Il popolo Berbero: tra carovane, deserti e oasi

Gli Imazighen (ⵉⵎⴰⵣⵉⵖⴻⵏ, “gli uomini liberi”) sono probabilmente uno dei casi più autentici, longevi e interessanti di popolazione nomade che sia giunto fino ai nostri tempi. Meglio conosciuti come Berberi (poiché chiamati al-barbar dagli arabi), sono l’ultima popolazione nomade attualmente presente nella zona geografica del Sahara. Di essi si sa ben poco se non informazioni che giungono a noi dalle cronache degli imperi e regni (poi dissoltisi nel corso dei secoli) che hanno avuto a che fare con loro per vicinanza geografica e ragioni economiche (egizi e romani in primis).

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Area di sviluppo della popolazione Tuareg

Storia ed origini

Le teorie accreditate stimano la comparsa dei Berberi intorno al 20.000 a.C. nella zona settentrionale dell’Africa, probabilmente derivanti dall’uomo di Mechta-Afalou (una variante del paleo-europoide dell’uomo di Cro-Magnon) il quale si è insediato nei territori del nord Africa fino al 10.000-5.000 a.C. quando l’apparizione dei capsiani ha spinto le popolazioni di tipo mechtoide sempre più verso occidente portandoli a colonizzare le Isole Canarie ed abbandonare gli insediamenti nord africani.

Più certe e univoche sono sicuramente le notizie pervenute a noi dagli Egizi che citavano i ṯmḥw, i Rbw ed i mšwš già nell’età predinastica intorno al 3.000 a.C.; gli ultimi due saranno successivamente conosciuti come Libu (o libici biondi appartenenti ai Popoli del Mare, confederazione di etnie schiacciate poi dai faraoni egizi, in particolare Ramesse III il Vittorioso) e Meshwesh (il popolo dei Ma) che divennero addirittura faraoni attorno al 1.000 a.C. venendo inclusi nel regno egizio durante l’espansione ad occidente.

Il continuo contendersi del nord Africa da parte dei grandi regni portò il crollo delle dinastie egizie e l’invasione dei popoli punici e fenici che fondarono nei territori propriamente berberi le loro più grandi città come Cartagine (814 a.C.) e Oea (Tripoli di Libia, 700 a.C.); subito dopo giunsero anche i greci che invece di iniziare conflitti coi popoli endemici costruirono solamente la fiorente colonia di Cirene (630 a.C.) nell’attuale distretto di al-Jabal al-Akhdar in Tunisia. Nel nord Africa vigeva quindi un precario equilibrio dove diverse etnie vivevano in pace dopo il crollo dell’impero egizio (il quale aveva connotazioni molto violente e inglobatrici) pregando i loro dèi e praticando le loro attività principali (commercio, artigianato e pastorizia) in territori propri, riconosciuti a loro volta dalle altre popolazioni.

Tale equilibrio però venne rotto dal momento che iniziarono le Guerre Puniche poiché l’arrivo dei romani spezzò quel sottile filo che permetteva a tutte le popolazioni africane di coesistere in serenità; la caduta di Cartagine e la seguente annessione di tutto il nord Africa all’Impero romano distrusse tutto quell’ecosistema autogovernato dai Berberi che si videro spinti sempre più verso sud perdendo molti dei siti da loro fondati e subendo una vera e propria diaspora al pari di quella giudaica.

Dato il multiculturalismo dell’Impero romano diversi berberi si unirono con i popoli europei venendo inglobati a tutti gli effetti nel sistema sociale dell’Urbe, molti di loro impararono il latino e studiarono nelle “terre degli invasori” dando addirittura alla luce scrittori (Terenzio, Apuleio o Tertulliano), santi cristiani (Santa Monica e Zeno di Verona), Dottori delle Chiesa ed eminenti filosofi cristiani (Sant’Agostino in primis), papi ed addirittura imperatori (Settimo Severo, Emiliano e Macrino). Fino al V secolo d.C. il territorio africano rimase in mano romana per poi crollare con il relativo crollo dell’Impero romano d’occidente, a quel punto il territorio divenne mercé delle spedizioni dei Vandali di Genserico e di alcune campagne fallimentari di Giustiniano (534 d.C.) per estendere il potere del neo Impero romano d’oriente il quale però dovette rinunciare in fretta alle pretese africane per via dell’arrivo dell’orde arabe. 

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Tuareg durante la preparazione della “cerimonia del tè”

Cultura e lingua

Nati come popolo nomade e politeista i Berberi erano soliti spostarsi per seguire rotte commerciali e per cercare luoghi più consoni dove praticare pastorizia e agricoltura. Si deve a loro l’addomesticamento dei dromedari (fino ad allora mai utilizzati) come mezzo di trasporto, cosa che li rese molto graditi agli occhi sia dei romani che degli arabi. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare i Berberi non sono geneticamente di pelle scura (come il resto della popolazione africana di origine negroide) bensì ci sono prove certe che fino all’età del Bronzo (1300 a.C. circa) tra i caratteri genetici comuni vi fossero la depigmentazione, l’albinismo e il biondismo (carattere visibile in maniera residuale solo più nelle popolazioni berbere dell’Atlante e tra i Guanci delle Canarie) peculiarità andate pian piano a perdersi con la pratica del meticciato come chiave per la sopravvivenza filo-storica.

Al contrario dei tratti epidermici c’è un attributo che i Berberi non hanno assolutamente perso, ed è quello della lingua. La lingua berbera è infatti conosciuta tra i parlanti come tamazight la quale fa parte del ceppo linguistico afro-asiatico con forti inflessioni ed influenze dall’antico egizio, dall’arabo e dall’ebraico dato che per secoli queste etnie sono entrate in rapporto tra di loro per via dei continui spostamenti delle popolazioni berbere (vi sono infatti berberi ebrei come quelli abitanti sull’Atlante).

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Alfabeto della lingua tamazight; si può notare come non vi sia nulla di simile all’arabo

Nonostante si possa erroneamente pensare che i berberi parlino arabo data la massiccia conversione all’Islam la loro lingua originale e storica rimane a tutti gli effetti la lingua ufficiale; essa ha infatti il proprio alfabeto, la propria grammatica e le proprie correnti interne (alcuni stimano addirittura che siano migliaia), senza contare i dialetti zanata parlati dalle antiche tribù nomadi. I diversi stati berberi hanno quindi un tamazight proprio che differisce per inflessioni e forme dagli altri, qui di seguito in sintetico elenco: tashelhit (lingua degli Chleuh, sud del Marocco), tamazight del Marocco centrale o beraber (Marocco centrale), tarifit (lingua del Rif, nord del Marocco e Melilla), taqbaylit o cabilo (Cabilia, nel nord dell’Algeria), tashawit (regione dell’Aurès, a est della Cabilia), tumzabt (regione dello Mzab alle porte del deserto), tamashek o tamahaq (la lingua dei Tuareg) e tasoussit (regione di Souss del Marocco).

Attualmente la lingua berbera ha una tutela giuridica riconosciuta dai paesi del nord Africa attraverso gli istituti di lingua quali l’IRCAM (Institut Royal de la Culture Amazighe; in Marocco), l’HCA (Haut-Conseil à l’amazighité; in Algeria), la DNAFLA (Direction nationale de l’alphabétisation fonctionelle et de la linguistique appliquée; nel Mali) e addirittura dall’Accademia berbera di Francia. In Marocco e Algeria il berbero è inoltre lingua ufficiale mentre è riconosciuto come lingua nazionale del Niger e del Mali. La letteratura berbera infatti non è sterile e vi possono contare diversi cicli narrativi comprendenti: miti, cronache e racconti.

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Mappa linguistica delle varie inflessioni tamazight

La cultura berbera è a tratti simile a quella dei beduini arabi del Golfo persico nonostante differisca in diverse pratiche e soprattutto per quanto riguarda la tradizione culinaria: i berberi fanno un massiccio utilizzo di tè alla menta (che è infatti la bevanda più consumata nel nord Africa) e di farine d’orzo per la creazione di piatti da consumare tutti assieme e di grande nutrimento come il cuscus. Inoltre sono stati i primi popoli a scoprire l’apporto energetico e nutritivo dei datteri e del miele (cibaria giù conosciuta dai romani e dai greci).

Come detto più volte in questo scritto il popolo berbero si è poi diviso in moltissime etnie che hanno abbracciato diverse fedi e usanze come i Tuareg che sono nomadi ma prevalentemente islamici, o i berberi ebrei che abitavano i monti dell’Atlante e che nell’ultimo secolo si sono trasferiti in massa in Francia, Stati Uniti e nel moderno Stato di Israele; gli ultimi eredi più autentici si pensano siano i Guanci abitanti nelle Isole Canarie ma il loro esiguo numero non permette una classificazione certa e univoca.

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Berberi ebrei del Marocco

Religione, mitologia e rituali

Dato il vasto mosaico che è la cultura berbera nel suo senso più lato ed ampio diviene difficile tracciare delle linee universali per quanto riguarda la dimensione spirituale e dottrinale di questo popolo. Essendo il popolo propriamente indigeno del nord Africa esso ha sempre posseduto forti caratteristiche animistiche e politeistiche rimanendo ancorato alle “credenze del deserto” che vedono una connessione panteista con il deserto considerato una vera e propria divinità. I culti casalinghi dei berberi non sono noti poiché trasmessi secondo tradizione orale e di segmento in segmento ma quello che è certo è la sfumatura naturalistica dei culti antichi dei popoli nomadi.

Con l’avvento dell’Impero islamico gran parte dei berberi si sono convertiti alla nuova religione, in particolare il popolo nomade dei Tuareg, assumendo però la scuola filosofica malachita piuttosto che quella wahabita che proveniva da oriente. Nonostante ciò essi rientrano nella grande famiglia dell’Islam sunnita.

Vi sono però delle curiose eccezioni, come detto sopra vi è una forte componente di berberi di religione ebraica situatisi principalmente a nord-ovest dell’Africa, per la precisione nella catena montuosa dell’Atlante nei pressi del Marocco meridionale. Non è ancora chiaro come mai quei dati popoli siano stati convertiti al giudaesimo dato che storicamente il popolo ebraico non ha mai calcato il territorio maghrebino, si pensa infatti che i berberi dell’Atlante si siano collocati ivi dopo molto tempo e che non siano endemici dei monti africani piuttosto siano esuli dalla zona del Sinai per via della colonizzazione forzata dell’Impero egizio. Attualmente questa “setta” è ridotta ad un numero davvero esiguo dato che gran parte degli ebrei si sono poi spostati in Europa, America ed Israele.

La mitologia si è quindi divisa nelle varie credenze perpetuate dal popolo berbero, ovvero: islamista, giudaica ed animista. Per quanto riguarda le prime due vi sono poche differenze dal corpus ufficiale e universale condiviso dai vari fedeli ma per quanto riguarda l’ultima bisogna spendervi alcune parole: nonostante sia comunque complicato avere fonti autorevoli ed univoche quello che è certo è che le prime popolazione berbere avessero un culto legato alle stagioni e alle componenti naturali che caratterizzavano la maggior parte dei culti naturalistici di allora; certamente vi era un forte legame con le stelle, le costellazioni e il cosmo, strumenti utili sia per la venerazione che per la divinazione o semplicemente per l’orientamento durante le traversate del Sahara. Un esempio eclatante sono certamente i Tuareg, dei quali abbiamo una spiegazione alquanto esaustiva e chiara delle loro costellazioni alle quali associavano connotazioni animali ed umane legandole con miti millenari tramandati tra le steppe desertiche.

Qui di seguito un sintetico elenco dell’organizzazione cosmica dei Tuareg: Orsa maggiore (“La Cammella” [talămt], che comprende altre 9 stelle), Orsa minore (“Il piccolo di Cammello” [äwära/alegod], che comprende la “Stella Polare” [Lenkeshem/Lekeshan], le Pleiadi (“Le figlie della Notte” [Shet Ehod] mitologicamente spose di Orione e Aldebaran, sono propriamente 7 e organizzate a coppie tranne per una che è da sola: Ma teseksek – Essek-awet, Ma teleghlegh – Ellegh-awet, Ma teregreg – Erreg-awet e Tit-ennit aba-tet [“colei a cui manca un occhio”], La coda dell’Ariete (“dove pregano le Figlie della Notte” [tamezgida n Shet Ehod]), Ladi (“Le Capre” [ulli], è un ammasso luminoso che compone la testa della Costellazione del Toro), Corona Boreale (“La capanna dei Fabbri” [Abuk n enaden], di cui Alphecca è la stella più luminosa, rappresenta infatti il focolare dove questi artigiani stellari lavorano); Orione (“La Guida” [Amänär], composta da Betelgeuse [Afus wa n äghil; “la mano destra”], Bellatrix [Afus wa n teshalge; “la mano sinistra”], il Balteo di Orione [Tagbest n Amänär; “la cintura di Amänär” e Takuba n Amänär; “la spada di Amänär ”], Rigel [Ader n alaku; “il piede [sinistro] che sta nel fango”]; Scudo di Orione [tamezgida n Amänär; “il luogo di preghiera di Amänär”], Nebulosa di Orione [Eyy (o äshiwan Amänär; “il sesso di Amänär”]), Toro [Kukayod], Gemelli/Centauro (“Le gazzelle Nere” [“Ineran”], Croce del Sud [“Igarren”, che rappresenta la pianta di Maerua crassifolia endemica delle zone desertiche del nord Africa che in lingua tuareg prende il nome di atil/agar], Lira (“L’avvoltoio appollaiato” [égädär wa sgänän], con la sua stella più luminosa Vega), Aquila (“L’avvoltoio in volo” [égädär wa iggädän], con la sua stella più luminosa Altair], Cigno (“La gru coronata” [Tanegit], Cane Maggiore (“Coloro che si muovono facendo rumori secchi” [Ifäräkfärakän], Lepre (“Le gazzelle dorcas” [Ihenkad/Izekad], Nave Argo (composta da Canopo [Ghusshät; “agosto”], δ Velorum [Tänaflit; “il benessere”] e Tezzurt; “il malessere”), Cassiopea (“I giovanotti/l’assemblea” [Ibäradän/Jämaghät]), Quadrato di Pegaso (“Il tetto” [Tafella], Via Lattea (“La via che conduce verso Aïr” [Tarrayt n Ayer]) e lo Scorpione [Tezardemt] (composta da: Antares [Abelkoray/Amrot; “un giovane che vi si sta arrampicando”], GraffiasDschubba [Tibaradin; “le fanciulle”], Tenilt [“lo struzzo femmina”] che rappresenta la coda dello scorpione a sua volta composta da ShaulaLesath [Tyettawén en tanilt; “gli occhi dello struzzo”].

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La costellazione di Pegaso e le stelle di riferimento dei Kel Tamasheq

Come possiamo notare la cosmologia tuareg ha a che fare con analogie quotidiane come già solo il caratterizzare le costellazioni con i cammelli e non con gli orsi come facevano invece in Europa, inoltre vi sono diverse analogie con la cultura romana e greca (Sirio, Pleiadi, Argo, Pegaso, etc.) ma principalmente vi sono riferimenti con la quotidianità del popolo come dimostra bene la costellazione della Croce del Sud che ha come riferimento una pianta che cresceva solo nei luoghi abitati e calcati dal “popolo dalla pelle blu” oppure uno dei due nomi della Via Lattea fa un esplicito riferimento al monte Aïr, in Niger intorno al quale sono fioriti diversi insediamenti berberi e tuareg. Come possiamo ben notare la costellazione più importante non è quella che comprende al suo interno la Stella Polare bensì Orione, che è la costellazione di riferimento del guerriero leggendario Amänär punito dagli dèi per aver attaccato la Madre Terra e condannato ad essere smembrato per il Cosmo alla vista di tutti (forti riferimenti con la “Caduta dai Cieli” di Lucifero).

Per quanto riguarda invece i rituali dei berberi non vi sono informazioni certe come per la cosmologia tuareg, quello che comunque sappiamo è che oltre a essere società a stampo tradizionale non risentono troppo del retaggio patriarcale e monogamo anzi, nelle carovane tuareg è possibile che sia proprio una donna il membro con più autorità ed esperienza ma questi sono casi specifici che non possono essere validi per una generalizzazione universale.

Per quanto riguarda la ritualistica funeraria però una cosa è certa: nell’ambito nordafricano non furono gli Egizi a mummificare per primi i corpi dei defunti bensì i Guanci, i quali conoscevano tale pratica funeraria da molto prima del popolo delle piramidi e ciò è dimostrato dal ritrovamento di una mummia in Libia nel 1958 che è antecedente a qualsiasi mummia egizia rinvenuta finora. Al contrario dei Guanci, i Berberi erano soliti cospargere il corpo del defunto con ocra rossa e posizionarlo in posizione fetale o laterale, tale usanza però è stata introdotta dai popoli capsiani i quali inserivano dentro la tomba: conchiglie di ostrica, gioielli ed armi (usanza ripresa poi dagli Egizi e condivisa con tantissimi altri popoli) [cfr. Enigmi del Mediterraneo: i Guanci, i ‘Popoli del Mare’ e Atlantide].


Bibliografia:

  • Ugo Fabietti, Culture in bilico. Antropologia del Medio Oriente (Bruno Mondadori, 2002).

Daniele Ruffino è un laureando in Comunicazione Interculturale. Appassionato di antropologia e storia dei popoli, ha scritto diversi articoli sui popoli arabi e sull’Islam. Attualmente scrive di geostrategia e conflitti etnici su L’Intellettuale Dissidente ed è curatore multimediale della rivista trimestrale Il Bestiario degli Italiani.

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