La monografia di Raphael Patai sulla โparte femminile di Dioโ, edita da Venexia Editrice, costituisce un prezioso supporto alla ricerca, tanto piรน in un paese come il nostro in cui disperatamente langue la traduzione di saggi ed articoli fondamentali la cui conoscenza getterebbe la giusta luce su tante tematiche spesso fraintese o lasciate alla libera interpretazione dello studioso.
di Andrea Casella
La monografia di Raphael Patai sulla โparte femminile di Dioโ, edita nel mese di luglio da Venexia Editrice, costituisce un prezioso supporto alla ricerca, tanto piรน in un paese come il nostro in cui disperatamente langue la traduzione di saggi ed articoli fondamentali la cui conoscenza getterebbe la giusta luce su tante tematiche spesso fraintese o lasciate alla libera interpretazione dello studioso.ย
Questโopera รจ tanto piรน importante in quanto rappresenta unโennesima, dura picconata al pregiudizio, in voga soprattutto (ma non solo) in ambienti afferenti al tradizionalismo integrale, secondo cui lโEbraismo sarebbe genuinamente monoteista.ย

Simili tesi, basate sullโossessiva rimasticazione di non piรน di quattro o cinque passaggi biblici, peraltro di dubbio significato, non tengono in alcun conto la storiografia, lโarcheologia, la comparazione con le altre religioni semitiche del Vicino Oriente e neppure il dato dello stesso testo sacro, dal momento che, come agevole rendersi conto sfogliando qualsiasi edizione della Bibbia, la religione popolare degli Ebrei รจ stata per molti secoli tranquillamente politeista.
Neanche Raphael Patai puรฒ esimersi da questo gigantesco assioma di partenza. A partire dal 1100 a.C. circa (data del loro arrivo nella Terra di Canaan) e almeno fino al 586 a.C., data della distruzione del Primo Tempio da parte di Nabucodonosor, gli Ebrei adorarono piรน di una divinitร oltre a Yahweh, e dedicarono un particolare culto alla dea Asherah.ย
Asherah era una dea dei popoli semitici occidentali e il suo nome compare per la prima volta nelle tavolette della cittร -stato di Ugarit, datate al XIV secolo a.C. Ivi Asherah era la dea preminente del pantheon ugaritico, in quanto sposa del dio supremo, El, spesso chiamato โtoro Elโ nei testi ugaritici. A El Asherah aveva partorito numerosi figli, protagonisti di significative vicende nella mitologia ugaritica, i piรน importanti dei quali erano senzโaltro Hadd, o Hadad (comunemente detto Baal, โSignoreโ) e sua sorella Anat. Tra i popoli semitici orientali, o akkadici, invece, non sarebbe stata adorata in quanto tale, ma, osserva Patai, figure come la famosa Inanna/Ishtar e, soprattutto, una Ashratum [1], che compare in un testo sumero del 1750 a.C. in onore di Hammurabi, possono ben esserle accostate.ย
Asherah si presenta come la tipica Magna Mater Deorum, materna e benevola da un lato, vendicativa e sanguinaria dallโaltro. Come ben nota lโautore, questa duplicitร , esprimente allโapparenza unโinsanabile contraddizione, รจ destinata a ricomporsi avendo presente che lโarchetipo principiale della Dea esprime quella forza cosmica ciclica che al รจ contempo vita e morte. Dando la vita la Dea getta gli esseri nel divenire che comporta la dissoluzione delle forme secondo lโordine del tempo. Non รจ un caso che Asherah e le sue controparti, Anat, Astarte, Inanna/Ishtar, Anahita, si identifichino con il duplice astro di Venere [2], che come Phosphoros accompagna la nascita del Sole allโalba, come Hesperos ne accompagna la morte al tramonto, รจ il modello astrale da cui questa dottrina promana. Da lodare, pertanto, anche la scelta della casa editrice di mettere in copertina una significativa immagine di Asherah, che sembra danzare gioiosa, se non fosse che i suoi piedi calpestano un mucchio di teschi umani.
Paredro di Asherah fu ovviamente quello Yahweh al cui culto esclusivo il profeta di turno cercรฒ sempre di riportare i riottosi Ebrei. Patai vi dedica alcuni passaggi, mettendone in luce la relazione con altre divinitร come Enlil, Yam e soprattutto Hadad-Baal, di cui fu acerrimo avversario, ma del quale finรฌ per incorporare le caratteristiche, assumendone anche lโidentico epiteto di โCavaliere delle Nuvoleโ. In effetti, Yahweh ha tutta lโaria di essere stato, in origine, una divinitร dei fenomeni atmosferici e della tempesta, in ciรฒ del tutto simile ai vari Enlil, Ishkur e Hadad/Baal. I due Cherubini, effigiati sul coperchio dellโArca dellโAlleanza, non sarebbero altro che unโallegoria delle nubi che annunciavano il reboante arrivo di Yahweh.ย

Con la fine dellโesilio babilonese e il ritorno in Palestina, gli Israeliti abbandonarono definitivamente il politeismo in favore del monotesimo yahwistico. La Dea, tuttavia, non scomparve del tutto, ma si occultรฒ dietro il paravento delle dottrine talmudiche, divenendo un aspetto del Dio unico, la sua Shekinah, la parte femminile e presenza reale di Dio, visibile nel fumo dellโincenso diffuso nel Santo dei Santi del Tempio ed evidente, estrema propaggine concettuale delle nuvole che Yahweh cavalcava un tempo.ย
Nelle speculazioni cabalistiche medievali la Shekinah assume piรน generalmente il nome di Matronit, nome modellato, con tutta evidenza, sul latino mater. La Matronit presenta quattro aspetti che ricordano da vicino lโambivalente indole della Dea. Essa รจ al contempo madre, vergine, puttana e omicida. Facendo ricorso a categorie tipiche della psicanalisi, Patai scorge in essa lโarchetipo del femminino cosรฌ come interiorizzato dal maschio dellโessere umano.ย
Lโopera non poteva esimersi dal trattare brevemente anche del demone Lilith, altra rielaborazione talmudico-cabalistica di una sanguinaria semi-dea sumero-akkadica, personificazione a sua volta dellโaspetto piรน oscuro e notturno di Inanna/Ishtar. La Lilith dellโebraismo subisce a sua volta unโevoluzione, passando dallโessere un demone notturno uccisore di bambini, di cui succhia il sangue (in ciรฒ del tutto simile allโoriginale sumero-akkadico), a unโentitร perversa che tende ad accoppiarsi nel sonno con gli uomini che dormono soli in casa (dando vita a una progenie demoniaca), alla prima compagna di Adamo.ย
Molto interessante la parte relativa alla natura femminile dello Shabbat, in origine probabilmente connesso alla festa sumero-akkadica della luna [3], shabattu. I rimandi alla Dea traspaiono chiaramente: lo Shabbat inizia giร del venerdรฌ precedente, con la preparazione di tutto ciรฒ che occorre al giorno sacro. Venerdรฌ era il giorno dedicato alla Dea. Ma il settimo giorno della settimana rimanda anche alla dottrina pitagorica del numero sette, numero โverginaleโ per eccellenza, non essendo il prodotto nรฉ il fattore di produzione di alcun numero allโinterno della decade. Per questa sua qualitร Filone di Alessandria paragona lo Shabbat alla dea Atena, la vergine dea nata senza concorso femminile dalla testa di Zeus e giร armata di tutto punto. Filone figura lo Shabbat come una donna, la vergine figlia di Dio, con doti di comando e governo. Il Talmud va ancora oltre, facendone la simbolica sposa di Israele e regina. Per certi versi โestremaโ, ma non meno dโinteresse, rispetto allo Shabbat, la posizione dei Falascia, gli ebrei dโEtiopia. Per questo gruppo etnico-religioso lo Shabbat รจ equiparato a Dio, assumendo quindi le caratteristiche di una vera e propria dea.ย
Il volume si conclude con unโappendice che ci mostra lโatteggiamento abbastanza disinvolto di una comunitร ebraica periferica nei confronti della tradizione pittorica ellenistica. Nellโavamposto romano della cittร di Dura Europos (caduta in mano ai Persiani nel 256 d.C.) vennero alla luce i resti di una sinagoga con un affresco che, in modo inconsueto, tenuto conto delle proibizioni ebraiche in materia di immagini, raffigura il bambino Mosรจ salvato dalle acque del Nilo in braccio a una donna nuda. Lโiconografia ricorda da vicino quella della dea iranica delle acque Anahita, nonchรฉ quella di Afrodite (con cui Anahita era identificata) con in braccio il piccolo Eros. Lโinterpretazione di Patai รจ nel senso che non possa comunque trattarsi di una dea pagana tout court, atteso che poco distante un altro affresco raffigura lโArca dellโAlleanza in atto di distruggere le statue degli dei palmireni adorati a Dura Europos. In accordo alla dottrina talmudica, la donna sarebbe invece una rappresentazione della Shekinah, che il Midrash riconnette strettamente a Mosรจ. Cionondimeno, e forse nella stessa inconsapevolezza dellโartista, non puรฒ che sorprendere lโintima coerenza della raffigurazione con quanto fin qui detto. Se la Shekinah-Matronit non รจ che la prosecuzione nel cuore del monoteismo yahwistico dellโoriginario modello divino pagano, incarnato nelle grandi dee del Vicino Oriente, lโapporto figurativo ellenistico non fa che manifestare sul piano estetico tale intima filiazione.ย
Insomma, e per concludere, La dea degli Ebrei ci mostra come lโeliminazione dellโeterno femminino, perpetrata dalla religione profetica, non possa scalfire nei fatti il bisogno di religione naturale dellโuomo. La Dea, spazzata via nella forma, rinasce costantemente nel bisogno inconscio dei suoi seguaci di prostrarsi davanti allโeterna madre, vergine, prostituta e guerriera. Come la testa dellโIdra di Lerna, la recisa religiositร che anela alla Dea rinasce di necessitร , e sotto mentite spoglie si insinua quasi inconsapevolmente nelle dottrine esoteriche, poste al confine della religione ufficiale, dallโambito delle quali ci parla con il linguaggio che conoscevamo. Shekinah, dal verbo โshakhanโ, sostantivo indicante letteralmente lโatto dellโabitare: la Dea continua ad essere presente in mezzo a noi e dentro di noi, nonostante il suo apparente esilio.
NOTE:
[1] In realtร , secondo la nostra opinione, per lโepiteto di โAsherah del Mareโ, la divinitร akkadica che piรน le si avvicina รจ Ishara, detta parimenti โIshara del Mareโ, terribile dea-scorpione, allotropo di Ishtar, che lโelenco MUL.APIN identifica con GIR.TAB, la costellazione dello Scorpione. Ishara, signora delle profonditร , รจ anche la madre dei Sette Grandi Dei, identificati con le Pleiadi.
[2] Che ha peraltro una corrispondenza nel duplice corno lunare, tanto che piรน tardi tutte queste dee finirono per identificarsi in certo modo con la luna, al pari di Artemide in Grecia. Si noti che nei tempi piรน antichi del Vicino Oriente la luna era espressione di un principio maschile. Maschili erano le divinitร lunari Nannar, Sin, Yerah (Terah), Laban.
[3] Patai parla della luna piena, ma sarebbe forse piรน corretto riferire la festa al novilunio, anche in considerazione di alcuni passi biblici in cui Shabbat e luna nuova sembrano interdipendenti.
