Artisti come Maxร culi ci ricordano che bellezza e veritร sono strettamente affini: la veritร , in greco ฮฌฮปฮฎฮธฮตฮนฮฑ, รจ letteralmente la โnon dimenticanzaโ, e la bellezza รจ ciรฒ che permette allโuomo di ricordare quello che ha dimenticato, di riappropriarsi di quel tesoro che giace nascosto nel cuore di ognuno, quel โfondo di onniscienzaโ di cui parlano i testi buddisti. Lโarte diviene allora un ponte proteso verso lโInfinito, una fenditura che consente di evadere dalla prigione dello spazio e del tempo, e di sfuggire cosรฌ al divenire e alla morte.
di Flavio Ferraro
Se riflettiamo sullโepoca in cui nasce lโarte informale, ci accorgiamo che essa si sviluppa grossomodo negli stessi anni in cui si affermano correnti di pensiero come il decostruzionismo e il poststrutturalismo, le quali pongono al centro della loro riflessione la dissoluzione del soggetto. Se la forma non รจ, come nellโaccezione corrente del termine, lโaspetto esteriore o visibile di una cosa, ma รจ il modello o il paradigma di ciรฒ che รจ manifestato (e dunque รจ anteriore alla cosa manifestata, cosรฌ come lโanima รจ anteriore al corpo), รจ facile intuire che cosa rappresenta, da un punto di vista metafisico, unโarte che sia deliberatamente senza forma. Quella che noi oggi consideriamo arte astratta non ha nulla in comune con lโastrazione dellโarte tradizionale, che si riferiva alle idee nel significato platonico del termine, ma รจ semplicemente unโarte a cui รจ stato sottratto ogni significato, e che non puรฒ far altro che esprimere la propria disgregazione.
Fortunatamente vi sono delle rare eccezioni, e anche oggi รจ possibile trovare artisti per i quali lโastrazione non รจ semplicemente la scomparsa della figura, ma il tentativo di risalire dal particolare allโuniversale, cogliendo l’essenziale nel senso autentico del termine; ma si puรฒ dire che lโarte contemporanea รจ molto spesso letteralmente insignificante, perchรฉ ha scelto di recidere ogni legame con quello che รจ il principio di ogni manifestazione. Noi siamo assediati dai segni, ma la loro incessante proliferazione nasconde il fatto che essi non hanno piรน alcun significato, e quando le cose perdono il significato muoiono.

Se ci รจ concesso adoperare unโimmagine solo in apparenza paradossale, รจ come se lโindividuo postmoderno guardasse per non vedere: per non vedere, in definitiva, quel nulla che lo circonda e che la societร del simulacro โ dove la simulazione prende il posto della realtร fino a divenire piรน reale di ciรฒ che imita โ tenta in ogni modo di nascondere riempiendo lo spazio di segni irrelati, uno spazio che diviene talmente saturo di immagini da impedire la visione, una sorta di sfondo opaco, di buco nero nel quale corpi ed oggetti collassano.
Ebbene tra gli artisti che si oppongono a questa degenerazione dellโimmagine (e della visione), possiamo certamente annoverare Alessandra Maxร culi, unโartista italo-greca la cui multiforme attivitร spazia attraverso la pittura a olio, il disegno e lโincisione, con una particolare predilezione per tecniche antiche โ e ai nostri giorni alquanto trascurate โ come la xilografia. โIl tempo e lo spazio delle mie opere รจ indefinito, nebuloso e primordialeโ, afferma Maxร culi. E primordiale ci sembra un aggettivo che ben rappresenta la sua arte, in cui il confine tra figura e astrazione รจ sempre sottile e sfumato, e dove le infinite gradazioni del nero danno vita a visioni estremamente rigorose ed essenziali, e al contempo vivide e cangianti nei loro trapassi di luci e di ombre.

Sono opere mesmeriche, talvolta stranianti, dove segni, simboli e figure sembrano emergere da profonditร insondabili, e dove ciรฒ che lโocchio riesce a cogliere e decifrare non ha mai nulla di appagante e consolatorio, ma sembra una sorta di viatico per lโinvisibile, lโinvito ad un viaggio verso regni archetipici e numinosi, nella consapevolezza che lโimmagine a cui lโartista mira non si puรฒ vedere nella carta, nella tela o nei colori, proprio in quanto essa รจ stata in primo luogo concepita tramite quello che, a rigore, puรฒ definirsi un atto contemplativo prima ancora che sensoriale, e soltanto in un secondo tempo รจ stata imitata in forma visibile.
ร come se lโartista cercasse, e noi con lei, di risalire โ attraverso quello che in apparenza รจ il suo opposto, cioรจ il nero โ a quel bianco, a quel non-colore da cui tutti i colori e le loro infinite sfumature derivano, e di cui non sono altro che le differenziazioni. Bianco e nero, luce e tenebra, visibile e invisibile si alternano, si scontrano e si compenetrano attraverso un segno intenso e vibrante, ma questo gioco di riverberi animato da un ritmo serrato e di assoluta precisione, non ha nulla di dualistico o manicheo, ma รจ teso piuttosto a ricondurre questi due princรฌpi โ allโapparenza opposti, ma in realtร complementari โ allโunitร da cui derivano.

Lโoperazione dellโartista perde allora ogni carattere meramente soggettivo e contingente, e diviene un atto ieratico, un rito capace di trasmutare il visibile lasciando scorgere il suo principio immanifesto: lโimmagine diviene dunque manifestazione dellโinvisibile, simbolo di un oltre a cui si puรฒ soltanto alludere. Maxร culi, artista tradizionale nel significato che Coomaraswamy dava a questa espressione, non ha dimenticato quello che per Platone โ e per la Philosophia Perennis in generale โ รจ lo scopo dellโarte: rammentarci le veritร eterne, quelle veritร che lโanima ha โvistoโ prima della sua caduta nel mondo della molteplicitร e che ora, rivestita di un corpo, non riesce piรน a ricordare.
Artisti come Maxร culi ci ricordano che bellezza e veritร sono strettamente affini: la veritร , in greco ฮฌฮปฮฎฮธฮตฮนฮฑ, รจ letteralmente la โnon dimenticanzaโ, e la bellezza รจ ciรฒ che permette allโuomo di ricordare quello che ha dimenticato, di riappropriarsi di quel tesoro che giace nascosto nel cuore di ognuno, quel โfondo di onniscienzaโ di cui parlano i testi buddisti. Lโarte diviene allora un ponte proteso verso lโInfinito, una fenditura che consente di evadere dalla prigione dello spazio e del tempo, e di sfuggire cosรฌ al divenire e alla morte.

โColui che non immagina forme piรน nitide e migliori di quelle che puรฒ vedere questo caduco occhio mortale, non immagina affattoโ, afferma William Blake, un artista molto amato da Maxร culi; รจ con lโocchio del cuore, come insegnano i maestri sufi, che si vedono le realtร essenziali, quellโocchio immortale che solo รจ in grado di cogliere quella veritร intangibile, incolore e invisibile, che nรฉ le parole nรฉ le immagini potranno mai esprimere pienamente. Se si vuole vedere, bisogna chiudere gli occhi: Alessandra Maxร culi, fervida lettrice di testi metafisici e sapienziali, questo lโha ben compreso, e anche da qui deriva lโincanto profondo che emanano le sue opere, cosรฌ perturbanti e sconosciute.
