Intervistiamo Francesco Corigliano, lβautore del saggio recentemente edito da Mimesis che indaga le caratteristiche e il senso profondo di un genere di difficile definizione, attraverso il ricorso allβopera di tre maestri contemporanei: Howard Phillips Lovecraft, Stefan GrabiΕski e Jean Ray.
di Lorenzo Pennacchi
La letteratura weird Γ¨ una categoria fugace e dal significato cangiante, e lo stesso termine weird Γ¨ ambiguo. CosΓ¬ Francesco Corigliano introduce il suo saggio, La letteratura weird. Narrare lβimpensabile (Mimesis, 2020), in cui si propone di esplorare questo eterogeneo genere da diverse prospettive tra loro complementari. Nel primo sontuoso capitolo Teoria e critica, lβautore ripercorre la storia della weird fiction, problematizzandola e giungendo a una propria definizione. Γ un percorso lungo, complesso, estremamente ricco di riferimenti a scrittori e critici letterari: da Roger Caillois a S. T. Joshi, da Remo Ceserani a Mark Fisher. I successivi tre capitoli sono dedicati rispettivamente a tre maestri della letteratura weird internazionale: lo statunitense H.P. Lovecraft, il polacco Stefan GrabiΕski e il belga Jean Ray. Volutamente Corigliano si riferisce a scrittori di origine non esclusivamente anglosassone, al fine di ampliare lo sguardo sullβuniverso weird, che troppo spesso viene appiattito alla sola tradizione dominante. E vi riesce pienamente, coinvolgendo il lettore in modi letterari e mondi (ir)reali, per poi concludere:Β
Leggere Lovecraft, Ray e GrabiΕski vuol dire anche confrontarsi con visioni del mondo distanti dalla prospettiva (e dalla sensibilitΓ ) contemporanea, spaccati di realtΓ e di pensiero che oggi sono spesso impossibili da accettare. Oltre questi aspetti, perΓ², si cela il tentativo di narrare unβinquietudine universale, lo smarrimento, il terrore, ma anche il fascino che lβumanitΓ avverte dinanzi ai propri limiti, a dei confini che stagliano la nostra piccola figura dinanzi allβimmensitΓ dellβignoto. E in una narrativa dellβimpensabile si puΓ² trovare, cosΓ¬, il racconto del nostro pensiero, e delle illusioni che presentiamo a noi stessi.
Volendovi presentare alcuni aspetti significativi di questo coraggioso volume, abbiamo deciso di rivolgere qualche domanda allβautore, che ringraziamo per la disponibilitΓ .

Ciao Francesco, nel primo capitolo scrivi che Β«definire cosa sia la weird fiction, a partire da ciΓ² che Γ¨ comunemente indicato come tale, Γ¨ possibile individuando delle costanti ed escludendo progressivamente ciΓ² che non Γ¨ certamente weirdΒ». Puoi riassumerci in breve queste costanti e i generi affini al weird che non vi rientrano?
Ciao Lorenzo, grazie mille per questa intervista. Inizio col dire che il saggio, dovendo affrontare una materia di difficile definizione, Γ¨ strutturato in modo tale da cercare un equilibrio tra inclusione ed esclusione. Ho cercato di delimitare abbastanza il campo della ricerca, e al contempo di delineare uno strumento classificatorio che permettesse di riconoscere il weird con il grado di approssimazione piΓΉ accettabile. Fin da subito mi sono approcciato al weird non come a un genere, ma come a un modo letterario, rifiutando quindi una categoria troppo rigida e cercando di delineare i tratti di un oggetto fluido, di un atteggiamento narrativo, di unβinterfaccia organizzativa. Appoggiandomi alle teorie di Ceserani, per definire il modo weird ho individuato dei βpalettiβ stilistici e tematici: la tematica dellβinconoscibilitΓ del soprannaturale; la narrativa tendente al verosimile; lβutilizzo di procedimenti narrativi di allusione e di omissione. La mescolanza di queste costanti permette di riconoscere il weird, ma ovviamente ciΓ² non significa che esse non possano essere trovate singolarmente in altri contesti letterari. Ad esempio, il weird in parte coincide con ciΓ² che normalmente Γ¨ definito modo fantastico, nel quale si trovano β oltre al soprannaturale β i procedimenti narrativi allusivi e di omissione. Inoltre, Γ¨ inevitabile che questo modo letterario si infiltri, come lβacqua di un ruscello sotterraneo, tra le pietre di altre categorie letterarie, e che quindi si possa rintracciare allβinterno di opere di genere definito (per esempio nella fantascienza o nel giallo) o che si alterni allβuso di altri modi letterari.
Nella seconda parte del testo ti occupi di tre autori specifici. Nel capitolo dedicato a H. P. Lovecraft, sono rimasto molto colpito dal suo rapporto col modernismo, soprattutto in riferimento allβopera di T. S. Eliot. Ci introduci a questo aspetto del sognatore di Providence?
Proprio per le ragioni appena esposte, lβopera lovecraftiana assume un significato particolare. Lovecraft si Γ¨ sempre definito antimoderno, e dalle sue lettere e dai suoi saggi emerge un ostentato disprezzo nei confronti del modernismo. Non amava Freud, che definiva βil ciarlatano di Viennaβ, non apprezzava affatto lβUlysses, pur riconoscendo in Joyce una grande potenzialitΓ , e dellβopera di Proust β che invece apprezzava β negava il modernismo, riconducendola piuttosto ad una vaga βtradizione classicaβ. Di The Waste Land di T. S. Eliot affermava che fosse un lavoro basato su sforzi βlodevoli nelle intenzioni, ma futili fin quasi allβironiaβ. Γ poi noto che arrivΓ² a parodiare lβoperascrivendo The Waste Paper, un grottesco (e divertente) poemetto che ribalta tutti i punti centrali della poetica di Eliot. Ma in letteratura, si sa, non basta che un autore affermi di ripudiare una corrente, un genere o un concetto. Non ci si puΓ² mai davvero fidare di quello che gli autori dicono di sΓ© stessi. E allora ecco che, a ben vedere, alcuni dei punti fermi del modernismo emergono nellβopera di Lovecraft. Lβinadeguatezza dellβindividuo, il grande interesse per culture esotiche e dimenticate, lβapprensione verso le masse popolari, il generale senso di pessimismo e di vuoto nei confronti dellβesistenza: sono tutti elementi che ritroviamo tanto in Lovecraft quanto in Italo Svevo, Virginia Woolf, James Joyce e, naturalmente, T. S. Eliot. Ma anche stilisticamente Lovecraft Γ¨ piΓΉ vicino al modernismo di quel che si potrebbe pensare: in una cornice tradizionalista e in un linguaggio volutamente arcaicizzante, Γ¨ possibile individuare la stessa frammentazione e la stessa ibridazione che caratterizzano il modernismo. Una frammentazione di senso e significato, che lotta e al contempo cerca di addomesticare lβindustrializzazione del settore editoriale, che non Γ¨ cosΓ¬ distante da quanto avveniva nel modernismo coevo. E infine, per quanto possa sembrare una forzatura, la conclusione di The Waste Land e la sua sovrapposizione di inglese, fiorentino, francese e infine hindi (βDatta. Dayadhvam. Damyata. / Shantih shantih shantihβ) non Γ¨ concettualmente cosΓ¬ distante dalle scatenata tendenza glossolalica di alcuni finali lovecraftiani.
Uno degli aspetti che analizzi dellβopera di Stefan GrabiΕski Γ¨ il rapporto alienante tra lβessere umano e la tecnologia. Puoi esporci le tematiche portanti in questo senso? Penso, ad esempio, allβinquietante concetto del grande moto.
Nellβopera di GrabiΕski il ruolo della tecnologia Γ¨ molto importante, e va di pari passo con altre tematiche fondamentali, come quella dellβerotismo. Si tratta di elementi declinati attraverso il soprannaturale e ambivalenti: nel raccontare della femme fatale di turno o di un treno fantasma, lβautore insiste sul fascino verso ciΓ² che Γ¨ inquietante e bizzarro. La tecnologia, che nei racconti di GrabiΕski Γ¨ quasi sempre incarnata proprio dallβimmagine del treno, Γ¨ una forza che sconvolge lo spazio e il tempo, rivoluzionando lβapproccio dellβindividuo al mondo. Spazi interminabili sono percorsi in un batter dβocchio, la potenza della macchina Γ¨ asservita e imbrigliata, e la velocitΓ aumenta sempre di piΓΉ, fino alle visioni pseudo-futuristiche del racconto Una strana stazione (1922), nel quale lβautore immagina un treno potentissimo in grado di percorrere il periplo del Mediterraneo in un solo giorno. I vagoni lanciati furiosamente sulle rotaie non sono un emblema del progresso e della vittoria dellβumanitΓ sulla natura, ma piuttosto una potenza a sΓ© stante, scatenata e imbizzarrita, che si puΓ² cercare di domare temporaneamente. Il complesso concetto del grande moto, raccontato in Il demone del moto (1919), permette di spiegare bene la visione della tecnologia di GrabiΕski. Lβuniverso Γ¨ di per sΓ© scosso da movimenti incessanti, spasmi continui e colossali allβinterno dei quali si trovano altri scatti minori β il movimento dei pianeti, delle stelle, la forza di gravitΓ e cosΓ¬ via. LβumanitΓ , che si bea di aggiungere un nuovo movimento (come il correre del treno), non deve credersi in grado di rivaleggiare davvero con il cosmo: in fondo sta soltanto cavalcando la cresta dellβonda, mantenendosi in precario equilibrio su una forza inimmaginabile che non ha alcuna considerazione per lβindividuo e i suoi destini. E perciΓ² in GrabiΕski possiamo trovare vagoni fantasma, stazioni che si materializzano dal nulla e demoni che abitano nelle locomotive: il treno Γ¨ come un fantoccio che dΓ a forze occulte la possibilitΓ di manifestarsi in forma fisica, un idolo di metallo in cui si incarna una potenza cosmica, in grado di schiacciare e annichilire. Al contempo, perΓ², GrabiΕski non riesce a trattenere il fascino verso lβingegno tecnologico e i disperati tentativi dellβumanitΓ che, con orari, tabelle, telegrafi e cavi, cerca di domare la bestia del sommo dinamismo. In questo senso non saprei dire se GrabiΕski, al pari di Lovecraft, sia davvero antimoderno. Forse, Γ¨ moderno suo malgrado, un testimone ammirato e inorridito di ciΓ² che il progresso puΓ² rappresentare.
Β«βChe importaβ dissi, βpreferisco sentire storie di stregoni e diavoli piuttosto che un demoralizzante: Non lo soβΒ». Nel capitolo su Jean Ray proponi questa citazione, tratta da Il salterio di Mayence, come emblematica del modo weird dellβautore belga. Puoi gettare un poβ di luce sulla tua affermazione e in generale sul personaggio?
Ray Γ¨ uno scrittore abbastanza diverso da Lovecraft e GrabiΕski. Direi che letterariamente Γ¨ piΓΉ disilluso, piΓΉ consapevole del pubblico e della ricorrenza di certi clichΓ© nella letteratura del soprannaturale. E il suo genio si esprime proprio a partire da questa consapevolezza. In alcune storie riesce a dare una nuova vita agli stereotipi narrativi, anche a quelli piΓΉ difficili da maneggiare, come ad esempio quello dellβorrore per lβignoto. Nei suoi racconti spesso ci si aggira attorno al punto focale, in unβatmosfera vaga e rarefatta composta da incertezza, da tentennamenti intorno a idee e supposizioni. Nel Salterio di Mayence il grottesco viaggio a cui sono costretti i protagonisti potrebbe essere influenzato da stregoni e diavoli, certo, e in realtΓ lo stereotipo del mago cattivo col libro di incantesimi domina tutta la narrazione. Ma quello che succede ai personaggi non Γ¨ davvero mai riconducibile al classico immaginario soprannaturale, allβidea dello stregone da fiaba, e lβIncomprensibile domina piuttosto le catastrofi che costellano la narrazione. Sarebbe meglio per tutti β per il narratore e per i narrati β se si potesse dire che la colpa Γ¨ della magia o del demonio, ma il problema Γ¨ proprio che non si puΓ²: qualsiasi spiegazione Γ¨ inefficace e incerta, e soltanto il βnon lo soβ, nella sua devastante impotenza, ha un sentore di veritΓ . Ray gioca proprio con la bugia: tutti sanno cosβΓ¨ una strega e cosβΓ¨ un fantasma, ma la storia (nella storia) non puΓ² mai arrivare a descrivere veramente la natura del soprannaturale. Le sagome di carta evocate nei racconti di Ray creano una falsa aria di familiaritΓ , tramite la quale lβautore puΓ² colpire a fondo nella sensibilitΓ del lettore – peraltro andando a toccare aspetti intimi ed emotivi che raramente sono trattati dal weird. Nella narrativa di Ray la carica malinconica Γ¨ anche legata ad un certo disincanto nei confronti del potere del linguaggio, in una combinazione che, anche al di lΓ del discorso sulla letteratura del soprannaturale, Γ¨ molto rappresentativa della cultura occidentale del Novecento.
Nella conclusione ti riferisci ad altri autori che si potrebbero analizzare alla luce delle riflessioni del libro. Se dovessi scrivere un seguito su chi ti concentreresti maggiormente?
Il metodo che ho tentato di delineare nel libro, cosΓ¬ concentrato su una considerazione modale e βdinamicaβ, si potrebbe applicare ad autori che normalmente non vengono considerati weird, proprio perchΓ© ad essere weird non sono gli autori (e neanche i libri o i racconti), bensΓ¬ i singoli passi narrativi. Per questo motivo credo che si potrebbe indagare su J. L. Borges, non soltanto per i suoi interessi di lettore, che lasciano trasparire una certa familiaritΓ col weird (non dimentichiamo che dedicΓ² un intero racconto a Lovecraft: There are more things del 1975), ma principalmente per la sua produzione, che spesso mette al centro un soprannaturale sfuggente e incomprensibile. In unβottica weird si potrebbero poi analizzare alcune cose della narrativa di Friedrich DΓΌrrenmatt, e in Italia una parte della produzione di Luigi Pirandello, Italo Svevo, Dino Buzzati e Tommaso Landolfi. In questi autori risalterebbe particolarmente il problema di distinguere il weird dal fantastico e dal surreale, e un ulteriore lavoro su queste sfumature potrebbe aiutare a capire il rapporto tra letteratura e soprannaturale nel XIX secolo. Poi, naturalmente, cβΓ¨ ancora molto da fare su autori giΓ riconosciuti come weird, ma di cui non si Γ¨ studiata a fondo la scritturaβ¦ insomma, di spazio per la speculazione e la critica ce nβΓ¨ ancora tanto. E non so se augurarmi che sia una spazio tutto sommato finito e comprensibile, o se piuttosto non si debba auspicare una geometria non euclidea anche per le grandi distese della letteratura.

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