Reportage fotografico di viaggio: Mongolia Settentrionale (parte II)

(segue dalla parte I)

« Terra di nude montagne, di pianure arroventate dal sole e gelate dal freddo, ove regnano le malattie del bestiame e degli uomini, la peste, l’antrace e il vaiolo; terra di sorgenti bollenti e di valichi montani custoditi dai dèmoni, di laghi sacri brulicanti di pesci; terra di lupi, rare specie di cervi e di mufloni, di milioni di marmotte, cavalli, asini e cammelli selvaggi, animali tutti che mai han conosciuto la briglia, terra di cani feroci e di uccelli rapaci che divorano i cadaveri che quel popolo abbandona nelle pianure: tale è la Mongolia.

Patria di genti che stanno scomparendo e guardano biancheggiare al sole le ossa calcinate degli antenati, genti che conquistarono la Cina, il Siam, l’India settentrionale e la Russia, e i cui petti si scontrarono con le lance di ferro dei cavalieri polacchi che difendevano allora la Cristianità dall’invasione della nomade e selvaggia Asia: tale è la Mongolia.

Terra di grandi ricchezze naturali che pure non produce nulla, ha bisogno di tutto, e pare soffrire di tutti i mali e i cataclismi del mondo: tale è la Mongolia. »

(F.A. Ossendowski, “Bestie, uomini, dei”, cap. XVII, “Mongolia misteriosa”)

Come probabilmente qualcuno di voi lettori già saprà, il mese di agosto mi ha visto impegnato in un viaggio in Mongolia — in particolar modo nella regione settentrionale al confine con la Siberia — durante il quale, con il supporto della guida Bolod (http://www.bolodtours.com/) ho avuto modo di visitare i luoghi più significativi, di apprendere gli usi e i costumi della popolazione nomade e di raccogliere materiale per una serie di articoli che usciranno su A X I S m u n d i nonché su altre testate. In attesa delle pubblicazioni in questione, ho deciso di pubblicare un reportage fotografico (diviso in due parti) del viaggio, corredato da brevi note, con lo scopo di avvicinare il lettore alla scoperta della Mongolia innanzitutto da un punto di vista visivo.

[Clicca sulle fotografie per visualizzarle a schermo intero]

— Bulgan / Selenghe.

Le province di Bulgan e Selenghe sono caratterizzate da immense valli intervallate da fiumi (il più famoso è per l’appunto il fiume Selenghe, che dà il nome al territorio che attraversa), boschetti di conifere, crateri ormai inattivi, e dai soliti, onnipresenti, ovoo sciamanici, sui cui cumuli di pietre i fedeli lasciano le offerte più disparate (denaro, oggetti personali, icone sacre, teschi di cavalli, stampelle). Presso il monastero buddhista di Bulgan, la cui fondazione risale al XVII secolo, Ferdinand A. Ossendowski incontrò per la prima volta il semi-leggendario barone Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg. Sul suo soffitto si può ammirare il simbolo del Kalachakra, termine che nel buddhismo Vajrayana indica la ruota samsarica del tempo, dei cicli temporali, delle morti e delle rinascite. Oggi in questo luogo i giovanissimi lama giocano spensierati con un cucciolo di cane: qui sacro e profano si intersecano in maniera palpabile.

 

— Khövsgöl.

Il lago Khövsgöl è il secondo più esteso del paese per area dopo l’Uvs Nuur, ma il primo per volume a causa della sua profondità (circa 140 m contro i soli 12 dell’Uvs). Contiene circa il 70% dell’acqua dolce del paese, ragion per cui gli autoctoni si riferiscono ad esso come il «Mare della Mongolia» e lo considerano sacro, così come i siberiani considerano sacro il lago “gemello” Baikal, il più vasto dell’intera Asia. Effettivamente già nella regione di Khövsgöl si respira l’aria della taiga siberiana: oltre ai laghi tipicamente alpini ci si imbatte in boschetti di larici e betulle, rigagnoli e torrenti. Sulle rive del lago principale e sui sentieri boschivi si possono incontrare, oltre ai cavalli che vengono allevati dagli autoctoni residenti in casette di legno colorato, anche consistenti mandrie di yak.

 

— Gli Tsaatan: uomini-renna.

All’estremo nord della Mongolia, al confine con la Siberia, vivono gli ultimi 230 membri della tribù degli Tsaatan (lett.: «uomini renna»), antichissima etnia di origine turco-altaica con tradizione e lingua propri che vive in simbiosi con le proprie renne, dalle quali ottengono tutto il necessario per il sostentamento. Il regime sovietico negli anni ’30 ha tentato inutilmente di “stanarli” e di convincerli ad abbandonare la propria vita tradizionale, con l’illusione di un lavoro e di una vita sedentaria. Sono molto legati alle proprie tradizioni sciamaniche e vivono in tende simili a quelle dei nativi americani, a testimoniare l’antica migrazione attraverso lo stretto di Bering.

 

— Tsagaan Nuur: il Lago Bianco.

Tsagaan Nuur è l’ultimo villaggio di baracche di legno sparpagliate nella steppa raggiungibile in jeep prima di giungere nella vasta taiga, al confine con la Russia, abitata dagli «uomini-renna». A dargli questo nome (lett.: «Lago Bianco») è lo specchio d’acqua glaciale che rappresenta la maggiore attrattiva naturalistica dell’area in questione, sulle cui acque calme si possono avvistare stormi di cigni. La zona circostante è interamente vulcanica: dalle strutture piramidali semi-artificiali di roccia magmatica che costeggiano il lago al cratere inattivo nei suoi dintorni sembra quasi di trovarsi in Islanda più che in Asia.

 

— Stele del Cervo, tombe antiche, fortezze Uigur.

La denominazione dei monoliti mongoli conosciuti come “Stele del Cervo” deriva dal fatto che sulla loro superficie sono stati scolpiti, oltre a simboli lunisolari e iscrizioni in antichi idiomi, dei cervi in volo. Gli archeologi hanno rinvenuto oltre 500 pietre similmente instoriate in tutta la Mongolia. Si ritiene che vennero erette dalle antiche popolazioni che nell’età del bronzo (circa 1000 a.C.) abitavano queste steppe, gli Sciti e i Cimmeri. Le Stele nelle foto sono ubicate nella provincia di Arkhangai. Le civiltà dell’età del bronzo edificarono anche antiche tombe a tumulo, consistenti in una pila di pietre accatastate l’una sull’altra e talvolta circondate da un perimetro rettangolare anch’esso pietroso. La tradizione e l’utilizzo di luoghi di sepoltura venne poi continuata dalle popolazioni più recenti, tra cui gli Unni. Di età più recente (VII – X secolo d.C.) sono invece le fortezze innalzate dagli Uiguri, che denotano uno stile architettonico del tutto peculiare.

 

 Mongolia centro-settentrionale.

Poco fuori Ulan Bator, vicino a un ovoo, troneggia una statua di un noto sciamano, morto in un incidente stradale a pochi metri di distanza, qualche anno fa. È stata eretta dai suoi allievi e dalle persone che in vita aveva aiutato e guarito con la sua arte: essi vedono nella sua tragica sorte una specie di sacrificio, in quanto dopo il suo decesso molti di loro hanno sperimentato un miglioramento inatteso delle proprie condizioni di salute o un incremento repentino dei propri poteri sciamanici. La gente lascia sotto la statua offerte votive, tra cui bottigliette di vodka (nello sciamanesimo mongolo questa bevanda alcolica ha una grande rilevanza) e una statuetta in legno rappresentante un lupo, animale che per la sua propensione a vivere ai margini della società rispecchia in pieno l’approccio all’esistenza dello sciamano. Al Museo di Storia Nazionale di Ulan Bator si possono ammirare, oltre ai petroglifi risalenti al Paleolitico e al tardo Neolitico, costumi tradizionali risalenti alle varie epoche storiche e altri oggetti caratteristici mongoli (maschere rituali, giochi da tavolo, strumenti musicali).

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. francescodalpino ha detto:

    Complimenti davvero interessante

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    1. Marco Maculotti ha detto:

      Grazie Francesco 🙂

      Mi piace

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