Villiers de l’Isle-Adam, avventuriero dell’inconscio

L’universo di Villiers è ghiacciato e delirante, più ancora di quello di Sade: è un mondo ossessionato da fantasmi gotici ma modernizzati, attraversato da fulminanti capricci di stile. Definito da Verlaine «un poète absolu», venerato da Mallarmé e posto da Baudelaire allo stesso livello di Poe, Auguste de Villiers de l’Isle-Adam fu uno dei personaggi più iconici del decadentismo francese e del XIX secolo tutto.


di Marco Vallora
originariamente pubblicato su La Repubblica del 28 aprile 1990

 

C’è odore di recupero anche per Villiers de l’Isle-Adam. In Francia i piccoli editori sono a caccia perfino delle sue minime briciole narrative, e una recente mostra alla Biblioteca storica della città di Parigi, con documenti che arrivano da tutto il mondo e preziosi ripescaggi di manoscritti e di rari cimeli, getta su di lui una luce nuova e accattivante.

Tranne l’ormai dimenticata edizione Bompiani, di Eva futura e ancor prima dei Racconti crudeli tradotti negli anni Quaranta da un poeta come Camillo Sbarbaro non si può dire che la sua opera sia poi così popolare in Italia. Ma del resto, anche in Francia e ai suoi tempi la celebrità di Philippe-Auguste-Mathias, conte di Villiers de l’Isle-Adam, era soprattutto ristretta a un club di fedelissimi, sia pure di gran nome, da Mallarmé a Valery, da Verlaine a Claudel, da Maeterlinck a Manet a Jarry, sino a raggiungere il pontefice dei surrealisti André Breton, che l’avrebbe poi inserito, senza esitare, nella sua Antologia dell’humour nero.

E non è possibile trascurare tre dei suoi più eccentrici e smodati ammiratori, il poeta decadente Stefan George, Jorge Luis Borges e William Butler Yeats, che nel 1894 assistette a una primordiale messa in scena del suo dramma Axel, uno dei primi esempi di teatro surrealista, e ne rimase straordinariamente colpito. Tutto questo non impedì, a lui, un aristocratico che si vantava di discendere da una delle più antiche famiglie di Francia, di vivere e soprattutto di morire in miseria. Un patetico avviso, ancora con i buchi dei sei chiodi che servirono per affiggerlo sulla porta della sua povera casa, rende conto d’un miserabile pignoramento. Oggetto del sequestro una scrivania, un tavolo, delle sedie, un calorifero e niente più, per il nobile discendente del grande Philippe-Auguste, fondatore dell’Ordine di Malta in Francia.

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Auguste de Villiers de L’Isle-Adam (1838 – 1889)

Malato, abbandonato dalla vita, Villiers è costretto a richiedere l’assistenza pubblica e su consiglio di qualche amico poco prima di morire nel 1889 a cinquantun anni sposa la sua domestica, la quasi-analfabeta Marie Dantin, come rivela una goffa e sgrammaticata lettera di gratitudine a Madame Mallarmé, che insieme al marito ha aperto una sottoscrizione che permetta allo scrittore una dignitosa degenza in ospedale. Sposandosi, lo scrittore riconosce anche il figlio naturale Victor, che davvero non si direbbe un angelo, per lo meno a leggere la lettera del ragazzino alla vigilia della Comunione, che ricatta un parente per ottenere un po’ di soldi: Tu mi costringi ad annerire un foglio di carta, di cui ho tanto bisogno per costruire le barchette: non abbiamo soldi. Senza tanti commenti tu me ne farai avere.

Povero Villiers, quale fine mai per la sua elegante scrittura, questa antica e assai vaga, ma gelosa pratica, in cui riposa il senso nel mistero, come reciterà Stéphane Mallarmé nell’encomio funebre. Prima di inventarsi scrittore, Villiers si chiamava Mathias, come un antico parente, vescovo di Saint Brieuc, la cittadina bretone dove egli nacque nel 1838; ma subito, da buon anticlericale, preferì fregiarsi del patrimonio del più battagliero antenato Philippe-Auguste, grand Prieur de France e fondatore dell’ordine di San Gerusalemme. Stava molto a cuore del giovane Villiers, la nobiltà; anche se da vecchio avrebbe ammesso: Davvero, questo nome rende tutto così difficile.

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Philippe de Villiers de L’Isle-Adam, suo antenato e Grand Prieur de France e fondatore dell’Ordine di San Gerusalemme, Gran Maestro dell’Ordine degli Ospedalieri e di Malta

Villiers esordisce nella sua carriera di narratore proprio tracciando grandi alberi di parentele illustri e rintracciando la storia dei propri antichissimi avi. E con un certo giovanile ardimento, gli riesce di risalire sino al sire Raoul, signore di Villiers, che viveva nel 1146. Ed ecco la sua esistenza riempirsi di grandi alberi ramificati, editti e certificati, mappe, ceralacche e miniature del fiero Lisleadam che oppose un gran rifiuto a Solimano II. Ecco il Vascello dell’Ordine di Malta, le armi e gli stemmi, e poi i feudi di famiglia dai nomi che sembrano inventati: Lopérec, Kerrohou, Manoir Penanhoas, addirittura Mael-Pestivien, che assomiglia davvero a una maligna fantasia di Villiers. Fantasia cui molto giovò l’amosfera bretone, impregnata dall’odore d’Oceano.

« Sono uscito, io, ultimo Gaelico, da una famiglia di Celti, duri come rocce. Appartengo a una stirpe di navigatori e di stravaganti guerrieri, le cui azioni di grande prodezza e risonanza figurano nell’albo degli autentici gioielli della Storia. »

Ma il giovane Mathias, erede d’una famiglia cui la Rivoluzione ha strappato tutto, non è un ingenuo: Io reco nella mia anima il riflesso delle sterili / ricchezze d’un gran novero di re dimenticati, scrive, e intanto si rende conto che, in un mondo così mutato, potrà rivaleggiare in nobiltà soltanto grazie al suo genio e al suo talento di scrittore. Il che suscita in lui l’ambizione di aggiungere agli splendori della sua stirpe la sola gloria veramente nobile dei nostri tempi, quella di un grande scrittore. E diventa Villiers de l’Isle-Adam, poeta, narratore, drammaturgo, simbolista, occultista, surrealista.

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“Isis”, pubblicato nel 1862

CONTE, MISANTROPO, OCCULTISTA E DANDY

Scrittore esordiente in cerca di modelli, Villiers sceglie come interlocutore il nobile-poeta Alfred de Vigny (lo stesso Vigny che aveva scritto dei propri antenati: Se ripercorro la loro storia, saranno loro a discendere da me) e a lui dedica, ventunenne, i suoi Primi Versi: da aristocratico ad aristocratico. Ma gli inizi sono davvero duri: si paga di tasca propria i primi esemplari elegantemente rilegati di Iris [sic, il titolo corretto è Isis; ndr], romanzo filosofico pregno di hegelismo e poi ha la sventura di incaponirsi a diventare un grande scrittore di teatro. Il suo stile stravagante e arcaico non incontra però i gusti del pubblico: per di più, e per scommessa, egli esordisce proprio nel tempio del teatro che più aborre, quello del vaudeville. Sprezzantemente, un dandy che poi gli diventerà amico, Barbey d’Aurevilly, ironizza: M. Villiers de l’Isle-Adam, che grande nome, per fare delle cose così piccole!

Lo schizzo di un pittore che potrà fare dei grandi quadri, dirà invece Théophile Gautier della piéce teatrale Le revolté. Dopo cinque repliche, la revoca e lo scacco. Ma Villiers è roso dall’ambizione e in una lettera confida:

« Credetemi, quando Victor Hugo russerà per sempre nel suo sudario di gloria e d’immortalità, sono sicuro che accederò a quel trono del pensiero, su cui lui ora sta seduto. »

Si sente soprattutto un grande istrione, recita benissimo lunghe tirate shakespeariane e incarnando da solo tutti i ruoli mette in scena i suoi travagliati parti teatrali, persino in casa Wagner. Nei suoi diari Cosima Wagner annota: Villiers, questo tipo a cui non attribuivamo nessun talento, trova nella realtà un punto di partenza per una pièce convincente, che ci ha letto con un talento favoloso; un talento che anche papà Liszt aveva già potuto apprezzare.

Sono gli anni della Leggenda di Bayreuth: come tutti i francesi alla moda, Villiers inizia il suo pellegrinaggio du coté de chez Wagner, e per di più con il più esaltato wagneriano di Francia, Catulle Mendès, direttore della Révue wagnerienne e marito di Judith Gautier, figlia del grande Théophile. Chissà se in quei sei giorni di permanenza a Triebschen, ospite dei Wagner, Villiers ebbe modo di assistere alla comica e patetica performance del non più giovane compositore tedesco che, perdutamente innamorato di Judith, si produsse in una trionfale arrampicata su un albero, per dimostrare le sue non appannate doti sportive.

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Ritratto di Auguste Villiers di L’Isle-Adam ad opera di Carolus Duran

La musica ha un grande spazio nella vita di Villiers: all’inizio voleva comporre un’opera buffa, Le chevalier d’Eon, poi si fa musicista per La morte des amants, insieme a Judith, di cui avrebbe dovuto sposare la sorella Estelle: ma il conte-poeta non fu mai fortunato in amore. C’è anche una commovente dedica di Baudelaire, che gli invia una plaquette sul Tannhauser, l’opera che ha tanto difeso: si lamenta di non poter ascoltare più frequentemente questo capolavoro, e subito Villers gli promette che glielo suonerà al pianoforte. Quel pianoforte che l’amico Mallarmé vide nella sua casa, vastissimo e decrepito, quasi senza corde, e mi sembrò il tacito, sepolcrale ripiegamento dell’ala dei sogni.

Anche per la narrativa i sogni di Villiers s’infransero presto: esiste una lettera dell’editore Calmann-Lévy, che sembrerebbe spedita ieri da una grande multinazionale dei best-sellers, in cui gli si riferisce che una commissione di lettori ha letto il manoscritto dei suoi Contes cruels vedendosi costretta a riconoscere che una pubblicazione di siffatta natura non avrebbe probabilmente grande possibilità di successo presso la nostra clientela. Perché i racconti che compongono questo libro sono non tanto delle novelle, quanto degli articoli di costume, ovvero dei saggi psicologici, o ancor meglio delle fantasie letterarie.

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“Cont Cruels”, pubblicato nel 1883

Villiers è l’eccentrico per eccellenza, che almanacca i suoi racconti a partire da personaggi veri e trasfigurati, come l’illustratore Gavarni, la divina cantante Maria Malibran, lo stesso Thomas Edison, scienziato avventuroso e arrendevole, che dà vita a una donna perfetta e finta, costruita come una macchina, dalla bellissima voce di soprano: appunto Eva futura. In origine il romanzo, d’intonazione satirica e non ancora fantascientifica, si chiamava Il sosia: poi Villiers, con precoce intuito, scopre lo scienziato inventore del fonografo e decide che deve assolutamente farne un suo personaggio: chi ha saputo così bene riprodurre, anzi, inventare meccanicamente la voce umana, potrà anche produrre artificialmente la vita. Così, infatti, Edison predica nel romanzo:

« La Vita? Ebbene, mio caro Lord, vi dirò che ho ritenuto di doverla scartare come superfetazione nociva. »

Del resto, un poco come Umberto Eco col suo Pendolo, anche Villiers pone ad epigrafe di Eva un’invocazione di Salomone, direttamente in ebraico: Habal, Habalim!! Le vanità, la vanità, tutto è vanità! Ma in realtà, anche la vita ha qualcosa da insegnare a Villiers. Egli confessa che Eva futura non è altro, per lui, che un autentico romanzo-vendetta. Alcune lettere rivelano, infatti, che lo scrittore inventando la sua Eva vuole vendicarsi dell’affronto amoroso di un’inglese benestante che aveva promesso di sposarlo e che poi mandò a monte il lucroso matrimonio. C’è ancora il suo nome, cancellato a stento, dopo la frattura, su una copia di un libro che avrebbe voluto regalarle. Si chiamava Anna Eyre Powell, e aveva impersonato meravigliosamente Leonora, nel Trovatore.

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“Eva futura”, pubblicato nel 1886

VOLEVA UN PUGNALE PER UCCIDERE IL TEMPO

Vendette inesorabili diventate letteratura, macerati chimismi dell’anima, furiose oscurità. Come lo scrittore dice d’un suo personaggio: uno di quegli esseri costituiti in modo tale che anche in mezzo a fiotti di luce non possono cessare di essere oscuri, così è lo stesso Villiers. L’universo di Villiers è ghiacciato e delirante, più ancora di quello di Sade. È un mondo ossessionato da fantasmi gotici ma modernizzati, attraversato da fulminanti capricci di stile. Ne usciva fuori concluse con intuito precoce Prezzolini nel 1910 uno stile che, subito a prima vista, ha del rame battuto e ribattuto, uno stile di color metallico, color d’olio da motore sparso sopra un lago, che da lontano è iridescente e da vicino tradisce l’origine meccanica.

Verlaine, del resto, definiva Villiers un poète absolu, Mallarmé si estasiava del suo linguaggio da Dio, Baudelaire sosteneva che soltanto Poe poteva stargli alla pari, e Maeterlinck diceva che la scoperta di questo scrittore, un autentico choc, gli aveva cambiato la vita:

« C’è, per me, un prima e un dopo Villiers. Da un lato l’ombra, dall’altro la luce. »

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Auguste de Villiers de L’Isle-Adam

Lettore accanito del gran maestro degli occultisti, Eliphas Levi, amico del Sar Peladan, Villiers, con questo sguardo nebbioso da ectoplasma vivente, gli occhi bagnati e sfuggenti da cane, non disdegna di atteggiarsi a oscuro profeta. Profeta fra gli apparecchi per la captazione del mondo moderno, come disse liricamente Mallarmé, nel magistrale discorso funebre, trascritto con grafia lenta e dilatata, per poterlo improvvisare a voce, in ben sette città.

Villiers era un conversatore nato, colorato, che sprecava la sua conversazione come una prodiga elemosina gettata al mondo: il suo arrivo a Parigi dalla provincia, fu memorabile quasi quanto quello di Rimbaud: Nulla turberà nello spirito di molti che sono uomini dispersi la visione dell’arrivante. Un lampo, sì, questa reminiscenza resterà nella memoria di ognuno. Villiers vedeva fantasmi dovunque; mentre nei suoi Cahiers bleu annotava di tutto (i preparati chimici per lenire le sue ipocondrie, oppure i ritmi igienici per meglio aggredire la carriera di scrittore, lui che per sopravvivere aveva fatto anche l’istruttore di boxe), ecco che assiste poco prima di morire alla nascita modernista della Tour Eiffel.

Ma una mostruosità sola non gli basta. Invoca la creazione di una seconda Tour Eiffel, vicina e parallela all’altra. Così, una gamba di qui, una gamba di là, al loro culmine, simile al Colosso di Rodi, ecco un signore in abito nero e in polacchine di vernice, che rappresenta il Progresso. Come tutti i dandy del momento, anche lui odiava il Progresso caro al positivismo. Anche se poi viveva di queste sue curiose contraddizioni: dedicava i suoi libri al principe Bonaparte-Wysé ma era anche fedele amico del giornalista-attentatore Victor Noir, che morì sotto le pallottole di un altro Bonaparte. Salutò con entusiasmo la Comune, ma odiando soprattutto il presidente Léon Gambetta cui dedicò un furioso pamphlet. Si presentò candidato in una lista di conservatori alle elezioni municipali, pur sapendo di non farcela, per solo onore della disfatta.

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Avventuriero dell’inconscio, così si considerava in un dramma giovanile, aveva scritto:

« Troppo giovani per la libertà, troppo vecchi per la monarchia, questi sono i popoli d’oggi. Chi siamo noi? Uomini del crepuscolo. Qual è il nostro avvenire? Che importa? Forse che le foglie d’inverno sanno dove le porterà il vento? Laggiù si leva un sole che noi non saluteremo. »

Altrove, aveva già sentenziato: Voglio armarmi d’un pugnale per ammazzare il tempo. L’odio per il progresso, Villiers lo rovescia soprattutto in un suo straordinario personaggio, che chiama simbolicamente Tribulat Bonhomet. Dottore, filantropo, uomo di mondo, cioè un manichino che incarna tutto quanto Villiers detestava, pedantesco e fiero abitacolo di luoghi comuni, architrave della stolta bonomia borghese, personaggio enorme, misconosciuto, mostruoso ed esatto, come l’ha fotografato Philippe Sollers, uno dei più bei ritratti della pulsione di morte. Il programma di un’inesorabile satira della stupidità borghese era lucidamente presente allo scrittore, che confida al Mallarmé, unico, solo amico:

« La realtà è che farò del borghese, se Dio mi concede vita, quello che Voltaire ha fatto dei clericali, Rousseau degli aristocratici e Molière dei medici. Pare che ci sia in me una potenza di grottesco che non credevo di avere. Mi hanno detto che al mio confronto, Daumier i borghesi li adulava. »

Villiers era un grande estimatore di Gustave Flaubert. Gli aveva scritto: Vi ammiro e vi tengo nel profondo del mio sentire come un poeta colossale e uno dei più grandi scrittori mai esistiti. Indubbiamente il personaggio Tribulat discende dalle meschinità del quotidiano descritte in Madame Bovary e alla betise enciclopedica esaminata in Bouvard e Pécuchet.

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Ma in questo manichino c’è ancora qualcosa di più sarcastico e surreale che anticipa Jarry e il musicista-ironista Satie. Tribulat ha il vizio di guardare l’infinito dal buco della serratura. Va in giro ad ammazzare cigni per ascoltare le decadenti melodie della loro agonia. È soprattutto convinto che Dio sia un perfetto uomo d’affari, che abbia creato l’uomo, ma che sia avvenuto anche viceversa. Un imbecille di genio, insomma, che proprio per questo ossessiona Villiers, ma suggestiona anche il lettore più sottile: perché in fondo Tribulat Bonhomet è in ognuno di noi, e lui stesso, maligno e consapevole. E viene a ricordarcelo, come una maliziosa minaccia:

« Je suis inevitable! Io sono inevitabile! Io sono indimenticabile! Interminabile! Ognuno di voi porta una pietruzza al mio edificio. »


 

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