Il simbolismo della melagrana

Andiamo alla scoperta del simbolismo della melagrana nell’ecumene mediterraneo tra mito, iniziazione, mistica e letteratura: dal mito frigio di Cibele e Attis ai Misteri Eleusini e la prigionia di Persefone in Ade, dalla simbologia della Caduta biblica a quella architettonica e massonica delle colonne del tempio Jachin e Boaz.

di Luca di Giacomo

Copertina: Dante Gabriel Rossetti, Proserpine, 1874

Scopo di questo lavoro è quello di approfondire il simbolismo della melagrana, alquanto diffuso nell’area mediterranea. L’opzione metodologica di fondo è quella di tipo comparatistico. In altre parole, si cercherà di passare in rassegna la simbologia della melagrana come proposta in diverse tradizioni e civiltà, evidenziando il comune nucleo significativo. Inoltre, più che un criterio strettamente filologico, che pecca nell’assumere una prospettiva contemporanea nell’inquadramento di dinamiche gnoseologiche, psicologiche e mitopoietiche risalenti a secoli o millenni orsono, si ricorre all’associazione su base analogica tra gli elementi simbolici e mitologici che si approcciano, più consona alla struttura intuitiva del pensiero antico. 

Nell’esame del suddetto simbolismo, si può partire dal mito frigio di Cibele e Attis, che ha il vantaggio di enucleare gran parte delle tematiche che verranno dappresso esaminate. Secondo tale mito, il consesso degli dei olimpici decise di distruggere la completezza dell’Androgino Primordiale Agdistis, privandolo della sua mascolinità. Dioniso tramutò l’acqua in vino e porse la bevanda all’androgino che, inebriato, cadde in un pesante sonno. Il dio ebbe così il tempo di legarne il membro a un tronco d’albero con una fune. Quando l’ebbrezza sparì, Agdistis si destò di scatto, rimanendo fatalmente evirato dal crudele stratagemma di Dioniso. I fiottanti zampilli del suo sangue irrorarono il suolo circostante, facendo crescere miracolosamente una pianta il cui frutto oggi conosciamo come melagrana. Successivamente, questo misterioso frutto fecondò la dea fluviale Nana, che partorì poi Attis. Cibele, la madre primordiale, ossia la sola parte femminile di Agdistis sopravvissuta all’evirazione, si innamorò perdutamente di Attis, ma questi, dopo averne ricambiato il folle sentimento, l’abbandonò. La dea si vendicò terribilmente: fece impazzire Attis e lo evirò. Il terreno, nuovamente bagnato dal sangue, questa volta germogliò in tante viole mammole. Cibele, pentita, chiese a Zeus di riportare alla vita Attis, venendo più o meno accontentata a seconda delle diverse versioni del mito [1].

Questa narrazione mitica, di arcaica atrocità, non solo forgia uno dei più antichi archetipi di resurrezione dell’area mediterranea, ma indica con esemplare precisione alcune delle parole chiave per comprendere il significato essenziale della simbologia della melagrana: primordialità, caduta, sangue, morte, fecondità, quindi vita e finanche amore. L’antiteticità dei concetti richiamati, lungi dal denunciare l’incoerenza delle interpretazioni che seguono, fa della melagrana, piuttosto, un simbolo perfetto, capace di unire gli (apparenti) opposti [2].

Rappresentazione medievale del mito dell’evirazione di Attis

Altri e ben noti sono i richiami mitologici, leggendari o, comunque, tradizionali alla “mela con semi” (questo, etimologicamente, il significato del nome “melagrana”) che accompagneranno e corroboreranno l’approfondimento della sua simbologia [3]. Secondo una certa interpretazione, il frutto raccolto da Eva dall’Albero del Bene e del Male, che cagionò la Caduta dei progenitori dell’umanità, fu nientemeno che una melagrana e non una semplice mela. Tanto basta a collegare il pomo granato all’età primordiale dell’umanità e alla successiva caduta dallo stesso, così come lo stesso mito di Agdistis/Cibele altro non è che una declinazione frigia del mitologema della perdita di una pienezza primitiva, simboleggiata dall’androginia [4]

Nell’ambito appena indicato, la melagrana assume un significato cosmico in ragione della sua forma e struttura. Essa è, di fatto, un pomo, la cui ideale sfericità richiama il globo terracqueo e, quindi, il mondo tutto. Ciò rileva per quella tradizione kabbalistica secondo la quale la raccolta del pomo causò la caduta dell’umanità perché simboleggiava la fascinazione della Vita (Eva) per il mondo materiale (il frutto sferico) a discapito della Sapienza Divina (il frutto dell’Albero della Conoscenza). Coerente a questa opzione ermeneutica, è l’accostamento, operato nella dottrina ebraica, tra la melagrana e la Torah, avendo la prima 613 semi, secondo la tradizione, e la seconda un eguale numero di versetti. Tenuto conto di questo accostamento e dell’esegesi rabbinica secondo cui la Torah fu la matrice dell’intera Creazione [5], può comprendersi come la melagrana venga a colorarsi di particolari significati cosmogonici. 

Nemmeno va obliterato che, per la sua struttura che raccoglie concentricamente, all’interno di un scorza compatta, numerosi semi succosi, la melagrana si presenta come una sorta di cosmogramma, la cui scorza può indicare il mondo esteriore e la sua conoscenza profana, il cuore la Verità e i numerosi semi succosi gli esseri tutti, variamente distanti dal centro a seconda della loro elevazione spirituale, analogicamente la dottrina islamica dell’El-Qishr wa’l-Lobb, della “scorza e del nocciolo” [6]. Al di là della sfericità, la melagrana presenta alla base un picciolo coriaceo potenzialmente tossico, mentre alla sommità è incorniciata da un’elegante corona, quasi a inglobare in sé una simbologia di elevazione e perfezionamento.

L’insieme dei chicchi affasciati nella scorza, d’altro canto, ha da sempre richiamato le idee di unione, fratellanza, solidarietà, soprattutto in organizzazioni iniziatiche che vedono nell’occultamento dei semi della melagrana un’affinità con la loro riservatezza [7]. La moltitudine degli stessi richiama poi, quasi in maniera propiziatoria, la fecondità, quale abbondanza e perpetuarsi della vita e del suo principio. Il concetto di fecondità pervade tutto il mito frigio di Agdistis/Cibele e Attis. Cibele, infatti, è una personificazione anatolica della Grande Madre, che presiedeva la fertilità dei campi, delle donne, dell’esistenza tutta. La melagrana stessa nasce poi dal sangue dell’evirazione dell’Androgino, connettendosi al simbolismo dl fallo quale portatore del principio vitale. Lo stesso pomo ha anche un’occulta capacità fecondante che riesce a ingravidare la madre di Attis al solo tocco. Infine, nel racconto, assistiamo al germogliamento miracoloso, rispettivamente dal sangue dell’androgino e di Attis, della melagrana e delle viole. Si può dire, quindi, che tutto il mito di Agdistis e Attis contempla, come d’altronde quello di Demetra e Kore, di cui di seguito, il Mistero della Fecondità, che è, prima di tutto, Mistero dell’atto della fecondazione, del sesso. La forma della melagrana aperta, non a caso, rimanda a quella della vulva e, secondo un’altra tradizione, questa volta di stampo ellenistico, fu una melagrana il pomo donato da Paride ad Afrodite, divinità dell’amore, eleggendola a più bella tra le dee ed avendo in cambio l’amore di Elena [8].

Sesso e fecondità, tuttavia, non appartengono solo alla vita, ma altrettanto, sottilmente, alla morte. Plutone, dio degli Inferi, è etimologicamente “il ricco”, perché il suo regno ctonio – che non è sotto terra, ma è luogo oltre terra – è eternamente popolato da aeree immagini anteriori e posteriori alla breve vita umana [9]. Se fecondità nel mondo dei vivi è attesa della fecondazione, nel mondo infero è perenne proliferazione immaginale, di immagini non (ancora) rivestite di carne e irrorate dal sangue, ma che presiedono la vita interiore e sorreggono il senso interiore della sessualità [10]. A questa immaginalità del regno infero allude il significato occulto del mito di Prosperpina/Kore, “la fanciulla” sempreverde figlia di Demetra, destinata a regnare sugli Inferi e a permanervi per sei mesi all’anno dopo aver mangiato alcuni chicchi di melagrana che Ade le offriva [11]. La melagrana, con il suo impressionante numero di semi succosi, fragilmente liquidi, non del tutto palpabili, richiama l’abbondanza infera più di qualsiasi altro frutto.

Altro elemento che collega inesorabilmente il pomo granato alla morte — questa volta nell’accezione più carnale — è il profondo color rosso rubino del suo succo, del tutto simile al sangue. Questa linfa vitale, liminale tra la vita e la morte, la salute e la violenza, è stata oggetto di precetti, superstizioni, reverenze, ritualità presso ogni latitudine umana e in ogni epoca della storia. Pure se non è possibile, in questa sede, analizzare tutta quella che si potrebbe chiamare l’antropologia del sangue [12], non di meno non è difficile comprendere quale reverenza potesse imporre il sanguigno succo della melagrana al pensiero analogico e simbolico dell’uomo antico, tanto da farla accostare all’ambito mortuario. Ma il succo sanguigno della melagrana non evoca solo la morte come dimensione, ma anche la morte come conseguenza di un gesto umano non dovuto nella trama della Necessità: l’uccisione venatoria [13]. Il sangue diviene tabù perché tramanda memoria del sacrilego passaggio all’uccisione dell’altro essere vivente, non ancora animale distinto dall’uomo, per il sostentamento, che ha lasciato una traccia indelebile nella civiltà [14].

Quello che appare dalla ricognizione fino ad ora operata è che la melagrana, non solo accoglie in sé i concetti opposti di caduta, abbondanza, morte, vita, ma, evocando chiaramente anche elementi “intermedi” come la fecondità e il sangue, introduce ad un’intera simbologia della transizione, soprattutto a livello esistenziale o rituale. Per questo motivo, la melagrana può assumere un ruolo particolare nell’ambito del rito di passaggio per eccellenza, quello iniziatico, finalizzato ad introdurre l’iniziando ad una nuova vita, con implicazioni palingenetiche. In particolare, studi antropologici [15] hanno rinvenuto una struttura tripartita dell’iniziazione, nella quale si distinguono:

  • la fase pre-liminale della separazione ed isolamento da un precedente contesto umano, culturale, sociale;
  • la fase di transizione liminale, strettamente rituale o di esame, caratterizzata dall’ambiguità della condizione personale dell’iniziando;
  • la fase post-liminale, di reintegrazione in un nuovo status.

La melagrana, per gli sviluppi simbolici anzidetti, inerisce particolarmente alla fase intermedia e liminale. Essa, ovviamente, appare nell’ambito dei Misteri Eleusini, segnatamente nei Grandi Misteri, ispirati alla vicenda mitologica di Demetra e Proserpina. Ivi vigeva il divieto di mangiare la melagrana, assieme ad altri cibi quali fave, mele, alcuni pesci [16]. Ma la melagrana assurge a fondamentale importanza, più che per ruoli rituali, per il fondamentale ruolo simbolico-mitologico, essendo il frutto che, mangiato, vincola Proserpina al Regno dei Morti. Addirittura, una terracotta greca del IV secolo a.C. raffigura Prosperpina inginocchiata su una melagrana, quasi a promanare da essa. Ciò conferma quanto il frutto fosse inteso, nel mondo greco, come una sorta di compendio dell’intera misteriosofia eleusina, in cui il carattere della liminalità si concreta, mitopoieticamente, nella perenne divisione di Prosperpina/Persefone tra mondo infero e mondo superficiale, dovendo risiedere in ognuno, per sei mesi all’anno, senza possibilità alcuna di addivenire ad una reintegrazione in uno status definitivo.

Rudolf Steiner, Apocalyptic Seal 4 – Jaochim and Boaz

Sempre in ambito iniziatico, la melagrana trova posto nell’architettura del tempio massonico. Se non è un segreto, infatti, che il tempio massonico si ispira al Tempio di Salomone, è da rilevarsi immediatamente che l’elemento della melagrana nella tradizione massonica si differenzia dalla descrizione biblica. Nell’Antico Testamento, infatti, si legge che Hiram, il leggendario architetto,

fuse due colonne di bronzo, ognuna alta diciotto cubiti e dodici di circonferenza. Fece due capitelli, fusi in bronzo, da collocarsi sulla cima delle colonne; l’uno e l’altro erano alti cinque cubiti. Fece due reticolati per coprire i capitelli che erano sopra le colonne, un reticolato per un capitello e un reticolato per l’altro capitello. Fece melagrane su due file intorno al reticolato per coprire i capitelli sopra le colonne; allo stesso modo fece per il secondo capitello. I capitelli sopra le colonne erano a forma di giglio. C’erano capitelli sopra le colonne, applicati alla sporgenza che era al di là del reticolato; essi contenevano duecento melagrane in fila intorno a ogni capitello. Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz. (1Re 7,15-21)

In Massoneria, invece, le due colonne Boaz e Jachin si differenziano tra loro, simboleggiando, con le proprie caratteristiche, le dualità universali. La melagrana, in particolare, si trova sulla colonna Jachin, mentre su Boaz viene posto un globo acqueo. La posizione delle melagrane come ornamento delle colonne d’ingresso dei due templi, quello biblico e quello massonico, ben si sposa con la loro simbologia del liminale, come sopra accennata. Così come Prosperpina, per il tramite della melagrana, sancisce la sua appartenenza irreversibile (anche se non esclusiva) ad un altro mondo, quello infero, allo stesso modo, l’iniziando in Massoneria, transitando e sostando per la melagrana, si appronta ad abbandonare la profanità e rinascere iniziato.

Tanto detto, le numerose melagrane che ornano il Tempio di Salomone si spiegano attraverso diversi riferimenti alla tradizione biblica, come poi si vedrà. Nell’ambito muratorio, invece, il significato del pomo si comprende nell’ambito dello stratificato simbolismo dualistico delle due colonne. La colonna di sinistra, bianca, detta Boaz, ossia “nella forza”, è sormontata da un globo d’acqua, mentre la melagrana orna la sommità della sola colonna di sinistra, la rossa Jachin, il cui nome significa “sarà saldo”. Il bianco spermatico di Boaz e il riferimento ad una possanza attiva, la connotano in senso maschile. Il rosso mestruale di Jachin e il riferimento ad un recettivo essere salda la connotano in senso femminile. Così caratterizzate sessualmente [17] e in termini di rispettiva attività e ricettività, Boaz e Jachin sono idonee a simboleggiare ogni dualità. L’attività di Boaz, poi, deve essere resa graficamente dalla linea verticale, simbolo della posizione eretta della vita. La passività di Jachin si rende, all’incontrario, con la linea orizzontale, che richiama l’idea della morte. Coerentemente, dunque, il globo d’acqua sopra Boaz va a riconnettersi all’idea di vita, mentre le melagrane su Jachin si sovrappongono, ancora una volta, all’ambito mortuario. Il cammino iniziatico massonico, d’altronde, procede tramite l’avvicendarsi simbolico di morte e ritorno in vita del libero muratore [18].

Nel diverso ambito religioso e mistico la melagrana, invece, incomincia a connotarsi in maniera certo più positiva, venendone evidenziati la dolcezza e i profumi, nonché la tipica abbondanza. Nella tradizione ebraica, oltre quanto già riportato sopra e a importanti funzioni ornamentali (es. dei paramenti sacerdotali), la melagrana è uno dei frutti che abbondano nella Terra Promessa (Deu. 8:8) e, nel Cantico dei Cantici, vetta della mistica biblica, la bellezza dell’Amata, anima, Popolo d’Israele o Chiesa che sia, viene descritta tramite leggiadri riferimenti al pomo (Ct, 4,3; 6,7), mentre l’amore con l’Amato, il Signore, potrà consumarsi solo quando i melograni, nel giardino dell’Amata, saranno in fiore (Ct 6,11). Anche nel Corano la melagrana cresce nei giardini del Paradiso (55:068). In questi casi, la melagrana simboleggia, con le dovute differenze, stati di pienezza paradisiaca, che è, anche e prima di tutto, un ritorno ad una condizione primordiale già nota al simbolismo del frutto.

Jos van Riskwick, Still Life with Glass and Pomegranate

Nella tradizione cristiana, certo la più influenzata tra quelle abramitiche dalla cultura greca, il rosso succo della melagrana la fa nuovamente accomunare con il sangue, rendendola simbolo e presagio della passione di Cristo e inaugurando il motivo, assai ricorrente nella pittura europea del XV sec., del Bambino o delle Madonne che mantengono il frutto tra le mani (vedere la Madonna della Melagrana del Botticelli o la Madonna “Salting” di Antonello da Messina). Sempre all’interno del cristianesimo, però, la dolcezza del frutto attrae gli accenti estatici della poesia mistica, come nel caso di San Giovanni della Croce [19]:

le melagrane rappresentano i Misteri più alti di Dio, i suoi più profondi giudizi e le sue più sublimi grandezze. I chicchi della melagrana sono simbolo degli innumerevoli effetti delle perfezioni divine. La forma rotonda esprime l’eternità di Dio, che non ha, come il cerchio, né inizio né fine. Il succo di melagrana indica il godimento dell’anima per mezzo della comunione e dell’amore, della natura degli attributi di Dio, e la mirabile letizia che essa trae dal suo possesso.

La conclusione di questo lavoro viene affidata, ora, alla splendida testimonianza del poeta del duende, Federico Garcia Lorca, che nella sua “Canzone orientale”, con brevi e vividi versi, cantò l’opaca dolcezza e gli antichi presagi di questo frutto che da millenni accompagna l’anima dell’uomo.

La melagrana è la preistoria
del sangue che portiamo,
l’idea di sangue, chiuso
in globuli duri e acidi,
che ha una vaga forma
di cuore e di cranio.

O melagrana aperta, tu sei
una fiamma sopra l’albero,
sorella carnale di Venere,
riso dell’orto ventoso.

Ti circondano le farfalle
credendoti un sole fermo
e per paura di bruciarsi
ti sfuggono i vermi.

Perché sei la luce della vita,
femmina dei frutti. Chiara
stella della foresta
del ruscello innamorato.

Potessi essere come sei tu, frutto,
passione sulla campagna!

Rubik Kocharian

Note:

[1]  CATTABIANI A., Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno,  Rusconi, 1994, pp. 106 ss. 

[2]  La melagrana è frutto caro al dio induista Ganesha, detto “Bijapuraphalasakta”, “colui che gradisce la frutta dai molti semi”, la cui figura riunisce in sé e mette in equilibrio gli opposti del maschile e del femminile, Shiva e Shakti. 

[3]  Genesi, 3: 6 fa riferimento solo a “frutto”, l’identificazione con la mela è postuma. Tuttavia, pensando che la Terra Promessa replichi la vegetazione dell’Eden e che, in essa, sono presenti, secondo la profezia, grano, orzo, vite, fico, melograno, olivo e palma da datteri (Deu. 8:8). L’unico pomo, tra questi, è la melagrana. Cfr. GRILLI CAIOLA M. – GUARRERA P. M. – TRAVAGLINI A., Le piante nella Bibbia, Gangemi, 2014.

[4]  Su tutti, ZOLLA E., L’androgino: l’umana nostalgia dell’interezza, Red edizioni, 1980.

[5]  Dal Seder Zeraim (in ebraico: סדר זרעים ‎?, lett. “Ordine dei Semi”), primo e più corto Seder (“Ordine”) della Mishnah, una delle maggiori opere della Legge ebraica.

[6]  Cfr. GUENON R., Scritti sull’esoterismo islamico e il taoismo, Adelphi, 1993, cap. II. Secondo questa dottrina, che prende ad immagine metaforico un frutto, la scorza sarebbe la sharia, la legge religiosa e sociale esteriore, il nocciolo costituisce la Verità Metafisica. Gli infiniti tragitti che, nella polpa, si fanno spazio dalla scorza al cuore del frutto sono le Turuq, le vie iniziatiche. 

[7]  Cfr. MAINGUY I., Simbolica massonica del Terzo Millennio, Edizioni Mediterranee, 2009, pp. 165-166.

[8]  Cfr. BOUCHER J., Simbolica massonica, Atanor, 2015, pp. 145-146. L’Autore afferma, significativamente, “occorre quasi sempre sottintendere la melagrana, quando si parla di pomo nei miti e nelle usanze popolari relative al matrimonio”. 

[9]  Riflessioni magistralmente svolte da HILLMAN J., Il sogno e il mondo infero, Adelphi, 2003, pp. 50 ss. 

[10]   HILLMAN J., op. cit., p. 61: « L’Ade che è in Dioniso dice che esiste un significato invisibile negli atti sessuali, un senso per l’anima nella parata fallica, che tutta la nostra forza vitale (…) allude al mondo infero delle immagini (…) Dioniso è anche una divinità infera (che attira giù, come un’esperienza depressiva) (…) L’altro lato di quella misteriosa divinità, il Dioniso che è in Ade, significa che esiste una zoe, una vitalità, in tutti i fenomeni del mondo infero (…) Le immagini di Ade sono anche dionisiache: non fertili nel senso naturale, ma nel senso psichico, immaginativamente fertili. C’è, sotto la terra, un’immaginazione che trabocca di forme animali, che boccheggia e fa musica. C’è una danza nella morte. Ade e Dioniso sono lo stesso dio. » 

[11]  È quanto mai interessante notare come, nel folklore meridionale, sognare di condividere il cibo con persone defunte sia di cattivo e macabro auspicio.

[12]  Si veda l’eccellente articolo apparso su questa stessa rivista, EUSEBIO R., La metafisica del sangue, 2020.

[13]  Lo spargimento di sangue, anche in ambito bellico, ha sempre costituito una grave trasgressione dell’ordine precostituito. Ancora a Roma, l’augure feziale, prima della battaglia, lanciava nel campo occupato dal nemico un giavellotto insanguinato, così chiamando a testimonianza gli dei e sottraendo la guerra dall’ambito della trasgressione. Non è difficile o peregrino pensare che le prime uccisioni venatorie abbiano impresso, nella psiche primitiva dell’uomo, la traccia mnestica di una colpa ancestrale tradottasi in un più o meno velato tabù del sangue. 

[14]  Cfr., su tutti, CALASSO R., Il cacciatore celeste, Adelphi, 2016. Dal rsvolto: “Ci fu un’epoca in cui, se si incontravano altri esseri, non si sapeva con certezza se erano animali o dèi o signori di una specie o demoni o antenati. O semplicemente uomini. Un giorno, che durò molte migliaia di anni, Homo fece qualcosa che nessun altro ancora aveva tentato. Cominciò a imitare quegli stessi animali che lo perseguitavano: i predatori. E diventò cacciatore. Fu un processo lungo, sconvolgente e rapinoso, che lasciò tracce e cicatrici nei riti e nei miti, oltre che nei comportamenti, mescolandosi con qualcosa che nella Grecia antica fu chiamato «il divino», tò theîon, diverso ma presupposto dal sacro e dal santo e precedente perfino agli dèi. Numerose culture, distanti nello spazio e nel tempo, associarono alcune di queste vicende, drammatiche ed erotiche, a una certa zona del cielo, fra Sirio e Orione: il luogo del Cacciatore Celeste. Le sue storie sono intrecciate in questo libro e si diramano in molteplici direzioni, dal Paleolitico alla macchina di Turing, passando attraverso la Grecia antica e l’Egitto ed esplorando le connessioni latenti all’interno di uno stesso, non circoscrivibile territorio: la mente”.

[15]  In particolare, VAN GENNEP A., I riti di passaggio, Bollati boringhieri, 2012.

[16]  MAGNIEN V., I Misteri di Eleusi Origini e rituale delle iniziazioni elusine, Edizioni di AR, 1996, p. 219.

[17]  Si aggiunga che i nomi delle due colonne, al contrario, risultano essere, considerando le sole consonati, ZB e NK, che in ebraico significano rispettivamente “fallo”/”organo fecondatore” e “coito/copula”, cfr. J. BOUCHER, Simbolica massonica, Atanor, 2015, p. 186.

[18]  Su tutti, anche con riferimento ai nomi delle Colonne e relativa simbologia, REGHINI A., Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi e il massimo mistero massonico, Atanor, 1994.

[19]  GIOVANNI DELLA CROCE, Tutte le opere, Bompiani, 2014, pp. 303 ss.

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