Quel simbolico parallelismo tra Mircea Eliade ed Emil Cioran

Un epistolario dannatamente umano, essenziale di questi tempi, rivelatore di una complicità segreta tra due anime complementari della grande generazione romena in esilio: lo storico delle religioni Mircea Eliade e il filosofo nichilista per eccellenza, Emil Cioran, nato proprio l’8 aprile del 1911.


di Lorenzo Pennacchi

Ci sono libri che non lasciano indifferenti, tanto da risultare catartici, soprattutto se ricevuti in dono. Delle letture che trapassano il nostro cuore di lettori, di scrittori o, più essenzialmente, di esseri umani. Leggere Una segreta complicità è stato questo. Scritto dalla vita dei protagonisti, questo testo ci permette di divenirne complici, attraverso la comprensione della massima di Eliade: «Ritengo che un libro scritto in libertà (come i nostri di un tempo) non possa che indurre a riflettere chi legge testi scritti secondo norme imposte» [1].

In un momento storico che ci costringe a interrogarci su noi stessi, riscoprire questi due straordinari protagonisti del Novecento, massimi esponenti della grande generazione romena in esilio [2], attraverso la loro corrispondenza epistolare, è dunque un privilegio. Centoquarantasei lettere [3] conservate nell’arco di cinquant’anni, accompagnate da un minuzioso apparato critico, rivelatrici di un rapporto profondo, alimentato tanto dal supporto (in tutte le sue forme), quanto dalle critiche (anche pubbliche). Così Cioran nel dicembre ’35: «Benché io provi per te un’infinita e non smentita simpatia, a volte sento il desiderio di attaccarti, senza argomenti, senza prove e senza idee. Ogniqualvolta ho avuto l’occasione di scrivere qualcosa contro di te, il mio affetto è aumentato» [4].

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L’atto fondante di questo proficuo parallelismo è proprio una critica da parte di Cioran, col suo articolo L’uomo senza destino nell’ottobre del ’33. I due si erano conosciuti l’inverno precedente, durante una conferenza su Rabindranath Tagore tenuta da Eliade a Bucarest. Seguiamo la ricostruzione di Horia Corneliu Cicortaş [5]:

Eliade è da poco tornato da un soggiorno di tre anni in India, dove si è dedicato allo studio dello yoga, del tantrismo e dell’alchimia indiana. Ha venticinque anni. Cioran ne ha quasi ventuno: una differenza che senza dubbio allora ha un certo peso, ingigantito dall’aura «esotica» e dalla precoce, poligrafica produzione saggistica di Eliade. Al contrario, il giovane transilvano – che si accinge a laurearsi in filosofia con una tesi sull’intuizionismo di Bergson –, dopo un primo articolo apparso nel febbraio del 1931 ha pubblicato ben poco, ed è ancora semisconosciuto per l’intellighenzia bucarestina, anche se per la sua età, come Eliade ricorderà nel libro-intervista La prova del labirinto (1978), mostra «una cultura filosofica e letteraria eccezionale», e possiede una spiccata padronanza stilistica.”

L’attacco pubblico di Cioran è mosso da motivazioni private, tanto da presentarsi, secondo Massimo Carloni, come «un regolamento di conti» [6]. In quei pochi mesi di conoscenza, infatti, Eliade si era compromesso ben due volte: la prima per aver criticato direttamente Cioran nelle sue Lettere a un provinciale, condannando la sua visione eccessivamente negativa della vita; la seconda per aver sedotto e abbandonato vilmente Sorana Topa, una loro amica in comune. Nell’articolo Cioran contrappone a se stesso Eliade, senza mai nominarlo [7]:

Non si diventa un «caso», né si rappresenta un autentico destino, senza certe zone tenebrose, talmente buie da brillare in oscurità ardente, di una profondità così abbacinante e infinita da dare le vertigini. Queste zone devono essere persistenti, devono costituire le premesse dell’essere. Ciò spiega perché in alcuni individui certi timori diventino esasperanti, perché essi non riescano a risolvere i loro problemi cruciali, perché muoiano di ogni ossessione.”

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L’istintivo e tormentato Cioran accusa colui che diventerà uno dei più grandi storici delle religioni di non possedere tale pessimismo virile, quel baricentro metafisico interiore, necessario per avere un destino, per essere religioso, vivendo in profondità e non solamente in estensione [8]. La grandezza di questa corrispondenza deriva dalla brutalità delle premesse, dalla capacità di scontro e di evoluzione dei protagonisti.

«La mia tragedia – scrive Cioran nella già citata lettera del ’35 – nasce dal fatto che sono un uomo irreligioso, proprio come te. Non abbiamo il coraggio della nostra distanza dal mondo» [9]. La precedente accusa diviene comprensione e comunanza. L’impressione, leggendo le prime lettere del giovane Emil, è quella della ricerca di un’anima simile, seppur differente, con cui condividere il proprio destino o la sua ineluttabile assenza [10]:

Dalla più impercettibile delle sensazioni fino alla rivelazione più ampia, tutto mi sembra muoversi in una dimensione religiosa. Se l’ultima delle sensazioni non può definirsi come una epifania religiosa, allora prolungherò la mia assenza nello spazio che si estende tra terra e cielo. I pensatori che non arrivano a concepire il paradiso mi paiono sterili, tiepidi, illeggibili. Avendo messo in secondo piano il problema della salvezza, il pensiero moderno è compromesso per sempre. Non riesco più a leggere i filosofi e credo che non riuscirò mai più a leggerli. Tutto ciò che non è poesia, mistica o musica, è tradimento.”

Queste non sono parole altisonanti, ma delle vere e proprie ossessioni che Cioran si porterà dietro per sempre, riformulandole a seconda del periodo. Nel maggio ’42 scrive che, considerando «degrado tutto quel che non è poesia» [11], il suo unico timore è quello di non avere più poeti da scoprire. Ancora, in una delle ultime lettere, nel dicembre ’81, sosterrà di sentirsi a casa «solo ascoltando la musica, e più precisamente Brahms, il mio ultimo dio» [12].

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Torniamo agli anni Trenta. Eliade, da assistente universitario e appena sposato con Nina Rareş, ha più consapevolezza del suo posto nel mondo, sembra accettarne più facilmente i limiti, distaccandosi dalla sfera politica. Del resto, «tu – gli imputa l’amico – hai il rifugio dell’Asia, io soltanto quello dell’Occidente» [13]. Più volte Cioran rivendica la sua identità europea e romena, ma anche questo principio, come tutti gli altri, è destinato a vacillare: «il pensiero occidentale mi delude sempre di più, non mi dà nulla; d’altro canto, può darsi che mi faccia troppe illusioni su quello orientale. Anzi, è sicuro» [14], confiderà nel ‘66.

Eppure, è la politica a riprendersi Mircea, senza la sua autorizzazione. Nel luglio ’38 viene arrestato per qualche mese, accusato di fiancheggiare i Legionari di Corneliu Zelea Codreanu. Uscito di prigione svolge impieghi diplomatici per il suo paese prima a Londra e poi a Lisbona, durante tutto il periodo bellico, compromettendo in maniera irreversibile il suo distacco dal mondo e dai suoi valori pragmatici. Nel ’42 commenta amaramente: «credo sia ormai troppo tardi per riconquistare la mia autonomia alla maniera indiana. Spero almeno di raggiungere un equilibrio all’interno dell’Europa» [15].

Al termine del conflitto, rimasto vedovo e risposatosi con Christinel Cottescu, pur vivendo nella contingenza e nel pieno della sua carriera, cerca di riappropriarsi della sua dimensione essenziale, attraverso un percorso decennale: «Spero che anche tu, come me, non legga i giornali. Tu hai il giardinaggio, io la filatelia – ed entrambi abbiamo un debole per il Mahāyāna, per Eschilo e Pindaro […] Che altro ci manca?» [16].

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Dal ’45 al ’56 la corrispondenza, ad eccezione di sporadici viaggi, è quasi inesistente, dato che i due sono concittadini a Parigi, impossibilitati a tornare nella patria «ormai sovietizzata» [17]. Nell’ottobre del ’56 Mircea si trasferisce con la moglie a Chicago e l’anno successivo accetta l’incarico di professore all’università. Quello americano è terreno di confronto a tratti desolante, come emerge dalla descrizione che riporta all’amico in una lettera del ’57: «una specie di città della provincia romena (come Olteniţa o Giurgiu), deserta, senza giardini, senza alberi, grigia, sporca. Mi chiedevo come mai gli abitanti non si suicidassero» [18].

Mentre negli anni la situazione sociale non farà che peggiorare, culminando con i disordini del ’68 che renderanno Chicago «più pericolosa di una città sotto bombardamento» [19], quella personale è segnata da continui successi. Eliade è instancabile, la sua produzione è continua, il suo merito viene largamente riconosciuto. Cioran ne è schiacciato. Pur scrivendo e ricevendo riscontri positivi, convivendo con la compagna Simone Boué nella sua Parigi, mai come ora si percepisce inferiore all’amico. È del 23 aprile ’63 uno dei passi più eclatanti del loro rapporto [20]:

Quando penso alla tua attività veramente esemplare e alla tua fecondità, la mia condizione mi appare talmente penosa che non posso pensarci senza vergogna o rimpianto. Non sono certo gli stessi dèi che hanno presieduto ai nostri destini. Io sono votato alla sterilità, al frammento, all’abbozzo. Finora sono riuscito a camuffare le mie carenze; sarà lo stesso in futuro? Ne dubito. Non puoi immaginare fino a che punto tutto mi sembra impossibile e irrealizzabile. In realtà sto perdendo la scarsa fiducia che avevo in me stesso, se già non l’ho perduta. Tutto mi pesa, tutto mi stanca. Scrivere mi sembra un’attività inconcepibile, un’infrazione flagrante e insensata alla certezza che ho dell’inanità universale. Ho scalzato tutte le mie illusioni, le ho sbeffeggiate, e adesso eccomi costretto a vivere i miei sarcasmi, a trarne le conseguenze pratiche – vittima di una visione risibile. Sono nel pieno della saggezza, giacché non vivo più in un contrasto con le mie idee. Come rimpiango i tempi in cui una frase ben tornita mi consolava di qualsiasi insuccesso! Ma a che pro continuare a lamentarmi? Bisognerebbe poter pregare.”

La postilla, volta a sdrammatizzare queste parole, non deve trarre in inganno. Sono passaggi come questi che delineano «l’incompatibilità tra la volontà di sapere, di accumulare conoscenze nei settori più disparati, tipica del genio enciclopedico di Eliade, e lo spirito tragico di Cioran» [21]. Alla capacità «di aggredire ogni argomento fino a spolparlo» [22] del primo, si contrappongono le ossessioni lancinanti del secondo, i suoi assilli quotidiani, in grado di convertire ciò che era mero gioco intellettuale in fatalità: «alla fine – scrive nel ’67 – incarno quello che prima sfioravo soltanto, sono riuscito a convincere me stesso» [23].

Eppure, sono proprio le differenze ad avvicinare questi due personaggi, perché richiedono all’altro una capacità di comprensione e di supporto sconosciuta ai rapporti superficiali. Nell’arco di mezzo secolo, si scambiano pareri, libri (una quantità infinita!), favori e persino aiuti economici; condividono contesti e persone, come l’amico Eugène Ionesco; si realizzano in tempi e modalità differenti. Sono entrambi fondamentali per provare a placare le esagerazioni dell’altro, quelle più pessimistiche di Emil, quelle troppo vitalistiche di Mircea, sebbene non sempre ci riescano.

Emil-Cioran

Eliade è una forza della natura, estraneo ai blocchi di Cioran, incapace di rallentare anche quando tutti gli dicono di fermarsi visti i progressivi problemi di salute. In una lettera del ’35 diceva di essersi interrogato sulla «fine apocalittica del nostro evo», la quale si sarebbe dovuta verificare nel giro di pochi decenni, sostenendo come fosse «delizioso che, pur essendo consapevole di tali cose, possa ancora occuparmi di cultura e letteratura – anziché limitarmi a contemplare, o scappare fin da subito in Asia» [24]. Col passare del tempo, invece di fuggire in Oriente, aveva deciso di viversi a modo suo tutto l’Occidente, così intensamente da appropriarsi del proprio destino, alla faccia di Cioran [25].

Nel maggio ’69, commentando entusiasticamente Il funesto demiurgo, aveva rintracciato un simbolico parallelismo col suo sempre caro Emil: «due romeni della ‘giovane generazione’, gettati dalla sorte in Occidente, elaborano simultaneamente, l’uno, la più precisa autopsia del cristianesimo, e l’altro, il tentativo più disperato di riattualizzarlo attraverso la ‘storia comparata delle religioni’» [26]. È il significato ultimo della loro segreta complicità, così essenziale da manifestarsi inconsapevolmente, ma in maniera incontrovertibile, poco prima della fine [27]:

Nell’ultimo giorno di vita ‘cosciente’, Eliade si trova nella sua casa di Chicago. Seduto sulla poltrona da lettura preferita, chiede a Christianel di portargli gli Esercizi di ammirazione di Cioran, libro fresco di stampa, contenente anche il suo ritratto. Poco dopo la moglie si affaccia di nuovo nello studio e vede Mircea sorridente con il libro in mano. Pensando a uno scherzo, lo chiama una, due volte, ma invano. Eliade ha perso i sensi, e viene trasportato d’urgenza all’ospedale. Morirà due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza. Il destino ha voluto che il libro dell’amico Cioran, con il suo impietoso ma geniale ritratto, sia stata l’ultima cosa letta in vita da Eliade.”

Alla mia Claudia,
Un po’ Mircea,
Un po’ Emil.


Note:

[1] Lettera di Eliade a Cioran, 29 dicembre 1967, in E. M. Cioran, Mircea Eliade, Una segreta complicità, Adelphi, Milano, 2019, p. 110.

[2] Quella generazione che, finita la guerra, «dalla Romania si disseminò in tutto il mondo». Adolfo Morganti, Il miracolo di una generazione in esilio, in Antarès n. 7, Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione», Bietti, 2014, disponibile in formato digitale qui: http://www.bietti.it/riviste/il-paradosso-romeno-eliade-cioran-e-la-giovane-generazione/

[3] Cinquanta di Eliade, novantasei di Cioran. Quelle di Eliade sono scritte in romeno, mentre quelle di Cioran sono in romeno fino al ’58 e poi, quasi sempre, in francese. Le traduzioni dal romeno sono di Horia Corneliu Cicortaş, quelle dal francese di Massimo Carloni. Cfr: Cioran, Eliade, Una segreta complicità, pp. 261-262.

[4] Lettera di Cioran a Eliade, 25 dicembre 1935, in ivi, p. 21.

[5] Horta Corneliu Cicortaş, Intrecci di vite parallele, in ivi, p. 267.

[6] Massimo Carloni, L’archivista del sacro, in ivi, p. 282.

[7] Emil Cioran, L’uomo senza destino, in ivi, p. 192

[8] Cfr: Carloni, in ivi, p. 283.

[9] Lettera di Cioran a Eliade, 25 dicembre 1935, in ivi, p. 21.

[10] Lettera di Cioran a Eliade, dicembre 1935, in ivi, p. 19.

[11] Lettera di Cioran a Eliade, 8 maggio 1942, in ivi, p. 47.

[12] Lettera di Cioran a Eliade, 24 dicembre 1981, in ivi, p. 178.

[13] Lettera di Cioran a Eliade, 9 dicembre 1935, in ivi, p. 18.

[14] Lettera di Cioran a Eliade, 7 maggio 1966, in ivi, p. 96.

[15] Lettera di Eliade a Cioran, 4 gennaio 1942, in ivi, p. 46.

[16] Lettera di Eliade a Cioran, in ivi, pp. 97-98.

[17] Cicortaş, in ivi, p. 272.

[18] Lettera di Eliade a Cioran, in ivi, p. 61.

[19] Lettera di Eliade a Cioran, in ivi, p. 119.

[20] Lettera di Cioran a Eliade, 23 aprile 1963, in ivi, pp. 78-79.

[21] Carloni, in ivi, p. 284.

[22] Carloni, in ivi, p. 285.

[23] Lettera di Cioran a Eliade, 10 gennaio 1967, in ivi, p. 103.

[24] Lettera di Eliade a Cioran, novembre 1935, in ivi, pp. 15-16.

[25] Nel necrologio del 1986 Cioran si rimprovera le critiche mosse ad Eliade nel ’33, quando l’aveva accusato di occuparsi delle religioni senza avere uno spirito religioso. Ci sono diversi passi in questo testo che fanno pensare al riconoscimento del destino nella vita dell’amico. Cfr: Emil Cioran, Finalmente un’esistenza compiuta!, in ivi, pp. 202-204.

[26] Lettera di Eliade a Cioran, 15 maggio 1969, in ivi, p. 131.

[27] Carloni, in ivi, pp. 288-289.


           

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