Kasenian Réak: la danza del cavallo sundanese tra performance artistica e possessione cerimoniale (II)

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Luigi Monteanni ha trascorso un anno in Indonesia per studiare il Kasenian Réak, la tradizionale danza del cavallo sundanese, durante la quale i partecipanti al rituale vengono posseduti dagli spiriti. Quello che vi proponiamo in due puntate è un corposo estratto dalla sua tesi di laurea magistrale nata da questa esperienza.


testo di Luigi Monteanni
foto di Marco Maculotti

 

(II parte — continua da I parte)

(Nella prima parte del reportage abbiamo analizzato la cerimonia del Réak nei suoi aspetti più tecnici e generali. In questo proseguo ci concentreremo sulla possessione che del rituale costituisce l’evento più significativo, analizzando segnatamente da quali tipi di spiriti gli astanti possano essere posseduti e secondo quali modalità ciò avvenga.)


Karuhun e Jurig Jarian

Le entità che prendono possesso dei corpi possono essere divise in due categorie dai confini non sempre definiti; quella dei Karuhun o antenati e quella dei jurig jarian (il cui significato letterale mi è del tutto sconosciuto). Mentre la prima categoria è utilizzata per denotare tanto i parenti deceduti così come figure di spicco locali della storia e mitologia sundanesi, che contribuiscono a formare l’identità del popolo (Hellman 2013: 179), i secondi sono un genere di spiriti tipici del kuda lumping e debus [120], definiti dai miei interlocutori come entità che risiedono in luoghi sporchi (come il retro della propria casa) o reincarnazioni di persone che nella vita non hanno saputo seguire la retta via e che sono quindi affetti dal proprio cattivo karma.

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Tutte le foto di questo reportage sono da considerarsi di proprietà di AXIS mundi.

Considerati generalmente in modo negativo anche se non radicalmente malvagi, Kasmana et al dal canto loro definiscono i jurig jarian come spiriti che vivono nella spazzatura. Tratti tipici: il fetore e l’aspetto orripilante. Un elemento che ci tornerà poi utile ai fini delle nostre analisi è che questo tipo di entità, sempre secondo gli autori, erano probabilmente utilizzate come spauracchio affinché i bambini non giocassero vicino ai rifiuti. Per quanto riguarda i Karuhun, come dice abah K, «dovrebbero essere uniti in una linea di sangue (golongan darah)» con i corpi dei posseduti. Questa seconda categoria è per ovvi motivi guardata senza ambiguità come positiva, dai modi gentili e benevola. In sintesi, come spiegato da D, musicista del gruppo Sinar Pusaka [121], nella sua intervista:

« I jurig jarian sono persone che hanno vissuto in malo modo e hanno fatto un sacco di brutte cose ma i Karuhun sono più come i nostri parenti e genitori (orang tua), che sono vissuti prima di noi ma condividono con noi l’albero genealogico (punya garis keturunan). »

Sebbene entrambe le fazioni possano annunciarsi tramite comportamenti animali e possano esibirsi in acrobazie molto simili, vi sono comunque alcune differenze che, almeno a livello teorico, le dividono in due gruppi separati e distinti, sulla base delle proprie inclinazioni e preferenze verso alcuni oggetti e cibi peculiari. In generale solo i Karuhun mostrano insieme agli eventuali tratti animali, quelli umani. In questo senso essi prediligono cibo, o oggetti di uso umano – come ad esempio té, caffé e sigarette o kujang e iket [122]. Allo stesso modo la loro attitudine a danzare ed esibirsi in combinazioni di pencak ci aiuta immediatamente a porre lo spirito sul loro piano. Al contrario, per quanto riguarda i jurig jarian, un’altra serie più varia di richieste e atteggiamenti ci permette di capire con che entità si ha a che fare tra la lontra, il cavallo, il bufalo, il serpente, la tigre, la scimmia o l’essere mostruoso del Buta [123].

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A tal proposito An di Juarta Putra commenta così:

« Se mangiano la carne è per la natura degli animali (kebiasaan hewan) ma i Karuhun… È chiaramente un loro ordine quello delle sigarette e del caffè. »

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Un atteggiamento considerato frequente e tipico dei Karuhun è inoltre quello di recapitare messaggi ai parenti presenti alla cerimonia. Questi messaggi consistono in semplici saluti e rassicurazioni sul fatto che l’antenato trapassato sta bene ed è contento di essere stato invitato a partecipare all’hajat [124]. I jurig jarian al contrario sono riconoscibili per il loro comportamento insieme divertente, irrispettoso e radicalmente inumano (sub/sovr-umano). In generale la propensione al caos e il fare incontrollato sono caratteristiche considerate esclusivamente appartenenti alla natura dei jurig jarian. Azioni ritenute tabù da alcuni gruppi réak, come quella di divorare i polli vivi a morsi o mangiare il vetro, sono proprie esclusivamente di questo secondo gruppo.

Fatte queste precisazioni, distinguere i Karuhun dai jurig jarian è sempre affare complesso. Secondo le mie interviste infatti, mentre sul piano tassonomico i Karuhun sono esseri umani e i jurig jarian entità non umane e se sempre e solo questi ultimi disturbano e scherzano, distruggono oggetti o mangiano articoli non edibili dai comuni esseri umani, nella pratica alcune aporie classificatorie subito insorgono. Per prima cosa i Karuhun possono essere in unità con un animale quand’esso sia il loro kukutan: termine tradotto dai miei intervistati con “animale domestico” o “pet” e comparabile ad uno spirito guida; uno spirit familiar specifico che ognuno di noi possiede dentro di se. Anche qui D di Sinar Pusaka ci spiega:

« La tigre è un animale domestico (kukutan) ma l’animale domestico è in unità con i Karuhun e non so in che modo (nggak tahu ada janji apa). Dopo che muoiono diventano uniti (setelah meninggal mereka menyatu). Perché la scimmia può anche fumare. Se la scimmia fuma è per via della sua unità [con gli antenati]. »

In tal modo un Karuhun può presentarsi sotto la forma della scimmia o della tigre ma comunque dimostrare, tramite alcuni tratti, la propria natura umana e l’unione con il suo kukutan [125]. In aggiunta, durante la possessione uno spirito può lasciare il corpo del posseduto e, anche senza che prima venga praticato un esorcismo, essere sostituito da un altro. Un corpo non può infatti contenere due spiriti contemporaneamente [126] e pertanto un cambiamento repentino del modo di fare di un posseduto è interpretato come una sostituzione di spiriti all’interno di esso. In merito a questa questione abah Ag di Sinar Pusaka [127] spiega:

« Quando i corpi sono dati in prestito dai posseduti, gli spiriti verranno dalla nostra linea famigliare o saranno comunque i nostri (aya anu ti warisan aya anu ti abah didieu) e anche può essere entrambi ma verrà fatto a turno. Per esempio nel jaipongan o nel bajidoran, quando c’è qualcuno che vuole fare kaul e il primo tipo ha finito di ballare, dirà al secondo che è il suo turno di ballare. [Quando dopo il processo di cura delle possessioni] Loro dopo sono ancora posseduti ma le persone pensano che [il pawang] non possa veramente curarli (nyageurkeun). In quel caso non c’è solo uno spirito ma sono due [uno dopo l’altro]. Non è casuale. »

Se è comunque vero che gli spiriti mostrano delle caratteristiche per lo più riconoscibili, le quali permettono ad un osservatore esperto un’approssimativa classificazione, la completa certezza è sempre una prerogativa di pochi. Sebbene i miei interlocutori abbiano sempre dimostrato una certa sicurezza nel fare distinzioni e identificare le entità durante lo svolgimento di una possessione, non posso essere certo che tutti lo fossero veramente; sotto richiesta di ulteriori chiarificazioni su che cosa li aiutasse a giudicare senza alcun dubbio, molti rispondevano: «Solo il ma’alim lo sa con certezza».

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Come avviene la possessione?

Ma come viene determinata la presa di possesso da parte di un Karuhun o di un jurig jarian? Mentre i Karuhun, come abbiamo spiegato, entrano nei propri discendenti e parenti, o comunque dentro persone appartenenti alla propria linea di sangue, i jurig jarian vengono semplicemente presi dal ma’alim e messi nei corpi. A quest’ultimo quindi va la responsabilità di comprendere quale sia il giusto corpo per il giusto spirito; nello stesso modo in cui, come mi ha detto una volta Gigi, «bisogna scegliere la giusta custodia per un pugnale». Qualora il ma’alim scelga un corpo troppo debole o inadatto per un determinato spirito, l’entità potrebbe arrecare serio danno all’individuo che lo ospita.

Una decisione sbagliata in questo senso potrebbe anche culminare nella pazzia per l’individuo ospitante o al contrario nel rifiuto dello spirito ad entrare nel corpo prescelto. Nel caso in cui all’opposto il ma’alim scegliesse un corpo troppo forte e potente, questo potrebbe arrecare seri danni al gruppo e ai partecipanti, rilasciando nel luogo dell’evento un’energia difficilmente controllabile. Per motivi etici e di sicurezza quindi, non tutti i gruppi permettono ai jurig jarian di partecipare e preferiscono invece invitare i soli Karuhun. Anche queste affermazioni però non hanno purtroppo mai trovato completa conferma, risultando spesso direttive teoriche ampiamente contraddette dalle esibizioni. Durante gli spettacoli di molti dei gruppi che si sono detti contrari a questo tipo di pratiche ed entità ho potuto infatti assistere a più di un comportamento esplicitamente ascrivibile ai jurig jarian.

Quando gli spiriti o il ma’alim decidono che è ora di terminare la possessione e tornare a casa (pulang [128]), il ma’alim pratica l’esorcismo curando la possessione (pengobatan/ngajampean). Tra le motivazioni per interromperla, oltre alla richiesta di andarsene proveniente dallo stesso spirito, si aggiungono da un lato l’eventualità che, secondo il ma’alim, il corpo ospite abbia ad un certo punto subito abbastanza danni da parte dell’entità, in seguito a tutte le prove di forza a cui è stato sottoposto e dall’altro la fine ufficiale del réak al termine del secondo e ultimo dogcing, che ha di solito luogo verso le tre e mezza del pomeriggio dopo l’arak-arakan. Più in generale, ancora una volta, solo il ma’alim sa quando e perché è ora di terminare una possessione.

La pratica esorcistica è un secondo e più chiaro metodo utilizzabile dagli spettatori per comprendere se lo spirito che sta tornando a casa è un jurig jarian o un Karuhun. Nel primo caso il comportamento del ma’alim è del tutto simile a quello che dapprima egli ha già adottato per l’adorcismo: mano sulla nuca, braccio intorno al collo e utilizzo degli ajian-ajian. Ciò fatto, l’individuo esorcizzato cade preda di una paralisi, dalla quale l’officiante insieme ad alcuni assistenti lo “sbloccano” mettendolo a sedere al suolo e portandogli in seguito le mani al volto. Contemporaneamente il ma’alim e i suoi assistenti passano le proprie mani su testa, braccia, ventre, petto, schiena e gambe dell’esorcizzato come per scrollargli qualcosa di dosso. Questi ultimi gesti servono a pulire il corpo da ciò che resta dello spirito, in modo da essere sicuri che l’esorcismo sia portato a termine con successo. Dopo questo processo l’individuo ritorna lentamente in sé apparendo visibilmente spossato. Da alcuni membri gli viene di solito porta dell’acqua per rifocillarsi. […]

Bisogna aggiungere che durante il processo esorcistico, i jurig jarian raramente accettano di uscire dal corpo al primo tentativo, opponendosi ai comandi del ma’alim quanto più possibile. Nel caso in cui lo spirito attui una strenua e problematica resistenza, una terza pratica esorcistica, dedicata alle possessioni più ostiche, è quella dello ngabura [129]. Per condurre questo tipo più raro di esorcismo il ma’alim raccoglie in bocca un po’ di acqua [130] da un bicchiere o una bottiglia e la sputa addosso al posseduto o ai posseduti, causando l’uscita immediata degli spiriti, con conseguente paralisi.

Per quanto pertiene all’esorcismo dedicato ai Karuhun, è importante invece che il processo avvenga attraverso un medium [131]. I medium in questione sono degli oggetti appartenuti ai Karuhun o ai membri della loro linea di sangue in cui queste entità risiedono. Dopo la richiesta di lasciare il corpo da parte del Karuhun o del ma’alim, questi oggetti iconici quali strumenti musicali, iket, sarong [132] e kujang vengono avvicinati alla fronte del posseduto, il quale a contatto avvenuto cade paralizzato a terra. La procedura si svolge da questo momento in poi come nei casi di cui sopra. Un altro medium importante da aggiungere a quelli indicati sono i propri parenti; frequentemente il Karuhun può chiedere di vedere e parlare con uno di essi – qualora il réak si tenga per una circoncisione, di solito è il circonciso –, quando questo accade, dopo aver recapitato un saluto o un messaggio, le fronti dei due individui si toccano, causando la fine immediata della possessione. In tutti i casi, durante le possessioni e prima di andarsene, gli spiriti possono chiedere cibo, sigarette, una canzone o di velocizzare la musica.

Ciò detto, non tutte le possessioni sono ritenute genuine e vere. Sebbene nessuno abbia dubbi sul fatto che esse in genere siano reali, i miei interlocutori hanno spesso fermamente asserito che una cospicua parte di esse è finta. Secondo le opinioni delle diverse persone coinvolte una possessione è vera nel cinquanta o massimo settanta per cento dei casi. Motivi che inducono alcuni individui a fingere la possessione sarebbero la voglia di ostentare liberamente la propria forza tramite alcuni comportamenti normalmente inaccettabili, una cattiva gestione emozionale con annessa erronea credenza di essere posseduti e non ultimo uno stato psicofisico alterato dall’alcool.

A tal proposito, sebbene il réak e gli hajatan siano contesti del tutto pacifici dove non c’è mai ombra alcuna di conflitto, molte persone portano con sé fiaschette e bottiglie nascoste, riempite di liquori fatti in casa. In qualche caso, anche se assai raramente, l’abuso di alcool porta uomini e ragazzi a generare delle vere e proprie risse, risultanti nell’interruzione immediata dell’evento da parte della polizia. Compito del ma’alim in ogni caso è essere in grado di discernere tra veri e finti posseduti in modo da prestare l’assistenza adatta ad ognuno di essi nella maniera più consona.

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Note:

[120] Il debus è un genere di intrattenimento mistico proprio dell’area di Banten, ma diffuso in tutta Giava ovest, nel quale dei performer guidati da un pawang praticano l’automutilazione di parti del corpo in maniera estrema e vistosa. Con i poteri mistici e la fede in Allah essi ottengono poi la completa cura di tutto ciò che si sono inflitti, grazie alla mediazione del pawang. Tra le pratiche di mortificazione si possono annoverare la mutilazione della lingua, di dita delle mani e dei piedi, l’apertura del ventre con conseguente estrazione degli intestini e dello stomaco o addirittura la decapitazione. Ad oggi non ho mai avuto la possibilità di osservare nulla del genere. Sono purtroppo riuscito ad assistere solo ad alcune versioni più miti e fachiresche diffuse anche nel resto di Giava. Una nota interessante al riguardo è che, secondo bapak P del gruppo Dangiang Mitra Pasundan, le odierne derive macabre di molti spettacoli del réak, come ad esempio mangiare i polli vivi, siano kollaborasi ottenute introducendo elementi tratti da quest’arte. Bisogna comunque fare presente che questo tipo di pratiche è già presente nelle versioni più antiche del jaranan.

[121] S. e F. Intervista del 17/1/2018.

[122] Copricapo di tessuto distintivo dei gruppi etnici di Giava e Bali, ottenuto legando un panno realizzato con la tecnica del batik.

[123] Esso è descritto come un mostro gigantesco, peloso e scimmiesco dotato di zanne. Un mio intervistato ha posto il Buta all’esterno della categoria dei jurig jarian, conferendogli una posizione a parte.

[124] Sono abbastanza sicuro del fatto che tra questi messaggi ce ne siano alcuni di natura più intima e personale se non alcune precise disposizioni, richieste e raccomandazioni. Purtroppo anche qualora le mie ipotesi fossero corrette, essi vengono recapitati direttamente dall’antenato all’individuo interessato e spesso quando sono a stretto contatto fisico. Per questioni di delicatezza e difficoltà nell’approcciarmi in una situazione del genere non ho potuto mai appurare l’esattezza di queste supposizioni.

[125] Una cosa simile accade tra gli wana del Sulawesi, dove lo sciamano mostra l’unione con il suo spirito chiedendo il suo cibo preferito (Atkinson 1989: 99).

[126] Alcuni dei miei interlocutori hanno però affermato che il ma’alim o il dukun possono. Questa rimane un’idea che non tutti condividono e che non ho potuto chiarire a fondo.

[127] S. e F. Intervista del 17/1/2018.

[128] Pulang, che significa letteralmente “tornare a casa”, non specifica se terminare la possessione sia volontà dello spirito o del ma’alim, indicando solo che lo l’entità “torna a casa”.

[129] Sebbene io non conosca la traduzione di questo termine, esso presenta delle affinita col sundanese ngubaran: “curare”.

[130] Anche se non posso essere sicuro che quella usata nello ngabura sia sempre comunissima acqua (dopotutto anche questo elemento è contenuto nel nyiru durante il rito del sasajen), ho più volte visto un ma’alim chiedere dell’acqua agli assistenti e vedersi consegnare bicchieri e bottiglie non trattati nel rituale iniziale. È pur sempre possibile che il ma’alim possa eseguire delle pratiche non visibili per il trattamento dell’acqua, ma durante le performance e le discussioni con i miei interlocutori non ho mai rilevato nulla che mi potesse far pensare in questa direzione.

[131] A questa serie di oggetti si riferiscono come medium gli stessi intervistati.

[132] Un panno di stoffa quadrato che viene legato ad altezza della vita. Questo tipico indumento indonesiano viene indossato specialmente per le funzioni religiose, per entrare in moschea a pregare e per le cerimonie più in generale (esso è diffuso anche tra i balinesi).


 

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