Il frutto dell’infinito: meditazioni su Venere, la mela e il fico

Qual è il cibo dell’anima? Ovvero che frutti nascono nel giardino dell’immaginario? Un’avventura attraverso la geografia della psiche, seguendo il filo rosso della mela, da quella di Adamo a quella della discordia, dalle nebbie di Avalon sino ai regni celesti dove Venere traccia la sua stella. Un’escursione tra le altezze e i sentieri tortuosi del mondo degli archetipi.

di Bruno Corzino

Copertina: Bertel Thorvaldsen, Venus with the Apple, 1813-’16 (riproduzione 3d)

Mangiare miti

Come cambia l’uomo, il suo modo di vivere e di percepire il mondo, quando “mangia” diversi frutti mitici? In altre parole che differenza passa tra il credere al mito di Newton che inventa la gravità colpito dalla mela invece che a quello di Adamo ed Eva, che invece la mangiano, anche se era proibito? Nel primo caso parliamo di un’esaltazione, di un’ascesa eroica. Nel secondo di una caduta.

Nella costellazione dei miti sembrano esserci due frutti, un “frutto del peccato” e un suo gemello “frutto dell’immortalità” o “della vita”. L’occidentale si è pappato senza battere ciglio prima la mela di Adamo e poi quella di Newton. Queste due mele, pur essendo imparentate, hanno senza dubbio dato luogo a percezioni e stili di vita assai diversi quanto il cattolicesimo medioevale e lo scientismo illuminista. Eppure a voler essere pignoli la Genesi non parla affatto di mele!

Si tratta di un equivoco il cui responsabile fu San Girolamo, autore della traduzione della Bibbia in latino. La Bibbia parla semplicemente di un “frutto”. A farlo diventare una mela ha sicuramente contribuito il fatto che in latino “malum” significa sia mela che male. Nomen omen. Ma non solo: come non pensare al pomo della discordia, per cui Paride ha dovuto scegliere tra Atena, Era ed Afrodite? E come ogni giovane maschio che si rispetti tra la conoscenza, il potere ed il sesso, ha scelto quest’ultimo, innescando la guerra di Troia e tutte le sue tragedie. I miti crescono organicamente, si disegnano come costellazioni. Il semitico frutto proibito passa al mondo latino attraverso il prisma del pomo della discordia della mitologia greca.

Tuttavia le cose sono ancora più complicate, visto che la Genesi nomina ben due alberi, l’albero della Vita e l’albero della Conoscenza del bene e del male (anche se alcuni vi hanno visto due aspetti di uno stesso albero). Quello che avrebbero mangiato Adamo ed Eva è il frutto del secondo albero. Il suo effetto: “l’apertura degli occhi”, ma in senso negativo. La discesa in uno stato di coscienza più basso di quello dell’innocenza originaria: “furono coscienti della loro nudità e se ne vergognarono”. Una scissione dall’essere, dallo scorrere della vita.

The Elder Lucas Cranach, Adam and Eve in the Garden of Eden, 1752

Ma prima dell’equivoco esistevano molte diverse ipotesi su quale potesse essere questo “frutto”. L’esegesi ebraica ed islamica ha proposto diverse altre ipotesi: la melagrana (la cui abbondanza di chicchi è segno di fertilità e per i sufi di unità nel molteplice), la carruba (in ebraico significa anche “distruzione”), l’uva e la spiga di grano. Infine, l’ipotesi del fico è la più logica. Infatti, sia nella Bibbia che nel Corano, appena consumato il frutto Adamo ed Eva per la prima volta si sentono nudi e si vergognano: si affrettano quindi a coprirsi con delle foglie di fico. Ma dove le hanno prese queste foglie di fico se non dall’albero stesso che era lì di fronte a loro? Non per nulla nella Cappella Sistina troviamo Adamo ed Eva ai piedi di un albero di fico. Il che mostra chiaramente come il fico era ritenuto il frutto del peccato originale e non la mela.

Ma torniamo alla domanda di partenza: che differenza fa mangiare il frutto proibito sotto forma di fico o di mela? E poi quale mela, quella di Adamo o quella di Newton? Nella mitologia greca la mela è appannaggio di Gea, la Madre Terra, offerta ad Era, la regina degli dei come dono nuziale di fecondità. Anche Zeus però possedeva un suo albero personale che fruttificava mele d’oro al centro di in un giardino incantato (assai simile all’Eden) localizzato all’estremo Ovest e presidiato dalle Esperidi. La ritroviamo, la mela, in molte favole, sempre con l’accezione di pomo della discordia. In Biancaneve, ad esempio, dove la mela avvelenata offertale dalla strega cattiva la rende preda di una specie di catalessi da cui solo l’amore del principe potrà risvegliare. 

Abbiamo quindi da un lato un aspetto di fertilità, collegato in particolare al simbolismo creativo e sessuale (una mela divisa verticalmente mostra una stilizzazione efficace del sesso femminile). Un aspetto che si ritrova universalmente, dalla Cina alla cultura celtica (Avalon è letteralmente “la terra delle mele” e sotto un melo si dice amasse sostare mago Merlino). Dall’altro lato però si delinea chiaramente anche un aspetto nefasto, di discordia e distruzione, della passione irrefrenabile che “brucia e consuma”. 

In realtà entrambi questi aspetti sono parte del simbolismo di Venere (Afrodite è il nome greco). Presso i sumeri, ad esempio, la dea Inanna, che rappresenta Venere è tanto dea della guerra quanto dell’amore e della fertilità. Dalla divinità si può facilmente risalire al pianeta corrispondente, che mostra, anche astronomicamente, una natura “doppia”. Venere infatti si mostra sia astro della sera (ovvero sorge al tramonto) oppure come astro del mattino (ovvero sorge l’alba, prima del sole). Ecco le due “facce” opposte del pianeta, ovvero della divinità. Del tutto naturale quindi che Venere venga a volte “sdoppiata” in due diverse persone per esprimere meglio i due diversi aspetti. E che questa doppia natura passi alla mela.

Bertel Thorvaldsen, Venus with the Apple, 1813-’16

Ma vediamo ora il simbolismo del fico. Come la mela, anche il fico è fortemente legato ad un simbolismo di fertilità, sia per la sua forma che per il fatto di contenere tanti piccoli semini. Tuttavia, a differenza della mela, il fico ha un aspetto che lo lega particolarmente alla scienza ed alla “conoscenza delle cose nascoste”: si tratta del fatto che in realtà il fico che si mangia non è il frutto, ma il fiore della pianta! I veri frutti (che si sviluppano all’interno dell’inflorescenza) sono dei piccoli acheni, i semi futuri. Per completare l’impollinazione gli insetti devono quindi entrare nella “camera segreta” del fico attraverso il foro nella parte inferiore. È un questa “grotta nascosta” che si compie il matrimonio sacro, il rito della vita. Risulta quindi naturale collegarlo ad una conoscenza “profonda” ed “interiore”.  

In India il Ficus bengalensis ed il Ficus religiosa sono ritenuti gli alberi sacri rispettivamente di Vishnu e Shiva, e secondo una tradizione sotto un albero di fico Buddha raggiunse infine il risveglio. In molte culture sulle sue radici si acciambella il serpente rappresentante la potenza ctonia, sotterranea: simbolo che esprime la forza fecondatrice per eccellenza (e la stessa energia-coscienza dell’essere umano – kundalini – non è forse rappresentata come un serpente che si attorciglia attorno alla colonna vertebrale/albero cosmico a mo’ di caduceo?). 

Nella mitologia egizia si narra che la rinascita di Osiride avviene quando le zolle alla base del sicomoro sacro (Ficus sycomorus) cominciano a coprirsi di germogli di grano ed orzo. Dalla fermentazione della linfa del sicomoro si produceva inoltre un vino che si riteneva donare poteri occulti. Col suo legno, invece, si confezionavano sarcofagi: seppellire un morto in una cassa di sicomoro significava reintrodurre la persona nel grembo della dea madre, facilitando così il viaggio nell’aldilà. 

In Grecia, il fico era sacro a Dioniso, dio dell’ebbrezza e del risveglio e a Priapo, il dio itifallico della fecondità, protettore dei giardini. Particolarmente legato anche alla conoscenza ed ai filosofi: si riteneva infatti che stimolasse la conoscenza e l’eloquenza e ritenuto particolarmente adatto alla cura della balbuzie. Un cibo frugale, il fico, consumato secco o fresco, capace di stimolare la conoscenza. Ancora oggi l’italiano conserva la parola “sicofante” che significa “delatore, dal greco “sikon” ovvero “fico”. Il delatore non è forse chi conosce “cose segrete”? E che fa le sue deduzioni?

La dea Hathor, “Signora del Sicomoro”

Nel mondo islamico il fico è ritenuto dotato di una certa baraka (letteralmente “benedizione”, intesa nel senso di “potenza spirituale”). Esso infatti si conserva assai bene secco senza bisogno di alcuna aggiunta di sale o spezie. Il fico non manca mai nei rituali di nozze berberi e campagnoli ed il suo significato sessuale è reso evidente dal fatto che il suo nome significa anche “testicoli”, motivo per il quale per indicare il fico si usa di solito la parola “autunno”, stagione della loro raccolta. Abbiamo quindi, come per la mela, tutto il filone dell’abbondanza e della fertilità, unito però ad una valenza più marcata dell’aspetto di conoscenza e nello specifico conoscenza segreta. Ma vi è anche un aspetto “oscuro” del fico. Presso i Greci il termine indicava infatti anche un tumore, un’escrescenza carnosa. In Ippocrate “sikon” significa orzaiolo

C’è quindi anche una valenza negativa della conoscenza, intesa come conoscenza inutile, “di troppo”. Non è forse l’escrescenza, il tumore, un “sovrappiù” di carne, una crescita sproporzionata, troppo abbondante? Esiste una parabola, nel vangelo di Matteo nella quale Gesù si avvicina ad un albero di fico per raccogliere dei frutti e non ve ne trova. Si è a marzo, quindi ben fuori stagione. In maniera sorprendente Gesù maledice l’albero, che viene trovato secco il giorno dopo. A tutta prima sembra un’azione del tutto irrazionale, insensata: seccare un albero perché non dà frutti fuori stagione? Eppure gli apostoli evidentemente capirono, come capirono coloro i quali ascoltavano questa parabola trovandovi un senso. Allora bisogna presumere che i contemporanei avessero una tacita nozione, nel loro substrato culturale, che rendeva comprensibile questa azione a tutta prima assurda.

Questa nozione la possiamo trovare se riconosciamo nell’albero della Conoscenza del bene e del male un fico e ci colleghiamo alle valenze negative legate a questa conoscenza a cui il termine stesso in greco ci riportava: tumore, crescita sproporzionata, troppo abbondante, eccessiva. Vale la pena collegarsi ad un proverbio popolare: “Cercare i fiori di fico”, come a dire una cosa inutile, la ricerca di una conoscenza impossibile e necessariamente infruttuosa, proprio come il fico che Gesù maledice. Viene in mente la rappresentazione che Aristofane fa dei sofisti, gli intellettuali e scienziati del suo tempo nella sua commedia Le nuvole: persone tutte dedite a curiosità minute e senza capo né coda, come contare i passi di una mosca o guardare le stelle da ceste volanti mentre venerano a parole queste “vaghe” divinità, le Nuvole appunto. 

Ecco dunque che la parabola mostra il suo significato ed insieme chiarisce il simbolismo preciso dell’albero della Conoscenza del bene e del male. Al disseccamento del fico, infatti, segue un discorso del Cristo tutto incentrato sull’abbandono delle conoscenze e delle curiosità futili, e dell’affidarsi piuttosto al destino ed i significati che di volta in volta ci rivela individualmente. La Conoscenza del bene e del male sarebbe quindi questo: la scienza come qualcosa di ipertrofico, che vuole conoscere troppo (anche quello che non si può conoscere, come il valore completo del Pi greco o il voler trovare i fichi a marzo). È questo tipo di conoscenza duale (e tutte le nevrosi e le psicosi e le guerre nascono dal conflitto duale tra conscio ed inconscio, io e mondo, cielo e terra) che il Cristo mostra come conoscenza del bene e del male. E per mettere in guardia contro di essa utilizza il simbolo del fico.

Hilma af Klint, Tree of Knowledge n.1, 1913

Mangiare astri 

Abbiamo già visto il legame tra il doppio simbolismo dei due frutti (mela, fico) ed il doppio simbolismo della divinità rappresentante il pianeta a cui si riferiscono, ovvero Venere. Tagliando una mela orizzontalmente, si ricava infatti la forma di una stella a cinque punte, emblema della scuola pitagorica e della sua conoscenza, come anche della sezione aurea, segreto della bellezza. La stessa stella a cinque punte tracciata da Venere nel cielo nel corso di un periodo di 8 anni. Ma anche il fico può essere legato a questo simbolismo: la stella a cinque punte allude infatti ad una “conoscenza segreta”, che contiene il potere della bellezza e quindi del desiderio che può istigare alle azioni più esagerate.

Per capire meglio questo sdoppiarsi dell’archetipo occorre soffermarsi un attimo ad osservare come funziona la logica simbolica, una struttura altrettanto precisa come quella principi matematici. La regola “algebrica” della dualità la possiamo formulare così: tutti gli aspetti della vita sono duali, principio che può essere espresso 1) da due aspetti di uno stesso archetipo 2) da uno sdoppiarsi dell’archetipo che si scinde nelle due parti 3) dall’opposizione con un altro archetipo contrario. Come si vede si tratta di una regola del tutto analoga al principio di equivalenza delle equazioni matematiche.

Così si capisce meglio come Venere possa 1) racchiudere in sé i principi di amore e discordia 2) sdoppiarsi in astro mattutino bellicoso e astro della sera armonioso 3) rappresentare la pura bellezza e passione quando considerata come opposto di Marte. Ma vediamo meglio l’applicazione di questi principi.

La “rosa di Venere”, ovvero la stella a cinque punte che il pianeta forma, “danzando” con la Terra, in un ciclo di 8 anni.

Per i Sumeri Venere era Inanna (Ishtar presso i Babilonesi), dea dell’amore e della guerra. Per salvare il suo sposo rapito deve discendere negli inferi attraversando sette porte ed a ogni porta togliersi un vestito, sino a rimanere nuda. Si tratta del fenomeno astronomico della discesa di Venere nell’orizzonte, durante la quale appare sempre meno lucente, fino a restare nuda, senza i suoi vestiti e gioielli splendenti. Dea della sera, favoriva l’amore e la voluttà; dea del mattino, presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi.

Nel Centro America e segnatamente presso i Maya e gli Aztechi, Venere era importante per l’organizzazione del calendario (connettendo cicli solari, lunari e venusiani tramite l’equivalenza 5 fasi venusiane ≈ 8 anni solari ≈ 99 lunazioni).  Presso i Maya Quiché Venere rappresentava Quetzalcóatl, un dio-eroe dalle cinque facce o aspetti (come le 5 diverse fasi del pianeta) chiamato anche Serpente piumato. È un gemello del Sole e anche lui si reca negli inferi insieme a lui per sconfiggere i signori della malattia. Uccide il fratello gli apre il petto ed estrae il cuore. Poi rimette tutto a posto e lo resuscita. Oltre a debellare le malattie è sempre lui a donare il fuoco agli uomini (in cambio del quale richiede sacrifici di sangue e cruenta estrazione del cuore). 

In Cina invece troviamo che Venere rimane divisa in astro del mattino femmina ed astro della sera maschio. Anche se nella tradizione cinese, attenta in modo particolare ai pronostici burocratici dell’impero, è preponderante il significato di guerra, piuttosto che quello di fecondità: Venere è infatti definita “il grande bianco” e nel suo candore si vede lo scintillio del metallo, come di una spada lucida. Gli esempi in realtà si potrebbero moltiplicare enormemente, senza che cambi il succo: Venere si sdoppia naturalmente in due aspetti principali: stella del mattino che sorge ad est all’alba e stella della sera che sorge ad ovest al tramonto. Questi aspetti possono essere sintetizzati da un’unica figura (Venere-passione che può essere tanto prolifica quanto distruttrice) o sdoppiarsi in due divinità (Venere-guerra, Venere-amore), eventualmente una di sesso maschile ed una di sesso femminile, a sottolinearne l’opposizione. 

Lucifero/Fosforo

Questo ovviamente lo ritroviamo anche presso i Greci dove Venere è la dea dell’amore e della fecondità. Tuttavia esistono anche due aspetti distinti: come stella del mattino è Phosphoros, Afrodite che sorge dalla schiuma del mare. Invece, come stella della sera è Espero, divinità maschile e fratello di Atlante, che in latino diventa Vespero in quanto prolunga la luce diurna. Dalla prima divinità derivano alcuni termini come fosforescente e fosforico, che connotano un brillamento improvviso e danno nome all’elemento Fosforo, detentore di questa proprietà. In latino, però, lo stesso nome (“portatore di luce”), diventa Lucifero.

Così, a partire dalla tarda antichità e dal medioevo l’aspetto di astro del mattino di Venere venne a confondersi col signore del male, il “principe delle tenebre”. La relazione finì infatti per mettere in risalto l’opposizione tra la Venere mattutina ed il sole, quindi tra la Luce e le Tenebre. Venere mattutina non pecca infatti di superbia volendo portare luce prima del Sole (immagine della luce di Dio)? Si identifica quindi benissimo con Lucifero, splendente tra gli angeli, che per superbia volle brillare più di Dio, ribellarsi a lui. Un riemergere del principio prometeico collegato a Venere (Quetzalcóatl che dona il fuoco agli uomini ed uccide il fratello Sole).

Risulta quindi che Fosforo o Lucifero (donna nella religione classica) divenne il male, la superbia di “brillare da soli” contro il vero luminare, il sole. Mentre Vespero (uomo) finì dimenticato come aspetto di fecondità e sensualità, poco caro alla nuova religione. Ecco quindi delineato il mutamento avvenuto nell’immagine di Venere e di conseguenza dei frutti simbolicamente ad essa collegati. L’aspetto di “stella del mattino” a contatto con la nuova religione. Tanto più che l’aspetto sessuale è ora divenuto peccato. Che miglior simbolo quindi della mela per incarnare tutto questo simbolismo relativo alla superbia luciferina?

Una prova del nove la si può fare osservando come invece il fico abbia mantenuto il suo simbolismo di fertilità e vitalità benefica. L’aspetto di “desiderio illimitato di conoscenze e poteri futili” finisce da parte o viene superato (Buddha che ottiene l’illuminazione sotto un fico). Il fico conserva quindi la sua natura doppia e anzi si sposta verso il simbolismo dell’astro della sera: sensualità positiva e conoscenza trasformativa. La mela, invece, finisce per ricoprire appieno il simbolismo dell’astro del mattino: il peccato nel suo aspetto di superbia luciferina, conoscenza come volontà di potenza e sessualità condannata.

Djed, colonna sacra e simbolo assiale degli antichi Egizi

Mangiare o non mangiare?

Per capire le conseguenze del definire il frutto proibito come una mela piuttosto che un fico occorre che ora ci soffermiamo ancora un attimo a definire meglio in cosa consiste la colpa, il “peccato” compiuto in illo tempore dai progenitori dell’umanità. Innanzi tutto per esserci un frutto ci deve essere un albero. Ed in tutte le tradizioni l’albero è simbolo dell’axis mundi, ovvero del “pilastro centrale” che collega Cielo e Terra. Si tratta di quell’asse che dal punto di vista fisico passa per i poli terrestri e dal punto di vista simbolico attraversa tutto il centro dell’universo. Il cammino di mezzo, l’asse immobile attorno a cui ruotano le galassie ed il tempo.

Secondo una tradizione cinese l’albero Chien-mu (“legno diritto”, identificato con lo gnomone, la meridiana solare) è al centro del mondo e lungo di esso ascendono i sovrani per accordare fra loro Cielo e Terra. Nell’antico Egitto l’Albero sacro per eccellenza è il sicomoro, anche simboleggiato dal Djed, la colonna sacra munita di quattro capitelli, ritenuta a sua volta simbolo della colonna vertebrale, in particolare quella di Osiride, il “rinato”. I Sioux, come i popoli nomadi d’Asia, vedono nel palo centrale delle capanne, come anche quello piantato al centro di uno spazio rituale l’Albero attorno a cui gira la ruota dell’universo.  Il simbolo dell’Albero cosmico riaffiora nell’Asvattha, l'”albero capovolto” degli antichi Indiani, con le radici in cielo e i rami sulla terra, come la nostra realtà che nasce dall’immanifesto. Per i Germani un enorme frassino di nome Yggdrasill sta al centro dell’universo e unisce i diversi piani della realtà, quelli celesti e quelli inferi, come un pilastro immobile al centro del divenire brulicante del cosmo.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. Basti fissare la regola di matematica archetipica: la variabile albero cosmico rappresenta l’asse centrale dell’universo, il luogo immobile attorno cui si sviluppa il vorticare di spazio e tempo. Tuttavia nella Genesi sembrano esserci due alberi, dotati di rispettivi frutti: l’albero della Vita e l’albero della Conoscenza del bene e del male. Vale qui ciò che abbiamo detto riguardo a Venere: in altri termini si tratta dello “sdoppiamento” dei due aspetti dello stesso asse centrale o Albero universale. Una duplicità che ritroviamo in un’immagine delle Upanishad in cui si parla di un unico albero su cui però stanno due uccelli: il primo mangia un frutto, il secondo, distaccato osserva. Il significato è chiaro: il primo rappresenta l’azione, l’essere “dentro il mondo” (quindi “mangiare”), l’altro rappresenta la contemplazione, il distacco dal mondo. Qui la mela peccaminosa, Lucifero stella del mattino che sorge prima del sole e vuole contrastare la sua luminosità, è rappresentato dall’uccello che mangia il frutto. Quello che non mangia, ma osserva distaccato rappresenta l’aspetto positivo, il frutto della Vita ovvero della consapevolezza. Corrispondente all’altro aspetto di Venere, Espero, in quanto stella della sera, che fa durare il bagliore solare più a lungo nell’oscurità della notte.

Gilgamesh presso l’Albero della Vita

Un simbolismo lo ritroviamo nel più antico poema dell’umanità: la storia dell’eroe sumero Gilgamesh. È un re, Gilgamesh, che vuole compiere grandi imprese. Tuttavia la morte del suo migliore amico Enkidu lo lascia angosciato al pensiero di dover morire anche lui. L’unica impresa che vale davvero la pena, conclude, è conquistare l’immortalità. Dopo varie peripezie riesce a trovare il “frutto” (in realtà in questa versione si tratta di una pianta acquatica) in grado di garantirgli la vita eterna. Ma proprio quando sta per emergere vittorioso dalle acque con la pianta in mano, distratto dal trionfo, un serpente gliela ruba. Questo finale, che a noi potrebbe sembrare tragico, in realtà non lo è: proprio ora che Gilgamesh torna a casa rassegnato, riappacificato coi propri limiti, può raggiungere la vera felicità. La trova dove era sempre stata, nella sua città di Uruk. Dove non poteva vederla proprio perché accecato dal suo rincorrere un “sempre di più”, le imprese sempre più grandi, sforzo prometeico di dominare la realtà. Se la nostra società sembra esaltare e normalizzare lo spirito di dominio sul destino e la morale del “sempre di più”, i racconti antichi sono molto chiari nello stigmatizzarla come nociva. L’accettazione è invece esaltata come chiave per la pace e l’armonia col cosmo, come si vede bene nel poema di Gilgamesh. 

Un altro mito mesopotamico altrettanto antico ci parla di un uomo di nome Etana, che non riusciva ad avere figli. Scopre però che esiste un’erba “della fecondità” di cui solo un’aquila conosce l’ubicazione. Questa aquila vive sulla cima di un albero cosmico, alla cui base vive un serpente. Un richiamo alla frase del Vangelo di Matteo: “siate candidi come colombe ma astuti come serpenti”, la cui versione “restaurata” (con di nuovo l’aquila al posto della colomba) ritroviamo nel Così parlò Zarathustra. Curiosi fili sotterranei e riaffioramenti seguono i miti. Ad ogni modo l’aquila aiuta Etana a recarsi nel cielo dove si trova questa pianta, il settimo, quello di Venere. Il cielo della tradizione mesopotamica è infatti fatto di cristallo e pietre preziose ed è ricco di questi frutti-gemme che splendono di luce viva e pulsante. Etana sale a cavalcioni sull’aquila e quella inizia a volare, ma non ce la fa a raggiungere il frutto e dopo un po’ precipita a terra. La cosa che appare curiosa dal nostro punto di vista è che anche qui gli dei, invece di arrabbiarsi con Etana per il suo tentativo “oltre i limiti” e quindi sacrilego, premiano il fatto che si sia rassegnato, che abbia infine accettato il proprio destino. Almeno così pare dal seguito delle tavolette: sembra infatti che Etana abbia poi avuto la discendenza che tanto bramava. Proprio nel momento in cui si è rassegnato al destino di non averne!

Sigillo raffigurante il mito di Etana

È curioso che la stessa storia si sia conservata e sia rimasta famosa fino all’epoca moderna con come protagonista Alessandro Magno al posto di Etana. In questa versione però il frutto è quello dell’immortalità ed il volatile un grifone che Alessandro convince tenendo in mano due lance su cui sono infilzate delle bistecche. Anche in questo caso l’impresa fallisce e sia gli dei, sia il Dio cristiano premiano l’accettazione del proprio destino a seguito del fallimento. Di nuovo ritroviamo il germe dei miti sbocciare in luoghi tanto distanti nel tempo e nello spazio: la figura di Alessandro cavalcando il grifone con le esche in mano la si può ammirare sul frontone medioevale del duomo di Cremona.

Non è difficile vedere in questi esempi il concetto greco di hybris, ovvero di un’azione che va oltre i limiti umani e pertanto viene punita dagli dei. E del suo contrario, l’accettazione di ciò che è come aspetto positivo e creativo. Il mangiare il frutto è quindi simbolo di questa hybris, di questo voler infrangere i limiti del proprio essere, voler potere, godere, sapere di più di ciò che è adatto a ciò che si è

Tornando al nostro albero, risulta quindi chiaro che la Genesi esprime questo simbolismo sdoppiando gli alberi ed i frutti: da una parte abbiamo il frutto della Vita che rappresenta l’essere, l’accettazione e l’unità; dall’altra abbiamo il frutto della Conoscenza del bene e del male, che rappresenta la volontà di potenza che tende al dominio illimitato, ma che rimane sempre frustrata perché la scissione sta a monte. Il termine “conoscenza del bene e del male” si riferisce infatti proprio a questo (in tedesco giudizio di dice Urteil, “taglio originario”). Si tratta di una scissione tra io e mondo, tra conscio ed inconscio, tra io e Altro che è del tutto incolmabile. Si tenta di colmare questa mancanza, questo vuoto esistenziale, cercando di possedere l’Altro, quindi si cerca di sapere sempre di più, diventare sempre più potenti, più forti, più ricchi, migliori moralmente ecc. Tutto inutile perché il vero abisso è alle spalle, all’origine. 

La Genesi pone una netta separazione: da una parte troviamo la conoscenza intellettuale e sterile. Si tratta della conoscenza che classifica, ovvero divide (il nucleo di tutte le opposizioni è quella in bene e male), ma anche quella che mediante tale classificazione vuole agire sul mondo con la tecnica. Infatti per creare ad esempio un veicolo più veloce occorre classificare i veicoli, i motori ecc., ma soprattutto presupporre che sia bene avere un veicolo che va più veloce! Ecco quindi riproposta la scissione originaria di bene e male: risulta pertanto chiaro che la conoscenza tecnica è anch’essa null’altro che una branca della morale. Di conseguenza una conoscenza che classifica, ovvero scinde, divide (in greco diaballo, da cui il temine “Diavolo”, letteralmente “colui che divide”). 

Vi è tuttavia un genere di conoscenza che trascende tutto questo ed è quella che la Genesi indica come “vita”. Se la conoscenza malvagia, quella che ha portato alla “caduta”, è la conoscenza che divide, è chiaro che la conoscenza della Vita sarà quella che unisce. Che non si può più nemmeno dire che è conoscenza, dal momento che conoscere implica la separazione di soggetto ed oggetto, mentre qui le due cose si fondono, diventano un’unica esperienza, un unico essere. I simboli possono aiutare a comprendere: un simbolo interiorizzato, insegna la psicologia, può cambiare una persona, dissolvere complessi. Viceversa può essere usato per il dominio, come nel caso dei “logo” pubblicitari e delle infinite trame della manipolazione e del potere. 

La difficoltà risiede nel fatto che tutti conosciamo benissimo la tecnica e la conoscenza che cataloga e separa, ma la saggezza che la Bibbia chiama Vita è perlopiù sconosciuta. Richiede tutto un altro tipo di allenamento e modifica di sé stessi, prima tra tutte l’accettazione e la coscienza di ciò che c’è, invece della volontà di dominio.

Nathaniel Currier, Tree of Life, 1849

Capovolgimento!

Ma col finire del medioevo ed il sorgere dell’epoca moderna ecco che la situazione si capovolge! La mela da strumento del peccato e della dannazione diventa simbolo di una tensione all’infinito, questa volta però giudicata positiva. La mela che cade sulla testa di Newton (lo ricordiamo: si tratta di un mito moderno, una leggenda inventata da Voltaire) indica una nuova epoca in cui la fuga da sé, la tensione perenne e dolorosa verso l’infinito diventano valori positivi e non più negativi. Si elogia una conoscenza sempre in fieri, ovvero che non conosce mai veramente, che rimanda sempre ad un futuro migliore, come i biglietti coi quali i rivoluzionari pagano le merci confiscate: dei pagherò che si rivelano puntualmente carta straccia. 

La tensione dei nervi, lo sforzo infinito, la lotta contro qualcosa che non si può vincere vengono elogiati e diventano le nuove virtù. Dopo secoli di repressione questa mela diventa finalmente buona. L’uomo si sente oramai tanto lontano dalle sue radici, ovvero da quell’appagamento e quella consapevolezza che lo portavano infine ad accettare il “qui ed ora”, che non capisce nemmeno le ragioni per cui la fuga da sé stessi, la tensione all’infinito non può dare appagamento. Questa corsa eternamente frustrata verso il piacere è oramai incallita e patologica. L’uomo si convince pertanto che essa è naturale, anzi, diciamocela tutta, essa è buona! Non è forse questo il motore del tanto decantato progresso, della marcia inarrestabile verso più conoscenza, più ricchezza, più potenza tecnologica sul mondo ecc.?

Quindi si convince che tutto il male stava nel reprimere questa mirabile spinta; era la repressione di questo tendere il vero male, anzi il male dei mali. Ora l’uomo, finalmente liberato, la mela la mangia senza più remore. Anzi, è la mela stessa a colpirlo, tanto è passivo di fronte a tale impulso. Ma lui si convincerà senza dubbio che va a lui in realtà il merito della cosa: non è infatti Newton ad avere avuto prima la cultura, gli studi ecc. che gli hanno permesso, una volta colpito per caso dalla mela di formulare la legge della gravità? La superbia e l’ipertrofia dell’io fanno senza dubbio parte di questa stessa tendenza che va ricondotta alla mela: sono infatti il contrario dell’accettare l’azione di una forza estranea all’io nel plasmare il mondo (lo si chiami Destino, Dio, Sorte, poco importa). Le speranze di una tale accettazione, e quindi di ritrovare l’appagamento, la felicità dovute alla presa di coscienza della propria condizione e quindi dell’accettazione del destino (come il Buddha sotto il fico) sono quindi del tutto scomparse per chi vive sotto il mito della mela buona, della mela “liberata”, che è giusto mangiare.

Sinistra: il logo della Apple
Destra: Alan Turing

Giungiamo infine al logo della Apple. Una mela morsicata contenente i colori dell’arcobaleno, non disposti però nell’ordine normale, secondo le leggi di natura, ma in modo invertito, coi colori più caldi al centro, a sottolineare il morso. Evidentemente si vede nel morso alla mela un qualcosa di positivo, si esalta anzi questo atto che ha portato alla scienza; il legame col sesso e la “tentazione” (a cui ovviamente ci si lascia andare come suggerisce il morso) fa scattare i meccanismi di attrazione. L’arcobaleno invertito poi è l’esemplificazione più immediata della volontà di infrangere le leggi di natura, essendo l’ordine dei colori una delle manifestazioni dell’ordine naturale che con maggiore forza manifesta un’armonia di cui è intessuto il cosmo. 

Ed è interessante vedere come i miti, essendo delle entità vive ed agenti, si “vendichino” del loro uso improprio. Dovete sapere che Alan Turing, padre dell’informatica moderna, era ossessionato dal cartone di Biancaneve ed in particolare dalla scena in cui la strega cattiva intinge la mela nel veleno. Turing è il primo a teorizzare l’intelligenza artificiale e la riduzione di ogni attività mentale a puro calcolo meccanico. Eroe di guerra, avendo contribuito in maniera importante a decriptare il sistema di codici segreti usati dai nazisti. Tuttavia è anche un omosessuale notorio in un tempo in cui, in Inghilterra, essere gay non era solo immorale, ma anche reato giudiziario. Condannato ad una cura ad ormoni che gli faceva crescere i seni e alla vergogna pubblica, Turing si toglie infine la vita proprio addentando una mela avvelenata.

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