Gustav Meyrink alle frontiere dell’occulto

La raccolta di saggi meyrinkiani appena pubblicata dalle Edizioni Arktos ci consente di tratteggiare un ritratto del romanziere austriaco, nel quale l’aspetto biografico e quello letterario si configurano come due facce della stessa medaglia.


di Marco Maculotti
immagine: fotogramma dal film Il Golem (1915), basato sull’omonimo romanzo di Meyrink

 

« Domani saranno trascorsi per me ventiquattr’anni da quel giorno dell’Ascensione quando, seduto alla scrivania della mia cameretta di ragazzo, a Praga, e, messa nel cassetto la lettera d’addio che avevo scritto a mia madre, afferrai il revolver che avevo davanti; avevo infatti deciso di intraprendere il viaggio oltre lo Stige; volevo gettar via un’esistenza che mi sembrava destinata a rimanere in futuro scialba, senza valore e senza gioia. » [1].

Il giovane uomo col revolver in mano, pronto a lasciare per sempre questa “amara valle di lacrime” è un anonimo e benestante banchiere austriaco con l’hobby delle donne, degli scacchi e del canottaggio. Nauseato dalla sua piatta e insignificante esistenza, si appresta a compiere l’estremo gesto. Cosa lo ferma all’improvviso? Uno stampato fatto scivolare improvvisamente sotto la porta della sua camera. Il giovane ripone la pistola, si alza dalla sedia, prese in mano il foglio e ne sbircia il titolo: Sulla vita dopo la morte”.

Leggendo più volte il ciclostilato, il giovane trascorre la notte in uno stato di veglia adrenalinica (la lunga notte dell’anima), «mentre dei pensieri, sino a quel momento estranei, cominciarono a passar[gli] per la mente… pres[e] il revolver come si fa con un oggetto divenuto momentaneamente inutilizzabile e lo chius[e] in un cassetto». «Lo conservo ancora oggi.  conclude l’autore di questa confessione  È morto per la ruggine ed il tamburo non gira più; non girerà mai più» [2].

A scrivere questa confessione è, quasi un quarto di secolo dopo l’accaduto, Gustav Meyrink, romanziere austriaco considerato una delle punte di diamante di quel filone di nicchia a cavallo tra XIX e XX secolo definibile come “letteratura esoterica”. Fino a quel momento del tutto ignaro riguardo a qualsivoglia dottrina occulta, egli giudica quanto gli è successo quel giorno dell’Ascensione come un messaggio, inviatogli dalla misteriosa “Guida dal volto celato”, figura sovrannaturale ed archetipica che sovente ritornerà, più o meno mascherata, nei suoi scritti. È, come scrive Piero Cammerinesi [3]:

« l’incontro con il metafisico, con l’elemento significante dell’esistenza, con il “caso”, che in un cosmo ordinato non può essere privo di significato. È la “Guida dal volto celato” che da quel momento prende in consegna la sua vita, trasfondendo in essa nuovo valore, riempiendola di senso. »

Da quell’avvenimento, infatti, gli interessi di Meyrink mutano radicalmente: abbandonati i passatempi ludici, comincia la sua quarantennale “cerca”, buttandosi a capofitto nel mondo dell’occultismo, dello spiritismo, delle scienze esoteriche, delle dottrine kabbalistiche e delle pratiche orientali come lo Yoga e il Tao. Per decenni si dedica a esperimenti telepatici, sedute spiritiche, trasmutazioni alchemiche, pratiche yogiche e “magiche” di qualunque tipo; sperimenta personalmente l’assunzione di allucinogeni e veleni; si interessa ai fenomeni di preveggenza, sviluppando altresì notevoli capacità pratiche; viene iniziato a numerosissime società segrete e logge para-massoniche dell’Europa continentale. Il bagaglio di esperienze e conoscenze in tal modo acquisito costituirà per Meyrink il vero substrato e al tempo stesso il nocciolo della sua opera letteraria, nella quale si annoverano romanzi  imprescindibili come Il Golem (1915) e Il volto verde (1917) [4].

Le sue opere, citando ancora il Cammerinesi, «sono romanzi alchemici, come Carl Gustav Jung ebbe ad affermare. I suoi contenuti cifrati ci parlano della manifestazione del mondo degli Archetipi, del Tesaurus Intelligibilium. Ci parlano dell’Altra Parte, di quel Mondo Spirituale di cui Meyrink non mostrerà mai di dubitare, considerandolo non meno reale del mondo dei sensi» [5]. Suggestioni che attireranno l’attenzione, tra gli altri, di Julius Evola, che si occupò di Meyrink sin dal 1927 pubblicando alcune parti dei suoi lavori su Ur e in seguito traducendo per il pubblico italiano tre dei suoi romanzi (Il Domenicano bianco, La notte di Valpurga e L’Angelo della finestra d’Occidente) e di Jorge Luis Borges, la cui eccezionale raccolta di racconti L’Aleph (1949) tradisce l’influenza delle atmosfere labirintiche de Il Golem, che egli tradusse personalmente e presentò al pubblico argentino nel 1938… senza dimenticare l’ammirazione nutrita nei suoi confronti da colleghi eccellenti quali Franz Kafka e Hermann Hesse [6].

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Nondimeno, Meyrink non si limitò a traslare nelle sue creazioni letterarie le conoscenze occulte acquisite e le esperienze da lui vissute in prima persona: egli le raccolse altresì in diversi saggi che, grazie all’encomiabile lavoro dei tipi delle Edizioni Arktos, abbiamo adesso la possibilità di leggere agevolmente. Questa nuova edizione intitolata Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952) si configura come la fusione di due ormai introvabili antologie di scritti dell’autore: Il libro dell’aldilà, edito da Rocco (Napoli) nel 1959 nella traduzione di Julius Evola e Il diagramma magico, raccolta di testi scelti e tradotti da Piero Cammerinesi per Basaia (Roma) nel 1983. In aggiunta, il lettore può godere anche di altri documenti rarissimi: quattro lettere di Meyrink ad Alfred Müller-Edler e l’articolo I miei dolori e le mie gioie nell’aldilà; oltre a un’appendice del Cammerinesi sulla biografia dello scrittore e sulla dimensione spirituale e metafisica permeante le sue opere e le prefazioni di Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, curatori dell’edizione. L’edizione è inoltre impreziosita dalle «incursioni pittoriche nell’Altrove» di Danilo Capua.

I sedici saggi a firma di Meyrink contenuti in questa raccolta (diciassette se si conta anche l’articolo in appendice) spaziano dalle dottrine orientali (Fachiri, La via del fachiro, Il libro del dio vivente, Risveglio di facoltà occulte mediante la disciplina del volere e alcune droghe, Il diagramma magico, Yoga tantrico) a quelle occidentali (L’occultismo, Il mondo invisibile, L’alchimia ovvero dell’impenetrabilità), ivi compresa la critica della Teosofia e dello spiritismo medianico che Meyrink considera fenomeni complessivamente più pericolosi e ingannevoli che altro. In alcuni scritti l’autore racconta esperienze liminali che gli sono occorse in prima persona, come il viaggio psichedelico di Hashish e chiaroveggenza, gli episodi di preveggenza in Collegamento telefonico con la terra dei sogni, il viaggio astrale raccontato in Magia nel sonno profondo e i tentativi di influire sul gioco d’azzardo in virtù di alcuni trucchi “superstiziosi” in Magia e caso.

Come ebbe a notare Sebastiano Fusco nel suo saggio Il fantastico, l’orrore e l’esoterismo in Meyrink (contenuto nella raccolta italiana intitolata Racconti agghiaccianti [7]) tutti gli scritti del romanziere austriaco (e quelli contenuti in questa antologia non fanno eccezione) «disegnano una specie di immagine simbolica del cammino lungo la “via del risveglio”: l’itinerario, cioè, che percorre l’adepto per superare, in vita, la condizione umana, e riaccendere la scintilla divina presente in ciascuno di noi» [8]. Tematiche care alla tradizione orientale, soprattutto induista e buddhista ivi comprese tutte le propaggini estremo-orientali, ma anche alle dottrine occulte di Gurdjieff e Ouspensky [9].

Nella visione di Meyrink, infatti  prosegue il Fusco , «la vita normale è “sonno”; ciò che noi chiamiamo “agire” e “imparare”, altro non è che il frutto pressoché automatico di azioni meccaniche, che si dipanano sul piano strettamente materiale; chi limita se stesso a condursi su questo piano, si logora e consuma come fa un meccanismo, che alla fine si rompe, e rimane materia inerte, Invece, l’uomo “risvegliato” grazie alla sapienza esoterica, rompe il guscio dell’animalità e fa ascendere la sua coscienza fino ai piani superiori dell’essere; “sveglio durante la vita, resterà tale anche dopo la morte fisica: sua, e soltanto sua, sarà l’eternità» [10].

Un approccio ben riassunto anche dallo Scarabelli nella prefazione a questa nuova edizione Arktos [11]:

« Chi non sperimenta il Risveglio non può dirsi né vivo né morto. È al di sotto di vita e morte, così come il Risvegliato ne è al di sopra. Travolto dagli eventi materiali, è un’ombra tra le altre ombre. »

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Gustav Meyrink.

Quale scopo assegna dunque Meyrink alle ricerche esoteriche? Per dirlo altrimenti, e questa volta con parole sue, «nient’altro che trasformare a poco a poco l’animale umano “coperto di pelli animali” e cacciato dal Paradiso nell’uomo originario e luminoso che, secondo le leggende, i racconti e i libri sacri, ha superato la morte» [12]. Da qui, la convinzione che «l’esistenza terrena non è altro che un processo misterioso, da noi ancora poco conosciuto, che di una pietra preziosa grezza e opaca fa un brillante scintillante di luci» [13]. Si tratta, in altri termini, di riattualizzare nell’uomo, citando Paracelso, il corpo che non è di Adamo [14], la scintilla divina occultata nel corpo fisico e completamente obliterata dalla scienza positivista e materialista dell’èra moderna; o di risvegliare, per dirlo all’orientale, le siddhi, «energie psichiche… [che] o sono innate, oppure si destano mediante l’assunzione di determinate erbe o con l’immersione nell’io profondo, oppure, ancora, con l’ascesi» [15].

O ancora, tramite il sonno profondo, che Meyrink (similmente a illustri colleghi quali Lovecraft [16], Machen e Borges [17]) considera un vero e proprio “portale per l’Altrove”, al punto da ritenere che «vi possano essere sorgenti di forza e sapere magici talmente lontani dalla nostra coscienza di veglia da costringerci ad immergerci profondamente nei recessi del sonno, se vogliamo accostarci ad esse» [18] e di enunciare sibillinamente [19]:

« Il perno è nel  sonno profondo: lì è il punto d’appoggio dell’universo, sul quale può essere poggiata la leva di Archimede per far uscire le stelle dalle loro orbite. »

Ma, per tornare sulla “dottrina del risveglio” meyrinkiana, come valutare la presenza, negli scritti dell’autore in analisi in questa sede, di un panorama così eterogeneo di mistici cristiani (Therese Neumann) e induisti (Govinda Swami e Srî Ramakrishna Paramahansa), fachiri ed alchimisti (Paracelso), fino a giungere agli ambiti “paludosi” dell’occultismo teosofico e delle correnti spiritistiche? Molteplici sono le vie, si potrebbe dire, e ogni individuo (e società) imboccano quella loro più congeniale, a seconda del livello spirituale raggiunto e delle influenze di origine storico, culturale e sociale. D’altronde Meyrink sembra fare propria la tesi tradizionale che considera il daimon come massima forza formatrice e plasmatrice dell’io di ciascun essere umano. Posizione già notata dal summenzionato Fusco, secondo il quale nei racconti dello scrittore austriaco [20]:

« …si sviluppa la tesi secondo la quale ciascun essere umano non rappresenta un “io” autonomo, ma è la manifestazione, nell’arco di un’esistenza terrena, di un dio o un dèmone preesistente ed eterno. Il cammino della redenzione, ovvero della riunificazione all’ “io” superiore, vi è descritto in toni diversi, a volte terrificanti, a volte sereni: il che è conforme all’insegnamento esoterico, che prevede diverse vie, alcune placide, mistiche, lunari, altre fiammeggianti, atroci, ardenti come il sole. »

Non tutte queste “vie”, tuttavia, conducono alla “salvezza”: Meyrink, dopo decenni di studio e sperimentazione, prese le distanze soprattutto dai sentieri teosofici, spiritistici, medianici, avendo compreso che «il medianismo non eleva la coscienza, ma la porta verso il subumano, mettendo l’uomo a contatto con forze distruttive: è l’opposto degli esercizi spirituali e dell’alchimia che, al contrario, possono condurre, se rettamente esercitati, ad una supercoscienza» [21]. È esattamente, come osserva altrove il de Turris [22]:

« …il pericolo segnalato più e più volte da pensatori tradizionalisti come Guénon ed Evola: gli ingenui incoscienti che avviano simili operazioni non sanno esattamente quale entità andranno ad evocare, che cosa faranno emergere dal basso e non certo dall’alto facendolo filtrare attraverso quelle “fenditure della muraglia” che ci difende da simili pericoli… »

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Gustav Meyrink da giovane.

Molte cose ci sarebbero da dire su questa nuova uscita Arktos e sull’epopea biografico-letteraria di Gustav Meyrink; in questa sede, in conclusione di questa breve recensione, ci preme sottolineare ancora una volta come anche dalla lettura di questi saggi si evince come in Meyrink l’aspetto biografico-pratico e quello letterario-teorico si presentino come due facce della stessa medaglia, ambedue poggiandosi su una indefettibile convinzione nell’«esistenza di grandi segreti magici grazie ai quali l’uomo predestinato potrebbe sfuggire alla trama delle apparenze sensibili e contemplare alla fine la vera, la sola Realtà», per dirla con Serge Hutin [23]. Non a caso, fu egli stesso ad affermare [24]:

« Tengo di più alle mie teorie, che sono pratica e vita, che non alle mie creazioni artistiche, che ne sono simbolo e veste. »

Ne consegue che, nell’esercizio artistico del romanziere austriaco, il “fantastico” sia, in ultima analisi, soltanto «la veste estetica di una realtà nascosta e difficilmente conoscibile dai profani» [25], per citare l’articolo di Massimo Scaligero su L’Italia letteraria del 15 settembre 1934, nel quale l’autore aggiunge pure [26]:

« È un’esperienza non d’ordine intellettuale, ma che si potrebbe dire pre-intellettuale, in cui l’attività estetica è semplicemente asservita alla risonanza di un mondo più profondo e più ignoto, e le costruzioni di sapore più torbidamente fantastico non sono che la manifestazione di una lucida realtà interiore. » […]

« E di visione in visione, di pensiero in pensiero, si sbocca nella percezione netta di una saggezza unica nel tempo, in cui traspare la realtà di un’esperienza sovrannaturale e si intende il senso della preparazione catartica quale introduzione alla “Via” che… dischiude all’uomo la pura, luminosa, potenza. »

Gustav Meyrink abbandona questo mondo la sera del 4 dicembre 1932. Dopo aver salutato i familiari, si ritira nella propria camera e si siede, a torso nudo nonostante il gelo, sulla poltrona dirimpetto alla finestra. Rimane così tutta la notte, contemplando il cielo stellato, l’alba e il sole nascente; quindi, ancora con lo sguardo in adorazione, spira serenamente. La moglie Mena definisce l’esperienza del trapasso del marito «una messa solenne di religione e nobiltà» [27] e racconta, in una missiva raccolta in questa edizione Arktos [28]:

« I suoi occhi divennero sempre più splendenti e alle sei e trenta del mattino di domenica 4 dicembre esalò l’ultimo respiro. C’era in noi una gioia sgomenta nel vedere come il suo grande Spirito si era distaccato armonicamente. È rimasto il suo corpo, come una larva: la farfalla si è librata verso l’alto. »


P.S. Gli interessati all’opera di Meyrink possono seguire il lavoro di riscoperta del romanziere austriaco in Italia tenendo d’occhio la pagina Facebook del Centro Studi Gustav Meyrink della Città di Evan, un progetto ideato dall’amico Ivan Capra.


Note:

[1] G. Meyrink, Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952), Arktos, Carmagnola 2018, p. 261.

[2] Ivi, p. 262.

[3] P. Cammerinesi, Gustav Meyrink e il sentiero del risveglio, appendice a G. Meyrink, Alle frontiere, op. cit., p. 313.

[4] Per un estratto significativo de Il volto verde, vedi Gustav Meyrink: “Il volto verde”, su AXIS mundi.

[5] P. Cammerinesi, op. cit., p. 295.

[6] Per un omaggio di Hesse a Meyrink cfr. questo articolo sul blog di A. Scarabelli.

[7] G. Meyrink, Racconti agghiaccianti, a cura di G. Pilo e S. Fusco, Newton Compton, 1993.

[8] S. Fusco, Il fantastico, l’orrore e l’esoterismo in Meyrink, in G. Meyrink, Racconti agghiaccianti, op. cit.

[9] Cfr. J. de Salzmann, La realtà dell’essere. La quarta via di Gurdjieff, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2011, J.G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1981 e P.D. Ouspensky, Tertium Organum, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1983.

[10] S. Fusco, op. cit.

[11] A. Scarabelli, prefazione a G. Meyrink, Alle frontiere, op. cit., p. 32.

[12] G. Meyrink, Alle frontiere, op. cit., p. 79.

[13] Ivi, pp. 79-80.

[14] Ivi,p. 101.

[15] Ivi, p. 197.

[16] A tal proposito, cfr. M. Maculotti, “Oniricon”: H.P. Lovecraft, il Sogno e l’Altrove, su AXIS mundi.

[17] Uno scritto di Borges su Meyrink accessibile al pubblico italiano è la postfazione a Il cardinale Napellus e altri racconti (SE, Milano, 2011), in cui peraltro viene rilevato l’importanza dell’elemento onirico nella prosa del romanziere austriaco («…sogni sognati da altri sogni, incubi perduti nel centro di altri incubi…», p. 70).

[18] G. Meyrink, Alle frontiere, op. cit., pp. 224-225.

[19] Ivi, p. 225.

[20] S. Fusco, op. cit.

[21] P. Cammerinesi, op. cit., p. 300. Meyrink credeva nell’esistenza «anche se sicuramente estremamente rari, di fenomeni che capovolgono, per così dire, tutto ciò che la scienza ritiene di conoscere sulle leggi della fisica» e aggiunse «da quel momento [cioè dopo alcune sperimentazioni particolarmente sconvolgenti nell’ambito medianico, ndr] non h[a] più tentato esperimenti nel campo dello spiritismo e di tutto ciò che gli è direttamente connesso: quel che visto mi basta e avanza» (corsivo nostro).

[22] G. de Turris, Il risveglio secondo Gustav Meyrink, prefazione a G. Meyrink, Il Domenicano bianco, Bietti, Milano, 2012, p. 13.

[23] S. Hutin, La grande illuminazione liberatrice, appendice a G. Meyrink, Domenicano, op. cit., p. 242.

[24] Cit. in J. Evola, Messaggio, appendice a G. Meyrink, Domenicano, op. cit., p. 231.

[25] M. Scaligero, Misticismo e narrativa: che cosa c’è in Meyrink, appendice a G. Meyrink, Domenicano, op. cit., pp. 221-222.

[26] Ivi, pp. 220-224.

[27] P. Cammerinesi, op. cit., p. 325.

[28] Ivi, p. 326.


 

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