Ernst JΓΌnger nacque il 29 marzo 1895. Per l’anniversario vogliamo proporre ai nostri Lettori un estratto del suo “Trattato del Ribelle” (1951), scritto esattamente settant’anni fa, che letto al giorno d’oggi appare a dir poco sconcertante. A colpire Γ¨ soprattutto l’incredibile attualitΓ dell’analisi del filosofo tedesco e la sua visione a dir poco profetica su quello che sarebbe stato il mondo in quella che egli denominΓ² l’Β«Era dei TitaniΒ», in cui noi stessi oggi ci troviamo a vivere.
di Ernst JΓΌnger
Tratto da Il trattato del Ribelle (1951), Β§13-14.
Traduzione italiana Adelphi, Milano 1990.
La paura Γ¨ uno dei sintomi del nostro tempo. Tanto piΓΉ essa suscita costernazione in quanto Γ¨ succeduta a unβepoca di grande libertΓ individuale, in cui la stessa miseria, per esempio quella descritta da Dickens, era ormai quasi dimenticata. In che modo Γ¨ avvenuto questo passaggio?
Se volessimo scegliere una data fatidica, nessuna sarebbe piΓΉ appropriata del giorno in cui affondΓ² il Titanic. Qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: lβhybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, lβautomatismo con la catastrofe che prende lβaspetto di un incidente stradale. Γ un fatto che i rapporti tra i progressi dellβautomatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, lβuomo Γ¨ infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. ConquisterΓ cosΓ¬ ogni sorta di vantaggi che sarΓ costretto a pagare con una perdita di libertΓ sempre maggiore.
Il singolo non occupa piΓΉ nella societΓ il posto che lβalbero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano. Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama Γ¨ piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertΓ : manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocitΓ . Ma non appena si profilano allβorizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente. Da quel momento non soltanto la tecnica abbandona il campo del comfort a favore di altri settori, ma la stessa mancanza di libertΓ si fa evidente: sia che trionfino le forze elementari, sia che taluni individui, i quali hanno conservato la loro forza, esercitino unβautoritΓ assoluta.
I particolari sono noti e molti li hanno piΓΉ volte descritti; fanno parte integrante della nostra esperienza piΓΉ intima. Qui si potrebbe obiettare che in passato sono esistite epoche di terrore, di panico apocalittico, non orchestrate o accompagnate da questo carattere di automatismo. Γ questa una questione sulla quale non intendiamo soffermarci giacchΓ© lβautomatismo diventa terrificante soltanto se si rivela una delle forme della fatalitΓ , di cui anzi Γ¨ lo stile precipuo, come nellβinsuperabile raffigurazione che ne ha dato a suo tempo Hieronymus Bosch. Che il terrore dei moderni abbia delle caratteristiche particolari, o sia semplicemente lo stile che lβangoscia cosmica adotta oggi, in uno dei suoi perenni ritorni?
Non vogliamo soffermarci su questa questione, ma piuttosto rispondere alla domanda speculare che Γ¨ quella che davvero ci sta a cuore: Γ¨ possibile attenuare il terrore mentre lβautomatismo perdura, o, come Γ¨ prevedibile, mentre esso si avvicina sempre piΓΉ alla perfezione? Non sarebbe insomma possibile rimanere sulla nave e conservare la nostra autonomia di decisione β ossia non soltanto preservare, ma addirittura rafforzare le radici che ancora affondano nel suolo originario? Γ questo il problema fondamentale della nostra esistenza.
Γ anche il problema che si nasconde dietro a ogni angoscia del nostro tempo. Lβuomo si chiede in che modo gli sia possibile sottrarsi allβannientamento. In questi anni, in qualsiasi parte dβEuropa ci si trovi a conversare, vuoi con amici vuoi con gente che non si conosce, il discorso si volge ben presto a temi generali e lascia trasparire un profondo avvilimento. Appare subito evidente che quasi tutti, uomini e donne, sono in preda a un panico che dalle nostre parti non si era piΓΉ visto dagli inizi del Medioevo.
In una sorta di cieco invasamento, li vediamo tuffarsi nel loro terrore, di cui esibiscono i sintomi senza pudore alcuno. Assistiamo a una gara di spiriti che discutono animatamente se sia piΓΉ opportuno fuggire, nascondersi o ricorrere al suicidio, e che, pur godendo ancora della completa libertΓ , giΓ congetturano con quali mezzi e astuzie sarΓ possibile accaparrarsi il favore della plebaglia non appena questa si sarΓ impadronita del potere. Con raccapriccio ci accorgiamo che a nessuna bassezza costoro non darebbero il loro assenso se gli venisse richiesta. Eppure non mancano tra loro uomini sani e vigorosi, con una bella corporatura di atleti. Viene da chiedersi a che giovi tanto sport.
Ebbene, questi uomini, oltre che pavidi, sono anche temibili. Lβumore balza in essi dalla paura allβodio dichiarato non appena si accorgono che le stesse persone che poco prima incutevano timore mostrano ora qualche segno di debolezza. Siffatte congreghe non sβincontrano soltanto in Europa. Dove lβautomatismo guadagna terreno e si avvicina alla perfezione, il panico si fa ancora piΓΉ tangibile: in America, ad esempio, esso trova il terreno che gli Γ¨ piΓΉ propizio, e si diffonde lungo reti piΓΉ veloci del fulmine.
GiΓ Γ¨ un indice di angoscia il bisogno di sentire le notizie piΓΉ volte al giorno; la fantasia si dilata e, girando sempre piΓΉ vorticosamente su se stessa, finisce per paralizzarsi. Tutte quelle antenne su cittΓ gigantesche fanno pensare a capelli che si rizzano sul capo, sembrano evocare contatti demoniaci. Naturalmente lβEst non fa eccezione. LβOccidente vive nel terrore dell’Oriente e lβOriente vive nel terrore dellβOccidente. In tutti i luoghi della terra si vive nellβattesa di spaventose aggressioni: a cui si aggiunge, per molti, il timore della guerra civile.
Il rozzo meccanismo della politica non Γ¨ lβunica fonte di tanto timore. Oltre a quello esistono innumerevoli altre forme di angoscia, che implicano tutte quellβinsicurezza che si appella incessantemente a medici, messia, taumaturghi. Tutto, infatti, puΓ² dare adito al timore. Γ questo, inequivocabilmente, piΓΉ di qualsiasi pericolo materiale, il segno premonitore del declino.

In questo vortice, la questione fondamentale Γ¨ se sia possibile liberare lβuomo dal timore. Obiettivo di gran lunga piΓΉ importante che rifornirlo di armi o provvederlo di medicinali. Forza e salute sono prerogativa degli impavidi. Il timore, invece, stringe dβassedio anche β anzi soprattutto β chi Γ¨ armato fino ai denti. Lo stesso dicasi per chi nuota nellβoro. La minaccia non si scongiura con armi o ricchezze, che sono e rimangono semplici strumenti. Timore e pericolo sono cosΓ¬ intimamente connessi che Γ¨ pressochΓ© impossibile stabilire quale delle due forze generi lβaltra. Ma data la maggiore importanza del timore, conviene incominciare di qui se si vuole tentare di sciogliere il nodo.
Quanto al metodo inverso, e cioΓ¨ al tentativo di occuparsi in primo luogo del pericolo, Γ¨ doveroso mettere in guardia dallβadottarlo. Non risolveremo mai la questione in quattro e quattrβotto fingendo di essere piΓΉ pericolosi di quelli di cui abbiamo paura: Γ¨ questo il classico rapporto che stabiliscono i rossi con i bianchi, i rossi tra loro, e domani, chissΓ , i bianchi con la gente di colore. Lo spavento assomiglia a un fuoco che si appresta a divorare il mondo. La paura, intanto, fa sempre nuove vittime. Chi mette fine allo spavento legittima con ciΓ² stesso la sua pretesa al dominio: ed Γ¨ il medesimo individuo che prima ha debellato la paura dentro di sΓ©.
Inoltre Γ¨ bene sapere che la paura non si lascia sconfiggere una volta per tutte. NΓ© ciΓ² consentirebbe di spezzare la catena dellβautomatismo, anzi gli spalancherebbe le porte ai piΓΉ intimi recessi dellβuomo. Lβuomo che cerca consiglio in se stesso, trova ogni volta nella paura il proprio interlocutore privilegiato; sennonchΓ© la paura punta a trasformare il dialogo in monologo: soltanto qui infatti riesce a conservare lβultima parola. Se invece la paura viene costretta al dialogo, lβuomo puΓ² a sua volta prendere la parola. CadrΓ cosΓ¬ la sensazione di accerchiamento e, oltre a quella dellβautomatismo, comparirΓ unβaltra soluzione. Dβora innanzi, insomma, ci sono due vie, o, per dire la stessa cosa con parole diverse, si Γ¨ ristabilita la libertΓ di decidere.
Perfino nella peggiore delle ipotesi, nel caso della disfatta totale, rimane una differenza abissale, come quella tra il giorno e la notte. Una strada sale verso i regni dei grandi sentimenti, verso chi sacrifica la propria vita per una nobile causa, verso il destino di chi cade con le armi in pugno; lβaltra scende invece verso le bassure dei campi di schiavitΓΉ e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida.
Qui non si parla piΓΉ di destini, qui ciascuno Γ¨ solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: Γ¨ questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo. Il singolo Γ¨ sovrano oggi esattamente come in qualsiasi altro periodo della storia, e forse oggi Γ¨ ancora piΓΉ forte. GiacchΓ© il singolo, piΓΉ i poteri collettivi guadagnano terreno, piΓΉ si rende autonomo dagli antichi organismi costituitisi nel tempo, e allora fa parte per se stesso. Diventa cosΓ¬ lβantagonista del Leviatano, o addirittura il suo dominatore, il suo domatore.
Ma torniamo per un momento allβimmagine del voto. Il meccanismo elettorale, come lo abbiamo visto noi, Γ¨ diventato un concerto di automi, manovrato da un solo organizzatore. Il singolo puΓ² essere costretto, e di fatto lo Γ¨, a parteciparvi. Deve sapere perΓ² che le posizioni che gli Γ¨ dato di occupare sul campo sono tutte ugualmente prive di valore. Dovunque la selvaggina si sposti, non ha nessuna importanza, se rimane comunque tra le tele dei battitori.
Il luogo della libertΓ Γ¨ ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco. Qui sono a disposizione mezzi diversi oltre al semplice Β«noΒ» da scrivere in una determinata casella. Siamo certo costretti a riconoscere che forse allo stato attuale delle cose soltanto una persona su cento Γ¨ in grado di imboccare la via del bosco, ma qui non Γ¨ questione di proporzioni numeriche. Quando il teatro va a fuoco, bastano una mente lucida e un cuore impavido per arginare il panico dei mille che si abbandonano a un terrore bestiale e rischiano la morte per soffocamento uno sopra lβaltro.
Quando in questo libro si parla di singolo, si intende l’essere umano, privato perΓ² di quella specie di retrogusto che a questo termine Γ¨ stato associato negli ultimi due secoli. Si intende parlare dellβuomo libero come Dio lβha creato, lβuomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce unβeccezione, nΓ© rappresenta unβΓ©lite. Se vi sono differenze, esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertΓ che ha avuto in dono. Per questo ha bisogno di aiuto β lβaiuto del pensatore, del saggio, dellβamico, dellβamante. Si puΓ² anche dire che nel bosco lβuomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, lβordine Γ¨ ristabilito. Il ritmo superiore della storia puΓ² addirittura essere interpretato come il periodico riscoprirsi dellβuomo.
Esistono forze β ora totemiche, ora magiche, ora tecniche β che incessantemente gli vogliono imporre una maschera. Cresce, allora, la rigiditΓ , e con essa la paura. Le arti impietriscono e il dogma diventa assoluto. Ma sin dai tempi piΓΉ remoti si ripete la medesima scena: lβuomo getta la maschera, e allora subentra quella serenitΓ che Γ¨ lβimmagine riflessa della libertΓ . Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare lβuomo, se confrontato con le sue macchine e con lβarsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come lβuomo le ha costruite cosΓ¬ le puΓ² demolire, ovvero le puΓ² inserire in un nuovo ordine di significati.
I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo puΓ² essere proprio il singolo.

sic est