Le misteriose rovine di Malden Island, nell’oceano Pacifico

Le sperdute isole del Pacifico sono spesso caratterizzate da idoli megalitici e strutture sopraelevate (i caratteristici “Marae”), un tempo utilizzate durante i riti sacri. Malden Island non fa eccezione, presentando anche, fra i vari siti di interesse archeologico, enormi strade lastricate in pietra basaltica che oggigiorno scompaiono tra i flutti oceanici: una scoperta apparentemente inspiegabile che ha suggerito ai ricercatori l’ipotesi dell’esistenza, in un passato remoto, di un continente perduto.

di Marco Maculotti

Traduzione dell’articolo Ruins of Malden Island and The Mysterious Roads that Lead into the Sea di Michelle Freson, originariamente pubblicato su Ancient-Origins.net

Malden è una minuscola isola nell’Oceano Pacifico centrale, che copre complessivamente un’area di circa 15 miglia quadrate (equivalenti a 24 chilometri quadrati, ndT). Si tratta di una delle Isole Line appartenenti alla Repubblica di Kiribati e, sebbene a Malden non sia presente personale residente, occasionalmente si verificano visite di diportisti stranieri. L’isola è meglio conosciuta per le sue rovine di origine sconosciuta, i suoi depositi di guano (un prezioso fertilizzante agricolo naturale, ricavato dagli escrementi degli uccelli marini) e il suo storico utilizzo come sito dei primi test nucleari britannici.

L’isola di forma triangolare si trova a 1.530 miglia nautiche (circa 2.800 km, ndT) a sud di Honolulu e oltre 4.000 miglia nautiche (7.400 km, ndT) a ovest del Sud America. Oggigiorno è una riserva protetta per la riproduzione di circa una dozzina di specie di uccelli, nonché costituisce una sosta invernale per gli uccelli marini migratori. Una piccola laguna, interamente racchiusa da una striscia di terra, occupa la parte orientale dell’isola. Quest’ultima è collegata al mare da canali sotterranei e l’acqua è salata. La maggior parte della superficie dell’isola si trova a sud e a ovest della laguna. L’isola è bassa, non più di 33 piedi (poco più di 10 metri, ndT) sopra il livello del mare, e priva di acqua dolce.

Malden Island vista dall’alto, foto NASA

L’isola di Malden prende il nome dal tenente Charles Robert Malden, il navigatore della HMS Blonde, che la esplorò brevemente, insieme a un naturalista e un botanico, durante una missione esplorativa organizzata dalla Royal Horticultural Society nel 1825. Malden Island fu occupata dal 1860 da una compagnia australiana allo scopo di raccogliere guano, ma tutte le attività cessarono all’inizio degli anni ’30. Nessun ulteriore utilizzo fu fatto fino al 1956, quando il Regno Unito scelse l’isola come sito di detonazione per la sua prima serie di test con bombe H. Al momento della scoperta Malden non era abitata, sebbene i resti di templi in rovina e diversi monumenti megalitici indicassero che un tempo era stata abitata.

Nel 1924 le rovine di Malden furono esaminate da Kenneth Emory, un antropologo del Bishop Museum di Honolulu, il quale teorizzò che fossero state edificate da un piccolo numero di coloni polinesiani che avevano risieduto lì per diverse generazioni alcuni secoli prima. C’è anche, tuttavia, chi contesta la sua teoria, sostenendo che Emory non fosse motivato a raggiungere conclusioni diverse, e insinua che tale conclusione sia stata avvallata principalmente per sostenere la sua tesi che vedeva in Tonga e Samoa il punto di partenza da cui la cultura polinesiana si diffuse verso ovest attraverso il Pacifico fino a Tahiti, alle Isole Marchesi e alle Hawaii.

I critici dell’ipotesi avanzata da Emory sostengono anche che Malden possa presentare tracce di una presenza umana ben più antica di quella dei polinesiani, cosa che contrasterebbe con l’intero paradigma di Emory riguardo i più antichi insediamenti nel Pacifico. Tuttavia ancora oggi, a trent’anni di distanza, Emory è considerato il principale esperto di cultura polinesiana.

Strutture megalitiche di Malden Island

Marae, idoli di pietra e strade lastricate

Tra i 21 siti archeologici scoperti sono state ritrovate piattaforme di templi, oltre ad alloggi e tombe. Vari pozzi usati un tempo da questi antichi coloni furono successivamente dichiarati privi di acqua o con acqua salmastra. Emory ha teorizzato che una popolazione compresa tra cento e duecento nativi avrebbe potuto produrre tutte le strutture di Malden. Marae (piattaforme megalitiche su cui si svolgevano le cerimonie sacre, ndT) di un tipo simile sono state portate alla luce anche su Raivavae, una delle isole australi.

Come altri hanno sottolineato, sebbene i resti megalitici eretti dai coloni polinesiani non escludano prove di una civiltà ancora più antica, non sono mai state fatte ulteriori indagini, che richiederebbero mesi o anni. L’isola di Malden è così remota che il costo per arrivarci e per ulteriori esplorazioni archeologiche è proibitivo. Le strade asfaltate conducono al mare, ma fino a che punto si estendono? Le osservazioni documentate affermano che dal centro dell’isola, da cui si irradiano diversi complessi di templi, esiste una rete di strade fatte di grandi lastre di basalto, unite strettamente le une con le altre.

Una delle misteriose strade lastricate di Malden Island

Queste strade attraversano l’isola e le spiagge e scompaiono sotto le onde del Pacifico. Sono molto simili all’Ara Metua, una strada asfaltata sull’isola di Rarotonga, 1.000 miglia (circa 1.600 km, ndT) a sud. Rarotonga, come l’isola di Malden e altre ancora nel Pacifico, presenta una serie di piattaforme piramidali (i Marae, appunto, ndT) collegate da strade. Strane pile di massi sono sparse per l’isola di Malden, mentre le piramidi sono ricoperte di dolmen o «pietre-bussola».

I quaranta templi in pietra che si possono visitare sull’isola di Malden sono descritti come simili strutturalmente agli edifici di Nan Madol a Pohnpei, a circa 3.400 miglia (5.500 km, ndT) di distanza. Perché un’isola così remota contenga templi, piattaforme piramidali e antichi sentieri lastricati che conducono direttamente all’oceano, è ancora un mistero. Mitch Williamson, ricercatore e scrittore, rileva (tenendo conto della variazione del livello del mare attraverso le ere, ndT):

Ciò fa pensare a una cultura che potrebbe avere più di 50.000 anni […], una civiltà che non aveva problemi a spostare enormi massi per costruire strutture molto grandi e complicate di cui noi non sappiamo assolutamente nulla, a parte il fatto che qualcuno le ha erette e che sono più antiche della storia biblica.

Un idolo in pietra basaltica di Malden Island, ubicato presso il pavimento lastricato di un Marae

In più, Williamson afferma:

Il livello del mare non è aumentato in modo significativo negli ultimi tre millenni. Se la ricerca futura mostrerà che i sentieri lastricati si estendono oltre l’attuale bagnasciuga, allora sarebbe stato dimostrato che queste reliquie devono essere per forza di cose di origine pre-polinesiana.

Alcuni sostengono che le strade che si dipanano dalle strutture, il cui scopo non è ancora stato identificato, potrebbero essere la prova di un continente perduto che esisteva un tempo nell’oceano Pacifico. La realtà è che nessuno può dirlo con certezza. Una cosa, però, è certa: qualche misterioso gruppo di coloni ha fatto grandi sforzi per costruire monumenti megalitici su un’isola che difficilmente potrebbe sostenere anche una piccola popolazione.

Le varie teorie potrebbero avere un senso se collochiamo l’isola e le sue reliquie archeologiche in un contesto geografico e culturale più ampio (come quello della cosiddetta teoria Out of Sumba, di cui abbiamo parlato in altra sede, ndT).

Menhir di Malden Island

Dopotutto, le prove di continenti perduti come la Mauritia che un tempo erano ritenute una mera finzione “fantascientifica” sono state ora trovate anche dagli accademici, ragion per cui non potremo mai prevedere se e quando verranno alla luce nuove prove che avvallino questa ipotesi. Nel suo libro Riddle of the Pacific del 1924, il prof. John Macmillan Brown ha disegnato un’immagine dell’isola di Malden con i suoi grandi templi piramidali

come una reliquia di un’epoca passata, quando questi ultimi facevano ancora parte di un «impero scomparso», nonché come un luogo presso il quale gli antichi coloni provenivano da fertili arcipelaghi che si trovavano all’interno della catena di Canoe, in seguito sommersi dall’oceano.

Disegno di un Marae di Malden Island, opera dell’esploratore Robert Dampier, che accompagnò il tenente Charles Robert Malden nella spedizione del 1825

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