H.P. Lovecraft, i “mondi perduti” e la Teosofia

Una delle cose che più colpiscono il lettore che abbia familiarità con i temi dell’esoterismo è la grande quantità di elementi tradizionali nei racconti di Lovecraft, il che è ben strano se si tiene conto che egli si definiva un assertore convinto del meccanicismo e del materialismo. Questi concetti, tra cui quello dei cosiddetti “continenti perduti”, non gli giunsero però attraverso fonti autenticamente tradizionali, bensì per mezzo delle cogitazioni e delle affabulazioni dei teosofi di fine Ottocento, che ispirarono anche alcuni colleghi del Sognatore di Providence, come Clark Ashton Smith e Robert E. Howard.

di Miranda Gurzo

Con il succedersi dei decenni, successivamente alla morte di H.P. Lovecraft, gli studi sulla sua opera si sono moltiplicati. Grazie soprattutto agli sforzi monumentali di S.T. Joshi sappiamo quasi tutto ciò che c’è da sapere sulla genesi letteraria dei racconti legati ai cosiddetti Miti di Cthulhu. L’influsso di autori che in qualche modo approcciarono la narrativa dell’orrore cosmico prima di Lovecraft è stato elucidato in modo completo ed esaustivo. Così, ad esempio, sappiamo che da Lord Dunsany Lovecraft trasse l’idea di creare un pantheon che rispecchiasse le sue idee sulle forze possenti e titaniche che muovono il Cosmo; da Chambers e dal suo Re in Giallo l’idea che tali forze abbiano degli agenti infiltrati fra il genere umano, e che il contatto con essi sia foriero di morte o pazzia, mentre da Machen derivò il concetto che, una volta sollevato il velo del reale, aldilà di esso si possa scorgere prevalentemente l’Orrore.

Ci sono però diversi aspetti meno noti, o per meglio dire meno evidenti, che la critica letteraria non ha mai approfondito nel modo appropriato: una delle cose che più colpiscono il lettore che abbia familiarità con i temi dell’esoterismo è la grande quantità di elementi tradizionali nei racconti di Lovecraft, il che è ben strano se si tiene conto che egli si definiva un assertore convinto del meccanicismo e del materialismo. Questi concetti non gli giunsero però attraverso fonti autenticamente tradizionali, bensì per mezzo delle cogitazioni e delle affabulazioni dei teosofi di fine Ottocento. Va precisato che Lovecraft non fu un’eccezione: i membri del suo circolo letterario si scambiavano testi ed opuscoli di argomento teosofico per dare nuova linfa alla loro ispirazione. Basti menzionare Clark Ashton Smith e Robert E. Howard, che scrissero gran parte della loro narrativa ispirandosi ai favoleggiati continenti perduti così cari ai teosofi, ispirandosi il primo al Buddismo Esoterico di Percy Sinnett, il secondo agli opuscoli della Oriental Library Clinic, che contenevano spesso materiale di stampo teosofico.

Il testo che più influì sulle creazioni di Lovecraft, e l’unico del genere che Lovecraft abbia letto, fu The Story of Atlantis and Lost Lemuria di William Scott Elliot, del 1896. Il volume pretende di narrare la storia dei due continenti scomparsi dal punto di vista teosofico, con tanto di descrizioni accurate dei loro mostruosi abitanti. Le fervide fantasticherie teosofiche alimentarono la creatività di Lovecraft spingendolo a plasmare la sua mitologia personale, popolata di mostruosi Dei venuti dallo spazio nei tempi primordiali, città cosmiche custodi di tremendi segreti e montagne proibite dove allignano entità terrificanti:

“Sto assimilando qualcosa di grande interesse come retroterra o fonte, che mi ha tardivamente introdotto ad un ciclo mitico con cui ho motivo di credere che tu sia particolarmente familiare, cioè le leggende di Atlantide e Lemuria, come sviluppate dai moderni occultisti e ciarlatani sofisti. Veramente, alcuni degli spunti riguardo la perduta Città dai Cancelli d’Oro e i mostri informi dell’arcaica Lemuria sono ineffabilmente pregni di suggestione fantastica”,

scrisse Lovecraft nella sua lettera a Smith del 17/06/26 a proposito della lettura del libro di Scott Elliot. Lovecraft sfruttò appieno, negli anni successivi, tutte queste suggestioni, immaginando che nel corso di milioni e milioni di anni questo pianeta sia stato dominato da specie differenti da quella umana, che sarebbe relativamente recente. Si va così dalla Grande Razza de L’Ombra fuori del tempo, ai Mi-Go provenienti da Plutone in Colui che sussurrava nelle tenebre, agli Esseri Antichi venuti dallo spazio di Alle montagne della Follia, che oltre ad essere i creatori degli shoggoth, così simili ai “mostri informi dell’arcaica Lemuria”, ci viene rivelato, sono anche i creatori, per caso o per diletto, degli stessi esseri umani, anticipando così di diversi decenni le teorie della paleoastronautica.

Da una lettera a Smith del 29/11/30 apprendiamo che “il libro di Scott Elliot mi fu prestato da W. Paul Cook”. William Paul Cook (1881/1948), appassionato di giornalismo editoriale come lo stesso Lovecraft, oltre a prestargli numerosi libri lo persuase nel 1917 a riprendere i suoi sforzi letterari dopo uno iato di nove anni. È anche quindi per merito suo se Lovecraft divenne quel titano della letteratura fantastica che oggi il mondo conosce, e senza tema di smentita possiamo anche affermare che senza il serendipitoso prestito del libro di Scott Elliot forse la creatività di Lovecraft avrebbe preso strade diverse e, magari, non avremmo neanche i miti di Cthulhu come oggi li conosciamo.


Il Kadath come Axis Mundi

Uno dei più strabilianti parallelismi fra la narrativa lovecraftiana e le dottrine esoteriche tradizionali è il concetto di Asse del Mondo, il luogo metafisico dal quale ha origine tutto l’universo e attorno al quale ruota l’universo stesso. Nelle culture antiche l’Axis Mundi è rappresentato da un monte o una collina: l’Olimpo per i greci, il monte Meru secondo i Veda indiani, il monte Sion per gli ebrei, il Qaf per i musulmani. Secondo la teologia egizia di Hermopoli ed Eliopoli Il dio Atum creò l’universo da una collina emersa dalle acque primordiali, e lo stesso concetto figura in molte altre mitologie. La Montagna Sacra è posta sempre all’estremo settentrione e ciò la connette a una simbologia polare, poiché il polo stesso costituisce il Centro della volta celeste. La Montagna Sacra è il perno attorno a cui ruota il mondo, proprio come attorno al Polo ruota la volta del cielo.

Tutti questi concetti sono meravigliosamente rappresentati dal monte Kadath di cui Lovecraft scrisse nel romanzo The Dream Quest of the Unknown Kadath. La sua mole colossale si innalza al centro del Deserto Gelato all’estremo nord delle Terre del Sogno, dove regna l’eterna notte. Esso è coronato da un titanico Castello d’Onice la cui cima, il Faro degli Antichi, rifulge di un sinistro bagliore nella notte eterna, proprio come la cima del monte Meru risplende di luce. Essa sfiora il vuoto siderale ed è coronata da un diadema di stelle ignote agli uomini. Come nelle Antiche tradizioni esso è popolato da divinità, gli Dei della Terra, che lungi dall’essere i veri padroni del mondo non sono che marionette dominate dagli Altri Dei e dal Caos Strisciante Nyarlathotep. Con ciò Lovecraft si distanzia in modo netto dalla tradizione, affermando che sulle leggi apparentemente sagge e stabili che governano il mondo non governa altro che il Caos.

In una lettera dei primi di marzo 1933 a Clark Ashton Smith Lovecraft accenna di nuovo ad Atlantis and the Lost Lemuria di W.S. Elliot, tratteggiando anche un breve schema riassuntivo della storia esoterica dei continenti secondo il testo in questione. È rilevante, nella lettera in esame, l’accenno al Monte Meru, la Montagna Primordiale che è una figurazione simbolica dell’Asse del Mondo, situata al Polo Nord secondo la tradizione induista e vedica; rilevante perché in The Dream Quest of the Unknown Kadath (del 1927 e quindi scritto successivamente alla lettura del libro) come ben sappiamo la meta del pellegrinaggio onirico di Randolph Carter è proprio il Monte Kadath che come il Meru è una titanica montagna situata all’estremo settentrione.


Shamballah, ombelico del mondo

È evidente che il libro di Elliot è stato un testo seminale per la creatività di Lovecraft, che già ne aveva tratto ispirazione per scrivere un racconto altrettanto seminale: The Call of Cthulhu. In questo fondamentale racconto troviamo, nell’incipit, un accenno esplicito alla teosofia e alle sue credenze riguardo i cicli cosmici e la sopravvivenza di entità antichissime che in un remotissimo passato popolarono continenti ora scomparsi. Nel racconto viene menzionato esplicitamente il libro di W.S. Elliot, mentre fra i segni della riemersione di R’lyeh viene citata una “colonia di teosofi che aveva indossato in massa una tunica bianca per prepararsi alla solita ‘data gloriosa’ che non viene mai”.

Il tema della terra sprofondata tra i flutti è esplicito in The Call of Cthulhu, dal momento che la porzione della necropoli di R’lyeh che nel racconto riemerge dall’oceano è con ogni evidenza solo un esiguo lembo di una terra ben più ampia che, come precisò lo stesso Lovecraft successivamente, in At the Mountains of Madness, era sorta dalle acque poco dopo che la luna si era staccata dalla terra, un riferimento, quest’ultimo, alla teoria ancora oggi discussa su fatto che il nostro satellite naturale possa essere derivato dalla collisione del nostro pianeta con un altro oggetto astronomico. Se il regno di Cthulhu era situato in un continente scomparso del Pacifico, come Mu o la Lemuria teosofica, è pur vero che R’lyeh, la “città cadavere” ultratellurica, in quanto sede della mostruosa divinità venuta dalle stelle, corrisponde all’archetipo tradizionale del Centro del Mondo, che filtrò nella narrativa lovecraftiana attraverso il mito teosofico di Shamballah.

Quello di Shamballah, città capitale del regno occulto di Agharti, che taluni considerano come un reame sotterraneo, è uno dei concetti teosofici che più sembrano aver ispirato Lovecraft, che chiosò la lettera a Smith dei primi di marzo del 1933 citando il Segno di Shamballah, mentre nella missiva del 15/03/1933 gli confidò di essere

“molto curioso a proposito di questa città sacra di Shamballah, che si dice si trovi inviolata nel deserto del Gobi; si pensa sia stata costruita dai lemuriani o terza Razza Radice diversi milioni di anni fa… Shamballah sarebbe uno splendido tema narrativo. Mi chiedo se qualche teosofista o indù pretende di averla visitata”.

Nonostante le posticce elaborazioni teosofiche, quello di Shamballah è un concetto autentico che riverbera l’archetipo del Centro iniziatico supremo, proprio come il monte Meru, ispiratore del Kadath, è riconducibile all’archetipo dell’Axis Mundi. L’archetipo della città sacra avrà un impatto formidabile su Lovecraft, che naturalmente invertirà il valore positivo del Centro tramutandolo in una sede delle antiumane forze cosmiche sulla terra. HPL se ne servirà dapprima per modellare la mostruosa fortezza di R’lyeh in The Call of Cthulhu e lo riprenderà in tempi successivi. Ad esempio, la città di Yian-ho, “malefica reliquia dell’altopiano di Leng”, che Lovecraft cita per la prima volta in The Diary of Alonzo Typer, è riconducibile alla stessa fonte di ispirazione; lo stesso si può dire della “città interna ai poli magnetici” di The Dunwich Horror, che, come scrive Wilbur Whateley nel suo diario, può essere vista ripetendo la “Formula di Dho-Hna”.

In The Mound viene nominata più volte la città di Dho-Hna come capitale del regno sotterraneo di K’n-yan, cosa che suggerisce una ulteriore elaborazione del concetto presentato in The Dunwich Horror, rendendo ancora più apprezzabile l’affinità con la leggenda teosofica di Shamballah, che si ritiene si trovi in uno sconosciuto reame ipogeo. The Diary of Alonzo Typer, scritto da Lovecraft nel 1936 su commissione di William Lumley (a firma del quale uscirà nel 1938 su Weird Tales) è uno dei racconti che più sottolineano l’ascendenza teosofica delle creazioni lovecraftiane. Vi viene infatti menzionata la città di Shamballah e i Signori della Fiamma giunti da Venere che la edificarono (e questo è un concetto di diretta derivazione teosofica) così come la città proibita di Yian-ho che risale allo stesso archetipo, quello del Centro.

Il racconto ebbe un seguito a firma di Robert M. Price, dal titolo The Strange Fate of Alonzo Typer. Price, uno dei più fini esegeti lovecraftiani, scelse di amplificare il sottotesto teosofico del racconto originale presentando la vicenda come un resoconto del Reverendo Edgar Dowling “famoso per le sue letture akashiche in stato di trance… fornendo notevoli barlumi della vita nell’antica Atlantide e Lemuria”. Il tema dell’Akasha, una sorta di archivio eterico della memoria planetaria e cosmica, accessibile agli individui dotati di chiaroveggenza, risale anch’esso alla teosofia. Il racconto narra le visioni di Dowling, aventi per oggetto l’esplorazione della maledetta Yian-ho da parte del protagonista, che menziona anche la città interna ai poli magnetici (riconducibile sempre al Centro archetipale) citata da Wilbur Whateley nel suo diario in The Dunwich Horror.


Il ruolo di E. Hoffmann Price

Oltre a “Shamballah, costruita dai Lemuriani cinquanta milioni di anni fa, e ancora inviolata dietro le sue mura di forza psichica nel deserto orientale”, nello stesso racconto troviamo una menzione al Libro di Dzyan, che Lovecraft citerà anche nel suo ultimo racconto, L’Abitatore del Buio. H.P. Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, basò le sue opere fondamentali Iside Svelata e La Dottrina Segreta su questo testo che a suo dire sarebbe più antico del sistema solare, anche se l’opinione prevalente degli studiosi è che si tratti di uno pseudobiblium, al pari del Necronomicon lovecraftiano. La fonte di Lovecraft per quanto riguarda Shamballah e il Libro di Dzyan era di seconda mano. Nonostante si fosse più volte ripromesso di leggere nuovo materiale teosofico, HPL non poté tenere fede al proprio proposito, poiché il lavoro di revisore lo impegnava per la maggior parte del suo tempo.

Fu Edgar Hoffmann Price, che Lovecraft conobbe durante un viaggio a New Orleans nel 1932 su iniziativa di Robert E. Howard, a divenire la fonte privilegiata di Lovecraft per l’acquisizione di nuove nozioni sulle credenze teosofiche. Leggiamo infatti nella lettera di Lovecraft a Smith del 10/02/33 che

“Price ha riesumato un altro ciclo di folklore riguardante una cosa di supposte origini primordiali chiamata Il Libro di Dyzan (sic) che si suppone contenga ogni sorta di segreti sul Mondo Antico prima dell’inabissamento di Kusha (Atlantide) e Shalmali (Lemuria). È conservato nella Città Sacra di Shamballah, ed è considerato il libro più vecchio del mondo, essendo stato scritto in lingua Senzar (antenato del sanscrito), che fu portato sulla terra diciotto milioni di anni fa dai Signori di Venere. Non so da dove E. Hoffmann abbia tratto questa roba, ma sembra dannatamente buona. Gli domanderò di fornirci qualche particolare, anche se potresti esserci già imbattuto in questo ciclo in precedenza. Mi ricorda le cose di Scott Elliot riguardo la teosofia”.

L’entusiasmo e la curiosità espressi da Lovecraft verso i temi teosofici accennati da Price si riverberano anche nella sua lettera a quest’ultimo del 15/02/33:

”…il ciclo mitico di Pushkara-Plaksha-Kusha-Shalmali-Monte Wern-Senzar-Dzyan-Shamballah che hai riesumato mi causa un interesse febbricitante; e sono tentato di sommergerti di domande riguardo la fonte, la provenienza, gli aspetti generali e la bibliografia di tutte queste leggende sconosciute… sono veramente interessato alla questione Dzyan-Shamballah. Il suo scopo cosmico, i Signori di Venere, e tutto il resto, risuona in modo speciale ed enfatico nelle mie corde!”.

Price fornì nella sua lettera del 18/02/33, in risposta all’amico, un elenco abbastanza dettagliato sulle fonti del ciclo mitico di Shamballah, che includeva la Dottrina Segreta della Blavatsky, la Vita Interiore di Leadbeater e L’origine dell’uomo di Annie Besant. Apparentemente Lovecraft fu deluso nello scoprire che “quella roba mistica e primordiale di Price… era convenzionale materiale teosofico” (lettera a Smith del 21/02/33), tuttavia il suo interesse per il mito di Shamballah non venne meno, dato che aveva il sospetto che avesse avuto origine da qualche oscura leggenda induista:

“…il ciclo mitico teosofico è probabilmente basato su un antico retaggio indiano con certe aggiunte del 19esimo secolo”
(lettera a Smith del 15/03/33);

“…c’è probabilmente una buona parte di genuina tradizione nel retaggio teosofico. Una cosa che possiamo dire degli induisti è che la loro mitologia riesce ad afferrare meglio il ruolo transeunte e insignificante della terra… mi domando se queste leggende possono essere comparate a ciò che afferma il colonnello Churchward a proposito del sacerdoti himalayani ed i loro annali nel linguaggio primordiale Naacal che narrano della sommersa Mu… ovviamente queste tradizioni sono molto antiche fra gli induisti, e sarebbe interessante scoprire come sorsero… si tratta ad ogni modo di eccellente materiale narrativo!”
(lettera a Smith del 24/03/33).


Conclusioni

Dalla mole di materiale documentale disponibile, è innegabile che le dottrine teosofiche abbiano esercitato un influsso fondamentale sulla produzione letteraria di Lovecraft, così come sono state una base imprescindibile per la creazione di un suo personale ciclo mitico del passato remoto della terra. Benché abbia affermato che la dottrina teosofica fa “sembrare i miei Cthulhu e Yog-Sothoth pallidi e poco convincenti” (lettera a Barlow del 9/4/33), non ci sentiamo di condividere il giudizio netto e pesante di Lovecraft sulla sua narrativa. Essa è in realtà assai più convincente e suggestiva di qualsiasi affabulazione teosofica, proprio perché Lovecraft, conoscendo le dottrine di Blavatsky e soci solo superficialmente, ne ha estrapolato il nucleo archetipale e genuino rielaborandolo in chiave personale.

È proprio questa persistenza degli archetipi tradizionali nella letteratura lovecraftiana ad aver assicurato, nel tempo, un numero sempre crescente di lettori delle opere del Sognatore di Providence, poiché essi, fermamente radicati nell’inconscio collettivo, non possono fare a meno di risuonare al segmento di pubblico più sensibile, proprio come risuonarono nell’inconscio di Lovecraft quando vi si imbatté.


Bibliografia:

Dawnward spire, lonely hill. The letters of H.P. Lovecraft and Clark Ashton Smith, VV 1-2 Hippocampus Press 2020

O Fortunate Floridian, Lovecraft’s letters to R.H. Barlow, University of Tampa Press 2016

Renzo Giorgetti, Archetipi lovecraftiani, Dagon Press 2009

Bobby Derie, The Book of Dzyan (1888) by Helena Blavatsky

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