Sul “Randolph Carter” di H.P. Lovecraft: il Sogno, la Morte e il Sublime

Dentro “La dichiarazione di Randolph Carter”, racconto che darΓ  vita a un ciclo di storie dedicate al personaggio, si dipana quella rete di significati e concetti tanto cari a Howard Phillips Lovecraft, seppur lo stesso racconto sia lungo soltanto poche pagine.Β 


di Lorenzo Di Giuseppe
copertina: Louis Moe

Bisogna necessariamente notare come i temi presenti ne La dichiarazione vengano sviluppati nelle opere piΓΉ famose di HPL: per esempio, il ruolo della morte e la sua morbositΓ  in Herbert West, rianimatore e Il caso di Charles Dexter Ward; oppure l’ossessione per l’ignoto e il suo disvelamento ne Alla ricerca del misterioso Kadath e Le montagne della follia. Sono temi che imperverseranno lungo tutte le pagine e durante tutta la carriera del Nostro, per cui cercare di capirli in questo racconto, insieme ad altri piΓΉ specifici, significa porre delle solide basi da poter ulteriormente punteggiare di dettagli in seguito.

Da cosa partire allora per scardinare la scrittura del sognatore di Providence e affondare le mani nelle viscere della sua comunicazione? Forse Γ¨ necessario cominciare dall’interesse troppo umano per l’ignoto e dal fascino della morte. Carter, trascinato dal suo amico Harley Warren, viene spinto in un cimitero per aprire una tomba. Lo scopo Γ¨ sconosciuto al protagonista, mentre l’amico sembra aspettarsi qualcosa. Warren proibisce a Carter di scendere, mentre egli si inoltra nelle profonditΓ  oscure delle scale rivelatesi sotto la lapide piatta. Carter rimarrΓ  cosΓ¬ collegato a lui solo grazie a un lungo cavo telefonico, mentre il terrore si materializza nelle tenebre [cfr. H.P. Lovecraft: β€œSotto le Piramidi”].

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A. Brosnatch, “The Statement of Randplph Carter”

In questo brevissimo riassunto della trama emerge giΓ  la potenza del sostrato lovecraftiano. I personaggi provano, come scrive lo stesso HPL, una Β«riluttante fascinazioneΒ» per la morte: agiscono in un cimitero nel pieno della notte, aprono una tomba, affrontano un’oscuritΓ  cosΓ¬ densa da essere palpabile ed entrambi fanno esperienza della morte vera e propria, chi subendola e chi ascoltandola. La volontΓ  di un confronto con la morte viene sottolineata dal fatto che nΓ© Warren nΓ© Carter si tirino indietro di fronte a essa. Il primo non scappa alla fatale scure del mostruoso e informe destino e il secondo non attacca il telefono sentendo le atroci urla dell’amico. La morte arriva cosΓ¬ via cavo, come voce “scorporata”Β [cfr. R. Giorgetti,Β H.P. Lovecraft, le β€œporte della percezione” e le β€œfenditure nella Grande Muraglia”].

La doppia dimensione dell’ignoto si dipana cosΓ¬ in un contrasto infinito: da un lato la meraviglia della scoperta e l’attrattiva del mistero; dall’altro l’orrore che nasconde ciΓ² che non si conosce, ciΓ² che ancora non puΓ² essere razionalizzato. Tutto questo Γ¨ simboleggiato dalla tomba, porta per l’Altrove, ricca al contempo di storia, umanitΓ , terrore. Il fatto che la vicenda si svolga in un cimitero non Γ¨ solo un espediente narrativo o soltanto l’ambientazione piΓΉ adatta per piazzare una tomba, ma diventa luogo carico di ambiguitΓ , ambiente allo stesso tempo ostile, fatto di ombre e movimenti imperscrutabili, e attraente, dove una luna pallida riflette i suoi raggi sull’erba fitta in strani bagliori [cfr S. Fusco, Lovecraft, o l’inconsistenza del reale].

Lo sgomento di fronte a ciΓ² che Γ¨ estraneo pone una chiave di lettura fondamentale se si conosce e indaga la biografia del Nostro, che una volta scoperta la diversitΓ , razziale e culturale, in una New York babilonica e labirintica ne rimane atterrito: un’esperienza che genererΓ  un moto sregolato, dando vita alla sequela di testi piΓΉ importanti del suo universo letterario, tra cui il piΓΉ estremo Γ¨ forse L’Orrore a Red Hook.

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Virgil Finlay, “HPL”

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Un altro elemento interessante che si insinua nelle pieghe delle pagine lovecraftiane Γ¨ il disfacimento dell’ideale romantico del Sublime. Edmund Burke (1729 – 1797), nel suo classico A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, definisce il Sublime come Β«qualsiasi cosa adatta a provocare le idee di dolore e pericolo, ovvero sia qualsiasi cosa risulti terribile, legata a oggetti terribili o che operi in maniera analoga al terroreΒ», continuando poi dicendo che il Sublime Β«produce la piΓΉ intensa emozione che la mente Γ¨ capace di provareΒ» [cfr. M. Maculotti, Colui che Scrutava nell’Abisso: H.P. Lovecraft e β€œL’oceano di notte”].

Ne La dichiarazione, se il terrore agisce inizialmente, sia sul lettore che sui protagonisti, come agente provocatore del Sublime, quest’ultimo viene poi tragicamente spezzato da Lovecraft stesso: il terrore cattura giusto per un momento, poi inquieta, ripugna, diventa repellente. I protagonisti delle sue opere muoiono cosΓ¬ inutilmente, come scrive Michel Houellebecq in H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, che il dolore e il pericolo diventano distanti, lontani, ma allo stesso tempo quasi percepibili e comprensibili per i lettori, ai quali dopo la lettura rimane comunque solo un senso gelido di sporcizia.

Quindi, così come la vita, la morte non ha senso, e il contrasto tra rifiuto della realtà e materialismo estremo crea storture irreparabili, crepe nel mondo tangibile che circonda tutti, le quali permettono di vedere in un Altrove ulteriore popolato da esseri innominabili, popolato dal Male più atavico che si possa concepire [cfr. A. Scarabelli, Bestie, uomini o dèi: i culti alieni di H. P. Lovecraft].

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Ian Miller, “The Haunter of the Dark”

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La distorsione e il deterioramento del Sublime si riflette anche nella creazione, descrizione e contemplazione delle strutture architettoniche che Lovecraft ha inserito nei suoi racconti. È risaputo come il solitario di Providence amasse l’antichitΓ  e in special modo il periodo aureo greco e romano, i cui miti aveva letto e riletto, fornendogli notevoli spunti a livello concettuale [cfr. La poesia e gli dΓ¨i].

Pur amando la bellezza architettonica classica, nei suoi scritti ha riversato pagine su pagine riguardo a palazzi deformi, labirinti contorti, sale dalla prospettiva incomprensibile e alienante e altre nefandezze di progettazione. Questo perchΓ© vide nel periodo storico in cui visse una decadenza inarrestabile e un degrado insopprimibile, proiettandoli cosΓ¬ prima nel suo inconscio e poi, attraverso l’inchiostro, su carta. HPL pensava di trovarsi al cospetto della fine della societΓ  occidentale, del suo ultimo passo prima della capitolazione.

L’autore ha dato prova del suo amore per le descrizioni minuziose ed estasianti e per la cultura e l’architettura romana e greca in molti scritti, e le corrispondenze ne sono una testimonianza diretta, non filtrata dalla finzione. In una lettera a Maurice A. Moe, contenuta nel volume L’orrore della realtΓ . La visione del mondo rinnovatore della narrativa fantastica, il Nostro scrive:

Β« […] piΓΉ leggevo le Scritture, piΓΉ mi rendevo conto di quanto mi fossero estranee. Amavo molto di piΓΉ la mitologia greco-romana, e all’etΓ  di otto anni lasciai stupefatta la mia famiglia dichiarandomi pagano d’epoca romana. Β»

β€˜Marcus Curtius’; after John Martin, circa 1827. According to the historian Livy, when a chasm opened up in the Forum in 362 BC and an oracle declared that Rome could endure only by casting its greatest strength into it, the soldier Marcus Curtius sai
John Martin, “Marcus Curtius”, 1827

Ma d’altra parte, come abbiamo detto, nel nucleo dei racconti piΓΉ importanti e densi, ha rivoltato del tutto questi suoi assunti. Ci si puΓ² cosΓ¬ collegare a Edward Gibbon (1737-1794), storico e scrittore inglese che, nella sua opera piΓΉ famosa The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, racconta appunto della caduta dell’Impero Romano, coprendo il periodo che va dal 98 al 1453. Tra le teorie di Gibbon sulle cause della fine dell’impero le colpe ricadono, senza soluzione di continuitΓ , sia sulle spalle dei barbari (non gli invasori, ma quelli integrati nella societΓ  e i mercenari difensori dei confini, capaci secondo Gibbon di minare la stabilitΓ  del sistema dall’interno), sia sull’intera popolazione, che sembra aver perso il proprio raziocinio e la propria intrinseca civiltΓ .

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Per questo non Γ¨ difficile accumunare il pensiero di Lovecraft e Gibbon, visti alcuni evidenti punti che sembrano condividere, soprattutto alla luce delle missive. Sempre a Moe scrive:

Β« In un certo senso, Roma non Γ¨ mai morta: tutto il mondo occidentale Γ¨ erede della sua cultura. Usiamo il suo alfabeto, gran parte dell’Γ¨timo delle sue parole e delle sue scuole di pensiero – e ora in America si stanno ripetendo la sua storia e i suoi problemi! Β»

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John Martin, “Pandemonium”, 1841

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È notoriamente risaputo che Lovecraft redasse La dichiarazione di Randolph Carter da un sogno, come attesta una lettera agli amici Galpin e Moe del 1919, come Γ¨ risaputo che i sogni costituissero una parte fondamentale della sua vita [cfr. M. Maculotti, β€œOniricon”: H.P. Lovecraft, il Sogno e l’Altrove]. Occorre quindi citare uno di questi sogni, che tra l’altro esplica bene anche l’amore per l’architettura precedentemente menzionato:

Β« Una notte di qualche tempo fa ho fatto uno strano sogno di una strana cittΓ  – una cittΓ  di molti palazzi e dalle cupole d’oro, che sorgeva in una conca incastonata tra una schiera di grigie, orribili colline. Non c’era un’anima in tutta la vasta regione di strade lastricate di pietra, mura di marmo e colonne; le numerose statue nelle pubbliche piazze raffiguravano strani personaggi barbuti avvolti in tuniche di una foggia che mi era sconosciuta e che da allora non ho mai piΓΉ visto. Ero visivamente ben consapevole di quella cittΓ . Mi trovavo contemporaneamente entro di essa e attorno di essa. Ma di certo non avevo esistenza corporea. Vedevo, a quanto mi pareva, ogni cosa insieme, senza limitazione legate alla direzione. Non mi muovevo, ma trasferivo liberamente le mie percezioni da un punto all’altro, a volontΓ . Non occupavo uno spazio definito, non avevo forma. Ero soltanto una consapevolezza, una presenza percettiva. Rammento di aver provato una forte curiositΓ  di fronte a quello scenario e di aver cercato strenuamente di ricordarne la provenienza: giacchΓ© sentivo di averlo conosciuto bene, un tempo, e che se fossi riuscito a ricordare, sarei stato trasportato indietro nelle ere fino a quel periodo cosΓ¬ remoto – risalente a molte migliaia di anni fa, quando si era verificato un evento vago ma terribile. Dopo un po’ riuscii quasi a far chiarezza nella mia memoria, e divenni folle dal terrore, per quanto non sapessi ciΓ² che stavo per ricordare…E in quel momento mi svegliai, raggomitolato su me stesso e avvolto in troppe coperte in rapporto alla temperatura, che stava rapidamente salendo. Β»

Lovecraft aggiunge poi una considerazione filosofica:

Β« A questo punto ti chiederai da dove vengano queste visioni! E io ti rispondo: se devo essere pragmatico, quel sogno era reale quanto il mio stare seduto a questa scrivania, con la penna in mano! Se la veritΓ  o falsitΓ  delle nostre impressioni Γ¨ qualcosa di immateriale, allora io realmente e indiscutibilmente sono, o sono stato, uno spirito disincarnato che si librava su una cittΓ  molto strana, silenziosa e antica, che sorgeva in un posto ignoto tra cupe, morte colline. Al momento del sogno, io pensavo realmente di essere lΓ¬: e che cos’altro importa? Tu credi che io sia effettivamente in questo istante H.P. Lovecraft di quanto non fossi allora uno spirito? Io no. Β»

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John Martin, “Manfred and the Alpine Witch”, 1837

Se tutto questo non stupisce, di certo perΓ² puΓ² offrire un’intrigante domanda: e se La dichiarazione in questione fosse una sorta di meta-sogno, ovvero un sogno che spiega il proprio funzionamento per iscritto? Alcuni elementi possono essere d’aiuto per proseguire su questa direzione. Per esempio, Carter che si giustifica all’inizio con la polizia potrebbe essere lo stesso autore che cerca appigli razionali riguardo quanto ha appena visto durante il sonno.

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E ancora, il cammino all’interno del cimitero rappresenta il passaggio dal dormiveglia al sonno profondo (la visione di ombre oscure e fuggenti ai margini del campo visivo non sarebbe un caso, quindi), e la tomba cosΓ¬ diventa nuovamente significativa: il suo scoperchiamento indica la transizione nella fase REM e la sua dimensione ignota sintetizza il sogno in se stesso, inglobandone tutti i contenuti, due tra tutti la paura atavica della morte e l’inestinguibile curiositΓ  per essa.

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Un ultimo appunto. Norman Gayford, nel suo articolo Randolph Carter: An anti-hero’s quest, contenuto nei numeri #16 e #17 di Lovecraft Studies, spiega come il viaggio di Carter, che dopo La dichiarazione sarΓ  protagonista di altri racconti con una maggiore componente mistico-onirica, possa essere considerato in chiave mitica, tirando in ballo opere e nomi importanti come l’Iliade di Omero e Il mito dell’eterno ritorno di Mircea Eliade. Citando direttamente l’autore, che si riferisce alla serie complessiva dei racconti che hanno per protagonista Carter:

Β« […] these tales and the novel reveal a Carter whose life involves many characteristics of the Campbellian hero: quests, supranormal aids, periods of penance; yet his life also exemplifies the path of the modern anti-heroΒ  in that he faints, seems unable to use a traditional weapon such as a sword, and loses touch with dreams and self […] Β»

Aggiunge inoltre:

Β« The hero is the unusual being in society, the one who strays into, pursues, or is thrust into unknown realms. This is the “call to adventure”. Sometimes the hero refuses the call, or muffs it, and transforms his world into a wasteland. […] Carter is very much the hero outside of his society, the self-exiled writer-artist. Β»

Gayford identifica quindi Carter come un antieroe, ponendo una serie di osservazioni puntuali e accurate, e ciΓ² dimostra la feconditΓ  di idee e spunti che gli scritti di Lovecraft manifestano ancora oggi.

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H.P. Lovecraft (1890 – 1937)

Bibliografia:

  • E. Burke, A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, 1757
  • M. Houellebecq, H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, Bompiani, Milano
  • N. Gayford, Randolph Carter: An anti-hero’s quest, inΒ Lovecraftian Studies n. 16-17
  • E. Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 1776
  • H.P. Lovecraft,Β La dichiarazione di Randolph Carter, inΒ Tutti i racconti 1897-1922
  • H.P. Lovecraft, Oniricon, Bietti, Milano
  • H.P. Lovecraft, L’orrore della realtΓ , Mediterranee, Roma

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