Pinocchio in Scandinavia: le radici della favola nel Kalevala e nell’Edda

Tutti conoscono “Le avventure di Pinocchio” dello scrittore fiorentino Carlo Collodi; ma molti ignorano che egli si servì, per la sua stesura, di archetipi, episodi e scene tratti dal patrimonio leggendario e favolistico dell’Europa del nord.


di Piervittorio Formichetti

 

Pare che negli USA la maggior parte dei cittadini creda che Pinocchio sia soltanto il cartone animato prodotto dall’azienda di Walt Disney [1] e ignori del tutto il racconto italiano originale di Carlo Lorenzini (1826-1890), che assunse lo pseudonimo di Collodi in omaggio al borgo natale di sua madre. I registi e gli sceneggiatori che crearono il film d’animazione nel 1940 si presero molte libertà filologiche nei confronti del libro: dai capelli biondi anziché turchini della «Fata Azzurra», al nome di Mangiafuoco che diventa nome d’arte di Stromboli, dall’abbigliamento di Geppetto e dello stesso Pinocchio, che più che essere quello della Toscana di metà XIX secolo è quello tradizionale sudtirolese, con penna sul cappello e bretelle Lederhosen, al Pescecane che diventa una balena, anzi, a giudicare dalla conformazione della testa, precisamente un capodoglio.

Ovviamente non c’è nessun dubbio che l’opera originale sia quella italiana. Tuttavia, è possibile, anzi verosimile, che Collodi abbia creato il proprio capolavoro servendosi almeno in parte di alcuni elementi estranei o marginali rispetto alla tradizione favolistica classica: archetipi, episodi e scene, adattati «in forma domestica, dimessa, puerile» [2], tratti dal patrimonio leggendario e favolistico dell’Europa del nord, e particolarmente da quello che è considerato il poema tradizionale finlandese: il Kalevala. Quest’opera, il cui titolo significa «La patria di Kaleva», si compone di una serie di «runi» (cioè di canti, brani recitati) tramandati oralmente per secoli finché non furono trascritti e pubblicati da Elias Lönnrot (1802-1884) tra il 1835 e il 1849.

Il Kalevala fu tradotto per la prima volta in italiano da Paolo Emilio Pavolini nel 1910, quando Collodi era morto esattamente da vent’anni, ma era stato tradotto già in francese da Léouzon Le Duc nel 1867 e poi nel 1879, con aggiunti i diciotto «runi» scoperti da Lönnrot prima del ’49. In questi stessi anni, Collodi aveva tradotto in italiano e pubblicato, con il titolo Racconti delle Fate (1876) un’antologia di favole francesi di Charles Perrault (1628-1705), Marie Catherine D’Aulnoy (1650-1705, autrice dei quattro volumi dei Racconti delle Fate) e Jeanne Marie Leprince de Beaumont (1711-1780, autrice della versione più famosa de La bella e la bestia): dunque Collodi conosceva abbastanza la letteratura leggendario-favolistica francese, e verosimilmente anche quella nordeuropea e scandinava. Tra alcuni racconti del Kalevala e alcuni episodi delle Avventure di  Pinocchio, infatti, esistono analogie e somiglianze che difficilmente possono essere pure coincidenze.

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Kallervo

Uno dei protagonisti del Kalevala è Kullervo, discendente di Kaleva, bambino precocemente dotato di forza sovrumana (come l’Eracle greco). Suo padre Kalervo e suo zio Untamo sono nati dalle due parti di uno stesso pezzo di legno, il tronco di un albero spaccato in due [3]; allo stesso modo, Pinocchio viene creato da un pezzo di legno (cap. III). I due fratelli Kalervo e Untamo litigano («runo» XXXI), così come all’inizio di Pinocchio (cap. II) c’è la zuffa tra i due falegnami vicini di casa, mastro Antonio detto Ciliegia «per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza come una ciliegia matura», e mastro Geppetto detto Polendina, «a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco. Geppetto era bizzosissimo: guai a chiamarlo Polendina! Diventava sùbito una bestia e non c’era più verso di tenerlo». La lite del  Kalevala però finisce con l’omicidio di Kalervo da parte di Untamo, che poi, conscio della futura volontà di vendetta di Kullervo, cerca di uccidere il bambino: prima col fuoco, gettandolo su una pira in fiamme: ma il bambino sopravvive e viene ritrovato [4]

seduto nelle ceneri fino alle ginocchia,
nelle braci fino ai gomiti;
teneva in mano un attizzatoio,
e così ravvivava il fuoco;

poi con l’acqua, gettandolo in mare: ancora invano; infine impiccandolo a un albero (una quercia), ma [5]

Kullervo non è ancora perito, né è morto sulla forca.

Similmente Pinocchio, in una delle sue prime disavventure

si pose a sedere appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa. E lì si addormentò, e nel dormire, i piedi, che erano di legno, gli presero fuoco e, adagio adagio, gli diventarono cenere. (cap. VI)

E Geppetto glieli rifà nuovi (cap. VIII). Seguirà l’acqua: dopo le bravate nel Paese dei Balocchi, Pinocchio trasformato in asinello (cap. XXXII) viene comprato dal direttore di una compagnia circense «per ammaestrarlo e farlo saltare e ballare»; durante l’esibizione, Pinocchio-ciuchino si azzoppa e viene rivenduto a un compratore che vuole annegarlo per poi fare un tamburo con la sua pelle: gli appende quindi un masso al collo e lo butta nel mare, attendendo poi che muoia (cap. XXXII), ma Pinocchio in acqua ridiventa burattino vivente e fugge via a nuoto (cap. XXXIV).

È però nei capitoli XIV-XVI che vediamo il protagonista scampare alla stessa serie di minacce mortali nello stesso ordine. I due Assassini – la Volpe e il Gatto mascherati – vogliono rapinarlo, Pinocchio si arrampica «su per il fusto di un altissimo pino» e qui si rifugia tra i rami; gli Assassini, «raccolto un fastello di legna secche a pie’ del pino, vi appiccarono il fuoco». Pinocchio salta giù, corre via e s’imbatte in «un fosso largo e profondissimo, tutto pieno d’acquaccia sudicia», ma non vi annega perché riesce a saltarlo, e riprende la fuga; quando gli Assassini lo raggiungono, lo pugnalano, ma anche questa volta senza che egli soccomba; decidono quindi di impiccarlo:

Gli legarono le mani dietro le spalle e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia Grande.

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L’impiccagione di Pinocchio

Il «runo» X del Kalevala descrive azioni simili a quelle “incluse” nella fuga di Pinocchio dagli Assassini: il fabbro divino, Illmarinen, si arrampica lungo l’altissimo abete dalla chioma fiorita; l’abete, sentendosi toccare, parla (per lamentare l’ardimento di Illmarinen che vuole raggiungere il sole, la luna e le stelle), così come all’inizio delle Avventure di Pinocchio il tronchetto non ancora scolpito parla, spaventando mastro Ciliegia e mastro Geppetto che non capiscono di dove venga quella «vocina».

Nel Kalevala, dunque, Kullervo sopravvive ai tentati omicidi [6] e annuncia che al momento opportuno vendicherà l’uccisione di suo padre; allo stesso modo, Pinocchio, grazie all’intervento della Fata dai capelli turchini che manda un falco a spezzare la corda, si salva e si mette alla ricerca del suo «babbo» Geppetto, che a sua volta vuole ritrovare il figlio-burattino disperso. Nel capitolo XXIII, un colombo parlante rivelerà a Pinocchio che Geppetto,

tre giorni fa sulla spiaggia del mare, si fabbricava da sé una piccola barchetta per attraversare l’Oceano. Quel pover’uomo sono più di quattro mesi che gira il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, s’è messo in capo di cercarti nei paesi del Nuovo Mondo.

Il colombo porta in volo Pinocchio sulla spiaggia; similmente, nel runo VII del Kalevala Vainamoinen, uno dei figli di Kaleva e antenato di Kullervo, viene portato in volo sul dorso di un’aquila fino alla spiaggia settentrionale di Pohjola. Geppetto, già salpato, riconosce Pinocchio e vuole tornare indietro, ma

il mare era tanto grosso che gl’impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. Tutt’a un tratto venne una terribile ondata e la barca sparì.

Pinocchio si getterà in mare per tentare di salvare suo padre: in entrambe le narrazioni c’è un figlio che vuole ristabilire un legame con suo padre che è “al di là”: Kalervo nel mondo dei trapassati, Geppetto al di là del mare, o forse sul fondo dell’Oceano, anche lui morto. Nel Kalevala, Untamo, falliti tutti e tre i tentativi d’infanticidio, è costretto a tenere con sé l’imbattibile Kullervo, o ad affidarlo ad altri: un pastore o un fabbro (secondo le due versioni del mito), ma Kullervo si rende autore di disastri ben peggiori delle marachelle di Pinocchio: fa morire un bambino che avrebbe dovuto cullare, disbosca una foresta, fa a pezzi una barca, distrugge un campo di grano, rompe un corno a una vacca. Viene quindi cacciato e «mandato in Estonia ad abbaiare sotto lo steccato» di Illmarinen, il fabbro degli dèi; e qui [7]

Abbaiò un anno, un altro anno, un po’ del terzo, due anni abbaiò al fabbro come a suo zio, alla moglie [o alla serva] del fabbro come a sua nuora.

Un destino molto simile attende Pinocchio: affamato, entra in una vigna e tenta di rubare dell’uva, ma resta intrappolato in una tagliola per le faine e viene trovato dal contadino:

“Siccome oggi m’è morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Mi farai da cane di guardia”. Detto fatto, gl’infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa di dentro. Al collare c’era attaccata una lunga catenella di ferro, e la catenella era fissata al muro. […] “E se per disgrazia venissero i ladri, ricòrdati di stare a orecchi ritti e di abbaiare” (cap. XXI).

Giungono le faine, che tentano di corrompere Pinocchio come facevano con Melampo, il vero cane; ma il burattino «abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce bu-bu-bu-bu!» (cap. XXII). In ricompensa della sua lealtà e del furto sventato, Pinocchio viene liberato e si rimette alla ricerca di Geppetto.

Trasformatosi in asinello nel Paese dei Balocchi e ridiventato burattino dopo essere stato gettato in mare dall’uomo che voleva ricavare un tamburo dalla sua pelle d’asino, Pinocchio fugge a nuoto,

quand’ecco uscir fuori dall’acqua e venirgli incontro un’orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata come una voragine e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte. Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pescecane […] che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità era soprannominato “l’Attila dei pesci e dei pescatori” (cap. XXXIV),

di cui Pinocchio aveva già sentito dire cose terribili da un delfino parlante:

“È più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una
boccaccia così larga e profonda che ci passerebbe tutto il treno
della 
strada ferrata con la macchina accesa” (cap. XXV).

Pinocchio non fa in tempo a sfuggirgli: il Pescecane lo ingoia e il burattino si ritrova nel suo stomaco con «da ogni parte un gran buio […] nero e profondo». Seguendo una fioca luce, proprio qui Pinocchio ritrova Geppetto, che vive lì dentro ormai da circa due anni grazie alle scorte di un bastimento mercantile affondato dalla stessa burrasca che aveva travolto la sua misera barca a remi:

I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo, e il Pescecane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiottì anche tutto il bastimento (cap. XXXV).

Pinocchio-Libro-Riassunto

Viene in mente un’immagine proveniente ancora dal contesto scandinavo: quella dei giganteschi mostri dell’Oceano Atlantico che aggrediscono i vascelli nella Carta marina del 1539 del vescovo svedese Olaf Mansson, più noto con il nome latinizzato Olaus Magnus [8], filologicamente dipendenti dalle molte leggende antiche e medievali sui mostri marini (ad esempio il famigerato Kraken, piovra tanto enorme da poter essere confusa con un’isola) [9]. Ora però i viveri stanno finendo, e Geppetto deve necessariamente tentare la fuga dalle viscere del Pescecane: babbo e burattino risalgono il corpo del mostro addormentato fino alla bocca spalancata, ma mentre camminano sulla sua lingua, il Pescecane starnutisce e li ricaccia indietro. Al secondo tentativo, i due riescono a uscire:

camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi risalirono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti (cap. XXXV).

Questa ardua prova – la caduta nel ventre del Pescecane e la fuga – attraverso cui passano Geppetto e Pinocchio, è situata nei penultimi capitoli del libro, ma ha anch’essa un parallelo interessante nel Kalevala, dove però la vicenda è situata nel runo XVII,  nell’antefatto alle avventure di Kullervo, quando il bambino-eroe ancora non esiste: Vainamoinen, uno dei tre figli del suo antenato Kaleva, [10]

intraprende la costruzione di una barca, ma quando si tratta di inserirvi la prora e la poppa, scopre che il suo runo [il canto il cui potere magico lo avrebbe aiutato nella costruzione] necessita di tre parole che, nonostante le sue assidue ricerche, gli rimangono sconosciute. […] Un pastore gli dice allora di cercarle nella bocca di Antero Vipunen, l’orco gigante[…] Il gigante giace sottoterra, sul capo gli crescono gli alberi. […] Destatosi, apre l’enorme bocca, e Vainamoinen vi scivola dentro, e viene inghiottito, ma è appena giunto dentro il suo vastissimo stomaco, che già pensa a come uscirne. Costruisce una zattera e naviga su e giù per le viscere del gigante: questo si sente fare il solletico, […] ma non gli cede nemmeno una parola magica.

Vainamoinen costruisce allora una fucina, e batte con incudine e martello; Antero Vipunen – figura che, in parte, potrebbe avere suggerito  a Collodi il personaggio del vorace Pescatore Verde, che «invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde» (cap. XXVIII) – cede, e canta per giorni e notti intere il suo runo, che contiene anche le tre parole magiche, finché [11]

Vainamoinen fa tesoro di tutto e alla fine acconsente a uscire.
Vipunen spalanca le sue enormi fauci, l’eroe esce
e può finalmente 
costruire la sua barca.

Abbiamo Vainamoinen che si costruisce una barca, e ciò ricorda anche Geppetto che si avventura sull’Oceano per cercare Pinocchio. Anche Vainamoinen viene ingoiato, non dal Pescecane ma dal gigante, e riesce ad uscirne dopo un dato tempo. A questo proposito si può notare che la fuga con la zattera costruita durante la permanenza nel ventre del gigante, riappare esattamente nel Pinocchio di Disney, dove si ritrova forse anche un “residuo” della fucina: il fuoco con cui Pinocchio decide di infiammare l’organismo della Balena fino a farla tossire e starnutire e così farsi espellere e salvarsi. L’équipe disneyana, a differenza della maggior parte dei lettori di Pinocchio in tutto il mondo, aveva forse individuato l’analogia, o meglio, riconosciuto il legame  esistente tra l’episodio di Pinocchio e quello di Vainamoinen nel Kalevala

Bindolo Pinocchio disegno Mazzanti
Il Bindolo disegnato da Mazzanti.

A questo punto le analogie tra il Kalevala e Pinocchio  potrebbero essere terminate, ma emerge un’ultima stranezza proprio poche pagine prima che il burattino si trasformi finalmente in ragazzino in carne e ossa. L’anziano Geppetto, scampato con il figlio al Pescecane, si ammala e ha bisogno di latte caldo. Per comprare il latte per il babbo, Pinocchio è costretto a lavorare presso l’ortolano Giangio prendendo il posto dell’asino che aziona il Bindolo, un «ordigno di legno che serve a tirar su l’acqua dalla cisterna, per annaffiare gli ortaggi» (cap. XXXVI). Estratte «cento secchie d’acqua», Pinocchio potrà avere un bicchiere pieno di latte. Enrico Mazzanti (1850-1910), l’illustratore che realizzò i disegni per la prima edizione di Pinocchio (Firenze, Paggi, 1883), accennò soltanto alla struttura complessiva del Bindolo. Anche Mazzanti, come lo stesso Collodi, sembra quasi porre un rompicapo al lettore: che cos’è veramente il Bindolo? Un marchingegno con questo nome non è soltanto frutto della fantasia dello scrittore toscano: si tratta di una [12]

macchina per il sollevamento dell’acqua a scopo irrigatorio. È  formata da una noria disposta verticalmente dentro un pozzo e mossa, per mezzo di una trasmissione a ingranaggi, da un maneggio al quale è attaccato un quadrupede.

Questo strumento, chiamato con nomi differenti nelle diverse regioni italiane e caratterizzato dalla struttura di base a ingranaggi (sebbene di forma non sempre rispondente a un unico modello), era abbastanza diffuso nelle campagne italiane fino alla prima metà del Novecento [13]. Il bindolo disegnato da Mazzanti, però, presenta alcune anomalie. Della noria – ossia la ruota esagonale (F) munita di vaschette o vasi quadrangolari (G) orientati con l’apertura nella medesima direzione – al di sopra del pozzo (K) della cisterna (M), è visibile soltanto la metà sinistra per il lettore, ma ci si accorge ugualmente che il suo mozzo (il cilindro centrale) non è attraversato da un palo orizzontale (I) che sarebbe necessario per reggere la grande ruota e permetterne il movimento. Il palo orizzontale dovrebbe incastrarsi a sua volta in un palo verticale (J) di sostegno, che nel disegno di Mazzanti sarebbe “tagliato” fuori dalla visuale a destra del pozzo (e dell’osservatore).

Bindolo Pinocchio disegno mio completamento
Il Bindolo disegnato dall’Autore.

Non si comprende quindi come possa sorreggersi e funzionare l’intera macchina del Bindolo. Il meccanismo implicato è il medesimo di un mulino a vento o ad acqua, ma funzionante al contrario: il movimento non è generato dalla grande ruota (munita di pale nel caso del mulino a vento, di vasche raccoglitrici nel caso di quello ad acqua) che aziona il sistema di ingranaggi interno, bensì dall’ingranaggio interno (B) azionato dalla barra orizzontale (A) spinta da braccia umane o tirata dall’asino, che per mezzo di un palo orizzontale (C) munito di una ruota dentata o di una puleggia, trasmette il movimento alla noria mediante una catena o una cinghia di trasmissione (D) che collega la puleggia ad un prolungamento del mozzo (E) della ruota. A uno dei sei lati di quest’ultima, stando al disegno di Mazzanti, è fissata una catena (H) che scende nel pozzo, con presumibilmente attaccato il secchio (L) da riempire. Ma allora perché ai sei lati della noria sono fissati ugualmente i vasi in forma di parallelepipedo (o quasi), con l’apertura su una delle due facce minori? I vasi, o  vaschette, non raggiungono l’acqua (N), che non arriva all’orlo del pozzo: altrimenti perché appendere alla noria un secchio da calare nel pozzo?

Il Bindolo risulta allora un «ordigno» eccessivamente complicato, insieme lacunoso e contraddittorio. Non si capisce quindi perché Collodi e Mazzanti abbiano dato spazio a un tale meccanismo, materialmente realizzabile, ma tecnicamente alquanto strambo, quando per estrarre una data quantità d’acqua da un pozzo sotterraneo o semi-sotterraneo basterebbe un semplice meccanismo a carrucola, una leva con fulcro centrale o, al limite, a «vite di Archimede», e non una macchina che, in modo assurdo, è allo stesso tempo una noria e una carrucola (!). L’Autore potrebbe avere incluso qui, adattandolo, un altro elemento tipico del patrimonio mitologico e leggendario scandinavo: il mulino gigantesco — simbolo, agli occhi dell’uomo protostorico e antico, della rotazione della Terra intorno al proprio asse e del movimento apparente delle costellazioni — oggetto del volume di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend Il mulino di Amleto.

Nel Kalevala, il mulino è chiamato Sampo — nome da far risalire al sanscrito skambha, cioè «palo» o «pilastro» — che indica «l’albero del mulino [che] è anche l’asse del mondo», costruito dal fabbro Illmarinen («runo» X), presso il quale Kullervo aveva preso il posto del cane da guardia [14]. Nel Grottasongr, brano poetico incluso nell’Edda di Snorri Sturlusson (1178-1241) ma probabilmente «il più antico documento di poesia scàldica giunto fino a noi, di gran lunga anteriore al racconto di Snorri», appare Fródhi, «proprietario di un enorme mulino, o macina, che nessuna forza umana poteva smuovere», chiamato Grotti, ossia «lo stritolatore». Fródhi convinse «per avidità, a lavorare giorno e notte» al Grotti due ragazze giganti, Fenja e Menja, che nonostante la loro forza faticarono enormemente per far girare la macina [15]; così Pinocchio si adatta a far girare lo strano Bindolo,

ma prima di avere tirato su le cento secchie d’acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l’aveva durata mai (cap. XXXVI).

Nelle Avventure di Pinocchio, dunque, si ritrovano e si intrecciano temi e situazioni la cui somiglianza con quelli presenti nelle tradizioni mitologiche e leggendarie germaniche e scandinave molto difficilmente può essere una casuale coincidenza. La medesima intuizione dei legami tra la favola di Collodi e la mitologia nordeuropea, seguita da alcune ipotesi abbastanza valide, l’ha espressa recentemente Eugenio Dario Lai in Pinocchio, il sentiero nordico, un breve libro che chi scrive ignorava, fin quando non lo ha scoperto, in modo del tutto inaspettato, quando questo articolo era già quasi concluso. Il testo di Lai si basa su altri racconti del patrimonio leggendario germanico e scandinavo [16] e cita soltanto una volta il Kalevala, quattro versi a proposito del gigante Vipunen [17]:

Cento parole puoi ottenere,
mille formule magiche puoi trovare
nella bocca di Vipuno,
nel ventre del ricco di consigli;

forse ignora Il mulino di Amleto di de Santillana e von Dechend e i brani del Kalevala in esso citati, e indulge a un certo autocompiacimento per la dissacrazione della favola di Collodi, ma merita certamente la lettura. Lai ritiene, tutto sommato, certa la presenza di importanti figure mitologiche norrene nei panni “umili” dei personaggi principali delle Avventure di Pinocchio. Il burattino sarebbe modellato sul dio Loki, bugiardo e beffardo, ma anche su alcuni aspetti di Odino — l’impiccagione a un albero enorme — e di Thor: brandisce il martello con cui uccide il Grillo Parlante, azione che l’Autore collega all’uccisione del dio solare Baldur (che, come il Grillo Parlante, rappresenta la saggezza) da parte di Loki, che lo fa colpire con un ramo di vischio lanciato inconsapevolmente dal dio cieco Hödr, ma che ha un parallelo più stretto con l’Edda di Snorri, dove si narra che Thor combatté contro il serpente di Midgard fin quando [18]

gli lanciò il martello, e alcuni dicono che spezzò la testa del mostro, scagliandola in fondo al mare, ma è quasi certo che il mostro sia ancora vivo, in fondo al mare;

il Grillo Parlante, similmente, è colpito mortalmente alla testa, ma lo si ritroverà vivo, nei panni di uno dei tre Dottori animali, al capezzale di Pinocchio salvato in extremis dall’impiccagione (cap. XVI). In Geppetto, Lai ritrova Odino in qualità di creatore (il dio crea la prima coppia umana da due pezzi di legno) e di anziano errante (Geppetto «gira il mondo» per mesi alla ricerca di Pinocchio).

La Fata dai capelli turchini lascia trasparire, secondo l’Autore, attributi caratteristici della dea Freya: la conoscenza del mondo dei morti (quando appare per la prima volta, la Fata si presenta come bambina morta; in seguito farà credere a Pinocchio di essere morta di dolore; quando Pinocchio rifiuta la medicina, lei ordina che entrino i quattro Conigli neri che portano la bara per lui); l’obbedienza da parte degli animali: il Falco (Freya ha un mantello di penne di falco, la Fata invia il Falco a rompere il cappio che tiene Pinocchio impiccato), i Conigli necrofori, il can-barbone Medoro, i topi bianchi che trainano la sua carrozza; il potere magico e «sciamanico» di trasformarsi lei stessa in animale: la Fata, nel cap. XXXIV, si mostra nelle sembianze di una capra dalla lana «di un color turchino sfolgorante», nella mitologia scandinava uno degli animali simbolici di Freya è la capra, a causa della sua «lascivia».

Vi è quindi da considerare seriamente la probabilità che Carlo Collodi abbia voluto davvero ripercorrere un «sentiero nordico», mediante l’estrazione dal loro contesto originario e la ricollocazione funzionale alla trama di Pinocchio, di «indizi spezzettati, frammenti identificabili correttamente solo se vengono incastrati nel posto corretto del puzzle favolistico che ha creato» [19].

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Note:

[1] Cfr. ad esempio http://blog.terminologiaetc.it/2012/05/31/pinocchio-e-il-castoro/, e http://anni70-latvdeiragazzi.over-blog.it/2015/03/pinocchio-1947-non-quello-della-disney-ma-quello-italiano.html.

[2] Elemire Zolla, cit. in Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, a cura di Marina Paglieri, Milano, Mondadori, 1981, p. 11 (tutte le successive citazioni da Pinocchio sono tratte da questa edizione).

[3] Ciò attenendosi alla citazione dal Kalevala, trad. it. di Paolo Emilio Pavolini cit. (con alcuni adattamenti) in Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Milano, Adelphi, VIII ed.-2000. Secondo la versione in prosa di Gabriella Agrati e Maria Letizia Biagini (Kalevala. Miti, incantesimi, eroi nella grande saga del popolo finlandese, Milano, Mondadori, 1988) i due fratelli assunsero forma umana dopo essere stati due cigni, o due colombi, separati alla nascita.

[4] Kalevala, trad. it. cit., in Il mulino di Amleto cit., p.  51.

[5] Ivi.

[6] Nella versione Agrati-Magini del Kalevala (cit.) le prime due trappole mortali a cui Kullervo scampa, appaiono in ordine inverso: prima Kullervo viene gettato tra le onde, poi si tenta di bruciarlo. 

[7] Il mulino di Amleto cit., p. 53.  Questo episodio è assente nella versione in prosa del Kalevala Agrati Magini cit.; in teoria dovrebbe essere collocato tra la fine del runo XXXI e l’inizio del XXXII.

[8] Riprodotta anche in parte in Il mulino di Amleto cit., p. 437 (figura n. 15).     

[9] Cfr. ad esempio Anthony S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Roma, Newton & Compton, 2001, p. 376.

[10] Il mulino di Amleto cit., pp. 134-135.

[11] Ivi.

[12] La piccola Treccani. Dizionario enciclopedico, vol. II, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 1995, p. 197.

[13] Cfr. Nino Giaramidaro, Dalla parte dello scecco di senia, “Dialoghi mediterranei”, 1 novembre 2014: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/dalla-parte-dello-scecco-di-senia/.

[14] Il mulino di Amleto cit., pp. 1 e 130.

[15] Ivi, p. 118.

[16] Tratti dai riassunti di Massimo Centini, Le tradizioni nordiche, Milano, Xenia, 2006, e di Gianna Isnardi Chiesa, I miti nordici, Milano, Longanesi, 1991.

[17] Eugenio Dario Lai, Pinocchio, il sentiero nordico, Torino, Miraggi edizioni, 20, p. 60. Sono le parole con cui un pastore consiglia a Vainamoinen di cercare il gigante sepolto.

[18] Cit. in Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende cit., p. 564.

[19] E. D. Lai, Pinocchio, il sentiero nordico cit., p. 28. 


 

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