I popoli indigeni siberiani e la “questione nazionale” russa

Lo scopo di questo studio è quello di introdurre il complesso e controverso argomento della storia delle popolazioni indigene dell’Artico Russo nell’Impero Zarista e nell’Unione Sovietica. Dopo una breve introduzione alla geografia etnica e culturale della regione verranno affrontate le politiche adottate nel tempo nei confronti delle suddette popolazioni dell’Artico Siberiano, le questioni della nazionalità, della tutela delle minoranze e del loro ruolo nel framework culturale dell’Impero Zarista e dell’URSS.

di Simone Savasta

le citazioni nelle didascalie delle foto sono tratte da spacci etnologici ed etnografici russi dei secoli XVII – XIX [via sachaja livejournal]

Lo scopo di questo studio è quello di introdurre il complesso e controverso argomento della storia delle popolazioni indigene dell’Artico Russo nell’Impero Zarista e nell’Unione Sovietica. Dopo una breve introduzione alla geografia etnica e culturale della regione verranno affrontate le politiche adottate nel tempo nei confronti delle suddette popolazioni dell’Artico Siberiano, le questioni della nazionalità, della tutela delle minoranze e del loro ruolo nel framework culturale dell’Impero Zarista e dell’URSS. Successivamente verrà analizzato più in dettaglio l’approccio graduale di Lenin e quello di Stalin: in entrambi i casi, l’obiettivo era spingere queste popolazioni ad uscire dallo stato di arretratezza in cui si trovavano per poter “agganciarsi” allo sviluppo economico e culturale della Russia: un approccio “distruttivo” che mirava a sradicare queste popolazioni dai loro stili di vita ancestrali, imponendo un’ideologia artificiale dall’alto che ben poco spazio trovava nelle concezioni culturali e negli stili di vita tradizionali di queste popolazioni.

Diffusione dei popoli indigeni in Russia

1. INTRODUZIONE GEOGRAFICA ED ETNOGRAFICA ALL’ARTICO RUSSO

Rossiyskiy Sever, il nord della Russia, si estende per una distanza di 6000 km dal confine finlandese e norvegese attraverso gli Urali e la Siberia fino allo stretto di Bering e all’Oceano Pacifico. Copre vaste aree di taiga (foreste boreali), tundra (paludi senza alberi e pascoli) e deserti polari. L’estensione nord-sud di questa fascia si allarga da circa 1000 km in Europa a circa 3000 km nella Siberia centrale e nell’Estremo Oriente russo. In questa terra vivono circa 20 milioni di persone, concentrate principalmente nelle città e negli insediamenti lungo i fiumi e nei centri industriali. Solo circa 180.000 di loro appartengono a circa 30 piccoli gruppi aborigeni – le popolazioni indigene del nord. La maggior parte vive in piccoli villaggi vicino alle loro aree di sussistenza, dove svolgono occupazioni tradizionali come l’allevamento di renne, la caccia e la pesca. Ma la realtà che queste persone devono affrontare oggi è tutt’altro che un idilliaco riporto del passato. Dalla colonizzazione del Nord, grandi distese sono state gradualmente convertite in aree per insediamenti alieni, rotte di trasporto, industria, silvicoltura, miniere e produzione di petrolio, e sono state devastate dall’inquinamento, dalla prospezione di petrolio e minerali gestita in modo irresponsabile e dall’attività militare.

Danzatori Aleuti in abiti cerimoniali tradizionali

In tandem con il disastro ambientale andò il decadimento sociale delle società indigene sin dall’inizio dell’era sovietica, con la collettivizzazione delle attività di sussistenza, i trasferimenti forzati, l’oppressione spirituale e la distruzione dei modelli e dei valori sociali tradizionali. Il risultato è stata la nota sindrome delle minoranze caratterizzata da perdita dell’identità etnica, disoccupazione, alcolismo, malattie, ecc. della maggior parte del sistema di approvvigionamento e trasporto nelle aree remote del Nord. Essendo state incorporate nel sistema economico sovietico alieno, rese dipendenti dalle moderne infrastrutture e dalla distribuzione dei prodotti, le persone ora si trovano lasciate sole senza forniture, cure mediche, aumento della mortalità, mezzi economici e competenze legali sufficienti per affrontare la situazione. La disperata strada del ritorno ai vecchi modi di vivere ha tentato molti, ma è spesso ostacolata dal degrado o dalla distruzione dell’ambiente naturale. In questo orrendo sfondo, la sopravvivenza culturale di questi piccoli gruppi etnici può sembrare quasi impossibile. Ma combattono tenacemente, dimostrando una resistenza incredibile, e il loro caso ha già conquistato terreno in molti forum nazionali e internazionali.

“I Chukchi si tengono a distanza dai nostri coloni, credendo che i russi verranno e li stermineranno, e i russi pensano, e con molte più ragioni [sic!], che i Chukchi li stermineranno. In virtù di ciò gli uni evitano gli altri, pur abitando nelle vicinanze, e non si prestano mutua assistenza in tempo di carestia, non commerciano…”

Chukchi residenti ad Anadyr, 1906

Come ovunque sulla terra, il nord russo è stato soggetto a migrazioni di popoli nel corso della storia umana. Fino a ca. 2000 anni fa, il Nord era dominato da antiche tribù siberiane le cui relazioni culturali sono poco conosciute. La pressione dell’estensione delle popolazioni adiacenti meridionali spinse gradualmente queste tribù a nord, mentre si mescolavano – e venivano in parte assimilate – ai nuovi arrivati [1]. Un gruppo di discendenti di queste antiche tribù siberiane è composto dagli Yupik (ramo eschimese orientale) e dagli Aleuti, che migrarono principalmente in Alaska e formano un gruppo culturale comune con altri popoli nordamericani. In Russia, meno di 2000 Yupik vivono nei villaggi dello Stretto di Bering e circa 700 Aleut nelle isole di Komandorsk e in Kamchatka. Il più grande dei gruppi linguistici proto-siberiani è il gruppo paleoasiatico, rappresentato da Chukchi, Koryaks e Itelmens. All’arrivo dei russi, questi popoli abitavano la maggior parte della Chukotka, della Kamchatka e delle aree intorno al Mare settentrionale di Okhotsk. Oggi sono concentrati nelle aree autonome di Chukotkan e Koryak nell’estremo nord-est. Con un numero di abitanti di 15.000 (Chukchi) e 9000 (Koryaks) questi popoli appartengono ai gruppi etnici più grandi.

Itelmen

Gli Itelmen (2500) un tempo erano diffusi anche in tutta la Kamchatka. Ora sono limitati a una piccola striscia di terra sulla costa sud-occidentale. Gran parte della loro ex popolazione è mescolata con immigrati russi, che parlano la lingua russa, ma hanno sviluppato una cultura locale distintiva. Queste persone si chiamano Kamchadal e rivendicano lo status ufficiale di popolo indigeno che avevano perso nel 1927. Il loro numero è di circa 9000. Gli Yukagir, un altro gruppo proto-siberiano, un tempo abitavano vaste parti della Siberia nord-orientale tra la foce di Lena e lo stretto di Bering. Le restanti 1000 persone sono principalmente limitate all’area di Kolyma nella Yakutia nord-orientale. I Chuvani (1300) nella parte superiore del fiume Anadyr sono originariamente una tribù Yukagir che ha adottato la lingua Chukchi e si è assimilata in parte a Chukchi e in parte alla cultura russa. Resti linguistici isolati di un’antica popolazione siberiana sono rappresentati anche dai Nivkhi (4600) alla foce dell’Amur e sul Sakhalin settentrionale, e dai Kets (1100) della media valle del fiume Yenisey.

Donne Yukagir in abiti tradizionali

La Siberia centrale e orientale ha sperimentato un’ampia immigrazione di tribù tungus e turche in diversi impulsi dal sud, dal 550 d.C. Parlavano lingue altaiane. Gli uiguri turchi, i primi invasori, furono successivamente assimilati ai popoli Tungus che apparvero dopo il 1000 d.C. e mescolati con gli autoctoni Yukagir, Koryak e la popolazione del fiume Amur. I gruppi relativamente grandi di Evenks (30.000) ed Evens (17.000), diffusi nella Siberia centrale e orientale e nell’Estremo Oriente russo, nonché un certo numero di gruppi più piccoli nel distretto dell’Amur e su Sakhalin (Nanais, Udege, Orochi, Ulchi e Negidals) sono i discendenti della penetrazione dei Tungus, che però mostrano anche elementi culturali più antichi. Gli Yakuts turchi non arrivarono nell’attuale Yakutia prima del 1500 d.C. circa. Hanno diluito le popolazioni Yukagir, Even ed Evenk. Avendo un gran numero, 380.000, ed essendo la nazione titolare con una porzione quasi del 40% della Repubblica di Sakha (Yakutia), gli Yakut non sono considerati “indigeni”. Un sottogruppo degli Yakuts settentrionale, allevamento di renne, tuttavia, non differisce molto culturalmente dalle minoranze indigene dell’area. Un gruppo etnico abbastanza nuovo, i Dolgan (7000), si sviluppò nei secoli successivi principalmente da Evenk, ma anche Yakut, vari elementi samoiedici e russi nel Taymyr meridionale. Parlano un dialetto Yakut.

“La loro lingua è per metà la lingua dei tartari maomettani che vivono intorno a Tobolsk e originari della Bulgaria. Tengono tutte le mogli che possono sfamare. Quando una di loro muore, il parente più stretto viene sepolto con lei nel terra; ciò avviene secondo lo stesso principio di molti luoghi dell’India, dove le mogli, per provare nuovo piacere nell’aldilà, vanno vive al fuoco su cui vengono bruciati i cadaveri dei loro mariti…”

Tungusi, litografia di fine ‘800

La Siberia occidentale e il nord europeo furono gradualmente penetrati dalle tribù del ramo linguistico degli Urali, a partire da diverse migliaia di anni fa. Linguisticamente, sono suddivisi in un sottoramo ugro-finnico e un sottoramo samoiedico. Il ramo ugro-finnico comprende il sottogruppo finnico a cui appartengono i Saami in Scandinavia e nella penisola di Kola e i Komi a ovest degli Urali. Mentre solo circa 1800 Saami vivono nella parte russa della loro area di residenza, i Komi (340.000) hanno uno status simile, non indigeno, come descritto sopra per gli Yakuts. Le lingue ugriche sono parlate dai Khant (22.000) e dai Mansi (8000) nel bacino del fiume Ob e nell’area di Yamal a est degli Urali. I gruppi samoiedici hanno probabilmente la loro origine nell’area Sayan nella Siberia sud-occidentale, da dove migrarono gradualmente verso le loro attuali aree di residenza ca. 2000 anni fa. Comprendono i Nenet (34.000, il più grande gruppo indigeno) lungo la costa artica dalla penisola del Kanin alla foce dello Yenisey, gli Nganasan (1200) sul Taymyr settentrionale e gli Enet (200) e i Selkup (3600) nel bacino del fiume Yenisey.

“I loro animali principali sono i cervi, usati principalmente per trasportare le merci; in più li cavalcano anche, come fossero cavalli… Sono un popolo intelligente e arguto e, a quanto pare, che mantiene la parola data…”

Samoedi

2. SOCIETÀ E STILE DI VITA

Nonostante il diverso background storico, etnico e linguistico, i popoli del Nord dovettero adottare culture di sussistenza abbastanza simili quando arrivarono nelle regioni subartiche e artiche. Tuttavia, si sono sviluppate differenze distinte a seconda della fauna endemica e delle zone climatiche, a volte all’interno della stessa unità etnica. Lo scambio di prodotti tra questi gruppi culturali è stato importante nel corso della storia. A causa della collettivizzazione e del trasferimento forzato durante l’era sovietica, molte di queste differenze sono ora svanite. Le culture costiere si sono sviluppate tra i popoli che vivono in aree con importanti mammiferi marini (trichechi, balene, foche), in particolare nell’Oceano Pacifico, nel Mare di Okhotsk o nello Stretto di Bering (Aleuts, Yupik, Chukchi costiero). Tra gli altri gruppi dell’Estremo Oriente, la caccia marina fa parte del ciclo annuale, mentre la loro occupazione principale è la pesca nell’entroterra (salmone), la caccia o l’allevamento di renne. Le culture fluviali si verificano soprattutto in Estremo Oriente. Tipici popoli di pescatori sono i Nanai, gli Ulchi e gli Udege nell’area di Primorye dell’Estremo Oriente, ma anche i Kets al centro del fiume Yenisey. Le culture della tundra e della taiga sono presenti in tutto il nord della Russia. Le occupazioni tradizionali di base sono l’allevamento delle renne, la caccia e la cattura, la pesca d’acqua dolce e la raccolta.

Yupik durante una processione mascherata, 1900

Questi popoli sono tradizionalmente nomadi o semi-nomadi. Da quando ha avuto luogo la collettivizzazione durante l’era sovietica, la maggior parte dei cacciatori e pastori di renne vive in insediamenti durante tutto l’anno, sebbene molti continuino a migrare stagionalmente con le mandrie. L’allevamento delle renne è l’occupazione fondamentale, legata alla sussistenza, di molti popoli del nord. Non è necessariamente l’occupazione autoctona più tipica, ma quella più caratteristica che ha ancora un significato economico. Inoltre, non è solo un’occupazione economica, ma si è sviluppata in uno stile di vita strettamente connesso con l’identità etnica. Esistono culture di pastorizia su larga scala come quelle dei Nenets, Khants, Chukchi e Koryak, e l’allevamento su piccola scala principalmente per animali da tiro e da sella come occupazione sussidiaria per molte persone della taiga. L’allevamento delle renne, tuttavia, è molto sensibile ai cambiamenti ambientali [2]. Lo sviluppo moderno ha creato una grave minaccia per l’allevamento di renne e le relative culture. La caccia agli animali da pelliccia per usi diversi da quelli domestici, e in seguito lo sviluppo di allevamenti da pelliccia, fu iniziata dai colonizzatori russi per la maggior parte dei gruppi etnici. I governatori zaristi chiedevano pellicce per lo yasak (una tassa coloniale). Inoltre, gli interessi commerciali nel commercio di pellicce si svilupparono come mezzo per ricevere merci commerciali dai russi.

“Le donne Yakute, come tutte le donne straniere [cioè indigene siberiane; ndr], amano molto indossare vari tipi di gioielli, al collo, alle orecchie, ai polsi e alle dita… Questi gioielli sono una parte necessaria della dote e servono come misura della ricchezza della sposa. Ogni madre Yakuta si impegna a donare la sua prima moneta d’argento per la decorazione nuziale della figlia futura sposa … “

Koryaki

I popoli indigeni del nord sono tradizionalmente animisti. Credono che il cielo, la terra e l’acqua siano popolati da vari spiriti che influenzano la vita degli umani. Producono immagini di questi spiriti in forma umana o animale, che svolgono un ruolo importante nei loro riti. I sacrifici agli spiriti guardiani sotto forma di animali e altri prodotti alimentari erano comuni in passato. Un tratto culturale comune essenziale è rappresentato dalla religione tradizionale, che, prima della colonizzazione russa, consisteva esclusivamente in forme d’animismo sciamanico, la credenza in una natura animata, cioè nell’esistenza di entità spirituali in ogni oggetto e forza naturale. Le pratiche religiose erano svolte dagli sciamani che erano mediatori tra le persone e gli spiriti degli altri mondi. Attraverso il contatto con gli spiriti, lo sciamano guarì malattie, predisse il futuro e consegnò le anime dei defunti nel mondo dei morti. L’uomo può mettersi in contatto con questi esseri e loro con lui.

Gli sciamani, dopo un periodo di formazione, possono visitare gli spiriti della natura in uno stato di trance, in modo che la loro anima lasci temporaneamente il corpo e si rechi in un altro piano della realtà, generalmente interdetto all’uomo comune. Questa trance viene evocata tramite il suono di tamburi e cantilene monotone, e solamente in casi eccezionali -per quanto sappiamo- tramite stupefacenti. Lo sciamano compie questi viaggi per mettersi in contatto con gli spiriti al fine di guarire malattie o altri disagi, per lo più offrendo sacrifici. Questi viaggi possono essere pericolosi per gli sciamani; non è capitato raramente che l’anima non sia tornata nel corpo e che lo sciamano sia morto. Molte volte però il viaggio riesce: i disagi vengono eliminati e i malati guariscono velocemente. In questo ovviamente l’applicazione della medicina naturale e delle sue varie cure ha un ruolo importante.

Un importante piano della realtà il quale deve essere conosciuto dallo sciamano, è quello degli spiriti guida. Tra questi esseri, spesso in forma animalesca, lo sciamano sceglie i suoi alleati, perché essi lo assistano durante i suoi viaggi pericolosi nel mondo dei deceduti o addirittura nel mondo degli spiriti creatori. La retribuzione per questi spiriti guida consiste sempre in sacrifici. La concezione del mondo dell’animismo sciamanico dei popoli siberiani è simile a quella degli indiani americani e di altri popoli indigeni, basata sull’idea di un imprescindibile equilibrio nella natura: tutto ciò che avviene ha conseguenze e ripercussioni su tutto. Questa concezione però si limita alla connessione di causa ed effetto al livello del mondo concepibile intellettualmente [3]. Sebbene molti degli indigeni si siano ufficialmente convertiti alla chiesa ortodossa russa prima della Rivoluzione d’ Ottobre, il cristianesimo non ha mai esercitato un profondo impatto sulle credenze religiose dei gruppi nel loro insieme

Come si è visto, sotto la definizione “popoli del Nord” si celano grandi differenze linguistiche e storiche. Tuttavia vi è un gran numero di somiglianze culturali, dovute in gran parte alle pressioni ambientali del territorio artico e subartico, che costringono a sviluppare economie molto simili. Sono le necessità climatiche e geografiche, piuttosto che l’origine etnica, a determinare le attività economiche. Pesca, in mare e in acqua dolce, caccia e allevamento delle renne sono, con peso diverso, i settori economici tradizionali della maggior parte dei popoli indigeni del nord. Dall’incontro con i coloni russi è giunto l’allevamento di animali da pelliccia. L’agricoltura è praticata solamente a sud del limite del permafrost, dai Kareli e da una parte dei Canti e degli Jakuti. Nei territori meridionali di Jakuti ed Evenki è estremamente diffuso l’allevamento di bovini ed equini. I metodi d’esercizio delle attività economiche, l’utilizzo di strumenti tradizionali, l’artigianato e le nuove forme artistiche come pittura e letteratura differiscono naturalmente da popolo a popolo e da zona a zona.

Samoyedic people of Siberia and shaman with drum. Litografia colorata a mano pubblicata in Complete Gallery of Peoples in True Pictures di Friedrich Wilhelm Goedsche, Meissen, circa 1835-1840

3. L’IMPERO ZARISTA E
LA QUESTIONE INDIGENA

I popoli indigeni di tutto il mondo hanno sperimentato il colonialismo, assimilazione e paternalismo, sia in sistemi capitalisti che socialisti. La conquista da parte dell’uomo bianco del nord russo, della Siberia e dell’Estremo Oriente non differisce molto rispetto alle atrocità conosciute da altre parti del mondo. L’impero plurinazionale russo si è formato attraverso un’espansione che è durata molti secoli. Si caratterizza per una grande varietà etnica, confessionale, sociale e culturale. I diritti delle minoranze sono sempre stati rispettati in modo diseguale [4]. All’interno del grande impero russo, comunque, molte di queste culture non sono riuscite a sopravvivere fino ad oggi. La lealtà zarista era la condizione principale per un rapporto non conflittuale con Mosca.

Il Nord della Russia e della Siberia è tradizionalmente abitato da popoli indigeni che erano stati padroni di queste terre fino all’arrivo dei conquistatori russi. I russi definiscono queste etnie, che spesso contano meno di 2.000 persone, popoli del Nord. Secondo i testi di storia i russi, nella loro espansione verso est e verso nord, trovarono un paese quasi deserto. L’avanzata della Russia verso il “Far East“, il selvaggio Est, ricorda l’espansione prima europea e poi statunitense nel “Far West” nordamericano [5]. In entrambi i casi i colonizzatori venivano a sovvertire profondamente l’ordine sociale e politico dei popoli indigeni. A seconda delle condizioni climatiche, la pesca lacustre e marina, la caccia, l’allevamento di renne e l’agricoltura a sud della frontiera del permafrost erano la principale base di sussistenza dei popoli indigeni.

Sami

Prima della colonizzazione russa, come si è detto, i popoli indigeni professavano in larghissima parte un animismo sciamanico. Lo sciamanesimo è un elemento culturale e religioso comune a tutti i popoli indigeni. Dal 1000 al 1300 nella parte nordoccidentale del territorio slavo, attorno alla città di Novgorod, si formò un’area abitata da ceppi finnici. Fra queste etnie si contavano i Kareli, i Voti, gli Isciori e i Vepsi nel Nordovest, i Sami (Lapponi) di lingua finna nell’estremo Nord, i Sirjeni (oggi Komi), Permjaki, Ostjaki, Voguli (oggi Mansi) e Samojedi nel Nordest. Tutti questi popoli soggiacevano all’amministrazione della repubblica cittadina di Novgorod. I russi, in un primo momento, portarono avanti una politica di acculturazione pacifica cercando di integrare queste etnie nel cristianesimo ortodosso.  Nonostante l’energica politica di acculturazione, parte di questi popoli (per es. i Kareli, i Komi) hanno potuto conservare la propria identità etnoculturale fino ai nostri giorni.

L’annessione della repubblica, compiuta dallo Zar Ivan III nel 1478, conferì definitivamente al Granducato di Mosca il carattere di una nazione multietnica. Dopo la conquista militare dei khanati di Kasan e Astrachan (1556), l’espansionismo russo verso l’Ovest fu frenato alla fine del secolo dalla guerra di Livonia. Ma restava aperto l’Oriente transuraliano, dove regnava il Khan di Sibir nella regione dell’alto Ob. Nel ‘500 e nel ‘600 la Siberia era popolata da molte piccole etnie, organizzate prevalentemente in forma di tribù. Nella taiga più a nord, invece, abitavano i Tungusi manciuri e gli Jukaghiri che vivevano di caccia e pesca. I Samojedi, i Ciukci, i Kamciadali/Korjaki erano invece nomadi allevatori di renne che vivevano nella tundra. Nel sud attorno al lago Bajkal si erano insediati i Burjati, di lingua mongola, i Teleuti e gli Jakuti di ceppo turcomanno, e infine gli Sciori, pure essi pastori nomadi e allevatori di bestiame. Gli unici agricoltori in questa vastissima area erano i Tartari, concentrati nelle zone a margine della steppa e gli Ostjaki (Voguli) di lingua ugra.

Espansione dell’Impero Russo dal XVII all’inizio del XX secolo

Sotto il profilo politico tutte queste etnie erano poco organizzate. Il khanato della Siberia occidentale era l’unico impero di una certa importanza. Per decenni la maggior parte di queste etnie si oppose piuttosto tenacemente all’avanzata russa. Già all’inizio del ‘700 si registravano grandi ribellioni. Le fonti storiche di questo periodo sono scarse ed impediscono un’esatta ricostruzione delle vicende. Le continue ribellioni del ‘700 costrinsero Mosca ad una durissima repressione per poter mantenere il proprio potere. Si applicarono misure draconiane che arrivarono a vere e proprie campagne di sterminio, come nel caso dei Ciukci. L’opposizione sempre più compatta delle etnie non russe costrinse Mosca a modificare la sua politica di integrazione, rendendola più pragmatica, cauta e tollerante. Mosca incentivò la formazione di èlite locali confermando i privilegi dei capitribù e delegando ad essi compiti amministrativi minori e la riscossione dello yasak, i tributi che venivano pagati sotto forma di pellicce [6]. Per il resto la Russia optò per la non ingerenza negli affari interni delle singole etnie. Lo yasak consisteva principalmente di pellicce. I requisiti fiscali spesso molto elevati hanno cambiato il modello occupazionale di molti gruppi etnici e messo in pericolo la loro sussistenza.

Chukchi

L’ordine dello zar stabiliva che i popoli indigeni dovessero essere trattati con rispetto e accoglienza, mentre le azioni militari si sarebbero rese necessarie solamente in caso di rivolte armate. Ma i governatori locali e gli agenti delle tasse avevano le loro leggi e spesso non rispettavano affatto le direttive dal governo centrale: gli storici riferiscono di continui saccheggi e violente invasioni che hanno portato allo sterminio di intere nazioni. Una procedura abituale per far pagare lo yasak ai popoli indigeni era prendere ostaggi, spesso anziani rispettati. Era anche consueto rapire, o acquistare e ridurre in schiavitù donne e bambini. Le incursioni fiscali degeneravano spesso in saccheggi, talvolta con incursioni e omicidi. Molte volte, l’intera base di sussistenza di un gruppo indigeno locale è stata distrutta e le persone sono morte di freddo o di fame. In alcuni punti, l’oppressione è continuata fino al 19° secolo. Verso la fine del XVII secolo, la maggior parte della Siberia fino alla costa del Pacifico era soggetta al controllo russo.

Quando le economie russe peggiorarono, i politici decisero di sottomettere gli ultimi popoli che resistevano e si opponevano, i Chukchi e gli Yukagir, con la forza. Gli Yukagir furono ridotti a circa la metà della loro popolazione. Durante le epidemie di vaiolo del XVIII secolo e le successive catastrofi, un altro 80% della popolazione rimanente scomparve. La politica ufficiale russa nei confronti delle popolazioni indigene nel 19° secolo non fu tuttavia sempre negativa. Considerazioni di umanità e preoccupazione per gli indigeni sfruttati portarono a tentativi di controllare la situazione per mezzo di varie leggi (piuttosto inefficaci) che vietavano la schiavitù, limitando l’esazione di tributi, vietando la vendita di liquori e, ancora nel 1912, vietando ai commercianti russi di entrare in determinati territori nativi. Tuttavia, la tendenza principale dello sviluppo è proseguita: perdita di terra, declino economico, dissoluzione dei modelli di sussistenza, disintegrazione del quadro sociale.

Ciuvasci

Ai popoli venne concessa anche un’ampia libertà religiosa. A popoli quali i Samojedi, i Ciukci, i Ciuvasci e i Ceremissi fu permesso di continuare a praticare lo sciamanesimo. I voivoda siberiani, governatori locali nominati da Mosca, spesso venivano esortati dal governo zarista ad essere tolleranti con le tribù ed evitare di riscuotere lo yasak con la forza. Ma le autorità locali, i commercianti e i coloni non ascoltavano queste esortazioni: in molte aree regnavano la corruzione, il ricatto, lo schiavismo e la violenza. Nel 1600, per garantire l’approvvigionamento delle truppe di occupazione, la Russia aveva insediato numerosi contadini-coloni nella Siberia [7]. Nonostante questa politica di insediamento nei territori più isolati della tundra e della taiga, i popoli indigeni riuscirono a conservare le loro strutture tribali. Per lungo tempo la Russia trattò i nomadi come cittadini di serie B. Nel 1767 essi non potevano ancora partecipare alle assemblee della Commissione legislativa.

All’inizio dell’800 alcuni riformatori, fra i quali il governatore generale della Siberia M.M. Speranskij (1772-1833), tentarono di “portare le etnie arretrate ad un livello di civiltà superiore”: i cosiddetti inorodcy (stranieri) ottennero finalmente uno status giuridico proprio. Lo statuto del 1822 conferì loro ampie competenze amministrative. Attraverso la “legge per l’amministrazione della popolazione indigena” lo stato tentò di proteggerli dalla prepotenza dei coloni russi e dallo sfruttamento. Ma questo programma di riforme, ispirato dall’approccio illuminista e nel solco della tradizione pragmatica della politica russa per le minoranze, poté essere realizzato solo in parte. Impiegati corrotti, che riuscirono a sottrarsi ai controlli, impedirono l’affermarsi dello stato di inorodcy. Gli indigeni rimasero cittadini di seconda classe, a dispetto di privilegi e provvedimenti. La politica di Nicolò I (1825-1855) mirò alla conservazione dello status quo. Ogni mutamento si rivelò pericoloso perché la modernizzazione provocava frequenti ribellioni fra i popoli locali.

“Intorno alla città di Yakutsk e al fiume Amga vive un popolo chiamato Yakuti, che si veste con un tipo speciale di abito. Il loro abbigliamento è costituito da toppe multicolori di pelliccia cucite insieme e i bordi, larghi un palmo, sono bordati ovunque con pelliccia di cervo bianco; gli abiti sono quasi sartoriali proprio come quelli dei tedeschi, e aperti sul retro e sui lati…”

Yakuti, litografia di fine XIX secolo

A partire della metà dell’800 si tornò nuovamente a una politica d’integrazione e si rafforzò lo studio scientifico delle varie etnie [8]. Alcuni linguisti crearono alfabeti cirillici per i popoli senza scrittura quali i Ciuvasci, i Votjaki e gli Jakuti. Si elaborarono vocabolari, grammatiche e testi scolastici; venne fondato anche un istituto magistrale per la formazione di insegnanti non russi. L’obiettivo primario rimase comunque quello di diffondere la fede ortodossa. Ma verso la fine dell’800 queste iniziative furono duramente criticati dai nazionalisti russi. In ultima analisi questa politica ebbe comunque dei risultati, visto che fra il 1864 e il 1905 non si registrò nessuna ribellione significativa da parte di un popolo non-russo.

All’inizio del secolo XX la Siberia diventò meta privilegiata dei coloni russi [9]. Questi in un primo tempo privilegiavano la Siberia occidentale, ma dopo la costruzione della ferrovia transiberiana iniziarono a stabilirsi anche nella Siberia orientale. Per molti popoli la colonizzazione significò un’estensione del loro spazio vitale (Nenzi, Ciukci, Evenki, Eveni), ma per altri una drastica riduzione (Enzi, Jukaghiri, Korjaki, Itelmeni). Nel corso di un’ampia politica di rilocazione e migrazione forzata promossa dalla riforma agraria di Stolypin, entro il 1914 erano stati insediati oltre tre milioni di contadini russi. Spesso la caccia e la pesca praticate dalle popolazioni locali doverono cedere il passo all’allevamento di animali da pelliccia, che aveva un potenziale commerciale più alto. 

Flussi migratori russi nell’Artico all’inizio del ‘900

4. L’UNIONE SOVIETICA E
LA QUESTIONE INDIGENA 

Le politiche sovietiche nei confronti delle popolazioni indigene siberiane furono fortemente influenzate dalla dottrina Marxista. Durante la guerra civile post-rivoluzionaria che durò dal 1917 al 1924 (localmente nell’Estremo Oriente), l’amministrazione sovietica sostituì il sistema di governo zarista. Vittime passive della guerra tra le due fazioni russe, la popolazione indigena scivolò in una contesa tra due linee politiche in competizione: una linea leninista, tesa a garantire uno sviluppo secondo le proprie premesse culturali, mentre l’altra – la linea stalinista – mirava alla completa eliminazione delle differenze etniche e l’integrazione di tutti i gruppi nazionali in una società sovietica comune.

La maggioranza delle etnie non russe non partecipò alla Rivoluzione. Tuttavia vari popoli non russi della periferia contribuirono alla destabilizzazione dell’ordine politico. Del resto la Rivoluzione stimolò anche il riscatto nazionale di molti popoli. I loro intellettuali agitarono rivendicazioni culturali, sociali e politiche [10]. Nel 1905 i Ciuvasci riuscirono a pubblicare un settimanale nella loro madrelingua. Ma il tentativo degli Yakuti di organizzarsi a livello politico venne subito soffocato. La “Dichiarazione per i popoli della Russia”, approvata subito dopo la Rivoluzione, non venne mai applicata. Negli anni successivi all’interno del “Comitato di appoggio per i popoli del Nord” (Comitato del Nord) ci furono aspre discussioni fra chi voleva concedere ai popoli indigeni il diritto ad un proprio sviluppo culturale e fra coloro che optavano per integrarli nella classe operaia. Alla fine si imposero i secondi.

“I Tungusi, come tutti gli stranieri [cioè gli indigeni siberiani; ndr], dormono seminudi anche d’inverno. Coprendosi solo di brandelli di pelli di animali, voltano le spalle nude al fuoco e si addormentano. Al mattino, il fuoco si spegne e uno strato di brina si forma sul dorso del Tunguso…”

Tungusi

Quando la Russia fu divisa nel nuovo assetto amministrativo, anche certi territori con popolazione indigena ottennero una certa autonomia. Alle terre degli Yakuti (1922), dei Kareli (1923) e dei Komi (1936) fu riconosciuto la status di repubblica autonoma. In base alle leggi vigenti i dirigenti delle singole tribù (sciamani, proprietari di renne) non avevano però l’accesso ai ranghi superiori dei Soviet locali e del Congresso. Tuttavia i Russi avviarono alcune riforme per rilanciare l’economia dei territori del Nord. Si cercò di elaborare delle lingue scritte per combattere l’analfabetismo, che era ancora molto diffuso.

La politica di Lenin per le minoranze si agganciò alla politica delle nazionalità della Russia premoderna. Per conservare il proprio potere si decise di concedere più spazio alle minoranze. Dopo la rivoluzione bolscevica, molti esuli divennero etnografi e, dopo vigorose pressioni, riuscirono a formare, nel 1924, il Comitato per Assistenza ai Popoli delle Terre di Confine Settentrionali. Concepito come l’equivalente sovietico dell’Ufficio per gli affari indiani degli Stati Uniti, il Comitato partiva dal presupposto che i popoli circumpolari, o “piccoli popoli del Nord”, poiché venivano chiamati sempre più a distinguerli dall’autonomia amministrativa e politica -l’assertivo Iakut, Buriat e Komi (Zyrian)-erano in una fase di “comunismo primitivo”: non c’era stratificazione di classe tra loro e qualunque sfruttatore ci fosse, era russo. Di conseguenza, il compito dei funzionari/etnografi del nord era di proteggere il loro “piccolo popolo” da vari “predatori” esterni ed assisterli, con molta cautela nella loro scalata all’evoluzione.

“Oltre alle cattive qualità, gli Yakuti ne hanno anche di molte buone: ad esempio sono abili falegnami e fornai. Costruiscono case di legno così pulite e così fitte che neanche il nostro miglior artigiano può farlo. Fanno pettini di avorio di mammut. In città i mobili sono realizzati esclusivamente dagli Yakuti; anche in mancanza degli strumenti necessari, le difficoltà vengono superate grazie alla loro pazienza e per tutto ciò essi ricevono il compenso più insignificante… Sono acuti e ricettivi. Imparano presto a leggere e scrivere e sono inclini alle arti…”

Yakuti

Lenin iniziò una severa campagna di definizione territoriale di autonomia: voleva creare delle autonomie etno-territoriali. Lenin e Stalin difendevano il nazionalismo e l’autodeterminazione etno-territoriale per risollevare la fiducia che questi popoli avevano perso nei confronti dello stato oppressore russo: sviluppare lingua e cultura locali per poter prendere parte più velocemente alla cultura universale della rivoluzione e del comunismo. Molti tuttavia vi si opposero: nel 1918 Latsis attaccò «l’assurdità del federalismo». Nel 1919 Bukjarin e Pjatakov si opposero all’autodeterminazione nazionale.  Lenin vinse comunque anche i loro voti perché, secondo Tomskij, nessuno voleva l’autodeterminazione nazionale ma tutti la ritenevano «un male necessario» [11]. La NEP costituì una temporanea ma deliberata riconciliazione con «l’arretratezza»: contadini, commercianti, donne, tutti i non-russi, particolarmente le varie «tribù primitive». Rinviata la loro abolizione, si mirava a costruire la nazione. In ogni caso, Lenin riteneva che l’internazionalismo consistesse non solo nell’uguaglianza formale delle nazioni, ma anche in una disuguaglianza alle spese dell’oppressore. Doveva dare più spazio e concessioni alle nazionalità «offese». 

Evenki

Si iniziò uno studio della composizione etnica dapprima dei confini, poi dell’intera Russia, secondo le suddivisioni: Narody (popoli), narodnosty (popoli sottosviluppati), nacional’nosty (nazionalità), natsyj (nazioni), plemena (tribù). Era incoraggiata, se non forzata, la formazione della propria cultura e l’apprendimento della lingua nativa. Tuttavia, la NEP non prevedeva una gerarchia di gruppi etnici: l’URSS era una kommunalka “in cui ogni famiglia aveva il diritto di avere una stanza tutta sua, e vi si accedeva solo tramite la libera autodeterminazione nazionale per riacquistare fiducia nelle nazioni più grandi e imponenti” [12].  Quella del ‘russo’ era quindi una categoria politicamente vuota: i russi rimanevano in una posizione speciale – da un lato, minoranze nazionali in aree non proprie, dall’altro assenza di diritti o opportunità nazionali in Russia. Durante la NEP d’altronde erano tenute in considerazione le nazioni arretrate, ma alla fine della NEP (1928) tali nazioni “arretrate” non vennero più tollerate.

La linea stalinista vinse verso la fine degli anni ’20. La suddivisione amministrativa della Russia in aree e distretti nazionali doveva riflettere la composizione etnica dei rispettivi territori. Questo originariamente doveva garantire l’influenza dei singoli popoli sullo sviluppo locale, che non si è mai realizzato. Al contrario, l’applicazione rigorosa del diritto di classe ha capovolto il modello sociale della popolazione indigena. I loro leader naturali, ricchi proprietari di renne e sciamani, ad esempio, erano considerati sfruttatori ed esclusi da posizioni politiche, mentre i giovani eletti della “classe operaia” spesso non erano competenti né ci si aspettava dai loro compagni di tribù di prendere decisioni sui loro possedimenti.

Donne Buryate in abiti tradizionali, 1910

Negli anni ’20 ci furono una serie di iniziative per compensare la perdita economica subita dalla popolazione indigena durante la guerra civile, come sostegno economico, esenzione fiscale per le minoranze, costruzione di centri di sostegno, ecc. L’instaurazione del nuovo regime sovietico significava che tutte le posizioni a livello provinciale e alcune posizioni a livello distrettuale vennero prese in carico da Comunisti dalla Siberia Meridionale o dalla Russia Europea, la maggior parte dei quali erano ex comandanti dell’armata rossa. Il loro primo incontro con i nativi del Nord fu uno shock terribile su ciò che loro vedevano come un’arretratezza spaventosa e condizioni di vita miserevoli. In un mondo diviso in persone “povere” e “cattive” non c’era dubbio a quale di queste due categorie appartenessero i Chukchi e altre popolazioni “aliene” nomadi. Non solo erano tutti poveri, ma erano i più sfruttati e oppressi dei poveri. Era ugualmente ovvio che le persone “cattive” erano rappresentate dai commercianti, fossero essi vecchi o nuovi coloni, Americani, Cinesi a Giapponesi. La soluzione era chiara: la maggior parte dei comitati rivoluzionari provinciali, comitati esecutivi e perfino delle conferenze straordinarie promulgò dei decreti che introducevano piena eguaglianza giuridica, nazionalizzando grandi mercanti e limitando drasticamente l’attività dei piccoli commercianti. Tutti i commercianti dovevano ottenere permessi speciali e dovevano avere il loro listino prezzi approvato dalla polizia o dai comitati rivoluzionari. Una volta che si trovavano in un insediamento nativo, dovevano mostrare agli ufficiali locali i loro permessi e i loro listino prezzi, e, una volta ottenuta l’autorizzazione, impegnarsi in un commercio onesto ed ordinato.

Tuttavia tale approccio comportava una serie di problemi con cui scontrarsi; innanzitutto, in molte aree nessuno poteva prendere il posto dei mercanti locali. Cosa ancora più importante la nuova politica presupponeva l’esistenza di un esercito di ufficiali coscienziosi, che avrebbero dovuto educare i nomadi ed in generale proteggere le persone povere dalle persone cattive. Tuttavia, questi ufficiali erano difficili da trovare: i pochi rivoluzionari che aprirono la strada al potere sovietico nell’estremo Nord non avevano nessuna intenzione di rimanerci. In ogni caso, se i nativi non potevano prendersi cura di loro stessi, ogni politica nei loro confronti, doveva essere portata avanti dai Russi locali. Il miglioramento nella posizione economica dei coloni Russi fu resa più semplice dalla cancellazione de facto dello statuto Speranskii, che garantiva l’amministrazione nativa autonoma, e dalla liquidazione dell’”alieno” (inorodsky) come categoria legale separata. Allo stesso tempo, ogni suggerimento che questa indipendenza fosse legalizzata per riflettere e proteggere gli interessi della popolazione indigena incontrò una fiera resistenza. Nel 1922 Petr Sosunov, il capo della Sottocommissione Polare del Commissariato delle Nazionalità, venne inviato nella provincia di Tjumen per organizzare una conferenza sulle minoranze nazionali della regione inferiore dell’0b. La conferenza adottò una risoluzione chiedendo una nuova unità amministrativa del Tobolsk’North. Come ebbero a dire alcuni delegati nativi, “lo sfruttamento russo poteva essere sopraffatto solamente attraverso la creazione di un nostro governo indipendente, che difenderebbe le sue nazioni e proverebbe ad indirizzare alle masse un raggio di illuminazione e sviluppare il loro stile di vita”.

“Ogni Yakuto, quando va per strada, appende un grosso coltello a un lungo bastone dalla cintura, selce, selce e esca fatti di erba di assenzio… Fumano tabacco, mescolando con esso metà dei più piccoli trucioli di legno, e ingoiano sempre il fumo: capita spesso che fumano al punto da perdere i sensi. Assicurano che il fumo di tabacco ingerito è utile durante le coliche quando lo stomaco è intasato…”

Yakuti, illustrazione tratta da Peoples of Russia. Ethnographic Essays, 1880

Sosunov fu poi arrestato e spedito in carcere per aver tentato di trasformare l’estremo nord in una regione autonoma [13]. L’obiezione più comune all’auto-governo dei nativi era la presunta incapacità delle “tribù del nord” di gestire i propri affari. Un’altra motivazione sempre più popolare faceva appello all’urgente bisogno nazionale di uno sviluppo economico su larga scala. Secondo il comitato esecutivo della provincia di Tomsk, “la politica statale nell’Area di Narym dovrebbe incoraggiare la colonizzazione da parte della popolazione russa. Solamente l’insediamento è in grado di portare l’area nuovamente in vita. La separazione come provincia “aliena” autonoma la condannerebbe a rimanere inabitata e a vivere al di fuori dello Stato per molti anni a venire”. Come risultato, in molte aree gli insediamenti e accampamenti nativi erano regolarmente saccheggiati da gruppi in viaggio di ufficiali governativi. La situazione era complicata dall’ignoranza dei nuovi capi per quanto riguarda l’economia dei nativi e l’indisponibilità degli stessi di riprendere le pratiche tradizionali di fornire crediti a lungo termine ai cacciatori. Intorno al 1921 un numero sempre maggiore di report sulla difficile situazione dei popoli del nord iniziò a raggiungere l’unico organo a Mosca che poteva avere una pretesa sulla giurisdizione per quanto riguarda tale questione – Il Commissariato del Popolo delle Nazionalità (Narkommnats) [14].

Nonostante i continui disordini in Asia Centrale, il crescente discontento nella Transcaucasia e in Ucraina, tenessero il Commissario del popolo Stalin ed il suo staff già abbastanza occupati, gli urgenti report dalla Siberia richiedevano quantomeno la loro attenzione. Gli autori dei report (molti dei quali etnografi professionisti) insistevano che nonostante la loro piccola dimensione e apparente irrilevanza politica, le popolazioni native della Siberia detenevano la chiave dello sviluppo economico di almeno un terzo del territorio del Paese. Gli scienziati assicuravano i burocrati che proteggere le tribù sottosviluppate del Nord non era affatto un atto di carità – e nemmeno di solidarietà di classe. Infatti, essi sostenevano che era una questione di estrema urgenza e di importanza nazionale. Il Nord possedeva enormi risorse animali e minerali, e solamente i nativi erano in grado di sfruttare al meglio tali risorse; pertanto, la loro scomparsa avrebbe potuto trasformare un territorio potenzialmente ricco in una enorme distesa ghiacciata improduttiva. Ma cosa poteva essere fatto in concreto? Non solo le informazioni riguardanti le regioni del nord erano scarse ed inaffidabili; teorizzare sui popoli dell’Artico non era affatto più facile che cercare di amministrarli attraverso l’Ufficio Siberiano del Commissariato (Commissariat’s Siberian Office). Il termine “alieni” (inorodtsy) venne rimpiazzato da varie combinazioni che di solito includevano la parola “nativo” (tuzemtsy, tuzemnyi), ma lo sforzo di integrarli nel quadro concettuale della “QUESTIONE NAZIONE” risultò estremamente complicato [15].

Espansione russa (imperiale) e poi sovietica attraverso i secoli

Nel marxismo classico, le sole differenze significative erano quelle di classe. I Capitalisti ignorerebbero i confini nazionali alla ricerca del profitto e i proletari di tutti i paesi si unirebbero per opporsi al capitalismo. Persino i “classici del Marxismo”, tuttavia, parlavano degli Irlandesi e dei Polacchi in termini di agenti storici reali, e all’epoca della Rivoluzione Russia il capitalismo era diventato “Imperialismo” e la nazionalità era diventata una “questione”: la risposta dei Bolscevichi a questo problema fu di riconoscere le nazionalità come entità “oggettive” ed enumerarle come alleate nella lotta comune contro l’oppressione. Con le parole di Stalin: “Una nazione può organizzare la sua vita come ritiene più opportuno. Ha il diritto di entrare in relazioni federali con altre nazioni. Ha il diritto di compiere la secessione. Le Nazioni sono sovrane e tutte le nazioni sono uguali[16]. Le Nazioni erano reali, tutte le nazioni reali erano sovrane, e tutte le nazioni sovrane avevano il diritto all’autodeterminazione politica sul loro territorio. Le Nazioni senza territorio non erano reali; tutti i confini territoriali potevano essere divisi in confini artificiali e naturali (quelli basati su “simpatie popolari”). Se tutto ciò richiedeva la creazione di “distretti nazionali autonomi” illimitati, allora la società proletaria consisterebbe di illimitati distretti nazionali autonomi – per quanto piccoli e per quanto non-proletari.

Per  quale motivo si sarebbe dovuto dare manforte a queste concessioni a ciò che in fin dei conti non erano altro che un “ideale filisteo” che avrebbe rallentato la trasformazione (economica sociale e culturale) che il marxismo-leninismo si prefiggeva come obiettivo? Tale domande porta seco numerose motivazioni. Primo, né i contadini né i proletari potrebbero diventare comunisti senza la guida speciale del partito comunista. E nel caso parlassero lingue differenti, allora i proseliti del partito avrebbero dovuto parlare una vasta gamma di lingue diverse, adattandosi così alle richieste nazionali e locali. Per Lenin, la lingua rappresentava una condotta totalmente trasparente: le scuole Marxiste avevano lo stesso curriculum Marxista indipendentemente dalla lingua utilizzata. Un’altra ragione per l’insistenza di Lenin e Stalin sull’autodeterminazione nazionale risiedeva nella distinzione che tracciavano tra il nazionalismo delle nazioni oppressori (il cosiddetto “grande potere chauvinista”) ed il nazionalismo delle nazioni oppresse (ossia il nazionalismo vero e proprio). Il primo era una “cattiva abitudine” che poteva essere eradicata attraverso lo sforzo rivoluzionario del proletariato; il secondo era una comprensibile reazione all’oppressione che poteva essere ammorbidito solamente con la sensibilità e tatto. Il dono dell’auto-determinazione nazionale era quindi un gesto di pentimento che avrebbe eventualmente condotto al perdono nazionale, alla fine della paranoia nazionalista ed alla fine delle differenze nazionali.

“Gli Yakuti… affermano che i loro antenati provengono dalle terre mongole e calmucche, che sono stati cacciati da lì dai russi, e quindi devono vivere nei quartieri invernali di questa regione. Sono gravemente tormentati dallo scorbuto, che guarisce rapidamente mangiando pesce crudo e bevendo catrame…”

Villaggio Yakuto, illustrazione tratta da Peoples of Russia. Ethnographic Essays, 1880

Quando la rivoluzione proletaria alla fine arrivò, sembrò essere tanto nazionale quanto proletaria. I primi decreti Bolscevichi descrivevano le masse vittoriose come “persone” e “nazioni” dotate di diritti; proclamavano tutte le persone uguali e sovrane; garantivano la loro sovranità attraverso una federazione etno-territoriale e garantivano il diritto alla secessione; approvavano lo sviluppo libero delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici; si impegnavano a rispettare le credenze nazionali, i costumi e le istituzioni. Per la fine della guerra il bisogno di alleati locali ed il riconoscimento delle entità nazionali esistenti combinato al principio di produrre un assortimento di Repubbliche Sovietiche legalmente ed eticamente riconosciute, repubbliche autonome, regioni autonome e comuni dei lavoratori. Alcuni Comunisti di Sinistra “Internazionalisti” non furono affatto contenti della piega che presero gli eventi, ma Lenin li sconfisse all’ottavo Congresso del Partito insistendo che le nazioni esistevano in natura e che “non riconoscere qualcosa che è la fuori è impossibile: saremo forzati a riconoscerlo” [17]. In aggiunta ad essere “là fuori”, le varie nazionalità avevano sofferto un’oppressione nazionale talmente inflessibile che come naturale conseguenza, nutrivano un odio profondo nei confronti dei Russi tale per cui ogni sorta di autonomia linguistica e territoriale sarebbe stato visto che un tentativo sciovinista di preservare l’Impero Russo”.

Come ebbe a dire Stalin, “l’essenza della questione nazionale dell’URSS consiste nella necessità di eliminare l’arretratezza (economica, politica e culturale) che le nazionalità avevano ereditato dal passato, per permettere ai popoli arretrati di recuperare il ritardo con la Russia”. Per far ciò il Partito deve aiutare tali Nazionalità “(a) sviluppare e rafforzare la loro statualità sovietica nella forma che corrisponderebbe meglio alla fisionomia nazionale di questi popoli; (b) introdurre le loro corti ed organi di governo che funzionerebbero nelle rispettive lingue native e consisterebbero di personalità locali familiari con la vita e la mentalità della popolazione locale (c) sviluppare la loro stampa, le loro scuole, teatri, club locali ed altri istituzioni culturali ed educative nelle lingue native” (p.144) [18]. La Nazionalità equivaleva all’arretratezza, ma l’arretratezza non equivaleva necessariamente alla nazionalità: nella visione del mondo tipica del Bolscevismo, l’arretratezza era molto più profonda, molto più antica e molto più centrale. Forniva la differenza non-riconosciuta ufficialmente tra Marxismo e Leninismo, descriveva la Russia al di fuori del partito e definiva l’”Est” come opposto all’”Ovest”. Tuttavia alcuni tipi di arretratezza erano più arretrati di altri; che dire di quelle aree dell’Impero che erano rimaste addormentate per la maggior parte della storia umana e non conoscevano nulla dell’agricoltura?

Iosif Stalin e Vladimir Lenin

Per Lenin tuttavia anche la “brutalità assoluta” dei popoli del Nord aveva la sua utilità, poiché se l’Imperialismo stava al capitalismo globale, allora “l’arretratezza delle masse dell’Oriente” rappresentava i nuovi proletari globali. Per questo motivo i popoli del Nord erano per Lenin gli alleati naturali dei proletari rivoluzionari dell’Ovest. Affinché quest’unione fosse stabilizzata, gli Europei dovevano provvedere ai loro fratelli arretrati assistenza culturale disinteressata ed estendere anche a loro la promessa dell’auto-determinazione nazionale: se la Russia poteva essere liberata dalla vita rurale contadina, allora, con un po’ di sforzo extra, i selvaggi potevano essere salvati dalla loro arretratezza e brutalità. Per raggiungere questo obiettivo, il Decimo Congresso del Partito prescrisse sviluppo industriale, differenziazione di classe imposta dall’alto, e nei casi dei nativi minacciati dall’estinzione, protezione dal colonialismo Russo. L’obiettivo centrale del Partito era quello di superare l’arretratezza economica trasferendo le fabbriche alle fonti delle materie prime, e di superare l’arretratezza sociale privando tutti gli sfruttatori nativi della loro influenza sulle masse. Questo era il contesto ideologico in cui si trovò ad operare il Commissariato delle Nazionalità: il problema delle nazionalità doveva essere risolto con l’autonomia, ed il problema dell’arretratezza dall’intervento centrale diretto. 

Ma durante gli anni ’30, sotto la dittatura di Stalin, la maggior parte della struttura economica e sociale che avrebbe potuto essere ancora intatta, fu distrutta. L’industrializzazione su larga scala dell’Unione Sovietica aveva bisogno delle risorse del Nord: la pesca su vasta scala bloccò l’accesso degli indigeni a molti fiumi, l’industria alimentare trasformò enormi aree in pascoli, i boschi vennero distrutti per fare spazio alle miniere e alle centrali idroelettriche. I popoli indigeni non furono mai coinvolti. Le loro economie venivano meno senza che fossero rimpiazzate da nuove opportunità di lavoro. Le grandi compagnie importavano i propri operai e tecnici oppure si servivano dei prigionieri dei gulag, i campi di lavoro forzato istituiti da Stalin. Tutti questi stranieri non erano sottoposti alla giurisdizione del soviet locale. L’ascesa al potere di Stalin rappresentò per i popoli indigeni un peggioramento radicale della propria situazione. Nei loro territori, ricchi di risorse minerarie e legname, si fece strada un’industrializzazione selvaggia in grande stile, senza alcun riguardo per la fragilità dell’ecosistema nelle zone artiche. Davanti al sorgere di strade, miniere, pozzi di petrolio fabbriche, le attività tradizionali degli indigeni dovettero ritirarsi per fare spazio all’industria mineraria, dell’allevamento, della pesca. Vennero disboscati vasti territori, nei fiumi vennero versati gli scarichi industriali, si interferì nel ciclo dell’acqua, si provocarono massicci inquinamenti da petrolio. Gli operai venivano maltrattati, quando non reclutati nei gulag, cosicché molti indigeni perdettero la loro occupazione. La terra venne espropriata dallo stato, i suoi abitanti trasferiti in altri territori. Nel 1937 un decreto sovietico impose l’uso esclusivo dell’alfabeto cirillico per tutte le lingue dell’URSS.

Orochi

A partire del 1957 ogni insegnante poteva essere arrestato se continuava a parlare la lingua indigena al di fuori della scuola. I genitori vennero costretti a battezzare i loro figli con nomi russi. Il governo costrinse molti nomadi a diventare sedentari. Gli abitanti dei piccoli villaggi vennero costretti a trasferirsi in grandi centri perché i servizi pubblici erano stati chiusi. Oggi é frequente che solo gli anziani conoscano la propria lingua materna, mentre varie lingue stanno per scomparire. Le aziende statali importavano i propri lavoratori che si trovavano al di fuori della giurisdizione degli enti locali. I nativi la cui sussistenza fu distrutta divennero dipendenti dalle funzioni di servizio per l’industria straniera o cercarono rifugio in aree montuose e della tundra più ostili. Le tradizionali occupazioni di pastorizia, caccia e pesca delle renne furono trasformate con la forza in fattorie collettive, kolchoz, in tutta l’Unione Sovietica. Le rivolte locali furono represse e punite duramente, ad esempio, nelle aree di Nenets e Taymyr nel 1930-32. Diverse aree nazionali furono sciolte e il Nord fu diviso tra vari ministeri.

Non esisteva alcuna agenzia di controllo che potesse sorvegliare la continua colonizzazione e sfruttamento della terra e il destino dei suoi abitanti nativi. In più, ovviamente, nel 1941 la Russia fu coinvolta nella seconda guerra mondiale e molti indigeni furono spediti a combattere ai fronte. La mancanza di giovani uomini per le occupazioni domestiche ha colpito soprattutto le piccole società indigene vulnerabili. Un numero eccessivo di animali domestici doveva essere macellato e le foci dei fiumi furono impoverite di pesci nella lotta contro la fame. Le migliaia di uomini di ritorno dal fronte avevano cambiato i loro atteggiamenti sociali e accelerato così l’assimilazione culturale. L’immigrazione europea in Siberia è aumentata. Negli anni ’50 e ’60 fu perseguita una campagna su larga scala per guidare i popoli nella “civiltà socialista moderna”, con il trasferimento forzato in aree urbane o semiurbane. L’esecuzione consisteva nel privare le aree rurali di ospedali, scuole e negozi. I nomadi furono ufficialmente dichiarati esseri umani primitivi e furono invitati a stabilirsi. 

Evenki

5. CONCLUSIONI

Alla fine degli anni ’50 il governo avviò una politica di insediamento forzato della popolazione indigena nelle maggiori città della Siberia. Questa politica favorì la perdita definitiva dell’identità culturale e il dilagare dell’alcolismo e della criminalità. Il boom dell’industria petrolifera petrolio iniziato negli anni ’60 sottrasse altri territori a tutta una serie di etnie (Nenzi, Oroki, Evenki ed altri). Ma non c’era lavoro sufficiente nei nuovi insediamenti per sostituire le occupazioni tradizionali perdute. Le conseguenze per molti furono un’ulteriore perdita delle capacità economiche e della struttura sociale, l’aumento dei tassi di criminalità e l’abuso di alcol. Nel 1980 sono cessate le aree amministrative a base etnica, la parola “minoranze” è stata rimossa dai testi legislativi e gli organi amministrativi locali hanno perso tutte le funzioni tranne quelle consultive. Le politiche educative della Russia sovietica nei confronti dei popoli indigeni erano cambiate radicalmente. L’evoluzione in senso centralistico del sistema amministrativo sovietico nei primi anni ottanta, quando persino la parola “minoranza” venne cancellata dai testi di legge, tolse ai soviet locali le ultime vestigia di autogoverno, mantenendo una mera funzione consultiva. Fino alla fine degli anni ’80 il governo sovietico continuò l’industrializzazione selvaggia dei territori del Nord. La deforestazione e l’estrazione di petrolio e gas naturale continuarono a pieno ritmo. I popoli indigeni persero vaste aree di pascolo. Solo a partire del 1989 alcuni popoli iniziarono ad organizzarsi in associazioni.

Per quanto riguarda l’istruzione, Il sistema scolastico è stato rinnovato e ha subito un importante sviluppo negli anni ’20. I linguisti hanno sviluppato alfabeti per tutti i gruppi linguistici, con lettere speciali basate sull’alfabeto latino. L’analfabetismo è diminuito notevolmente. Nel 1937, Stalin impose l’applicazione dell’alfabeto cirillico per tutte le lingue e i linguisti che avevano lavorato su alfabeti personalizzati furono imprigionati come nemici pubblici, dando inizio una politica che mirava a cancellare ogni identità etnica. Dopo il 1957, gli insegnanti furono persino puniti per aver parlato con gli alunni tutt’altro che russo al di fuori delle lezioni di madrelingua. Il sistema del collegio (sulla falsariga delle boarding schools del Canada) – originariamente inteso a dare ai bambini nomadi l’opportunità di un’istruzione superiore – ha avuto un’influenza distruttiva sulle culture minoritarie quando è stato esteso al livello della scuola primaria. I bambini crescevano lontano dai loro genitori e tornavano all’età di 16-17 anni come estranei quasi completi con legami spesso indeboliti con la loro origine etnica e lingua, e quasi senza abilità pratiche per le occupazioni tradizionali. Di conseguenza, il sistema ha favorito l’assimilazione nella società russa. La diminuzione delle persone che usano o capiscono la propria lingua madre è enorme. Oggi, la generazione più anziana – sopra i 50 anni – porta avanti la lingua. Sarebbe, tuttavia, sbagliato trascurare gli sviluppi positivi durante l’era sovietica. Un esempio importante è che il ruolo delle donne nella società ha ottenuto benefici, poiché molti tabù sono stati infranti. Altri esempi sono stati il miglioramento dell’assistenza sanitaria, la riduzione della mortalità infantile, ecc.

Popoli indigeni dell’Asia, litografia di inizio ‘900

Per concludere, l’esperienza delle popolazioni indigene dell’Artico Russo sotto l’Imperialismo Zarista e Sovietico non può certo dirsi positiva. Come ebbe a dire in un suo celebre discorso Russel Means, “Non si può giudicare la reale natura di una dottrina rivoluzionaria europea sulla base dei cambiamenti che essa propone di effettuare interno della società e delle strutture di potere europee. Essa può solamente essere giudicata dagli effetti che avrà sui popoli non-Europei” [19]. In questo senso, il Marxismo rivoluzionario si è impegnato ad un grado addirittura più elevato alla perpetuazione e al perfezionamento del processo industriale: si offre semplicemente di ridistribuire i profitti frutto di questa industrializzazione ad un più vasto settore della popolazione. Ma dal punto di vista pratico, la storia del Marxismo nei confronti delle popolazioni non-europee si è rivelata tanto dannosa quanto quella del capitalismo: in questo senso, si inserisce a pieno titolo in quel processo di “de-spiritualizzazione” e razionalizzazione dell’essere che ha caratterizzato l’esperienza filosofica Occidentale giunta a Marx partendo da Platone. Il risultato purtroppo è evidente: dove è salito al potere, il socialismo reale ha intensificato quel processo di industrializzazione cominciato con la Rivoluzione Industriale, ottenendo nell’arco di 60 quello che il Capitalismo aveva impiegato più di due secoli per raggiungere. Il territorio dell’URSS conteneva un certo numero di popoli tribali che sono stati schiacciati per far posto alle fabbriche.

I Sovietici si riferiscono a questo problema come alla “questione nazionale” – la questione se questi popoli tribali avessero o meno il diritto di esistere in quanto popoli – e decisero che quello dei popoli tribali era un sacrificio accettabile per i bisogni industriali. Guardo alla Repubblica popolare cinese e vedo la stessa cosa. Guardo al Vietnam e vedo i marxisti imporre l’ordine industriale ed estirpare i popoli indigeni delle montagne. Ho sentito un importante scienziato sovietico affermare che quando l’uranio sarà esaurito si troveranno delle alternative. Vedo i Vietnamiti prendere possesso di una centrale nucleare abbandonata dalle forze militari americane: l’hanno smantellata o distrutta? No: la stanno usando. Vedo la Cina far esplodere bombe atomiche, sviluppare reattori nucleari, preparare un programma spaziale In modo da colonizzare e sfruttare i pianeti così come gli europei hanno colonizzato e sfruttato il globo terracqueo. È la solita vecchia storia, ma questa volta a un ritmo più accelerato.


Note:

[1] Per approfondire la distribuzione etnografica dei popoli indigeni siberiani vedere il sito del RAIPON Главная – Ассоциация коренных малочисленных народов Севера, Сибири и Дальнего Востока РФ (raipon.info)

[2] Vitebsky, Piers. The reindeer people: living with animals and spirits in Siberia. Houghton Mifflin Harcourt, 2006.

[3] Per approfondire lo Sciamanesimo e le religioni tradizionali dei popoli indigeni: Eliade, Mircea. Shamanism: Archaic techniques of ecstasy. Vol. 76. Princeton University Press, 2020; Comba, Enrico. Uomini e orsi: morfologia del selvaggio. Accademia University Press, 2015; Vitebsky, Piers. Shamanism. University of Oklahoma Press, 2001.

[4] Per approfondire il rapporto tra centro e periferia nell’Impero Russo vedere Kappeler, Andreas. “Centro e periferia nell’Impero russo, 1870-1914.” Rivista storica italiana 115.2 (2003): 419-438J. Burbank, M. Von Hagen Russian Empire, Space, People, Power, 1700-1930, Bloomington, Indiana UP, 2007

[5] Per approfondire: Bassin, Mark. “Turner, Solov’ev, and the” Frontier Hypothesis”: The Nationalist Signification of Open Spaces.” The Journal of Modern History 65.3 (1993): 473-511; Smith, Henry Nash. “The frontier hypothesis and the myth of the west.” American Quarterly 2.1 (1950): 3-11.

[6] Per approfondire il rapporto tra l’Imero zarista e i popoli indigeni Slezkine, Yuri. “Arctic mirrors.” Arctic Mirrors. Cornell University Press, 2016.

[7] Jones, Ryan. “Willard Sunderland, Taming the Wild Field: Colonization and Empire on the Russian Steppe. Ithaca, NY: Cornell University Press, 2004. 264 pp. ISBN: 0-8014-4209-5 (hbk.).” Itinerario 30.1 (2006): 126-127.

[8] Per approfondire la questione dell’integrità territoriale nell’impero russo –  Wortman, Richard. “The” Integrity”(Tselost’) of the State in Imperial Russian Representation.” Ab Imperio 2011.2 (2011): 20-45.

[9] Jones, Ryan. “Willard Sunderland, Taming the Wild Field: Colonization and Empire on the Russian Steppe. Ithaca, NY: Cornell University Press, 2004. 264 pp. ISBN: 0-8014-4209-5 (hbk.).” Itinerario 30.1 (2006): 126-127. Per approfondire il rapporto tra centro e periferia nell’Impero Russo vedere Kappeler, Andreas. “Centro e periferia nell’Impero russo, 1870-1914.” Rivista storica italiana 115.2 (2003): 419-438.

[10] Per approfondire il rapporto dello Stato Sovietico con le nazionalità non-russe Martin, Terry Dean. The affirmative action empire: nations and nationalism in the Soviet Union, 1923-1939. Cornell University Press, 2001.

[11] Slezkine, Yuri. “Arctic mirrors.” Arctic Mirrors. Cornell University Press, 2016.

[12] Slezkine, Yuri. “The USSR as a communal apartment, or how a socialist state promoted ethnic particularism.” Slavic review 53.2 (1994): 414-452.

[13] Slezkine, Yuri. “Arctic mirrors.” Arctic Mirrors. Cornell University Press, 2016.p.136.

[14] Ibid.

[15] Per approfondire il dibattito sulla questione nazionale: Connor, Walker. The national question in Marxist-Leninist theory and strategy. Vol. 6. No. 8. Princeton, NJ: Princeton University Press, 1984; Von Hagen, Mark. “The Great Challenge: Nationalities and the Bolshevik State, 1917-1930. By Hélène Carrère d’Encausse. Trans. Nancy Festinger. New York: Holmes and Meier, 1992. Maps. Bibliography. Index.” Slavic Review 53.1 (1994): 234-236; Pipes, Richard. The Formation of the Soviet Union: communism and nationalism, 1917-1923. Vol. 13. Harvard University Press, 1964.

[16] Stalin, Iosif Vissarionovič. Il marxismo e la questione nazionale. Edizioni italiane di cultura, 1939. Vedere anche Konrad, Helmut. Between “Little International” and Great Power Politics: Austro-Marxism and Stalinism on the National Question. na, 1992.

[17] Slezkine, Yuri. “Arctic mirrors.” Arctic Mirrors. Cornell University Press, 2016, p.143.

[18] Per un approfondimento sulla “Korenizacija” vedere: Barbara A. Anderson e Brian D. Silver, Equality, Efficiency, and Politics in Soviet Bilingual Education Policy, 1934-1980, in American Political Science Review, vol. 78, n. 4, dicembre 1984, pp. 1019–1039, DOI:10.2307/1955805. URL consultato il 16 settembre 2018; Chris J. Chulos e Timo Piirainen, The fall of an empire, the birth of a nation: national identities in Russia, Ashgate, 2000, ISBN 1855219026; Terry Martin, The affirmative action empire: nations and nationalism in the Soviet Union, 1923-1939, Cornell University Press, 2001, ISBN 9781501713323; Yuri Slezkine, The USSR as a Communal Apartment, or How a Socialist State Promoted Ethnic Particularism, in Slavic Review, vol. 53, n. 2, 1994/ed, pp. 414452, DOI:10.2307/2501300; Ronald Grigor Suny e Terry Martin, A state of nations: empire and nation-making in the age of Lenin and Stalin, Oxford University Press, 2001, ISBN 9780195349351.

[19] Articolo completo Il discorso di Russel Means | Gruppo Italiano Amici della Natura.


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