Nella sua scuola filosofica, fondata su intensi legami di amicizia e rivolta allโautentico piacere, Epicuro ha ricercato lโimperturbabilitร . Ripercorriamo le radici del suo pensiero, ereditate qualche secolo dopo da Lucrezio a Roma.
di Lorenzo
Pennacchi
Non lo domarono le leggende degli dรจi, nรฉ i fulmini, nรฉ il minaccioso
[1]
brontolio del cielo; anzi tanto piรน ne stimolarono
il fiero valore dellโanimo, cosรฌ che volle
infrangere per primo le porte sbarrate dellโuniverso.
Tito Lucrezio Caro vive tra gli anni Novanta e gli anni Cinquanta del I secolo a. C. Della sua vita quasi nulla รจ noto, anche se una serie di fonti permettono di collocare la morte tra il 55 e il 50 intorno allโetร di quarantaquattro anni [2]. Lucrezio รจ ricordato soprattutto per il De rerum natura, un poema didascalico in sei libri, scritto in esametri dattilici, che rinvia al Perรฌ phรฝseos (Sulla natura) di Epicuro. Significativa risulta la dedica a un certo Memmio, presumibilmente quel Lucio Memmio pretore della provincia Bitinia-Ponto nel 58, a dimostrazione della necessitร di protezione istituzionale ricercata dal poeta.
Secondo alcuni studiosi lโopera di Lucrezio non sarebbe altro che una trascrizione in lingua latina e in forma poetica di quella epicurea. Questa considerazione si inserisce nella concezione generale per cui la filosofia romana andrebbe considerata solamente come ricettiva di quella greca, priva dunque di qualsiasi originalitร sistematica. Secondo la professoressa Therese Fuhrer questo totale appiattimento รจ quanto mai fuorviante: ยซSe nel confronto con i presocratici Lucrezio senza dubbio si rifร ad Epicuro, la polemica implicita ma evidente contro gli stoici porta al di lร del modelloยป [3]. Eppure รจ innegabile che, sebbene nel poema vadano rintracciate varie influenze (dalla resa poetica di contenuti naturalistici di Empedocle alla forma dellโesametro latinizzato di Ennio), il riferimento allโepicureismo รจ costante. Non a caso ยซLucrezio motiva la forma poetica ricorrendo alla metafora di una coppa ricoperta di miele, nella quale si porge agli uomini, tormentati dalle loro paure, una medicina amara ma efficace, la dottrina epicureaยป [4]. A piรน riprese il poeta considera Epicuro il suo maestro, il liberatore del mondo dalla superstizione e dalle false paure:
E dunque purificรฒ i cuori con veritiere parole,
[5]
e stabilรฌ un termine alla cupidigia e al timore,
ed espose quale fosse il sommo bene cui tutti tendiamo,
e mostrรฒ la via per la quale con breve sentiero
possiamo giungere a esso con diretto percorso.

Epicuro nasce sullโisola di Samo, colonia militare di Atene, nel 341 a. C. Visita Atene in piรน circostanze, prima di trasferirvisi nel 307, acquistando una casa con un grande giardino recintato poco fuori le mura della cittร . La sua scuola filosofica, spesso denominata il Giardino, attrae rapidamente un gran numero di seguaci che stringono tra loro intensi legami di amicizia, accettando anche donne e schiavi in nome dellโedonismo ampiamente professato. Fin dai suoi contemporanei e per i secoli successivi questi elementi vengono rivolti a piรน riprese contro il maestro, accusato di dissolutezza e smodatezza dai suoi avversari. Allโinizio del III secolo d. C., nella monumentale opera intitolata Vite dei filosofi, Diogene Laerzio riporta le accuse di Timocrate, ex membro del Giardino, per cui Epicuro ยซrigettava due volte al giorno per eccessi di cibo [โฆ] ignorava molte cose concernenti la logica e molte di piรน concernenti la vita. Le condizioni del suo fisico erano pietose, tanto da non riuscire, per molti anni, ad alzarsi dalla portantinaยป [6]. Dal canto suo lo storico, che a Epicuro dedica lโintero libro X e in piรน occasioni รจ stato accostato alla dottrina epicurea, respinge seccamente le accuse dei detrattori:
Costoro perรฒ sono fuori di senno. Il nostro uomo, infatti, ha sufficienti testimoni della sua insuperabile buona disposizione nei confronti di tutti, sia della patria che lo onorรฒ con effigi di bronzo, sia degli amici, che erano cosรฌ in grande numero che potrebbero essere contati neppure sommando gli abitanti di intere cittร .
[7]
Come sottolinea il professore Keimpe Algra, lโeccezionalitร di Epicuro sembrerebbe confermata dal fatto che, dopo la sua morte, sia venerato ยซnellโambito della scuola come un dio o un eroe, in considerazione sia del suo perfetto stile di vita, sia del fatto che si riteneva avesse liberato lโumanitร da diverse delle sue paure esistenziali, rivelando la vera struttura dellโuniversoยป [8]. Questo carattere liberatorio non deve perรฒ trarre in inganno, facendo passare lโepicureismo come una sorta di pseudo-religione irrazionale. Algra precisa puntualmente tale aspetto:
Non si puรฒ dire che Epicuro abbia scelto il sistema che scelse proprio in quanto esso avrebbe avuto un effetto liberatorio: al contrario, con i suoi seguaci egli credeva fermamente che il suo sistema potesse avere tale effetto liberatorio proprio perchรฉ ogni singolo aspetto della dottrina poteva essere convalidato e infine provato sulla base delle regole della sua epistemologia.
[9]

Del resto lโepicureismo รจ una delle principali filosofie ellenistiche, lโepoca inaugurata dalla morte di Alessandro Magno nel 323 a. C. e caratterizzata da una diffusa ansia esistenziale, ma non per questo in discontinuitร con i secoli precedenti, al contrario di quanto troppo spesso viene sostenuto. Per gli epicurei, cosรฌ come per gli stoici, i platonici, gli aristotelici e in misura minore gli scettici e i cinici loro contemporanei, la filosofia viene concepita come un percorso continuo verso la saggezza da praticare in gruppo. Ognuna di queste scuole sviluppa una propria dottrina, un atteggiamento interiore fondamentale, un certo modo di parlare e degli esercizi spirituali da perseguire con costanza al fine di vivere in connessione con sรฉ stessi e con il cosmo. In questo senso la filosofia ellenistica si afferma come arte della vita (tรฉchne tou bรญou), allโinterno della quale la teoria trova la completa realizzazione nella pratica quotidiana. Per tale ragione, anche se lo stoicismo e lโepicureismo sostengono la divisione del discorso filosofico in tre parti โ la logica, la fisica e lโetica โ, la filosofia in sรฉ ha una dimensione organicistica e una portata ben piรน ampia, come sottolinea il filosofo francese Pierre Hadot:
La filosofia stessa, e cioรจ il modo di vivere filosofico, non รจ piรน una teoria divisa in parti, ma un atto unico che consiste nel vivere la logica, la fisica e lโetica. Allora non si fa piรน la teoria della logica, ossia del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene, non si fa piรน la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo, non si fa piรน la teoria dellโazione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta.
[10]
La vocazione pratica della filosofia viene ereditata dai romani, che perรฒ la declinano in maniera differente, condividendola non piรน in comunitร chiuse di seguaci, ma utilizzandola generalmente per affermarsi allโinterno della societร . Lo scetticismo accademico di Cicerone e lo stoicismo di Seneca e Marco Aurelio sono esempi lampanti in questo senso, mentre Lucrezio รจ lโunico tra i grandi filosofi romani a non imporsi come figura di spicco della scena politica del suo tempo. Del resto come rimarca Fuhrer:
Molto della dottrina epicurea contraddiceva le concezioni della classe dirigente romana: lโidea che gli dรจi fossero distanti dagli uomini, che non pretendessero nรฉ preghiere nรฉ offerte e che la loro volontร non si lasciasse afferrare mediante pratiche divinatorie, oppure lโidea che la partecipazione alla vita pubblica fosse cosa da sciocchi, difficilmente potevano accordarsi con esperienze caratterizzate dalla religione di stato e con le ambizioni orientate al cursus honorum di un senatore romano.
[11]

In assoluta continuitร con il maestro il De rerum natura ripercorre la dottrina epicurea nella sua interezza, esponendone in maniera sistematica la fisica, la logica (definita canonica) e conseguenzialmente lโetica. Eppure i sei libri dellโopera possono essere suddivisi in tre coppie che non rispecchiano la classica tripartizione ellenistica: la prima coppia presenta la dottrina atomistica, la seconda la concezione antropologica e la terza lโordine cosmogonico. Si tratta di una distinzione orientativa, visto che vari elementi si sovrappongono e ritornano piรน volte nel testo, frutto di un disegno prestabilito dallโautore, a cui perรฒ probabilmente รจ mancata lโultima revisione. In questo senso gli elementi problematici possono assumere funzionalitร inaspettate: ยซAlle ripetizioni puรฒ essere attribuita una motivazione didattica, alle questioni aperte e alla problematica conclusione puรฒ essere assegnata la funzione di una sollecitazione intellettualeยป [12].
Le filosofie ellenistiche iniziano la loro riflessione dalla fisica, si muovono grazie alla logica e giungono allโetica, in un percorso a spirale in cui le parti sono strettamente interconnesse. Lโindissolubilitร del legame si riscontra soprattutto nello stoicismo, dove la logica ha la funzione critica dei principi morali e la fisica vale come sostegno dellโetica, che รจ il vero fine del filosofare [13]. Nellโepicureismo il rapporto sussiste, anche se in forma lievemente depotenziata. Se per gli stoici, infatti, la fisica e lโetica sono due facce della stessa medaglia, per Epicuro ยซla fisica offre soltanto un contesto non rigoroso e fondamentalmente negativo per lโetica attraverso la liberazione da alcune delle nostre paure esistenzialiยป [14]. Ma si tratta comunque di un contesto imprescindibile.
Per tale ragione la trattazione lucreziana prende le mosse dalla dottrina atomistica del maestro, che a sua volta lโaveva ereditata dai presocratici Leucippo e Democrito, allโinterno di una concezione fortemente materialistica della realtร espressa nellโEpistola a Erodoto. Per Epicuro ยซtutto ciรฒ che รจ reale deve essere in grado di agire o di subire unโazioneยป [15], e questa capacitร รจ propria esclusivamente dei corpi, mentre lโunica entitร incorporea esistente รจ il vuoto. Del resto lโuniverso รจ da sempre (e per sempre sarร ) costituito dagli stessi due elementi: il vuoto, ovvero lo spazio (la natura intangibile) che non รจ in grado di agire o di subire unโazione, e gli atomi, intesi come le particelle fondamentali dei corpi percettibili. Pur essendo indivisibili fisicamente, gli atomi differiscono per forma e dimensioni, e quindi possono essere divisi concettualmente a seconda della rispettiva grandezza e se ne possono riconoscere le parti minime. Gli atomi si muovono continuamente tutti alla stessa rapida velocitร , seguendo un percorso naturale in linea retta (presumibilmente dallโalto verso il basso), soggetto a deviazioni spontanee. Questo mutamento casuale, definito da Lucrezio clinamen, permette agli atomi (primordia rerum) di disgregarsi e aggregarsi nuovamente in forma nuova ยซe sperimentare tutto ciรฒ che possono produrre con lโincessante combinarsi fra loroยป [16]. Di conseguenza:
Un corpo composto รจ un aggregato di atomi che si muovono in modo tale da poter restare insieme almeno per qualche tempo. Durante quel lasso di tempo, i corpi composti rilasciano continuamente dalla loro superficie immagini atomiche (eidola), ma sono continuamente riforniti da atomi isolati che li raggiungono dallโesterno.
[17]
Le caratteristiche delle particelle non coincidono interamente con quelle dei loro composti. I corpi si muovono a velocitร ridotta rispetto agli atomi (che si scontrano allโinterno dellโinsieme) e possiedono altre proprietร oltre quelle essenziali di peso, dimensione, forma e resistenza. La nozione di eidola รจ di estremo interesse, in quanto collega direttamente la fisica allโepistemologia. Epicuro limita la logica a ciรฒ che chiama canonica, ovvero la disciplina epistemologica che si occupa del criterio della veritร (o canone), rifiutandone invece la dialettica. In questo senso, isolando i criteri incontrovertibili per convalidare le affermazioni sul mondo esterno, la logica รจ considerata il fondamento metodologico della fisica.

Allโinizio dellโEpistola a Erodoto vengono individuati tre criteri di veritร sui quali fondare la conoscenza. Piรน che sulle apprensioni immediate dellโintelletto e le affezioni (di piacere e dolore) esistenti negli esseri umani, il filosofo si concentra sulle percezioni degli organi di senso. Secondo Epicuro, cosรฌ come per altri pensatori antichi, la principale forma di sensazione รจ la vista: ยซLa percezione visiva ha luogo mediante sottili strati di atomi che vengono emessi in un flusso costante da ogni oggetto del mondo esterno e che egli chiama immaginiยป [18]. Queste immagini sono proprio gli eidola che trasmettono continuamente agli occhi umani le forme dei corpi da cui provengono, come si legge nellโEpistola:
Il flusso della superficie dei corpi รจ continuo, anche se non si intravede diminuzione degli stessi corpi, poichรฉ altre particelle riempiono i posti lasciati vacanti. E questo flusso mantiene la posizione e lโordine degli atomi del corpo solido da cui provengono per molto tempo, anche se qualche volta il flusso puรฒ subire disordine.
[19]
In quanto impressioni di oggetti esterni, ogni percezione (visiva) รจ indubitabile, anche se alcune percezioni possono essere piรน chiare di altre, come dimostrato dagli esempi della bacchetta e della torre [20]. Continua Epicuro: ยซLa falsitร e lโerrore, invece, risiedono sempre nellโaggiungersi dellโopinione a ciรฒ che attende di essere confermato o non smentito, mentre poi, di fatto, non viene confermato oppure viene smentitoยป [21]. Nel processo conoscitivo, dunque, il falso fa il suo ingresso nel momento in cui si giudicano in maniera razionale gli oggetti, dopo essere stati percepiti (correttamente) attraverso i sensi. Nel quarto libro del De rerum natura Lucrezio riprende a piene mani lโepistemologia sensista del maestro, riconoscendo attendibilitร alla percezione umana, stimolata dagli eidola (da lui definiti simulacra), e fallibilitร allโintelletto:
Ma cosa si deve ritenere fornito di maggiore certezza
[22]
che il senso? Forse la ragione nata da un senso fallace
varrร a contestare i sensi, essa che ha origine tutta dai sensi?
Se questi non sono veritieri, anche la ragione diviene tutta mendace.
Questa digressione dal mondo fisico alla sfera logica รจ esemplificativa delle interconnessioni interne allโepicureismo (e in generale alle filosofie ellenistiche), che non si esauriscono certo qui. Tornando alla natura degli atomi occorre sottolineare come il loro numero sia infinito, cosรฌ come infinito รจ lo spazio (o vuoto) e di conseguenza tutto lโuniverso. Oltre a essere materialistico, Algra sottolinea come il sistema di Epicuro:
Puรฒ anche essere qualificato come meccanicistico, il nostro modo moderno per dire che esso spiega tutto ciรฒ che accade nellโuniverso ricorrendo ai movimenti ciechi e senza guida di particelle inanimate di materia. Ne risulta un universo, quello epicureo, privo di un disegno: qualunque forma di ordine รจ temporanea e in ultima istanza fortuita.
[23]

La fisica epicurea รจ caratterizzata dai processi di generazione e corruzione, secondo i quali ยซnulla nasce dal nullaยป e ยซnulla finisce nel nullaยป [24] e per cui tutto ciรฒ che accade puรฒ essere ricondotto ai principi di causalitร materiale (gli atomi), mentre sono da escludere tutti i tentativi di spiegazione che si rifanno a ragioni miracolose o divine. Verso la fine della Lettera a Erodoto si legge: ยซAnche per quanto concerne i fenomeni celesti, movimento, solstizio, eclissi, levata e tramonto e i fenomeni simili a questi, bisogna pensare che avvengano senza che qualcuno li governi e li ordini o li abbia predisposti e che, nello stesso tempo, questo qualcuno goda di ogni beatitudine, unita allโincorruttibilitร ยป [25]. Da questo passo emergono due elementi fondamentali. Il primo รจ che anche i fenomeni celesti, cosรฌ come quelli terrestri, derivano dal movimento vorticoso degli atomi. Epicuro si sofferma su questo aspetto nel paragrafo successivo e lo approfondisce nellโEpistola a Pitocle, incentrata su temi meteorologici e astrologici, in diverse parti:
Il sole e la luna e gli altri corpi celesti, non erano prima indipendenti e poi sono stati annessi a questo mondo, bensรฌ fin dalle origini furono plasmati e ricevettero accrescimento, grazie alle aggregazioni e ai movimenti vorticosi di alcune sostanze costituite da particelle sottili, o di genere ventoso, o infuocato, o di entrambi: infatti รจ la sensazione a suggerire queste cose.
[26]
Il secondo elemento รจ quello relativo agli dรจi, che sono riconosciuti come esistenti ma non cause dei fenomeni celesti. Nellโultima delle tre lettere conservate da Diogene Laerzio e a noi pervenute, lโEpistola a Meneceo, Epicuro amplia la prospettiva al suo allievo:
Per prima cosa considera la divinitร come un vivente immortale e beato, secondo quanto suggerisce la comune nozione del divino, e non attribuire ad essa niente che sia estraneo allโimmortalitร o inappropriato alla beatitudine; riguardo ad essa pensa invece tutto ciรฒ che รจ capace di preservare la beatitudine congiunta allโimmortalitร . Gli dรจi infatti esistono: evidente รจ infatti la cognizione che si ha di essi; non esistono piuttosto nella maniera in cui li credono i piรน.
[27]
NellโEpistola a Meneceo Epicuro delinea la sua dottrina etica, attraverso lโesposizione del cosiddetto quadrifarmaco. La pratica filosofica permette di affrontare le quattro grandi paure che attanagliano la mente degli uomini al fine di raggiungere lโautentica felicitร , rappresentata dallโassenza di turbamento (ataraxia). La ricerca etica si pone dunque in piena continuitร con lโimpostazione logica e la concezione fisica espressa nellโEpistola a Pitocle, dove viene riconosciuto come ยซbisogna ritenere che il fine da raggiungere con la conoscenza dei fenomeni celesti, sia trattato insieme con altre questioni sia isolatamente, non รจ altro se non lโimperturbabilitร e la salda convinzione, come del resto questo vale anche per gli altri studiยป [28].
In primo luogo il filosofo indica allโallievo di non temere gli dรจi proprio perchรฉ, pur esistendo, non si curano delle sorti umane. Le divinitร possono fungere da modelli sempiterni di imperturbabilitร , da cui non ci si aspetta un intervento attivo sul mondo. Di conseguenza, come rimarca Algra: ยซI riti religiosi dovrebbero acquistare la forma di una meditazione sullโesistenza beata degli dรจi, che deve aiutarci ad imitarliยป [29]. Anche in questo caso la posizione del maestro viene ereditata da Lucrezio. Non a caso il De rerum natura, che in piรน parti respinge la spiegazione degli eventi naturali mediante lโintervento divino, si apre retoricamente con un inno a Venere, la divinitร generatrice di vita e il simbolo del culto tradizionale romano:
Poichรฉ tu solamente governi la natura delle cose,
[30]
e nulla senza di te puรฒ sorgere alle divine regioni della luce,
nulla senza te prodursi lieto e di amabile,
desidero di averti compagna nello scrivere i versi
che intendo comporre sulla natura di tutte le cose.

La seconda preoccupazione da ignorare per Epicuro รจ la morte, visto che il male e il bene derivano solo dalle sensazioni che si provano nel corso della vita. Si legge nellโEpistola a Meneceo:
Abituati a pensare che nulla รจ per noi la morte [โฆ] Niente cโรจ infatti di temibile nella vita per chi รจ veramente convinto che niente di temibile cโรจ nel non vivere. [โฆ] Il piรน terribile dei mali, dunque, la morte, non รจ nulla per noi, perchรฉ quando ci siamo noi non cโรจ la morte, quando cโรจ la morte noi non ci siamo.
[31]
Similmente a questi due elementi il filosofo, quale medico dellโanima, prescrive di non farsi turbare nรฉ dalla forza del destino (che non dipende dalle proprie azioni), nรฉ dalla paura del dolore. Attraverso la filosofia, praticata in gruppo e alimentata da sinceri legami di amicizia, gli esseri umani possono essere felici, raggiungendo il loro fine naturale come riconosciuto anche da molti altri pensatori dellโantichitร . Per Epicuro la felicitร (eudaimonia) coincide con il piacere (hedonรฉ), che รจ il principio del vivere beatamente, ma non deve essere assolutamente ridotto al mero edonismo. Nellโepicureismo possono essere distinti i piaceri cinetici o in movimento, ovvero relativi ai sensi, da quelli catastematici o statici, che consistono nellโassenza di dolore e paura. Come sottolinea Enrico Berti: ยซEpicuro, a dire il vero, non disprezza i primi, ma preferisce largamente i secondi e in questi soltanto ripone la felicitร . Siamo dunque di fronte a una concezione essenzialmente negativa della felicitร , intesa non piรน come attivitร , come voleva Aristotele, ma come assenza di turbamento, cioรจ come quiete, serenitร ยป [32].
A ogni modo non tutti i piaceri, per quanto congeniali agli uomini, sono da scegliere sempre. Tale scelta deve essere guidata dalla saggezza pratica (phronesis), da cui provengono tutte le altre virtรน (coraggio, bellezza e giustizia) e che รจ in grado di determinare non una somma quantitativa dei singoli piaceri, ma un aumento qualitativo del piacere. Specifica Epicuro:
Non bevute e feste continue, nรฉ i godimenti di fanciulli e di donne, nรฉ di pesci nรฉ di quante altre cose offre una lauta mensa genera vita piacevole, ma il ragionamento sobrio che indaghi le cause di ogni atto di scelta e di ripulsa, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel grandissimo turbamento che prende le anime.
[33]
Anima umana che, tanto per Epicuro quanto per Lucrezio, รจ corporea e composta di atomi come tutto il resto. Nel De rerum natura la paura della morte viene scongiurata proprio partendo da questo presupposto: ยซNulla รจ dunque la morte per noi, e per niente ci riguarda, poichรฉ la natura dellโanimo รจ da ritenersi mortaleยป [34]. Come il maestro anche Lucrezio fa derivare dalla sua concezione del mondo unโetica rivolta al presente, incentrata sullโaumento qualitativo del piacere a scapito del dolore e finalizzata al raggiungimento dellโatarassia. Una vita filosofica modellata sullโesempio di colui che ha sfidato la superstizione e con la saggezza pratica derivata dalla ragione si รจ spinto ยซoltre le mura fiammeggianti del mondoยป [35]:
O misere menti degli uomini, o animi ciechi!
[36]
In quale tenebrosa esistenza e fra quanti grandi pericoli
si trascorre questa breve vita! Come non vedere
che nullโaltro la natura ci chiede con grida imperiose,
se non che il corpo sia esente dal dolore, e nellโanima goda
dโun senso gioioso sgombra dโaffanni e timori?
[โฆ] Infatti come i fanciulli nelle tenebre temono
e hanno paura di tutto, cosรฌ nella luce noi talvolta
temiamo cose che non sono affatto piรน spaventose
di quelle che i fanciulli paventano nelle tenebre immaginandole imminenti.
ร dunque necessario che questo terrore dellโanimo e queste tenebre
siano dissipate non dai raggi del sole nรฉ dai fulgidi dardi
del giorno, bensรฌ dallโevidenza della dottrina naturale.
Note:
[1] Il riferimento รจ a Epicuro. Lucrezio, La natura delle cose, I vv. 68-71, BUR Rizzoli, Milano 2021,p. 77.
[2] Cfr. Therese Fuhrer, La filosofia a Roma, in Lorenzo Perilli e Daniela P. Taormina (a cura di), La filosofia antica. Itinerario storico e testuale, UTET, Novara 2012, p.426.
[3] Ivi, p. 425.
[4] Ivi, p. 426.
[5] Lucrezio, La natura delle cose, VI vv. 24-28, p. 535.
[6] Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei piรน celebri filosofi, Libro X, Bompiani,Milano 2005, p. 1167.
[7] Ivi, p. 1169.
[8] Keimpe Algra, La filosofia ellenistica, in Perilli e Taormina, La filosofia antica, p. 314.
[9] Ibidem.
[10] Pierre Hadot, La filosofia come maniera di vivere, in Esercizi spirituali e filosofia antica, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2005, p. 158.
[11] Fuhrer, La filosofia a Roma, p. 420.
[12] Ivi, p. 427.
[13] Cfr: Roberto Radice, Stoicismo, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 20.
[14] Algra, La filosofia ellenistica, p. 337.
[15] Ivi, p. 320.
[16] Lucrezio, La natura delle cose, V vv. 190-191, p. 439.
[17] Algra, La filosofia ellenistica, p. 323.
[18] Ivi, p. 315.
[19] Epicuro, Epistola a Erodoto, in Diogene Laerzio, Vite e dottrine, p. 1205.
[20] Riprendendo un antico dibattito, la percezione di una bacchetta dritta come dritta quando รจ in aria e quella della stessa bacchetta dritta come piegata quando รจ per metร immersa nellโacqua sono entrambe ugualmente vere. Vale lo stesso per le percezioni di una torre quadrata come quadrata o rotonda a seconda della distanza da cui la si guarda. Cfr: Algra, La filosofia ellenistica, p. 315.
[21] Epicuro, Epistola a Erodoto, p. 1207.
[22] Lucrezio, La natura delle cose, IV vv. 482-485, p. 365.
[23] Algra, La filosofia ellenistica, p. 320.
[24] Cfr: Epicuro, Epistola a Erodoto, p. 1197.
[25] Ivi, p. 1229.
[26] Epicuro, Epistola a Pitocle, in Diogene Laerzio, Vite e dottrine, pp. 1241-1243.
[27] Epicuro, Epistola a Meneceo, in I filosofi parlano di felicitร , a cura di Fulvia de Luise e Giuseppe Farinetti, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2014, p. 95.
[28] Epicuro, Epistola a Pitocle, pp. 1237-1239.
[29] Algra, La filosofia ellenistica, p. 334.
[30] Lucrezio, La natura delle cose, I vv. 21-25, p. 71.
[31] Epicuro, Epistola a Meneceo, p. 95.
[32] Enrico Berti, In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica, Editori Laterza, Bari 2007, p. 288.
[33] Epicuro, Lettera a Meneceo, p. 97.
[34] Lucrezio, La natura delle cose, III vv. 830-831, p. 307.
[35] Ivi, I v. 73, p. 77.
[36] Ivi, II vv. 14-19 e 55-61, pp. 159-163.
