizi e la sua attualitΓ  (II)

Nelle due dimensioni dell’Essere per gli antichi Egizi, wnn (l’esistenza assoluta) e αΈ«pr (l’esistenza relativa dei singoli esseri), agisce lo spirito, il soffio vitale, ankh, il cui geroglifico Γ¨ la famosa crux ansata;Β l’altro fondamentale principio cosmico egizio era la Maat, traducibile con Β«Giustizia-VeritΓ Β», Β«OrdineΒ» o Β«EquilibrioΒ» cosmico, contrapposta all’isft, il caos, il disordine, la degenerazione.


di Piervittorio Formichetti
parte II di II
copertina: Maat

[segue dalla prima parte]

 

Il principio d’individuazione dell’essere umano, per l’antico Egitto, consiste nell’intreccio tra la sua corporeitΓ  e i principii spirituali che in essa trovano un Β«fulcroΒ». Primavera Fisogni, per spiegare questa complessa antropologia, ricorre al confronto con lo studio La struttura della persona umana della celebre filosofa Edith Stein, secondo cui il principio di individuazione Γ¨ da riconoscersi nella Β«materia formataΒ», un concetto molto simile a quello di materia quantitate signata, elaborato nel basso Medioevo da Tommaso d’Aquino nella sua riflessione sulla dottrina ebraico-cristiana della risurrezione dei corpi alla fine dei tempi. L’Autrice scrive inoltre che Β«la figura del ba rende plasticamente l’idea di un’immortalitΓ  β€œincarnata” molto piΓΉ vicina al pensiero cristiano che a quello greco, e certamente in consonanza con la fenomenologia della persona sviluppatasi tra Ottocento e NovecentoΒ» [1]; negli stessi decenni, Pierre Teilhard de Chardin sintetizzΓ² infatti in modo molto simile: Β«Noi non siamo esseri umani che fanno un’esperienza spirituale, ma esseri spirituali che fanno un’esperienza umanaΒ» (L’avvenire dell’Uomo); e Jean Charon (1920-1998) ha definito il corpo umano la regione di Spazio in cui principalmente si manifesta lo Spirito onnipresente nel cosmo [2], cioΓ¨ il Β«continuum di coscienza cosmicaΒ» o Β«substrato psichicoΒ» dell’intero Universo (William James) [3].

Una somiglianza tra l’antropologia ultraterrena egizia e il Cristianesimo Γ¨ anche nel complesso rapporto tra l’anima individuale e il dio Osiride, l’antichissima divinitΓ  dell’aldilΓ , raffigurata di pelle verde come la vegetazione che sempre muore e rinasce. Almeno a partire dal Nuovo Regno – scrive l’Autrice – il defunto fu considerato divinizzato in quanto assimilato dal dio Osiride (si Γ¨ visto infatti che gli si conferiva il titolo di baw, Β«beatoΒ», come agli dei): Β«il morto, quale che fosse il suo nome [rn], diventava Osiride, e questo veniva precisato sempre anche nelle iscrizioniΒ» [4]. La persona trapassata non diventava un nuovo dio aggiunto agli altri dei, come nella civiltΓ  greco-romana (i casi di Giulio Cesare e di Antinoo, l’amante dell’imperatore Adriano); tra gli Egizi il defunto diventa divino perchΓ© diventa parte integrante del dio supremo. Da questo punto di vista, Osiride era inteso in modo simile al Dio della Divina Commedia (Paradiso, XXXIII, 124-132), cioΓ¨ una sorta di totalitΓ  di tutte le anime beate, ognuna delle quali scopre in Lui di essere stata una Sua incarnazione.Β 

Osiride verde
Osiride verde

Nell’antico Egitto esisteva anche una riflessione sul rapporto tra Essere e Divenire, un argomento affrontato negli ultimi decenni in Italia dal filosofo Emanuele Severino, nonostante una sorta di incomprensione e di isolamento da parte di alcuni altri rami della filosofia contemporanea piΓΉ centrati sugli aspetti politico-sociali della realtΓ . L’Essere era denominato wnn, il procedere ininterrotto della totalitΓ  dell’universo, simile forse all’Β«Evoluzione creatriceΒ» di Henri Bergson. Il Divenire era invece designato da αΈ«pr, il mutamento dei singoli enti interni al wnn, simile al mutamento perpetuo ma ordinato dei fenomeni nel Taoismo cinese. Il wnn Γ¨ ciΓ² da cui dipende l’esistenza di αΈ«pr, Γ¨ il passaggio di ogni cosa esistente dalla potenza all’atto ed Γ¨ quindi l’Atto creatore di tutti i fenomeni, analogo all’aspetto piΓΉ trascendente, indefinibile, del Tao (qui traducibile con Β«Senso cosmicoΒ») cinese, mentre αΈ«pr Γ¨ il continuo passaggio di ogni fenomeno da uno stato a un altro: ad esempio, sono αΈ«pr le stagioni o gli aspetti del corpo umano nelle varie etΓ  della vita (che gli Egizi chiamavano appunto αΈ«prw , Β«formeΒ» o Β«trasformazioniΒ»). Il wnn Γ¨ l’Esistenza di per sΓ©, il Tutto; il αΈ«pr Γ¨ il soggetto esistente: la medesima distinzione Γ¨ al centro della prima opera del filosofo ebreo Emmanuel Levinas (1905-1995), Dall’esistenza all’esistente (1947).

Il simbolo del mutamento regolare era il celebre scarabeo divino (il cui nome, KhprΓ¬, include il termine αΈ«pr), simbolo del ciclo del Sole (chiamato Ra o Horus) che nasceva, moriva e rinasceva ogni giorno. L’immagine del Sole che attraversa il cielo su una barca Γ¨ abbastanza nota, ma in generale non si sa che la barca solare mutava nome a seconda della metΓ  del giorno, oppure si pensava che fossero due barche: ‘Ntit o Antit era la Β«nave del mattinoΒ», su cui il Sole percorreva il cielo all’alba al mezzogiorno, Meskett era la Β«nave della seraΒ», dal mezzogiorno al tramonto. La parola αΈ«pr indicava quindi anche il mutamento umano piΓΉ importante: il trapasso alla vita ultraterrena, anch’esso fenomeno interno al grande movimento di wnn. Nei testi funerari, αΈ«pr designa anche la forma di sΓ© temporaneamente acquisita, mediante la giusta pronuncia delle formule stabilite, per superare le varie prove dell’AldilΓ . Dal famoso Libro dei Morti emerge infatti che la parola del defunto Β«acquista, nel momento in cui le frasi vengono pronunciate, un potere performativo tale da modificare la realtΓ , a cominciare da quella personaleΒ» [5]; dunque per la forma mentis dell’egizio la parola poteva essere insieme suono e azione concreta; concezione che spiega anche la famosa usanza di cancellare il nome del defunto dalle scritte sul suo sarcofago quando si voleva condannare la sua anima (irriconoscibile da parte degli dΓ¨i poichΓ© senza nome) all’equivalente egizio dell’inferno, lo sbranamento da parte di mostri (che torneranno nell’iconografia cristiana medievale attraverso vie β€œminori” della cultura, dato che nei Vangeli la dannazione non Γ¨ mai descritta cosΓ¬).Β 

barca solare con Ra falco
Barca solare con Ra-Falco

In entrambe le dimensioni dell’Essere, wnn (l’esistenza assoluta) e αΈ«pr (l’esistenza relativa dei singoli esseri), agisce lo spirito, il soffio vitale, espresso con la parola ‘nαΈ«, trascritto sovente ankh, il cui geroglifico Γ¨ la famosa crux ansata, la croce sormontata da un’ellisse allungata verticalmente. Insieme all’ ‘nαΈ« o ankh, l’altro fondamentale principio cosmico egizio era la Maat, traducibile con Β«Giustizia-VeritΓ Β», Β«OrdineΒ» o Β«EquilibrioΒ» cosmico, come nei romanzi fantasy La saga di Terramare di Ursula Kroeber Le Guin (che sono anche allegorici e filosofici, come quelli di J. R. Tolkien o di Michael Ende). La Maat Γ¨ contrapposta all’isft, il caos, il disordine, la degenerazione. I concetti di Maat e isft fanno capire come la mentalitΓ  egizia percepisse l’interazione tra l’essere umano e la natura circostante [6]:

Β« L’esistenza del mondo viene percepita come caotica, non solo e non tanto nel senso di β€œconfusa”, β€œdis-armonica”, quanto perchΓ© si oppone costantemente all’ordine. Si tratta di una forza antagonista, in conflitto con la natura, con l’essere umano individuale e comune, con il faraone — che pure rappresenta l’Ordine personificato — che non Γ¨ mai del tutto al sicuro, in antagonismo persino con gli dei. Β»

La Weltanschauung dell’antico egizio si puΓ² perciΓ² immaginare come una struttura concentrica di colonne, in cui il faraone Γ¨ al centro del cosmo come axis mundi, intorno a lui stanno gli dei, intorno ai quali stanno i sacerdoti, intorno ai quali stanno infine i laici. Tutti i cerchi di colonne sono sorretti internamente dalla Maat, ma circondati da un mare che puΓ² diventare improvvisamente mosso (l’isft) e insidiare la loro stabilitΓ . L’isft si manifestava in ogni evento negativo: le calamitΓ  naturali, un popolo straniero ostile, una malattia, l’invecchiamento, un incidente, un lutto; si potrebbe dire che per gli Egizi valesse il detto popolare Β«nessuna nuova Γ¨ buona nuovaΒ». In ciΓ², l’antica societΓ  egizia era antitetica alla nostra, perchΓ© — scrive l’Autrice con una luciditΓ  rara nel pensiero collettivo attuale [7]:

La nostra mentalitΓ  guarda al nuovo come a qualcosa di per sΓ© positivo, sulla base di un’idea di progresso ancora fortemente alimentata da presupposti positivisti, anche se non Γ¨ scontato che una novitΓ  sociale, politica, scientifica, vada nella direzione della felicitΓ  personale e collettiva. Il pessimismo che animava la visione del mondo dell’egiziano antico, particolarmente intensa nel Medio Regno, come rivelano i testi letterari del periodo a cui abbiamo in gran parte attinto, trova una fondata ragione nel fatto che la vita si apre di continuo al nuovo, all’imprevisto, alla destabilizzazione.

Maat dipinta
Maat

Nel famoso Racconto di Sinuhe (circa 1950 a. C.), a proposito di una muraglia costruita contro un’invasione di Siriani si dice: Β«Maat tornerΓ  al suo posto e l’isft sarΓ  lasciato fuoriΒ». Dunque i popoli stranieri erano considerati potenziali veicoli del caos, e ciΓ² concorda con quanto sappiamo dai libri biblici Genesi e Esodo nei riguardi degli Ebrei. Prima, la decisione di concentrare le tribΓΉ ebraiche immigrate in Egitto nei secoli XVIII e XVII a. C. nella regione di Goshen o Ghessen, a est del delta del Nilo, da dove avrebbero potuto facilmente essere respinte fuori dal confine in caso di ribellione; era inoltre un modo per limitare, nel possibile, la mescolanza con gli egiziani autoctoni: nonostante dal XVIII al XVI secolo a. C. abbiano regnato sull’Egitto alcuni faraoni detti Β«re pastoriΒ» perchΓ© di origine Hyksos (insieme di tribΓΉ semitiche provenienti probabilmente dall’area siriana), i pastori seminomadi come gli Ebrei erano considerati Β«detestabiliΒ» (Genesi, 46, 34) dagli egiziani, che mai avrebbero Β«preso ciboΒ» con loro (Genesi, 43, 32). Poi, dopo alcune generazioni, la decisione di un altro faraone di impiegare gli Ebrei nei lavori forzati, anche per timore che, essendo nel frattempo aumentati di numero, potessero unirsi ai popoli nemici dell’Egitto, insidiando il regno dall’interno: quindi la semi-schiavitΓΉ degli Ebrei Γ¨ da collocarsi in un periodo di guerra o in un immediato dopoguerra.Β  Β  Β  Β 

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Al faraone dell’Esodo, Primavera Fisogni dedica molto opportunamente una digressione (che qui integriamo) con cui conferma dati storico-archeologici giΓ  acquisiti, come la collocazione cronologica della semi-schiavitΓΉ degli Israeliti durante i regni dei faraoni Horemheb (1319?-1292 a. C.), Ramses I (1292-1289), Seti I (1289-1279), Ramses II (1279-1212), MerenptΓ h (1234-1203). La prima metΓ  del XIII secolo, caratterizzata appunto dalle guerre contro gli Hittiti (concluse con la famosa battaglia di Qadesh del 1274), Γ¨ indicata dai nomi delle due cittΓ  costruite dagli Ebrei: Pi-Tom, Β«Porta di AtumΒ» (ma secondo altri Β«Porta di TemΒ»), e Pi-Ramses, Β«Porta di RamsesΒ», che con questo nome puΓ² risalire soltanto ai due Ramses nonno e nipote. A MerenptΓ h si deve il primo e forse unico testo geroglifico che menzioni il popolo di Israele con tale nome: Β«…anche Ysrael Γ¨ distruttoΒ», su una stele del 1225-1224 a. C.: quindi il faraone che Β«lasciΓ² partireΒ» gli Ebrei fu verosimilmente MerenptΓ h e non Ramses II, come ricostruisce il celebre film I dieci Comandamenti di Cecil B. DeMille (1956). Ramses II fu uomo di rara longevitΓ , e in Esodo 2, 23 c’Γ¨ un accenno a un lungo regno: Β«quei lunghi giorniΒ» in cui MosΓ¨, fuggito dall’Egitto (non esiliato, come nel film) per l’omicidio di un egiziano (Esodo, 2, 11-15) visse nell’oasi di Madian (nord-ovest della penisola araba) durante i quali il faraone morΓ¬. Ma Ramses II morΓ¬ circa diciotto anni dopo aver lasciato il governo effettivo dell’Egitto a MerenptΓ h (e infatti in Esodo 11, 5 c’Γ¨ un’accennata precisazione: Β«il faraone che siede sul tronoΒ», come per dire che ve n’era anche un altro, ma non piΓΉ regnante): ciΓ² rende impossibile che il faraone della Β«liberazioneΒ» fosse Ramses II, perchΓ© l’iscrizione di MerenptΓ h presenta (a suo modo) il problema-Ebrei giΓ  chiuso nel frattempo; perciΓ², il faraone che morΓ¬ durante i Β«lunghi giorniΒ» in cui MosΓ¨ visse a Madian fu verosimilmente Seti I.Β 

Ramses II e Seti i 10 com., da nurnet.net
Ramses II (Yul Brynner) e Seti I (Cedric Hardwicke) in “I dieci comandamenti” (Cecil B. deMille, 1956)

Da tutto ciΓ² si ricava che i primi 25-30 anni di vita di MosΓ¨ si svolsero sotto Horemheb, Ramses I e Seti I, quindi la vita di MosΓ¨ fu lunga (120 anni?). L’Esodo racconta che, a Madian, MosΓ¨ difese da alcuni pastori prevaricatori le figlie del Β«sacerdoteΒ» beduino Iethro, e una di loro, ZipporΓ /SΓ¨fora, lo sposΓ²; inoltre il Libro dei Numeri (12, 1) accenna a una moglie Β«cussitaΒ» o Β«etiopeΒ» di MosΓ¨, che non puΓ² essere ZipporΓ : egli deve quindi averla sposata in Egitto, e qui la lasciΓ² quando fuggΓ¬ a Madian [8]; tutto ciΓ² indica che MosΓ¨ era giovane. È quindi verosimile che avesse realmente quasi 80 anni Β«quando parlΓ² al faraoneΒ» (Esodo, 7, 7) per convincerlo a liberare gli schiavi, cioΓ¨ intorno al 1230 a. C., regnante MerenptΓ h. Nel film di DeMille si dice che gli Israeliti furono schiavi per quattrocento anni, ma ciΓ² Γ¨ assurdo: questo enorme periodo (desunto da Esodo 12, 40-41: Β«quattrocentotrenta anniΒ») fu quello della presenza ebraica in Egitto, mentre la costrizione ai lavori forzati interessΓ² verosimilmente soltanto le generazioni di Ebrei lungo il XIII secolo. Questa cronologia renderebbe relativamente attendibile anche l’iniziativa del faraone di eliminare una quantitΓ  di neonati ebrei maschi (Esodo, 1, 15-22) a cui MosΓ¨ scampΓ². Se MosΓ¨ aveva tra i 25 e i 30 anni durante il regno di Seti I, nacque pochi anni prima di Ramses II (nato nel 1301 a. C.), quindi sarebbe Horemheb il faraone dell’infanticidio. Horemheb decretΓ² la damnatio memoriae di Amenofi IV Akhenaton (1357-1335), padre di Tutankhamon (1333-1323) e instauratore del culto monoteistico di Aton, il Sole: non Γ¨ quindi impossibile che Horemheb abbia voluto impedire ogni ritorno monoteistico tra gli Egiziani anche con questo sanguinoso deterrente; gli Ebrei, unici monoteisti della Mezzaluna Fertile, da parte loro apparivano facilmente una potenziale sacca di ritorno del β€œcontagio” monoteistico.

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L’apporto originale dell’Autrice Γ¨ di esaminare perchΓ© gli Ebrei, abili nel ricordare i nomi di intere genealogie, abbiano evitato di scrivere il nome del faraone (cosΓ¬ come nel Genesi non Γ¨ mai nominato il faraone che, nel XVIII secolo a. C., nominΓ² governatore o vicerΓ© Giuseppe figlio di Giacobbe [9]), che certamente non ignoravano. L’ipotesi Γ¨ che gli autori biblici conoscessero bene il nome proprio e i vari titoli del faraone – Nsw-bit, Quello del giunco e dell’ape (antichissimi simboli dell’Alto e del Basso Egitto; curiosa l’assonanza di bit, ape, con l’anglosassone: inglese bee, tedesco Biene); Sa-Ra, figlio di Ra; Nb, signore o padrone; Hm, MaestΓ ; Ity, padre (della nazione) – ma, adottando un elemento della cultura egizia che avevano sicuramente conosciuto, cioΓ¨ la cancellazione del nome come segno di riprovazione per colui che lo portava e come atto di svalutazione del suo potere, menzionarono il faraone con l’appellativo piΓΉ generico e meno ossequioso: Pr-ah, Β«grande casaΒ» (anche col significato di Β«grande casataΒ»); da questo, pronunciato Per’aoh in ebraico, deriva il termine Β«faraoneΒ» (attraverso il latino pharaonis) che usiamo ancora oggi. A favore dell’omissione volontaria, nell’Esodo nessun egiziano Γ¨ mai chiamato per nome, nemmeno la figlia del faraone che adottΓ² MosΓ¨ neonato [10], mentre si menzionano i nomi di quasi tutti i personaggi ebrei, comprese le due levatrici Shifra e Pua, e semiti in genere (la moglie e il suocero di MosΓ¨, madianiti, e un loro familiare piΓΉ anziano, il Β«padreΒ» Reuel).

Maat statuetta
Maat

La Maat emerge come il vero centro di tutto il pensiero egizio sull’essere umano, la cui qualitΓ  principale, come si Γ¨ visto, Γ¨ o dovrebbe essere quella di Ε‘msw , Β«seguaceΒ». Il faraone segue e incarna la Maat cosmica e per questo Γ¨ insieme re, sacerdote e dio; i sacerdoti seguono il faraone e gli dei; il popolo, militari e civili, segue i sacerdoti nei loro riti. Una struttura sociale come questa ha analogie con quella indiana, divisa nelle famose quattro caste (con la differenza che in Egitto l’appartenenza di casta era determinata dalla professione e non dalla famiglia di nascita, quindi nella vita era possibile cambiare casta): brΓ hmana (sacerdoti e custodi dei Veda), ksΓ triya (guerrieri/militari), vΓ isha (mercanti), shudra (lavoratori), tutti seguono, nella forma relativa alla casta d’appartenenza, il dharma, la Legge cosmico-sociale, che Γ¨ simile ma anche differente rispetto alla Maat. Questa, infatti, Γ¨ presente piΓΉ negli esseri umani che nella natura, dove invece si manifesta sovente l’isft, mentre in India il dharma Γ¨ anche l’ordine naturale del cosmo, e il caos non Γ¨ β€œautomatico”, Γ¨ causato dalle persone che non seguono il dharma.Β 

Il rapporto tra la persona e la Maat era inteso anche in un modo originale che consente un altro confronto con il Cristianesimo. Maat poteva essere rappresentata sotto forma di divinitΓ  femminile in una statuetta, talvolta raffigurata anche tra le mani del faraone nell’atto di offrirla a uno o piΓΉ dΓ¨i. Queste statuette erano chiamate qbb.t e αΈ«αΈ«, due termini che significano Β«golaΒ», riferita sia alla faringe sia all’esofago: due parti del corpo fondamentali, una indispensabile alla voce e quindi al linguaggio, l’altra all’alimentazione. La Maat dunque permetteva di parlare con giustizia-equilibrio, cioΓ¨ dicendo cose giuste e pronunciando le parole con la giusta intonazione; ai trapassati che avevano vissuto e parlato con giustizia, e poi avevano superato le prove dell’AldilΓ  pronunciando in modo giusto le formule stabilite, veniva dato l’appellativo, presente sui testi funebri, di Β«Giusto di voceΒ». Il legame tra la gola e l’alimentazione suggerisce che Maat fosse intesa anche come un alimento spirituale di cui l’essere umano ha Β«fameΒ»: ciΓ² fa pensare a una delle Β«beatitudiniΒ» di uno dei principali discorsi pubblici di GesΓΉ: Β«Beati coloro che hanno fame e sete della giustiziaΒ» (Matteo, 5, 6). Lo stesso faraone, che pure incarnava Maat, poteva Β«offrire la golaΒ» agli dΓ¨i, cioΓ¨ si presentava anche lui Β«affamatoΒ» di Giustizia-Equilibrio, disponendosi ad assimilarla in sΓ©, e insieme dichiarava di dedicare la propria voce all’Equilibrio cosmico-sociale, diffondendolo ai sudditi nelle forme della legge e del ciclo dei riti religiosi. Il faraone univa cioΓ¨ in una sola formula due azioni metaforiche: attraverso la gola-esofago, β€œingeriva” Maat per essere intimamente unito a essa (concezione che richiama molto la Comunione eucaristica del Cristianesimo), e attraverso la gola-faringe, cioΓ¨ con la voce e con la legge da essa proclamata, esprimeva agli dΓ¨i e agli uomini la propria unione con Maat, che gli Γ¨ cosΓ¬ intima da essere quasi un tutt’uno con la sua gola. Nell’Islam vi Γ¨ una metafora molto simile: il Corano, per indicare l’onnipresenza di Dio, dice Β«Noi [Dio] siamo piΓΉ vicini a lui [l’uomo] della sua stessa vena giugulareΒ» (sura 50, v. 16). Β  Β  Β 

Ursula Kroeber Le Guin
Ursula Kroeber Le Guin

Il citato Racconto di Sinuhe, secondo l’Autrice, esemplifica lo smarrimento esistenziale che coglieva il suddito egizio in presenza dell’isft, in questo caso la morte del faraone Amenhemat I ucciso in una congiura di palazzo (1964-1962 a. C.) [11]:Β Β 

Il caos cosmico che [Sinuhe] vive in prima persona – con la morte del faraone, suo signore e dio – lo consegna a una condizione esistenziale che potremmo definire di disperazione. Mancando un dio onnipotente e unico, in grado di sovrastare tutti gli idoli (della propria e dell’altrui fede), non gli resta che lasciarsi andare al proprio destino ramingo.Β 

Anche questo aspetto della percezione egizia della vita Γ¨ molto attuale, in un’epoca in cui le persone sono sovente indotte a diventare moderni raminghi, funzionali agli interessi di chi dirige i mercati del lavoro (precariato e delocalizzazioni), del turismo, degli stili di vita (β€œspostarsi” continuamente e rapidamente da una moda a quella nuova e dal consumo di un prodotto a quello nuovo) e persino dei sentimenti (Β«poli-amoreΒ», fluid-gender, ecc.). Senza un Dio che spieghi l’esistenza del Tutto – ha scritto un autore cristiano – e che possa essere seguito dall’Uomo, questo si riduce a Β«un lottatore disperato e solitario […]. La sua esistenza, dominata dal timore di essere sopraffatto e dalla smania di aggiogare tutto e tutti al suo carro, si risolverΓ  in una lotta quotidiana, selvaggia, contro i suoi simili e le forze della natura divenutagli ostileΒ» [12].

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E Albert Camus, ateo, ebbe modo di affermare [13]:

Β« In mancanza di un valore superiore che orienti l’azione, ci si dirigerΓ  nel senso dell’efficacia immediata. Nulla essendo vero o falso, buono o cattivo, la norma consisterΓ  nel mostrarsi il piΓΉ efficace, cioΓ¨ il piΓΉ forte. […] Se il destino non Γ¨ orientato da un valore superiore, se il caso Γ¨ sovrano, ecco l’avanzare delle tenebre, la tremenda libertΓ  del cieco. […] Dove nessuno puΓ² dire piΓΉ che cosa sia nero e che cosa sia bianco, la luce si spegne e la libertΓ  diventa prigione volontaria. Β»

211494
Maat

Note:

[1]Β Fisogni, Nel segno del pensiero cit., p. 61.Β 

[2]Β Jean Charon, Lo Spirito, questo sconosciuto, Milano, Armenia Editore, 1987, p. 30.Β 

[3]Β Cfr. Leo Talamonti, Universo proibito, Milano, Mondadori, 1966, pp. 43 e 51.

[4]Β Ibidem, p. 65.Β 

[5]Β Fisogni, Nel segno del pensiero cit., p. 84. Β 

[6]Β Ibidem, p. 95.

[7]Β Ibidem, p. 107.Β 

[8]Β Nel racconto di Numeri cap. 12, la sorella di MosΓ¨, Miriam, parla contro il matrimonio del fratello con la donna Β«cussitaΒ» o Β«etiopeΒ» e si mostra invidiosa della facoltΓ  profetica di MosΓ¨. Che rapporto puΓ² esserci tra le due cose? Verosimilmente, Miriam a un certo punto ritenne ingiusto che MosΓ¨, allevato dagli idolatri Egizi e giΓ  sposato a una straniera camita (non semita come ZipporΓ ), fosse stato dotato da Dio del carisma profetico piΓΉ di qualunque altro ebreo non β€œcontaminato” culturalmente. L’edizione della C.E.I. della Bibbia identifica la sposa etiope con la stessa ZipporΓ , ma ciΓ² Γ¨ quasi impossibile. Mentre si sa che l’Egitto aveva rapporti antichi con Cus (l’Etiopia) e altri regni a sud del suo confine meridionale, Γ¨ inverosimile che fra le tribΓΉ di pastori nomadi della penisola del Sinai e dell’Arabia settentrionale vi fossero anche gruppi provenienti dal Corno d’Africa, che anzichΓ© percorrere le terre fertili lungo il Nilo si sarebbero spinti oltre, in un deserto, per poi cercare delle oasi. Nel film di DeMille c’Γ¨ una principessa dell’Etiopia che dona a MosΓ¨ un suo gioiello, alludendo sia a una unione tra loro due, sia a un’alleanza tra l’Etiopia e l’Egitto, ma che fu MosΓ¨ ad annettere l’Etiopia Γ¨ una pura licenza artistica. Β 

[9]Β Nelle fonti egizie che elencano i faraoni di origine hyksos Γ¨ menzionato Yakub’har o Iakobher, vissuto appunto tra il XVIII e il XVII secolo a. C.. Questo nome Γ¨ incredibilmente simile a quello di Giacobbe, il capofamiglia ebreo che, in etΓ  veneranda, insieme ai figli andΓ² in Egitto a vedere il suo penultimo figlio Giuseppe, che nel frattempo era stato elevato a governatore o vicerΓ© con un nome egizio, Zafnat-Paneah (Genesi, 41, 39-45). Yakub’har o Iakobher non potrebbe essere quindi lo stesso Giacobbe (come ipotizzano Enrico Baccarini e Andrea Di Lenardo in Dall’India alla Bibbia. Remoti contatti tra India e Vicino Oriente antico, Firenze, Edizioni Enigma, 2018, pp. 143-147), del cui presunto ruolo di governo, infatti, il Genesi non dice nulla, bensΓ¬ suo figlio Giuseppe, ricordato con un sorta di patronimico (Ben’Yahakob, Β«Figlio di GiacobbeΒ») unito al nome egizio del dio Horus (Hor o Har), uno dei nomi del Sole divinizzato. Il Sole era adorato (col nome Ra) nella cittΓ  di On, chiamata poi dai Greci Heliopolis (CittΓ  del Sole), e da On veniva il sacerdote Potifera, la cui figlia Asenat sposΓ² Giuseppe (Genesi, 41, 45): Γ¨ quindi possibile, in teoria, che a quest’ultimo sia stato aggiunto un nome solare.Β  Β  Β 

[10]Β Secondo le AntichitΓ  giudaiche di Giuseppe Flavio (37-110? d. C.), fu Thermutis, figlia di Ramses II (citata anche da Peter Kolosimo in Terra senza tempo, Milano, SugarCo, 1974, p. 118). Tra le figlie di Ramses II, l’unica con un nome abbastanza simile Γ¨ Baketmut. Nel Midrash, l’insieme delle esegesi ebraiche alle Sacre Scritture, la madre adottiva di MosΓ¨ appare con un nome ebraico, BitiΓ  (Β«Figlia di YΓ Β», cioΓ¨ di Yahweh). BitiΓ  appare una sola volta nella Bibbia (I libro delle Cronache, 4, 18) come Β«figlia del faraoneΒ» e moglie di un ebreo, MΓ¨red. C’Γ¨ stato quindi chi ha ipotizzato che BitiΓ  fosse il nuovo nome di Thermutis, che lasciΓ² la corte del faraone per vivere con il popolo ebraico, a sua volta riconoscente verso di lei per avere allevato MosΓ¨. Ma tutto ciΓ² non collima con la verosimile biografia di MosΓ¨: quest’ultimo sarebbe stato giΓ  adulto quando Thermutis nacque. Il film di DeMille risolve a suo modo il problema rendendo BitiΓ  figlia di Ramses I e sorella di Seti I. Se perΓ² MosΓ¨ aveva tra i 25 e i 30 anni durante il regno di Seti I, egli nacque sotto Horemheb tra il 1310 e il 1305 a. C.; BitiΓ , per fargli da madre, avrebbe avuto almeno vent’anni piΓΉ di lui: sarebbe nata quindi entro il 1325 a. C., cioΓ¨ negli ultimissimi anni di Akhenaton, o sotto Smenkhara (1335-1333), o sotto Tutankhamon (che ebbe soltanto due figlie morte neonate). Potrebbe quindi essere stata figlia di Smenkhara o di Horemheb, nata prima che suo padre diventasse faraone, e cresciuta mentre era ancora diffuso il monoteismo solare instaurato da Akhenaton. La sua decisione di adottare il neonato MosΓ¨, riconosciuto da subito come Β«bambino degli EbreiΒ», e di assumere la sua vera madre come nutrice (Esodo, cap. 2), potrebbe essere dovuta quindi anche a un’eventuale sua affinitΓ  intellettuale con i monoteisti Ebrei, derivatale dalla sua simpatia per il monoteismo solare. Β  Β  Β 

[11]Β Fisogni, Nel segno del pensiero cit., p. 101. Β 

[12]Β Efrem Bettoni, Il peccato originale Γ¨ una favola?, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1959, p. 56.

[13]Β Albert Camus, L’uomo in rivolta, Milano, Bompiani, 2014, pp. 7 e 83.


 

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