“Fairies”: un viaggio inaspettato

Abbiamo scambiato due chiacchiere con l’artista Vincenzo Pennacchi, a seguito della sua ultima mostra che si è tenuta recentemente alla galleria Romberg Arte Contemporanea.

di Claudia Stanghellini

Credits fotografici: Rubina Brugugnoli

L’artista è uno di quei graziati veggenti, una di quelle creature capaci di scorgere verità altre dietro la nudità semplice delle cose e manifestarle al mondo con l’opera delle proprie mani. È questo il segreto della tanto affascinante, quanto misteriosa armonia che dischiude Fairies, l’ultima mostra personale dell’artista veliterno Vincenzo Pennacchi: sedici lavori di medio e grande formato, che sono stati esposti dal 7 settembre al 28 novembre alla galleria d’arte contemporanea Romberg di Latina, nell’ambito della rassegna Viti parallele, a cura di Italo Bergantini e Daniele Zerbinati.

Nel visitarla, siamo rimasti ipnotizzati dall’atmosfera onirica che la pervade, tra il rifrangersi dei punti di vista e i giochi di sguardi, tra il sorriso enigmatico di Oona, la regina delle fate, e le drammaturgie della corte dei fairies. Un viaggio inaspettato, ben tratteggiato dalla penna di Lorenzo Pennacchi, il cui racconto inedito accompagna il visitatore nella sua esplorazione all’interno della mostra:

«Sei arrivato, finalmente». Una voce rimbomba nelle orecchie, una figura compare nella testa. È avvolta in un turbante lungo tutto il copro. «Chi sei?», chiedo senza parlare. «Io sono colui che vede oltre le cose. E tu sei qui per ricevere il mio dono». Subito dopo bacia la mia fronte, proiettandomi in un vortice di volti antropomorfici […] piccole strane creature vanno e vengono di continuo: alcune hanno ali sottili, altre lunghe barbe, altre ancora corna di capra.

È degli abitanti del Piccolo Popolo che stiamo parlando, esseri misteriosi, celati allo sguardo dell’uomo comune, che dalla storia dei tempi abitano il folklore e la cultura popolare. Fairies di Vincenzo Pennacchi, che da queste creature sibilline prende il nome, assume così i tratti del Regno Segreto tratteggiato sul finire del XVII secolo dal presbiteriano scozzese Robert Kirk, ossia una Fairyland in cui gli abitanti del Piccolo Popolo ci scrutano sornioni dietro le loro cornici, una terra di mezzo e di contaminazione che lascia sparire lo spettatore e permette ai fairies di fare capolino nel mondo reale. Avendo la visita suscitato più domande che risposte, abbiamo deciso di rivolgerne qualcuna all’artista in persona. Quello che troverete qui è il frutto della nostra bella chiacchierata.

Vincenzo Pennacchi, Il veggente, tecnica mista e collage su tela e carta, 105×63

Ciao Vincenzo, grazie per aver accettato di dedicarci un po’ del tuo tempo. Per iniziare, raccontaci del percorso che ti ha condotto qui oggi.

Durante la mia formazione scolastica, provenendo da un ambiente chiuso di origine contadina, improvvisamente ho scoperto la poesia, la letteratura, il teatro. Per compiacere i miei genitori mi sono laureato in ingegneria elettronica. In quegli anni, guarda caso, alla Sapienza le aule del biennio di ingegneria erano proprio di fianco al Teatro Ateneo. Sicché uscito dalle lezioni di analisi matematica e di fisica, mi sedevo accanto agli studenti di lettere ad ascoltare Eduardo De Filippo, Carmelo Bene e Jerzy Grotowski. Quest’ultimo è diventato negli anni un riferimento costante che mi ha condotto poi, quasi a quarant’anni, a iniziare la pratica delle arti visive completamente da autodidatta

Come avviene il processo di creazione artistica quando ti metti all’opera? Ci sono delle tecniche che prediligi e che costituiscono la tua cifra stilistica?

Ho sempre immaginato lo studio come il laboratorio di uno scienziato e contemporaneamente l’alcova di un alchimista, dove ci fosse la consapevolezza del metodo scientifico e nello stesso tempo il desiderio di una sperimentazione pura, che non si conformasse alle leggi della natura, cercando piuttosto di sovvertirle. Il mio rapporto con le immagini è fortemente caratterizzato da questo approccio esperienziale: seguo le tracce che la materia stessa fornisce, per poi svilupparne il tema, dando origine alla forma. La curiosità di voler sperimentare i diversi materiali, dal legno al ferro, dalla tela alla carta, ha visto lo studio includere sempre nuovi spazi, che hanno via via invaso anche l’ambito abitativo. Così la casa è mutata in una sorta di grande laboratorio costituito dalla sartoria, dalla zona della pittura della carta e delle tele di grandi dimensioni, oltre agli spazi deputati alla lavorazione delle lamiere e da quelli in cui vengono lavorati ed allestiti grandi fogli metallici dalla superficie specchiante. 

Foto di backstage, Vincenzo con gli assistenti Cristian Felci e Lorenzo Pennacchi

Lo specchio è un elemento che ricorre spesso nella tua produzione artistica. A questo proposito, parliamo della tua ultima mostra. Come nasce Fairies?

La mostra è nata anticipando la fase del lockdown. Già negli ultimi mesi del 2019 mi sono ritrovato a convivere, in uno stato di autoisolamento volontario, con dei piccoli frammenti di carta che potevano far pensare a dei virus, materializzatisi poi sotto forma di figure antropomorfe, sempre ricorrenti nel mio lavoro pittorico. A differenza dei periodi precedenti, però, non erano dipinte ma si manifestavano come figure tridimensionali, una sorta di minute sculture di carta o tela. Poi, durante una visita allo studio del gallerista Italo Bergantini, è emerso subito che quelle manifestazioni visive potessero generare un tema di interesse. Individuata questa consapevolezza, nelle visite successive ci si è via via focalizzati sull’allestimento complessivo. È iniziato così un lavoro di squadra fatto di confronti silenziosi, di sguardi tesi ad individuare la direzione da intraprendere. Occorre dire che siamo alla quarta personale con la galleria Romberg Arte Contemporanea. Un sodalizio iniziato nel 2003 e che oggi ha voluto rendere visibile il percorso precedente senza mai soffermarsi sul passato, sul già visto, indicando al contrario una nuova direzione di sviluppo proiettata al futuro.

Dal punto di vista artistico, qual è il principio a partire dal quale si è sviluppata l’architettura della mostra?

La mostra potrebbe essere considerata come una sintesi minimalista della enorme quantità di lavoro manifestatosi durante questo ventennio in ambienti museali, spesso anche attraverso installazioni di dimensioni monumentali che hanno dialogato con lo spazio di chiese sconsacrate. Questa mia cifra stilistica è stata teorizzata dallo storico dell’arte e curatore indipendente Gianluca Marziani con il termine di pittura espansa. Forse è utile riportare una sintesi di quanto da lui teorizzato:

[…] Un quadro che abbia sempre più una forma aperta, un quadro che sia sempre più parte dello spazio fisico, del paesaggio. Un quadro che utilizzi le stesse materie povere ed essenziali di queste forme abitative, dove si può realmente stare all’interno, dove ci si può rifugiare, si può meditare. Ma sono spazi che hanno una loro complessità semantica dove la pittura diventa pavimento, parete, superficie tangibile o nascosta, ma che diviene leggibile attraverso pareti specchianti, giochi di luce e di colore. Con la purezza originaria di forme che poi sono gli archetipi dell’essere, gli archetipi del vivere […] Dentro questi archetipi l’artista sta conducendo una ricerca molto personale e riconoscibile dagli esiti sempre più complessi. 

Questa premessa sulla pittura espansa è necessaria per comprendere la strutturazione della mostra che, letta in questo modo, uniforma e ingloba sia i quadri che l’installazione in un unicum percettivo inducendo lo spettatore a muoversi e interagire in modo uniforme nello spazio.

Vincenzo Pennacchi, Oona, tecnica mista su tela, 240×210 e l’installazione della caverna di specchi

E a questo va anche aggiunto che le opere sono inserite all’interno di un contesto narrativo, giusto?

Personalmente non ravviso l’urgenza di tradurre le immagini (dell’inconscio) con un significato verbale, ma mi aspetto che altre professionalità della mia squadra possano farlo. Da artista mi concentro sull’aspetto visivo, verificando il rispetto dei canoni necessari per leggere un’opera d’arte, ovvero: l’originalità (sia nel tema che nella tecnica), la riconoscibilità (come manifestazione di un percorso) e la coerenza (che, pur guardando al futuro, contenga intrinsecamente le radici della storia). Riconosco la contestuale necessità di leggere e indirizzare il lavoro, sia in termini di analisi artistica, ma anche e soprattutto ampliandone i confini in termini di ambientazione fantastico-letteraria, che vada a completarne la visione. Per Fairies il contesto narrativo è stato architettato e modellato da mio figlio Lorenzo che ha letto il lavoro in modo autonomo, lasciandomi favorevolmente sorpreso fin da subito, per la capacità di inserire le opere in un impianto di interpretazione perfetto. Una struttura fantastica, costituita su un sostrato stratificato di influenze, che ha profondamente colpito anche il gallerista-curatore Bergantini. Così, insieme all’altrettanto giovane curatore Daniele Zerbinati, autore di un pregevole comunicato stampa, Lorenzo è stato coinvolto nella Rassegna con la realizzazione di un racconto in grado di dare compiutamente voce a questo sostrato.

«Benvenuto a Tat’elen, umano». Mi vedo proiettato sulle pareti della grotta da prospettive multiformi. «Sei al cospetto di Oona, la regina delle fate». Sono frammentato. «Da oggi abbandonerai la tua vecchia vita e ne abbraccerai una nuova». Mentre le dimensioni del mio corpo si riducono, un paio di fragili ali mi spuntano tra le scapole. «Sei un servitore del regno segreto adesso». Riflesso in un piccolo specchio laterale non mi riconosco più. Prima di aprire gli occhi, ancora una volta.

Una panoramica dei “Fairies” alla Romberg

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