Per una lettura antropologica del “Viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi”, di Lucio Besana

Un viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi” di Lucio Besana, contenuto nella silloge “Storie della serie cremisi” (Edizioni Hypnos 2021), accompagna il lettore attraverso un pellegrinaggio dai connotati ucronici, mostrando i limiti e le tensioni del simbolo, dati entrambi dalla sua dipendenza ai processi di reificazione naturale e sacrale. Il racconto porta all’estremo la sintomatologia distruttiva del presente, un residuo illuminista che tende a demistificare il potere culturale di un dato oggetto, ridimensionando così il valore e le potenzialità dell’essere umano.

di Stefano Celant

Andata e ritorno: una breve analisi

Un viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi è il primo racconto che apre la silloge delle Storie della serie Cremisi di Lucio Besana (Edizioni Hypnos 2021). A dire il vero, il testo è anticipato da Preludio. Il film della sala rossa, un componimento liminare, di poche pagine, che prepara il lettore al leitmotiv presente nella maggior parte dei racconti: l’adombramento del reale, inteso dalla psicologia lacaniana come esistente oggettivo, a seguito di processi itineranti, i quali narrano una realtà, cioè la percezione soggettiva dell’esistente, diversa e lontana dalla verità.

In Un viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi la voce narrante è quella di un io anonimo, di cui sappiamo poco o niente: probabilmente un impiegato di fabbrica, che in seguito alla decisione di aggiungere un colore nuovo alla sua vita, decide di intraprendere un viaggio verso la patria di Esagro Noroi. Le prime battute risaltano fugacemente un mondo kafkiano, dove il «plico di fotocopie e moduli» [1] attui ad avere tutte le carte in regola per il viaggio, ricorda l’infinita burocrazia de Il processo; mentre il fugace accenno all’utilizzo di una carta magnetica usata per comprare sia il biglietto, sia dentifricio e carta igienica, vuole restituirci l’immagine di un mondo molto vicino al nostro, e distopicamente prossimo. L’escursione in Matamonia, già dalle prime pagine, ci viene presentata come un evento eccezionale, a cui solo pochi prescelti è consentito intraprendere:

Quando dissi al mio vicino dov’ero diretto, lui subito si vantò di aver visitato la Città Itinerante, di aver assistito a una matinée del Teatro della Scena Rossa e di essere stato al Museo dei Neri Crateri di Subotica prima che sparisse; ma quando gli chiesi se avesse mai visitato la Matamonia il suo volto si scurì. Dopo un silenzio teso disse che il permesso gli era stato rifiutato. “Non sapevo che potesse succedere” dissi. [2]

Il gruppo Cremisi, infatti, è un ecosistema chiuso, che non si mischia col magma di turisti in viaggio verso le altre destinazione, come testimonia l’impossibilità della donna dal viso ossuto di interagire con un giovane ragazzo: «la donna dovette rendersi conto che le parole del ragazzo, ai nostri nervi cullati dalla malia sempre più forte della Matamonia di Esagro Noroi, risuonano come il rumore secco e abrasivo di articolazioni ossee senza cartilagini. Allora la donna si estraniò bruscamente dalla conversazione e tornò a occupare la sua posizione nel gruppo, in disparte come un’appendice o una coda» [3]. Ad aspettarli li attende la guida Meredro Nicoa, un personaggio enigmatico, cieco da un occhio, che mette subito in chiaro lo statuto dei nuovi arrivati:

“La vostra condizione è particolare, uno stato ambiguo. Qui non esistete sul serio; non esistevate prima di arrivare, smettere di esistere quando partirete. Non solo nel senso che vi dimenticheremo; piuttosto, vi ricorderemo come possibilità, come idee non realizzate, e come tali vi tratteremo nei prossimi giorni. Vi assicuro sul fatto che per le idee non realizzate abbiamo un grande rispetto.” [4]

Meredro sintetizza la condizione che accomuna ogni persona in visita ad una cultura esterna: il gruppo Cremisi rappresenta delle possibilità nel senso che designa un modo d’essere altro; esso è portatore di un’altra cultura derivata dal loro paese d’origine, di un’altra sfumatura di quello che la Matamonia avrebbe potuto essere senza la presenza di Esagro Noroi. Meredro, come la comunità della Matamonia, rispetta l’alterità umana rappresentata del gruppo, ma non si fa scrupoli ad evidenziare come essa non possa essere assimilata all’interno della propria regione durante il loro breve soggiorno, di come, in breve, la loro presenza sia solo di passaggio.

La Matamonia è rappresentata come il sogno di Esagro Noroi, dove ogni cosa, nei minimi dettagli, è pervasa «da senso di scopo, di completezza» [5]: l’io narrante è stupito dalla diversità dell’ambiente in cui è immerso, dove nonostante il grigiore e la monotonia dei luoghi, («nei giorni successivi avrei ritrovato quel motel in ogni angolo di strada, in ogni porta sbarrata, in ogni mucchio di spazzatura» [6]), la vista di un significato nuovo avrebbe continuato a incuriosirlo, tenendo ben desta la sua mente ad ogni tappa viaggio. Questo si articola in diversi luoghi di culto, ovvero le tappe che portarono Esagro Noroi dalla regione di nascita, di cui prende il toponimo Noroi, fino al palazzo di governo in seguito alla deposizione dei vecchi reggenti della nazione.

Ed è proprio il palazzo governativo la prima sosta del tour, un grigio edificio dalla scalinate tagliate in due da una misteriosa fioritura rossa del terreno: subito ci viene presentato il Sentiero dei Fiori Rossi, cresciuti in seguito al passaggio di Esagro, che accompagnerà il percorso dei turisti fino al termine della loro permanenza, e da cui, sotto ammonimento di Meredro, si terranno a debita distanza. Qui compare il primo indizio sulla vera rivoluzione attuata dal reggente, perché più di una sommossa politica, l’operato di Esagro Noroi aveva permesso di ritrovare «il vero significato della Matamonia di sempre, attribuendo proporzione e senso a ogni suo elemento» [7]. È il senso il perno della rivoluzione: aver scardinato il vuoto di una struttura urbana asettica, esasperata da reticolati grigi e incolori distese di case e palazzi sempre uguali a loro stesse, dandole un ordine e un valore che la sottraesse al loro vuoto originario.

L’io narrante non può far altro che comparare quell’alterità riempita di significato da Esagro alla propria cultura d’origine, e davanti a tale realtà in cui si trova immerso è colto da uno choc a causa del quale non può vedere la sua cultura che come «un mondo di significati fluidi e sparpagliati, che a volte mi sembrava creato da una scimmia che batte su una macchina da scrivere» [8], ma che tuttavia, in quel momento funge da porto sicuro: un’ancora di salvezza che gli permette di non perdere la propria identità a fronte di una possibile spersonalizzazione dell’io che lo potrebbe condurre alla follia.

Eppure, non è una discesa nella follia quello che accade al marito dell’unica coppia della comitiva, un duetto frustrato in cui la moglie è alla ricerca di un piacere carnale che la sua controparte maschile non riesce a procurarle, bensì un destino di cui non avremo conoscenza. In questa situazione l’uomo è attaccato da una folla di insetti invisibili, poi rivelate come essere le dita mozzate del contadino che aveva ospitato il gruppo durante una notte, nonostante il divieto della loro guida di lasciare l’autobus. Curiosa è la sfumatura di orrore che colpisce l’io narrante in quel frangente: «non fu un sentimento estetico causato da ciò che stavo vedendo, né un riflesso automatico dell’agonia dell’uomo sul mio spirito, ma una repulsione violenta per me stesso: fu come se mi fossi ritrovato a orinare sulla tomba di mia madre o a defecare sulla scrivania del mio ufficio» [9].

È la vista di un atto sacro, di un tabù che non dovrebbe essere visto. L’uomo in preda all’agonia era come se si stesse «sottoponendo al supplizio deliberatamente» [10], eletto ad unico modo per scappare da un vita di privazione a causa della moglie e rinascere in un’altra; infatti le parole di Meredro, saputo l’accaduto, sono perentorie: «è parte della Matamonia, adesso. Si dovrà modificarne il senso e questo produrrà ondate di revisioni e sostituzioni che potrebbero essere troppo violente per voi» [11]. Qui viene mostrato come il sogno di Esagro, in realtà, sia estremamente fragile ai cambiamenti: un atto nuovo, un uomo che entra in contatto diretto con la cultura da lui creata, che entra a far parte del senso da lui portato, scatena una serie di meccaniche per cui il suo inserimento, per essere accettato, va a rimodulare l’intero sistema.

L’apice del viaggio, e dell’interesse dell’anonimo viaggiatore è raggiunto durante la visita della Città di Bambole. Un enorme città cattedrale denotata come il più grande fallimento di Esagro Noroi. La topografia della metropoli rispecchia un’idea di artificialità troppo elevata per poter essere assimilata dagli abitanti originari della Matamonia: essa rappresentava una costruzione «senza codifiche e traduzioni» [12], inafferrabile e inabitabile. Omora, questo il suo nome indigeno, «era l’espressione di un’arroganza così flagrante» [13] perché era il progetto di una individualità che voleva sostituire il proprio senso, i propri significati dalle connotazioni divine, ad una collettività che per mancanza intellettuale non poteva recepirla all’interno della propria sfera cognitiva. Omora rappresenta il fulcro del sogno del reggente, la sua massima opera ed aspirazione, insieme al suo più grande fallimento. Ecco perché, l’ultima tappa del viaggio, il villaggio di nascita di Esagro, agli occhi del narratore non assume più una valenza significativa, inizia, invece, ad intravederne l’intera artificialità del progetto del reggente, svelandone così la convenzione. Il biglietto distribuito dalla guida fa svanire completamento l’ultimo soffio di fascino:

A me ne capitò uno che diceva: QUESTO BILIETTO RICORDA TE CHE VISSUTTO NELA MIA TRERRA.
I caratteri sembravano scritti dalla mano di un bambino guidato da un adulto. [14]

Forse è proprio questo il volto di Esagro, un essere onnipotente, quasi divino, ma dal risvolto infantile, perché ha imposto una propria fantasia di significati su oggetti che prima non ne avevano. E questo comporta un duro giudizio: «quel senso di meraviglia che mi aveva accompagnato all’arrivo mi sembrava, adesso, il risultato di una manipolazione» [15]. Allo stesso risultato ci arriva anche un secondo personaggio, un reporter che per tutto il viaggio aveva aggredito con la sua macchina fotografica ogni dettaglio della Matamonia, alla ricerca del senso, di un progetto concreto, dietro a quello che vedeva, solo per poi ravvedersi che «la Matamonia delle sue fotografie è una composizione di linee e angoli e corpi che riflette una mente senza gusto; una maschera che cade rivelando lo spirito vuoto dell’artista» [16] perché il meccanismo asettico della macchina fotografica riproduce immagini che estrapolate dal contesto, e dall’aura di senso e significati che dal loro arrivo aveva avvinghiato i turisti, le restituisce così come esse sono: nudi manufatti vuoti e intricati. Ed è interessante il destino a cui va incontro la regione poco dopo la partenza del gruppo cremisi:

Da un qualche università matamonide è scaturito un movimento realista, o positivista, o empirista, che con un uso strategico e ossessivo di mezze verità, scambi di persona, doppio e triplo gioco e paradossi linguistici è riuscito a infiltrarsi ovunque nell’organizzazione di Esagro Noroi a ha convinto la popolazione che una realtà di cose inerti è preferibile all’inganno dei significati. [17]

Spetta niente meno che ad un movimento realista, che vede l’oggetto per quello che è a smontare la macchina di significati culturali orchestrata dal reggente per dare uno scopo ad una vita che prima poteva apparire solo vuota e abissale. La stessa che si ritrova a vivere il protagonista una volta tornato in patria, dove solo il colore nuovo del fiore rosso rubato dal giardino di Esagro gli restituisce una prospettiva diversa rispetto al nulla in cui è immerso. Ma è una visione caduca, perché svelata la convenzione di significati, o meglio, la loro manipolazione, il solo effetto rimanente è una «impronta muta» sulla sua coscienza.


Esagro Noroi: il conflitto natura/progresso

Credo, a rischio di equivoci, sia possibile attribuire al nome Esagro Noroi una precisa volontà autoriale sottesa ad evidenziare la natura di questo particolare personaggio. È bene quindi scomporre il nome in due parti, Es + Agro, ed analizzarli entrambi. L’Es nella psicologia freudiana rappresenta la voce della natura dell’uomo, l’istinto primordiale non assimilabile dalle leggi della società. Rappresenta il nucleo primitivo, che nel caso del Reggente è sinonimo della suo essere quasi divino, capace di rappresentare una furia primordiale in contrasto con la razionalità, rappresentata dall’avanzata tecnologia, della vecchia Matamonia: «Terrorizzati all’idea di perdere il privilegio e la vita, i reggenti di allora avevano inviato le loro macchine da guerra nel vano tentativo di impedire la sua avanzata» [18].

Il contrasto natura/progresso è sintetizzato anche nel secondo composto, Agro, derivato dal latino, e di cui ci possono essere numerose traduzioni: campo, terreno, podere, terra, territorio. Il cognome Noroi, toponomastico preso dal villaggio di nascita, ad una ricerca in rete, corrisponde all’equivalente di fango in lingua rumena, materiale d’eccellenza per la costruzioni dei villaggi primitivi. E in effetti è quello che è il Reggente, un costruttore di senso. Infine, la connotazione naturale è insita nello stesso nome della Matamonia che rimanda, per un gioco di allitterazioni, alla nostra reale Patagonia, instillando fin da subito nel lettore l’aspettativa di un viaggio esotico, magari utilizzando cronotopi narrativi simili a quelli de Le Montagne della Follia di H.P. Lovecraft, per innestare un cornice horror/weird. Invece fin dall’arrivo, essa si presenta come una città di grattacieli uniformi e spettrali, dove l’unica impronta della natura, lasciata dallo stesso reggente, è il Sentiero dei Fiori Rossi.

Lucio Besana

Giacere sul fondo

Abbiamo già evidenziato, durante la breve analisi del racconto, i nessi conflittuali tra l’opera di senso promossa da Esagro Noroi e la cinica osservazione del protagonista e del fotografo una volta tornati in Patria. Ora è il momento di introdurre alcuni nozioni elementari di antropologia per dare una rilettura intensiva di cosa effettivamente è la Matamonia rispetto alla Paese da cui proviene il protagonista, e verificare quale critica sociale è possibile intravedere tra le righe del racconto.

Innanzitutto, se noi prendessimo quel lungo saggio dal titolo Noi, primitivi, pubblicato da Francesco Remotti, edito per la prima volta nel 1990 e poi, in una seconda veste nel 2009, di sicuro troveremmo delle nozioni utili [19] per comprendere meglio alcune parti del racconto. Abbiamo già visto il risultato di attrazione e disorientamento del protagonista all’inizio del suo percorso in Matamonia che lo porta a legarsi ai suoi ninnoli per trovare un poco di conforto; ecco, il viaggio nella regione minaccia inconsciamente nei membri del Gruppo Cremisi una uscita dai propri costumi, cioè una espropriazione dell’insieme di usanze sociali, norme, tradizioni, per sostituirli con altri tipi di costumi. Remotti ci ricorda che «L’idea di uno scambio di costumi è qualcosa che suscita repulsione negli uomini; e la messa in crisi o la minaccia di un mutamento in questa sfera provoca sgomento, ribellione, rigetto» [20].

Infatti, è un profondo «turbamento» [21] a scuotere i turisti, e il prezzo per entrare all’intero della cultura matamonide è altissimo, come testimonia la sorte dell’uomo torturato dalle migliaia di dita che penetrano nel suo corpo. Il turbamento viene tuttavia smantellato quando il protagonista si accorge del limite dei costumi della Matamonia: di essere cioè una manipolazione, un addensamento di significati dettati da un’unica persona, rappresentata da Esagro Noroi, colpevole di aver imposto una costellazione di significati individuali, quando invece, a livello normale, vengono stabiliti a livello collettivo. Ma l’arbitrarietà dei significati è un procedimento che è insito in ogni cultura: «l’arbitrarietà significa infatti che non è pensabile un fondamento oggettivo, ovvero un appiglio sicuro nelle cose; e il carattere esterno, a sua volta, esclude che un’indicazione precisa possa provenire dall’organismo o dalla base organica della psiche umana. Per quanto le cose e le circostanze ambientali da un lato e la conformazione psichica e organica dell’uomo dall’altro forniscano suggerimenti e impongano limitazioni, è per sempre nello spazio interorganico, vale a dire sociale, che si decidono i contenuti e le funzioni dei simboli» [22].

Tali simboli sono precari, perché precario è lo stato dell’uomo, per cui tale condivisione, col passare del tempo può essere fraintesa, alterata, cambiata, può essere sostituita. Ed è proprio una serie di sostituzioni dagli effetti micidiali che viene profetizzata dalla guida Meredro in seguito all’assimilazione di un elemento esterno alla cultura matamonide, questo perché il sogno di Esagro è debole, troppo fragile, e impermeato di un sostrato quasi infantile; esso non è andato incontro a quei processi di reificazione che permettono di «sottrarre i simboli alla loro stessa precarietà» [23], cioè la naturalizzazione, ovvero l’accettazione di un fatto culturale come naturale, e la sacralizzazione, tramite la sanzione della loro inviolabilità. Un esempio di sacralizzazione è ricercata nei confronti del Sentiero dei Fiori Rossi, ma è un tentativo che fallisce, a seguito dell’azione del protagonista di cogliere uno di questi fiori.

Non dimentichiamo inoltre che l’io narrante, prima di partire per la Matamonia, ha superato un’apposita prova che lo ha considerato idoneo per la partenza, un processo che ricorda quanto mai i criteri promossi per la nomina degli osservatori etnologi descritti ne La Repubblica di Platone, i quali «dovranno avere un meno di cinquant’anni e non più di sessanta, […], dovranno essere cittadini illustri, […] dovranno presentarsi immediatamente al loro ritorno al Consiglio dei Magistrati, il quale valuterà l’utilità delle notizie riportate e deciderà se l’osservatore sia stato «corrotto» dai costumi stranieri» [24]; tutti questi precetti nel Paese del protagonista sono stati sostituiti da un unico test, il quale non sembra funzionare nemmeno tanto bene, siccome è un numero imprecisato delle persone disperse «in qualche angolo ambiguo della Matamonia di Esagro Noroi» [25]. Questo perché la fantomatica prova selezionava probabilmente due tipi di persone: quelle destinate a morire/sparire a causa della corruzione ed uscita dei propri costumi, o quelli che sarebbero ritornati senza ulteriori problemi in Patria perché troppo immersi nelle proprie usanze e consuetudini. In questo caso il destino del marito è una pure eccezione dettata da una vita privata ben più costringente della sua cultura d’origine.

Arriviamo, ora, all’ultimo fondamentale quesito: di che tipo è la cultura di appartenenza dell’io narrante? È un’ucronia, in cui il germe che ha vitalizzato il sistema antropologico della nostra modernità occidentale ha subito una brusca accelerazione, provocando una realtà alienante, che spossessa la persona della sua individualità, e lo innesta in un circuito capitalistico il cui fine è quello della pura produttività [26]. Tale sistema è ben evidenziato nelle ultime righe del racconto quando il protagonista accenna brevemente alla sua occupazione: «Per il resto del tempo in cui potrò farlo assolverò le mie mansioni ristrette e ovvie contando, spostando e manipolando con consumata astuzia gli oggetti finiti e sordi che sono l’oggetto del mio lavoro» [27]. Oggetti che sono vuoti, attui solo a produrre.

Citando Adorno e Horkheimer potremmo dire che il mondo dell’io narrante, proprio come il nostro, ha visto un periodo della sua storia capace di dissolvere i miti e di liberare il mondo dalla magia cosicché la realtà appare nuda nella sua razionalità e utilità. Certo, qui le tensioni sono portate al limite: da un lato abbiamo il Sogno di un bambino semi-divino che ha cercato di risemantizzare un mondo spoglio attribuendo un proprio significato imposto attraverso un sistema di leggi e sostituzioni; dall’altro il mondo oggettuale del protagonista, spogliato di significati ulteriori alla loro fisicità. Questo vuoto d’anima, nutrita dalla società distopica in cui vive, gli impedisce di vedere la bellezza del fiore rosso, colto solo per sfidare indirettamente il sistema di segni imposto da Esagro Noroi.

Abbiamo detto in precedenza che il reporter, quando torna a casa e vede le foto della Matamonia, ci trova solo «linee e angoli e corpi che riflettono una mente senza gusto; una maschera che cade rivelando lo spirito vuoto dell’artista», colpa della macchina fotografica, la quale restituisce l’immagine asettica che cattura, certo; ma le foto per fa sì che vengo loro attribuito un qualsiasi significato devono essere lette attraverso l’interpretazione di un soggetto. Il reporter si ritrova a vedere e commentare quelle immagini in quel modo, perché, rientrato nel suo Paese, le legge attraverso il filtro della propria cultura. Riflettiamo meglio: la Matamonia costruita da linee e angoli, da strade tutte uguali, e motel grigi e spenti, è sempre esista, fin da prima della venuta di Esagro Noroi. Lo spirito vuoto è da riferire allora a quello che era stata la Matamonia fino a quel momento, che, probabilmente, è la stessa condizione in cui versa il Paese da cui proviene l’io narrante e il reporter. Quindi il fotografo si ritrova a denunciare inconsapevolmente sé stesso, la sua cultura d’appartenenza. Inoltre, l’atteggiamento tenuto nei confronti delle fotografie è sinonimo di un precisa volontà culturale volta a spogliare di significato qualunque cosa:

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso: tale quindi che si potrà a cuor leggere decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso di fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo [28]. Sono parole di Primo Levi in merito alle pratiche di sterminio attuate dai tedeschi nei confronti degli ebrei. Ecco, questo atteggiamento di annientamento, in Un viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi è rivolto verso ogni tipo di cultura, e quella di Esagro sarà solo una delle tante disintegrate da questo eccesso di realismo che spoglia di senso ogni cosa; dove, alla fine, ammassata, come un oggetto finito e sordo, «non si trova l’umanità, bensì i suoi rottami» [29].


Note:

[1] L. Besana, Storie della serie cremisi, Edizioni Hypnos, Milano 2021, p. 21.

[2] Ivi, p. 23.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 26.

[5] Ivi, p. 28.

[6] Ivi, p. 29.

[7] Ivi, p. 31.

[8] Ivi, p. 32.

[9] Ivi, p. 38.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 32.

[12] Ivi, p. 45.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 48.

[15] Ivi, p. 49.

[16] Ivi, p. 50.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 41.

[19] In particolare, mi riferisco ai paragrafi: 6. Antropologie implicite in azione; 11. L’uscita dai costumi; 27. Precarietà e reificazione; 38. Critica alla modernità, in F. Remotti, Noi, primitivi. Lo specchio dell’antropologia, Bollate Boringhieri, Torino 2009.

[20] Ivi, p. 61.

[21] Besana, op. cit., p. 34.

[22] Remotti, op. cit., p. 159.

[23] Ivi, p. 162.

[24] Ivi, p. 79.

[25] Besana, op. cit., p. 49.

[26] Il problema del lavoro compare nei racconti successivi come un problema ossessivo dei protagonisti.

[27] Ivi, p. 51.

[28] P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 2014.

[29] Remotti, op. cit., p. 47.

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