Nella sua scuola filosofica, fondata su intensi legami di amicizia e rivolta allβautentico piacere, Epicuro ha ricercato lβimperturbabilitΓ . Ripercorriamo le radici del suo pensiero, ereditate qualche secolo dopo da Lucrezio a Roma.
di Lorenzo
Pennacchi
Non lo domarono le leggende degli dèi, né i fulmini, né il minaccioso
[1]
brontolio del cielo; anzi tanto piΓΉ ne stimolarono
il fiero valore dellβanimo, cosΓ¬ che volle
infrangere per primo le porte sbarrate dellβuniverso.
Tito Lucrezio Caro vive tra gli anni Novanta e gli anni Cinquanta del I secolo a. C. Della sua vita quasi nulla Γ¨ noto, anche se una serie di fonti permettono di collocare la morte tra il 55 e il 50 intorno allβetΓ di quarantaquattro anni [2]. Lucrezio Γ¨ ricordato soprattutto per il De rerum natura, un poema didascalico in sei libri, scritto in esametri dattilici, che rinvia al PerΓ¬ phΓ½seos (Sulla natura) di Epicuro. Significativa risulta la dedica a un certo Memmio, presumibilmente quel Lucio Memmio pretore della provincia Bitinia-Ponto nel 58, a dimostrazione della necessitΓ di protezione istituzionale ricercata dal poeta.
Secondo alcuni studiosi lβopera di Lucrezio non sarebbe altro che una trascrizione in lingua latina e in forma poetica di quella epicurea. Questa considerazione si inserisce nella concezione generale per cui la filosofia romana andrebbe considerata solamente come ricettiva di quella greca, priva dunque di qualsiasi originalitΓ sistematica. Secondo la professoressa Therese Fuhrer questo totale appiattimento Γ¨ quanto mai fuorviante: Β«Se nel confronto con i presocratici Lucrezio senza dubbio si rifΓ ad Epicuro, la polemica implicita ma evidente contro gli stoici porta al di lΓ del modelloΒ» [3]. Eppure Γ¨ innegabile che, sebbene nel poema vadano rintracciate varie influenze (dalla resa poetica di contenuti naturalistici di Empedocle alla forma dellβesametro latinizzato di Ennio), il riferimento allβepicureismo Γ¨ costante. Non a caso Β«Lucrezio motiva la forma poetica ricorrendo alla metafora di una coppa ricoperta di miele, nella quale si porge agli uomini, tormentati dalle loro paure, una medicina amara ma efficace, la dottrina epicureaΒ» [4]. A piΓΉ riprese il poeta considera Epicuro il suo maestro, il liberatore del mondo dalla superstizione e dalle false paure:
E dunque purificΓ² i cuori con veritiere parole,
[5]
e stabilì un termine alla cupidigia e al timore,
ed espose quale fosse il sommo bene cui tutti tendiamo,
e mostrΓ² la via per la quale con breve sentiero
possiamo giungere a esso con diretto percorso.

Epicuro nasce sullβisola di Samo, colonia militare di Atene, nel 341 a. C. Visita Atene in piΓΉ circostanze, prima di trasferirvisi nel 307, acquistando una casa con un grande giardino recintato poco fuori le mura della cittΓ . La sua scuola filosofica, spesso denominata il Giardino, attrae rapidamente un gran numero di seguaci che stringono tra loro intensi legami di amicizia, accettando anche donne e schiavi in nome dellβedonismo ampiamente professato. Fin dai suoi contemporanei e per i secoli successivi questi elementi vengono rivolti a piΓΉ riprese contro il maestro, accusato di dissolutezza e smodatezza dai suoi avversari. Allβinizio del III secolo d. C., nella monumentale opera intitolata Vite dei filosofi, Diogene Laerzio riporta le accuse di Timocrate, ex membro del Giardino, per cui Epicuro Β«rigettava due volte al giorno per eccessi di cibo [β¦] ignorava molte cose concernenti la logica e molte di piΓΉ concernenti la vita. Le condizioni del suo fisico erano pietose, tanto da non riuscire, per molti anni, ad alzarsi dalla portantinaΒ» [6]. Dal canto suo lo storico, che a Epicuro dedica lβintero libro X e in piΓΉ occasioni Γ¨ stato accostato alla dottrina epicurea, respinge seccamente le accuse dei detrattori:
Costoro però sono fuori di senno. Il nostro uomo, infatti, ha sufficienti testimoni della sua insuperabile buona disposizione nei confronti di tutti, sia della patria che lo onorò con effigi di bronzo, sia degli amici, che erano così in grande numero che potrebbero essere contati neppure sommando gli abitanti di intere città .
[7]
Come sottolinea il professore Keimpe Algra, lβeccezionalitΓ di Epicuro sembrerebbe confermata dal fatto che, dopo la sua morte, sia venerato Β«nellβambito della scuola come un dio o un eroe, in considerazione sia del suo perfetto stile di vita, sia del fatto che si riteneva avesse liberato lβumanitΓ da diverse delle sue paure esistenziali, rivelando la vera struttura dellβuniversoΒ» [8]. Questo carattere liberatorio non deve perΓ² trarre in inganno, facendo passare lβepicureismo come una sorta di pseudo-religione irrazionale. Algra precisa puntualmente tale aspetto:
Non si puΓ² dire che Epicuro abbia scelto il sistema che scelse proprio in quanto esso avrebbe avuto un effetto liberatorio: al contrario, con i suoi seguaci egli credeva fermamente che il suo sistema potesse avere tale effetto liberatorio proprio perchΓ© ogni singolo aspetto della dottrina poteva essere convalidato e infine provato sulla base delle regole della sua epistemologia.
[9]

Del resto lβepicureismo Γ¨ una delle principali filosofie ellenistiche, lβepoca inaugurata dalla morte di Alessandro Magno nel 323 a. C. e caratterizzata da una diffusa ansia esistenziale, ma non per questo in discontinuitΓ con i secoli precedenti, al contrario di quanto troppo spesso viene sostenuto. Per gli epicurei, cosΓ¬ come per gli stoici, i platonici, gli aristotelici e in misura minore gli scettici e i cinici loro contemporanei, la filosofia viene concepita come un percorso continuo verso la saggezza da praticare in gruppo. Ognuna di queste scuole sviluppa una propria dottrina, un atteggiamento interiore fondamentale, un certo modo di parlare e degli esercizi spirituali da perseguire con costanza al fine di vivere in connessione con sΓ© stessi e con il cosmo. In questo senso la filosofia ellenistica si afferma come arte della vita (tΓ©chne tou bΓou), allβinterno della quale la teoria trova la completa realizzazione nella pratica quotidiana. Per tale ragione, anche se lo stoicismo e lβepicureismo sostengono la divisione del discorso filosofico in tre parti β la logica, la fisica e lβetica β, la filosofia in sΓ© ha una dimensione organicistica e una portata ben piΓΉ ampia, come sottolinea il filosofo francese Pierre Hadot:
La filosofia stessa, e cioΓ¨ il modo di vivere filosofico, non Γ¨ piΓΉ una teoria divisa in parti, ma un atto unico che consiste nel vivere la logica, la fisica e lβetica. Allora non si fa piΓΉ la teoria della logica, ossia del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene, non si fa piΓΉ la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo, non si fa piΓΉ la teoria dellβazione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta.
[10]
La vocazione pratica della filosofia viene ereditata dai romani, che perΓ² la declinano in maniera differente, condividendola non piΓΉ in comunitΓ chiuse di seguaci, ma utilizzandola generalmente per affermarsi allβinterno della societΓ . Lo scetticismo accademico di Cicerone e lo stoicismo di Seneca e Marco Aurelio sono esempi lampanti in questo senso, mentre Lucrezio Γ¨ lβunico tra i grandi filosofi romani a non imporsi come figura di spicco della scena politica del suo tempo. Del resto come rimarca Fuhrer:
Molto della dottrina epicurea contraddiceva le concezioni della classe dirigente romana: lβidea che gli dΓ¨i fossero distanti dagli uomini, che non pretendessero nΓ© preghiere nΓ© offerte e che la loro volontΓ non si lasciasse afferrare mediante pratiche divinatorie, oppure lβidea che la partecipazione alla vita pubblica fosse cosa da sciocchi, difficilmente potevano accordarsi con esperienze caratterizzate dalla religione di stato e con le ambizioni orientate al cursus honorum di un senatore romano.
[11]

In assoluta continuitΓ con il maestro il De rerum natura ripercorre la dottrina epicurea nella sua interezza, esponendone in maniera sistematica la fisica, la logica (definita canonica) e conseguenzialmente lβetica. Eppure i sei libri dellβopera possono essere suddivisi in tre coppie che non rispecchiano la classica tripartizione ellenistica: la prima coppia presenta la dottrina atomistica, la seconda la concezione antropologica e la terza lβordine cosmogonico. Si tratta di una distinzione orientativa, visto che vari elementi si sovrappongono e ritornano piΓΉ volte nel testo, frutto di un disegno prestabilito dallβautore, a cui perΓ² probabilmente Γ¨ mancata lβultima revisione. In questo senso gli elementi problematici possono assumere funzionalitΓ inaspettate: Β«Alle ripetizioni puΓ² essere attribuita una motivazione didattica, alle questioni aperte e alla problematica conclusione puΓ² essere assegnata la funzione di una sollecitazione intellettualeΒ» [12].
Le filosofie ellenistiche iniziano la loro riflessione dalla fisica, si muovono grazie alla logica e giungono allβetica, in un percorso a spirale in cui le parti sono strettamente interconnesse. LβindissolubilitΓ del legame si riscontra soprattutto nello stoicismo, dove la logica ha la funzione critica dei principi morali e la fisica vale come sostegno dellβetica, che Γ¨ il vero fine del filosofare [13]. Nellβepicureismo il rapporto sussiste, anche se in forma lievemente depotenziata. Se per gli stoici, infatti, la fisica e lβetica sono due facce della stessa medaglia, per Epicuro Β«la fisica offre soltanto un contesto non rigoroso e fondamentalmente negativo per lβetica attraverso la liberazione da alcune delle nostre paure esistenzialiΒ» [14]. Ma si tratta comunque di un contesto imprescindibile.
Per tale ragione la trattazione lucreziana prende le mosse dalla dottrina atomistica del maestro, che a sua volta lβaveva ereditata dai presocratici Leucippo e Democrito, allβinterno di una concezione fortemente materialistica della realtΓ espressa nellβEpistola a Erodoto. Per Epicuro Β«tutto ciΓ² che Γ¨ reale deve essere in grado di agire o di subire unβazioneΒ» [15], e questa capacitΓ Γ¨ propria esclusivamente dei corpi, mentre lβunica entitΓ incorporea esistente Γ¨ il vuoto. Del resto lβuniverso Γ¨ da sempre (e per sempre sarΓ ) costituito dagli stessi due elementi: il vuoto, ovvero lo spazio (la natura intangibile) che non Γ¨ in grado di agire o di subire unβazione, e gli atomi, intesi come le particelle fondamentali dei corpi percettibili. Pur essendo indivisibili fisicamente, gli atomi differiscono per forma e dimensioni, e quindi possono essere divisi concettualmente a seconda della rispettiva grandezza e se ne possono riconoscere le parti minime. Gli atomi si muovono continuamente tutti alla stessa rapida velocitΓ , seguendo un percorso naturale in linea retta (presumibilmente dallβalto verso il basso), soggetto a deviazioni spontanee. Questo mutamento casuale, definito da Lucrezio clinamen, permette agli atomi (primordia rerum) di disgregarsi e aggregarsi nuovamente in forma nuova Β«e sperimentare tutto ciΓ² che possono produrre con lβincessante combinarsi fra loroΒ» [16]. Di conseguenza:
Un corpo composto Γ¨ un aggregato di atomi che si muovono in modo tale da poter restare insieme almeno per qualche tempo. Durante quel lasso di tempo, i corpi composti rilasciano continuamente dalla loro superficie immagini atomiche (eidola), ma sono continuamente riforniti da atomi isolati che li raggiungono dallβesterno.
[17]
Le caratteristiche delle particelle non coincidono interamente con quelle dei loro composti. I corpi si muovono a velocitΓ ridotta rispetto agli atomi (che si scontrano allβinterno dellβinsieme) e possiedono altre proprietΓ oltre quelle essenziali di peso, dimensione, forma e resistenza. La nozione di eidola Γ¨ di estremo interesse, in quanto collega direttamente la fisica allβepistemologia. Epicuro limita la logica a ciΓ² che chiama canonica, ovvero la disciplina epistemologica che si occupa del criterio della veritΓ (o canone), rifiutandone invece la dialettica. In questo senso, isolando i criteri incontrovertibili per convalidare le affermazioni sul mondo esterno, la logica Γ¨ considerata il fondamento metodologico della fisica.

Allβinizio dellβEpistola a Erodoto vengono individuati tre criteri di veritΓ sui quali fondare la conoscenza. PiΓΉ che sulle apprensioni immediate dellβintelletto e le affezioni (di piacere e dolore) esistenti negli esseri umani, il filosofo si concentra sulle percezioni degli organi di senso. Secondo Epicuro, cosΓ¬ come per altri pensatori antichi, la principale forma di sensazione Γ¨ la vista: Β«La percezione visiva ha luogo mediante sottili strati di atomi che vengono emessi in un flusso costante da ogni oggetto del mondo esterno e che egli chiama immaginiΒ» [18]. Queste immagini sono proprio gli eidola che trasmettono continuamente agli occhi umani le forme dei corpi da cui provengono, come si legge nellβEpistola:
Il flusso della superficie dei corpi Γ¨ continuo, anche se non si intravede diminuzione degli stessi corpi, poichΓ© altre particelle riempiono i posti lasciati vacanti. E questo flusso mantiene la posizione e lβordine degli atomi del corpo solido da cui provengono per molto tempo, anche se qualche volta il flusso puΓ² subire disordine.
[19]
In quanto impressioni di oggetti esterni, ogni percezione (visiva) Γ¨ indubitabile, anche se alcune percezioni possono essere piΓΉ chiare di altre, come dimostrato dagli esempi della bacchetta e della torre [20]. Continua Epicuro: Β«La falsitΓ e lβerrore, invece, risiedono sempre nellβaggiungersi dellβopinione a ciΓ² che attende di essere confermato o non smentito, mentre poi, di fatto, non viene confermato oppure viene smentitoΒ» [21]. Nel processo conoscitivo, dunque, il falso fa il suo ingresso nel momento in cui si giudicano in maniera razionale gli oggetti, dopo essere stati percepiti (correttamente) attraverso i sensi. Nel quarto libro del De rerum natura Lucrezio riprende a piene mani lβepistemologia sensista del maestro, riconoscendo attendibilitΓ alla percezione umana, stimolata dagli eidola (da lui definiti simulacra), e fallibilitΓ allβintelletto:
Ma cosa si deve ritenere fornito di maggiore certezza
[22]
che il senso? Forse la ragione nata da un senso fallace
varrΓ a contestare i sensi, essa che ha origine tutta dai sensi?
Se questi non sono veritieri, anche la ragione diviene tutta mendace.
Questa digressione dal mondo fisico alla sfera logica Γ¨ esemplificativa delle interconnessioni interne allβepicureismo (e in generale alle filosofie ellenistiche), che non si esauriscono certo qui. Tornando alla natura degli atomi occorre sottolineare come il loro numero sia infinito, cosΓ¬ come infinito Γ¨ lo spazio (o vuoto) e di conseguenza tutto lβuniverso. Oltre a essere materialistico, Algra sottolinea come il sistema di Epicuro:
PuΓ² anche essere qualificato come meccanicistico, il nostro modo moderno per dire che esso spiega tutto ciΓ² che accade nellβuniverso ricorrendo ai movimenti ciechi e senza guida di particelle inanimate di materia. Ne risulta un universo, quello epicureo, privo di un disegno: qualunque forma di ordine Γ¨ temporanea e in ultima istanza fortuita.
[23]

La fisica epicurea Γ¨ caratterizzata dai processi di generazione e corruzione, secondo i quali Β«nulla nasce dal nullaΒ» e Β«nulla finisce nel nullaΒ» [24] e per cui tutto ciΓ² che accade puΓ² essere ricondotto ai principi di causalitΓ materiale (gli atomi), mentre sono da escludere tutti i tentativi di spiegazione che si rifanno a ragioni miracolose o divine. Verso la fine della Lettera a Erodoto si legge: Β«Anche per quanto concerne i fenomeni celesti, movimento, solstizio, eclissi, levata e tramonto e i fenomeni simili a questi, bisogna pensare che avvengano senza che qualcuno li governi e li ordini o li abbia predisposti e che, nello stesso tempo, questo qualcuno goda di ogni beatitudine, unita allβincorruttibilitΓ Β» [25]. Da questo passo emergono due elementi fondamentali. Il primo Γ¨ che anche i fenomeni celesti, cosΓ¬ come quelli terrestri, derivano dal movimento vorticoso degli atomi. Epicuro si sofferma su questo aspetto nel paragrafo successivo e lo approfondisce nellβEpistola a Pitocle, incentrata su temi meteorologici e astrologici, in diverse parti:
Il sole e la luna e gli altri corpi celesti, non erano prima indipendenti e poi sono stati annessi a questo mondo, bensì fin dalle origini furono plasmati e ricevettero accrescimento, grazie alle aggregazioni e ai movimenti vorticosi di alcune sostanze costituite da particelle sottili, o di genere ventoso, o infuocato, o di entrambi: infatti è la sensazione a suggerire queste cose.
[26]
Il secondo elemento Γ¨ quello relativo agli dΓ¨i, che sono riconosciuti come esistenti ma non cause dei fenomeni celesti. Nellβultima delle tre lettere conservate da Diogene Laerzio e a noi pervenute, lβEpistola a Meneceo, Epicuro amplia la prospettiva al suo allievo:
Per prima cosa considera la divinitΓ come un vivente immortale e beato, secondo quanto suggerisce la comune nozione del divino, e non attribuire ad essa niente che sia estraneo allβimmortalitΓ o inappropriato alla beatitudine; riguardo ad essa pensa invece tutto ciΓ² che Γ¨ capace di preservare la beatitudine congiunta allβimmortalitΓ . Gli dΓ¨i infatti esistono: evidente Γ¨ infatti la cognizione che si ha di essi; non esistono piuttosto nella maniera in cui li credono i piΓΉ.
[27]
NellβEpistola a Meneceo Epicuro delinea la sua dottrina etica, attraverso lβesposizione del cosiddetto quadrifarmaco. La pratica filosofica permette di affrontare le quattro grandi paure che attanagliano la mente degli uomini al fine di raggiungere lβautentica felicitΓ , rappresentata dallβassenza di turbamento (ataraxia). La ricerca etica si pone dunque in piena continuitΓ con lβimpostazione logica e la concezione fisica espressa nellβEpistola a Pitocle, dove viene riconosciuto come Β«bisogna ritenere che il fine da raggiungere con la conoscenza dei fenomeni celesti, sia trattato insieme con altre questioni sia isolatamente, non Γ¨ altro se non lβimperturbabilitΓ e la salda convinzione, come del resto questo vale anche per gli altri studiΒ» [28].
In primo luogo il filosofo indica allβallievo di non temere gli dΓ¨i proprio perchΓ©, pur esistendo, non si curano delle sorti umane. Le divinitΓ possono fungere da modelli sempiterni di imperturbabilitΓ , da cui non ci si aspetta un intervento attivo sul mondo. Di conseguenza, come rimarca Algra: Β«I riti religiosi dovrebbero acquistare la forma di una meditazione sullβesistenza beata degli dΓ¨i, che deve aiutarci ad imitarliΒ» [29]. Anche in questo caso la posizione del maestro viene ereditata da Lucrezio. Non a caso il De rerum natura, che in piΓΉ parti respinge la spiegazione degli eventi naturali mediante lβintervento divino, si apre retoricamente con un inno a Venere, la divinitΓ generatrice di vita e il simbolo del culto tradizionale romano:
PoichΓ© tu solamente governi la natura delle cose,
[30]
e nulla senza di te puΓ² sorgere alle divine regioni della luce,
nulla senza te prodursi lieto e di amabile,
desidero di averti compagna nello scrivere i versi
che intendo comporre sulla natura di tutte le cose.

La seconda preoccupazione da ignorare per Epicuro Γ¨ la morte, visto che il male e il bene derivano solo dalle sensazioni che si provano nel corso della vita. Si legge nellβEpistola a Meneceo:
Abituati a pensare che nulla Γ¨ per noi la morte [β¦] Niente cβΓ¨ infatti di temibile nella vita per chi Γ¨ veramente convinto che niente di temibile cβΓ¨ nel non vivere. [β¦] Il piΓΉ terribile dei mali, dunque, la morte, non Γ¨ nulla per noi, perchΓ© quando ci siamo noi non cβΓ¨ la morte, quando cβΓ¨ la morte noi non ci siamo.
[31]
Similmente a questi due elementi il filosofo, quale medico dellβanima, prescrive di non farsi turbare nΓ© dalla forza del destino (che non dipende dalle proprie azioni), nΓ© dalla paura del dolore. Attraverso la filosofia, praticata in gruppo e alimentata da sinceri legami di amicizia, gli esseri umani possono essere felici, raggiungendo il loro fine naturale come riconosciuto anche da molti altri pensatori dellβantichitΓ . Per Epicuro la felicitΓ (eudaimonia) coincide con il piacere (hedonΓ©), che Γ¨ il principio del vivere beatamente, ma non deve essere assolutamente ridotto al mero edonismo. Nellβepicureismo possono essere distinti i piaceri cinetici o in movimento, ovvero relativi ai sensi, da quelli catastematici o statici, che consistono nellβassenza di dolore e paura. Come sottolinea Enrico Berti: Β«Epicuro, a dire il vero, non disprezza i primi, ma preferisce largamente i secondi e in questi soltanto ripone la felicitΓ . Siamo dunque di fronte a una concezione essenzialmente negativa della felicitΓ , intesa non piΓΉ come attivitΓ , come voleva Aristotele, ma come assenza di turbamento, cioΓ¨ come quiete, serenitΓ Β» [32].
A ogni modo non tutti i piaceri, per quanto congeniali agli uomini, sono da scegliere sempre. Tale scelta deve essere guidata dalla saggezza pratica (phronesis), da cui provengono tutte le altre virtΓΉ (coraggio, bellezza e giustizia) e che Γ¨ in grado di determinare non una somma quantitativa dei singoli piaceri, ma un aumento qualitativo del piacere. Specifica Epicuro:
Non bevute e feste continue, nΓ© i godimenti di fanciulli e di donne, nΓ© di pesci nΓ© di quante altre cose offre una lauta mensa genera vita piacevole, ma il ragionamento sobrio che indaghi le cause di ogni atto di scelta e di ripulsa, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel grandissimo turbamento che prende le anime.
[33]
Anima umana che, tanto per Epicuro quanto per Lucrezio, Γ¨ corporea e composta di atomi come tutto il resto. Nel De rerum natura la paura della morte viene scongiurata proprio partendo da questo presupposto: Β«Nulla Γ¨ dunque la morte per noi, e per niente ci riguarda, poichΓ© la natura dellβanimo Γ¨ da ritenersi mortaleΒ» [34]. Come il maestro anche Lucrezio fa derivare dalla sua concezione del mondo unβetica rivolta al presente, incentrata sullβaumento qualitativo del piacere a scapito del dolore e finalizzata al raggiungimento dellβatarassia. Una vita filosofica modellata sullβesempio di colui che ha sfidato la superstizione e con la saggezza pratica derivata dalla ragione si Γ¨ spinto Β«oltre le mura fiammeggianti del mondoΒ» [35]:
O misere menti degli uomini, o animi ciechi!
[36]
In quale tenebrosa esistenza e fra quanti grandi pericoli
si trascorre questa breve vita! Come non vedere
che nullβaltro la natura ci chiede con grida imperiose,
se non che il corpo sia esente dal dolore, e nellβanima goda
dβun senso gioioso sgombra dβaffanni e timori?
[β¦] Infatti come i fanciulli nelle tenebre temono
e hanno paura di tutto, così nella luce noi talvolta
temiamo cose che non sono affatto piΓΉ spaventose
di quelle che i fanciulli paventano nelle tenebre immaginandole imminenti.
Γ dunque necessario che questo terrore dellβanimo e queste tenebre
siano dissipate non dai raggi del sole nΓ© dai fulgidi dardi
del giorno, bensΓ¬ dallβevidenza della dottrina naturale.
Note:
[1] Il riferimento Γ¨ a Epicuro. Lucrezio, La natura delle cose, I vv. 68-71, BUR Rizzoli, Milano 2021,p. 77.
[2] Cfr. Therese Fuhrer, La filosofia a Roma, in Lorenzo Perilli e Daniela P. Taormina (a cura di), La filosofia antica. Itinerario storico e testuale, UTET, Novara 2012, p.426.
[3] Ivi, p. 425.
[4] Ivi, p. 426.
[5] Lucrezio, La natura delle cose, VI vv. 24-28, p. 535.
[6] Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei piΓΉ celebri filosofi, Libro X, Bompiani,Milano 2005, p. 1167.
[7] Ivi, p. 1169.
[8] Keimpe Algra, La filosofia ellenistica, in Perilli e Taormina, La filosofia antica, p. 314.
[9] Ibidem.
[10] Pierre Hadot, La filosofia come maniera di vivere, in Esercizi spirituali e filosofia antica, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2005, p. 158.
[11] Fuhrer, La filosofia a Roma, p. 420.
[12] Ivi, p. 427.
[13] Cfr: Roberto Radice, Stoicismo, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 20.
[14] Algra, La filosofia ellenistica, p. 337.
[15] Ivi, p. 320.
[16] Lucrezio, La natura delle cose, V vv. 190-191, p. 439.
[17] Algra, La filosofia ellenistica, p. 323.
[18] Ivi, p. 315.
[19] Epicuro, Epistola a Erodoto, in Diogene Laerzio, Vite e dottrine, p. 1205.
[20] Riprendendo un antico dibattito, la percezione di una bacchetta dritta come dritta quando Γ¨ in aria e quella della stessa bacchetta dritta come piegata quando Γ¨ per metΓ immersa nellβacqua sono entrambe ugualmente vere. Vale lo stesso per le percezioni di una torre quadrata come quadrata o rotonda a seconda della distanza da cui la si guarda. Cfr: Algra, La filosofia ellenistica, p. 315.
[21] Epicuro, Epistola a Erodoto, p. 1207.
[22] Lucrezio, La natura delle cose, IV vv. 482-485, p. 365.
[23] Algra, La filosofia ellenistica, p. 320.
[24] Cfr: Epicuro, Epistola a Erodoto, p. 1197.
[25] Ivi, p. 1229.
[26] Epicuro, Epistola a Pitocle, in Diogene Laerzio, Vite e dottrine, pp. 1241-1243.
[27] Epicuro, Epistola a Meneceo, in I filosofi parlano di felicitΓ , a cura di Fulvia de Luise e Giuseppe Farinetti, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2014, p. 95.
[28] Epicuro, Epistola a Pitocle, pp. 1237-1239.
[29] Algra, La filosofia ellenistica, p. 334.
[30] Lucrezio, La natura delle cose, I vv. 21-25, p. 71.
[31] Epicuro, Epistola a Meneceo, p. 95.
[32] Enrico Berti, In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica, Editori Laterza, Bari 2007, p. 288.
[33] Epicuro, Lettera a Meneceo, p. 97.
[34] Lucrezio, La natura delle cose, III vv. 830-831, p. 307.
[35] Ivi, I v. 73, p. 77.
[36] Ivi, II vv. 14-19 e 55-61, pp. 159-163.
