Le Faville del maglio sono brevi prose di carattere introspettivo che Gabriele dβAnnunzio comincia a stendere nel 1911. In questa sede analizzeremo come sia lβepisodio del βforzamentoβ della pastorella descritto ne Il grappolo del pudore sia lβepisodio del βforzamentoβ del nicchio nericcio narrato ne Il primo segno dellβalta sorte possano essere intesi come iniziazioni al sesso, ad un sesso che oltre a ciΓ² che appare Γ¨ anche unβaltra cosa: materia di sublimazione artistica, alimento dellβarte.
di Eva Colombo
Originariamente pubblicato sul sito dell’Autrice colchicomelanconico.it
Le Faville del maglio sono brevi e preziose prose di carattere introspettivo che Gabriele dβAnnunzio comincia a stendere nel 1911. La seconda raccolta di βfavilleβ, Il secondo amante di Lucrezia Buti, Γ¨ composta dal poeta sul limitare della vecchiaia, nel 1924. Qui troviamo unβaffascinante ed enigmatica favilla intitolata Il primo segno dellβalta sorte. Vi si narra un bislacco episodio che sarebbe stato allβorigine di una cicatrice sul pollice sinistro del poeta, cicatrice cui lui assegnava un preciso significato:
Sul dosso del pollice sinistro, fin dallβinfanzia ho il contrassegno indelebile della mia nativa alterezza. E di questo sigillo mi piaccio perchΓ© tanto piace a mia madre che sa chiudere alteramente in sΓ© quel che non puΓ² appartenere se non a lei sola. Dagli anni piΓΉ remoti, ogni volta che io ritorno a mia madre e chβella prende le mie mani infaticabili nelle sue benedette, ogni volta ella mi cerca sul dosso del pollice la cicatrice e me la guarda in silenzio [β¦]. CosΓ¬ ella rammenta, cosΓ¬ io rammento.
Avevo nove anni. Ero fuggito di casa per correre allβapprodo delle paranze nella foce della Pescara, per raggiungere alla banchina un mozzo ortonese mio stregato che soleva portarmi qualche Β«frutto di mareΒ» stillante e fragrante nella sua berretta crΓ¨misi. Avevo meco in tasca un coltello a scrocco, mal rubato, da forzare i nicchi. Ricevuta lβofferta, fiutata la preda marina che giΓ mβinebriava di salsedine e mβinumidiva la lingua di pregusto, me ne andai sul bastione dove giΓ da tempo avevo per amico un vecchio cannone borbonico di ferro, propagginato con la bocca allβingiΓΉ, un buon cortaldo che mβera a grado perchΓ© lo superavo di tutta la testa e gli potevo mettere i ginocchi contro gli orecchioni.
Scelsi un nicchio nericcio, non mai veduto; lo poggiai su la culatta, e di punta e di taglio mi misi a fargli forza. Era tanto serrato che non gli ritrovavo la commessura delle valve. Nellβimpazienza la lama mi sguizzΓ², e la punta mi si conficcΓ² nella mano che teneva fermo il guscio ostico. Il sangue mi colava giΓΉ pel ferro colato del cannone, e il salso mi coceva forte nello squarcio. Ma non mi arresi, non mi sgomentai. Con il coltello insanguinato seguitai a forzare il nicchio avverso, ostinazione contro ostinazione, crudezza contro crudezza. E le voci dei pescatori sopravvegnenti che tiravano le paranze coi canapi a ormeggio, e nel tramonto lβultimo bagliore delle vele rogge ammainate a mano, e la rissa rauca delle profferte sopra le ceste della pesca ricca sparse allβincanto, e i fuochi del nuvolato acceso verso la Maiella, e gli squilli di tromba nella caserma lunga mi davano non so qual conturbazione confusa che mβingrandiva sopra me, di lΓ da me. E la ferita improvvisa, e la vista del mio sangue, e la mia stessa costanza, e la mia stessa incuranza mβingrandivano. Ed era la prima volta chβio sentivo con tanta solitudine il mistero del mio corpo, il mistero del mio spirito, lβelezione della mia nascita.
Alfine apersi il guscio disperato. E, senza nettar la valva, senza sgocciolare il salso misto al sangue, con una specie dβingordigia vendicativa mβaffrettai a mandar giΓΉ.
Non era se non un poco di polpa lΓΉbrica e amariccia.
Allora mi ritrovai solo con la mia ferita sola, con la mia mano rossa e dolente; e col pensiero della mia madre, con la figura della mia soglia, con lβinquietudine del ritorno. Affrettavo la sera, affrettavo il buio. Cominciavo a sentirmi fiacco. La mia pezzuola era scarsa per farmene una fasciatura stretta. Mi venne lβimpeto di sporgermi dallβorlo del bastione e di chiamare a squarciagola il mozzo, di chiamare qualcuno a soccorso. Ruppi lβimpeto in me, lo troncai sΓΉbito. Sfrombolai le conchiglie come ciottoli, conficcai il mio coltello in terra, a piΓ¨ del cannone propagginato, spingendolo cosΓ¬ che vβentrasse anche il corno. Poi, sΓΉbito, mi pentii per un pensiero che mi balenΓ². E grattai la terra, e sconficcai la lama che riscintillava perchΓ© lβattrito lβavea netta. Mi tolsi la giubba. Mi tagliai un lista di camicia, mi tagliai una manica di camicia. Mi rimisi la giubba, senzβavvedermi che mβinsanguinavo tutto. Mi fasciai col lino la ferita. Scesi dal bastione, a testa alta, opponendo non so che strana alterigia alla fiacchezza. Evitai gli incontri. Mi diressi verso un luogo basso della vecchia fortezza, verso il vecchio arsenale cortinato tuttβintorno, chiamato Rampigna, invaso dalle erbe, ridotto a pascolo di capre e ricreazione di scolari, non distante dalle scuole e dalle carceri. Sβannottava. Sβudiva il martellare dei carcerieri sopra le sbarre delle inferriate. Si vedeva ancora qualche capra fosca intagliarsi nel cielo, di sul profilo della cortina erbosa; e mi ricordo che scambiai per lβocchio fosforescente della capra dimΓ²nia una delle prime stelle, e sussultai sotto quella guardatura da zodiaco.
La ferita mi doleva sempre piΓΉ. La fasciatura si faceva rossa. Mi venne in mente che le femmine del mio contado usavano il ragnatelo [β¦] come una specie di balsamo vulnerario, buono a ristagnare il sangue. Avevo veduto dita di bimbi avvolte in tele di ragno. Avevo veduto una mia sorella scendere nella carbonaia a ricercarne per medicarsi un taglio di temperino. Sapevo che giΓΉ peβ finestroni dellβantica santabarbara ne pendevano senza numero, chΓ© piΓΉ volte mβero scapriccito a lacerarle con una gran frasca eccitato dal vincere il ribrezzo che mi faceano i rΓ gnoli.
Ora, nellβabbellarsi della ricordanza, mi piace quel fanciullo fantastico e scontroso che perde sangue e non si sbigottisce, e ripugna al soccorso, e guarda e tocca la sua ferita senza venir meno, e dallo splendore del suo sangue riceve la prima vampa di un entusiasmo inconsapevole, e in una credenza del suo popolo ripone la speranza di guarirsi da sΓ© stesso, e sβindugia al ritorno nella casa paterna per unβangoscia quasi gloriosa che inconsapevolmente gli aggrava la disparitΓ fra il piccolo guaio puerile e lβanelito della piccola anima riscossa.
Annottava. LΓ , dinanzi al finestrone della santabarbara, il ribrezzo dei rΓ gnoli era fatto piΓΉ grave dallβabbuiarsi. Serravo i denti contro i brividi. A tratti a tratti gettavo un grido roco credendomi di porre in fuga le tante zampe paurose. Raccoglievo le tele con la tesa del mio cappello da marinaio. E, non so perchΓ©, come piΓΉ dominavo la paura, come piΓΉ reprimevo il mio istinto, come piΓΉ mi arrischiavo alla conquista, piΓΉ mi sβingrandiva nella fantasia la virtΓΉ vulneraria del rimedio popolesco.
Di poi non so piΓΉ nulla. Non mi ricordo se non del buio, in quella specie di bolgia inselvatichita tra le cortine disarmate, dove pur sempre la capra dβinferno mi guatava nera col suo occhio di stella. Non mi ricordo se non della mia corsa disperata verso la casa, con negli orecchi un gran ronzΓ¬o che a quando a quando mi pareva scoppio di lamenti. Non mi ricordo se non di una fanfara di fanti che mi venne incontro andando alla caserma; e passai tra gli squilli come per mezzo a un folto di sferze acute che mi sferzassero senza chβio gridassi. Non mi ricordo se non dβun silenzio di tomba alla mia soglia; e poi dβuna scala che mi fuggiva sotto i piedi come una cateratta di mulino rimbombante; e poi dβun altro silenzio spaventoso, e dellβurlo di mia madre, e del pallore di mia madre, e del suo balbettio folle che non era se non un tremito del mento come dislocato; e di me in ginocchio ai suoi ginocchi, di me col braccio rosso levato verso di lei come un moncherino, di me che dentro ero scavato e che pur dal vuoto traevo non so che tuono di voce coraggiosa ripetendo: Β«Non aver paura! Non aver paura! Non aver paura!Β».
Tutto il resto non vale. Lβagitazione, lβinquisizione, il tumulto, le grida, il pianto, il rimprovero, le domande iterate, i sospetti ingiusti, le accuse incerte si confondono nella mia memoria, sβaffievoliscono, vaniscono. Il grande valore spirituale di questo ricordo Γ¨ per me nel primo segno impresso al mio animo dalla mia sorte, nella prima impronta segreta della mia predestinazione.
[1]

Γ molto probabile che questo supposto episodio autobiografico, ammesso che sia realmente avvenuto, abbia subito una pesante rielaborazione volta a fargli sorreggere il prezioso contenuto che il sessantunenne scrittore ha inteso apporvi. Possiamo ravvisare un importante indizio rivelatore della natura di questo contenuto fin nel titolo della favilla, Il primo segno dellβalta sorte: un primo segno, unβimpronta iniziatica.
La pulviscolare atmosfera di surreale enigmaticitΓ in cui Γ¨ immerso lβepisodio del βnicchio nericcioβ sembra emanata proprio dal connotato rituale che lo scrittore ha voluto imprimervi. Molti elementi della favilla infatti possono essere letti come tessere componenti un quadro evocativo dβun rituale iniziatico. Se la cicatrice sul dosso del pollice sinistro Γ¨ il βcontrassegnoβ di unβalteritΓ ontologica, Γ¨ molto simile alla scarificazione rituale cui in molte culture tradizionali vengono sottoposti gli iniziandi come segno visibile del loro passaggio da uno stato allβaltro dellβessere.
Il poeta sostiene di aver avuto nove anni quando visse lβesperienza del βnicchio nericcioβ, lβetΓ di Dante allβinizio della Vita Nova. Il nove nel patrimonio della ritualitΓ iniziatica simboleggia lβeternitΓ come perpetuo rinnovamento: nel ciclo dei mondi, nei βsecoli dei secoliβ, dopo lβottavo un nono mondo viene creato che Γ¨ nuovo perchΓ© con esso un altro ciclo ha origine. Questa simbologia del nove scandisce la Vita Nova, che Γ¨ nuova appunto perchΓ© dΓ origine a un nuovo ciclo. La βlottaβ che viene sostenuta dal futuro poeta per aprire il βnicchio avversoβ con la sanguinante ferita che ne consegue ed il coraggio βeroicoβ dimostrato dal bambino che alla vista del proprio sangue non sβarrende, non si sgomenta e non chiama nessuno in soccorso ma Γ¨ determinato a cavarsela da solo, Γ¨ esattamente una di quelle prove di coraggio, di abilitΓ e di maturitΓ che sono passaggi obbligati dei rituali iniziatici. Nucleo di tali riti Γ¨ la morte rituale dellβiniziando, la sua discesa agli Inferi. Ed Γ¨ quello a cui va incontro il piccolo Gabriele quando, al calare della notte, si dirige verso Β«un luogo basso della vecchia fortezzaΒ», un vero e proprio inferno dalla cui prospettiva le stelle assumono lo spaventoso aspetto Β«dellβocchio fosforescente della capra dimoniaΒ».
Il bambino nellβantica santabarbara raccoglie le tele di ragno per medicare con quelle la ferita, secondo una credenza popolare, e Β«il ribrezzo dei rΓ gnoli era fatto piΓΉ grave dallβabbuiarsiΒ». Ora, il ragno Γ¨
Un insetto considerato portatori di presagi, quasi figlio assoluto delle tenebre. Nella farmacologia popolare i ragni pestati, avvolti in unβostia e ingeriti con un poβ di vino, erano considerati un ottimo rimedio contro la febbre. Anche le ragnatele, impastate con miele, erano utilizzate allo stesso fine; inoltre, se poste sulle ferite, si riteneva ne favorissero la rimarginazione. Nel ragno che tesse ininterrottamente la tela con perfezione geometrica, e poi si abbatte in modo distruttivo sulla propria vittima, Γ¨ possibile scorgere la simbologia della continua inversione dei valori perpetrata attraverso una sorta di sacrificio costante, destinato a mantenere un improbabile equilibrio volto a coniugare gli opposti. Naturalmente la cultura esoterica ha potuto sfruttare molto questo complesso allegorico, traendone tutta una serie di riferimenti che sono andati ad alimentare il patrimonio delle dottrine iniziatiche.
[2]

Lβinferno racchiuso nellβantica santabarbara Γ¨ una buia bolgia inselvatichita Β«dove pur sempre la capra dβInfernoΒ» guatava il futuro poeta Β«nera col suo occhio di stellaΒ»; lβintrepido iniziando riesce a fuggire da quellβorrore e a risalire verso la vita. La soglia di casa Γ¨ come una tomba (Β«un silenzio di tomba alla mia sogliaΒ»), il piccolo la oltrepassa, sale la scala che Γ¨ come Β«una cateratta di mulino rimbombanteΒ», che Γ¨ come un percorso nel liquido amniotico che lo conduce verso la rinascita; lβurlo e il pallore della madre accompagnano un nuovo parto che rimette al mondo un Gabriele nuovo, marchiato e trasformato dalla prima impronta segreta della sua predestinazione.
Nella favilla successiva, Sum id quod sum, lo scrittore parla in questi termini dellβepisodio del βnicchio nericcioβ:
Ero un fanciullo impetuoso. E mi fu concesso di comprendere in quella sera, per una specie di comandamento muto a cenni, come io non fossi nato se non per servire la mia vita profonda e la mia veritΓ incomunicabile. Mi fu concesso di comprendere in confuso come io fossi destinato a un conflitto perpetuo fra la interpretazione comune dei miei atti e la mia intima potenza di trasfigurazione e di sublimazione. E oggi, nel rimemorare, penso che giΓ da allora io fanciullo mi sapessi inoppugnabilmente unico interprete della mia coscienza umana governata pertanto da regole sovrumane. GiΓ da allora mi appariva un baglior sanguigno della mia fede oggi certa della rispondenza, necessaria e fertile senza misura e senza pausa, tra il mio servaggio bestiale e la libertΓ del mio genio.
[3]
Β«Un comandamento muto a cenniΒ»: le direttive per lβespletamento del rituale iniziatico che dona al futuro poeta la consapevolezza e la comprensione di aspetti fondamentali della propria personalitΓ . Le fasi e gli elementi dellβepisodio del βnicchio nericcioβ, o, per meglio dire, le fasi e gli elementi del rito iniziatico sono interpretabili come una Β«successione di simboliΒ» il cui significato Γ¨ unβasse portante della vita e dellβarte del futuro poeta: la sua Β«concordanza attuosa con la natura e con la stirpeΒ».
Non vβΓ¨ forse nella mia puerizia un simbolo piΓΉ potente, anzi una successione di simboli, da quel primo sprazzo fulgido di sangue a quella scipitaggine molliccia, da quel coltello nettato nel suolo a quella credulitΓ nel rimedio rustico, da quella sosta quasi magica nella santabarbara a quellβastro acceso nellβocchio demonΓ¬aco della capra, una successione di simboli significanti la mia concordanza attuosa con la natura e con la stirpe.
[4]
Fin da subito il bambino capisce che quellβepisodio significa altro:
E quando ella [la madre di Gabriele] seppe la storietta del coltello a scrocco, quando per un sΓ©guito singolarissimo di casi la mia disavventura del bastione fu scoperta, alla sua sollecitudine nellβappurare il fatto consumato, nellβesaminare ogni particolaritΓ , nel cernere il vero dal falso, io rispondevo: Β«Ma era unβaltra cosaΒ». E non di mentire arrossivo sΓ¬ bene di non mentire.
[5]

Poche pagine piΓΉ avanti, la favilla Il grappolo del pudore ci offre lβopportunitΓ di penetrare ancora piΓΉ addentro il viluppo di significati racchiusi nellβepisodio del βnicchio nericcioβ. Vi si narra unβadolescenziale esperienza erotica del poeta che sarebbe avvenuta durante le vacanze estive del 1878 o del 1880 nel podere paterno di Villa del Fuoco, a Lanciano. Lβintraprendente Gabriele sorprende una graziosa pastorella nella vigna e con modi da precoce seduttore riesce a vincerne le resistenze:
Mi studiavo invano di sorprenderla, chΓ© era molto guardinga e mi sapeva manesco, e le piacevo. Ma, verso la fine di settembre, a vespro, avendola spiata e seguitata cauto, la colsi nella vigna deserta. Ella mβadocchiΓ² di lontano. E, sgomenta, perchΓ© io non la riconoscessi, colse un grappolo dβuva nera e se lo schiacciΓ² contro il viso, se ne impiastricciΓ² tutta la faccia da gota a gota da mento a fronte, si fece una maschera insana, una maschera di piccola baccante; e rimase a tremare sotto i pampani, contro la vite carica, simile a unβaltra canna della vite, che fosse sostenuta e non sostenesse. Mβavvicinai anchβio tremando, forse con gli occhi del supplice e forse con la bocca del fauno; e la chiamai per nome con una voce che la turbΓ² a dentro, perchΓ© mi parve che sotto la maschera di mosto impallidisse e quasi tramortisse.
Allora le presi le mani di pigiatrice, che stillavano e appiccicavano, imbrattate di bucce e di fiΓ²cini. E le parlai dβamore, e la pregai dβamore; e le cercai la bocca nella vendemmia intempestiva, cercai il succo dβuva di lΓ daβ suoi denti di lupatta, quasi avviluppando il mio desiderio con lβombra del vespro supplicato e stimolato. Ella repugnava tremava balbettava, afflitta dalla sua stessa maschera nericcia, da quel dolciore acquoso che le colava pel mento giΓΉ nel seno, dalle pellicole dei chicchi e dai racimoli del graspo neβ capelli e negli orecchi e neβ pendenti. Mi si ruppe alla presa come la canna della vite; si lasciΓ² cadere a terra, sβaccosciΓ², singhiozzΓ², scoppiΓ² in lagrime. E la faccia dellβorgia fu il viso dellβafflizione; e lo sgomento dβamore si torse come il ceppo della vite, pianse come la vite tagliata, parve accecarsi come la cieca radice sotterra. E il mosto si mescolΓ² col pianto, e colarono insieme il pianto e il mosto!
[6]
La vicenda, in sΓ©, potrebbe sembrare banale ma quel che importa Γ¨ il valore simbolico che il poeta le attribuisce, il suo essere unβaltra cosa:
Io credo che per me anche in quel punto fosse unβaltra cosa, come quando volli forzare quellβaltra conchiglia.
[7]
Quellβaltra conchiglia Γ¨ ovviamente il βnicchio nericcioβ de Il primo segno dellβalta sorte. Quindi viene instaurato un parallelismo tra la conchiglia β sesso della pastorella e la conchiglia β e il “nicchio nericcio” (tra lβaltro, la ragazza impiastricciandosi il volto di mosto diviene βnericciaβ proprio come il nicchio!). Quindi se lβapertura, il βforzamentoβ del nicchio nericcio Γ¨ il nucleo del rituale iniziatico descritto ne Il primo segno dellβalta sorte e se a questo nicchio puΓ² essere attribuito il valore simbolico di vagina, possiamo concludere che nucleo del rituale iniziatico Γ¨ un atto dalla marcata connotazione sessuale, una vera e propria rappresentazione simbolica del coito. Che la βprima impronta segretaβ della predestinazione artistica di dβAnnunzio venga impressa nel corso di un atto rituale che mima simbolicamente lβatto sessuale non puΓ² certo destare meraviglia tanto Γ¨ lampante la centralitΓ del sesso nella sua arte, sesso che lo scriba del Notturno definirΓ Β«il piΓΉ attivo levame liricoΒ» [8].
Quindi sia lβepisodio del βforzamentoβ della pastorella descritto ne Il grappolo del pudore sia lβepisodio del βforzamentoβ del nicchio nericcio narrato ne Il primo segno dellβalta sorte possono essere intesi come iniziazioni al sesso, ad un sesso che oltre a ciΓ² che appare Γ¨ anche unβaltra cosa: materia di sublimazione artistica, alimento dellβarte.

Unica testimone oculare dello svolgimento del rituale iniziatico de Il primo segno dellβalta sorte Γ¨ una βcapra dimΓ²niaβ, una βcapra dβinfernoβ che segue attentamente il piccolo Gabriele Β«col suo occhio di stellaΒ». Anche questo Γ¨ un elemento che rientra perfettamente nellβambito dei rituali iniziatici:
Sulle sponde settentrionali ed orientali del Mediterraneo, gli Antichi fecero della capra uno degli emblemi dellβIniziazione, perchΓ©, dicevano i vecchi naturalisti, la potenza della vista della capra aumentava da sola, man mano che si innalzava nellβaria delle cime. In ugual modo, il misto diventa piΓΉ penetrante man mano che raggiunge e supera i gradi dei misteri.
[9]
La capra, presso gli Antichi, simboleggiava anche la lubricitΓ femminile:
in tutto il mondo antico la capra ha personificato, nel suo aspetto negativo e come il capro, il suo maschio, il simbolo della lubricitΓ , e particolarmente della lubricitΓ femminile nel senso piΓΉ odioso e ripugnante. Una statuetta grecoβcipriota rappresenta un donna che tiene sotto il suo braccio sinistro una capra e, nella sua mano destra, tre melograne. Altre opere dβarte antica ce la mostrano in scene della piΓΉ odiosa bestialitΓ . Del resto, gli autori di quel tempo ci informano sufficientemente su queste turpitudini, che si collocano tra quelle follie di cui Tertulliano diceva: Β«Non sono dei peccati, ma delle mostruositΓ Β».
[10]
Quindi la capra Γ¨ la testimone ideale di un rituale iniziatico di carattere sessuale. Come se non bastasse la capra de Il primo segno dellβalta sorte Γ¨ una βcapra dimΓ²niaβ, una βcapra dβinfernoβ ed il connotato satanico non fa che rafforzarne il carattere di simbolo della lussuria:
La capra Γ¨ entrata nel simbolismo satanico come immagine del demone dellβimpuritΓ , che essa impersonificava molto prima della nostra era, a causa dei crimini di bestialitΓ ai quali la si faceva partecipare, e che le prescrizioni mosaiche punivano con la morte presso gli Ebrei. [β¦] la Capra fu, nella speciale emblematica di una volta, il simbolo del succube o demonio femmina incarnato sulla terra.
[11]

Il piccolo Gabriele scambia βla prima stellaβ per βlβocchio fosforescente della capra dimΓ²niaβ e nellβantica santabarbara sente fisso su di sΓ© lo sguardo dellββocchio di stellaβ della βcapra dβinfernoβ. La stella a cinque punte con la quinta punta rivolta verso il basso Γ¨ presso varie correnti esoteriche lβemblema dellβAnimalitΓ e in quanto tale spesso associata ad una figura caprina talvolta interpretabile anche come emblema di Satana:
Nei gruppi ermetici del Medioevo [β¦] il capro fu anche emblema di Satana, come allo stesso tempo lo fu dellβAnimalitΓ . Γ a questo titolo che la sua testa ornava la stella a cinque punte, la cui punta centrale si abbassa verso la terra, la Β«Stella nera decadutaΒ», che Γ¨ lβantitesi della stella pentagrammatica della SpiritualitΓ , la cui punta guarda il cielo.
[12]
PiΓΉ alcun dubbio Γ¨ possibile a questo punto circa la pregnanza di valori simbolici della capra de Il primo segno dellβalta sorte. La βcapra dβinfernoβ testimone del rituale iniziatico simboleggia al contempo lβIniziazione, la Lussuria e lβAnimalitΓ ; o, piΓΉ precisamente, lβiniziazione alla Lussuria e allβAnimalitΓ , vere e proprie vie maestre che condurranno Gabriele verso la propria arte.
NOTE:
[1] Gabriele dβAnnunzio, Il primo segno dellβalta sorte in Il secondo amante di Lucrezia Buti, Prose di ricerca, I, Milano, Mondadori, 2005, pp. 1234 – 1238
[2] Massimo Centini, Le bestie del diavolo. Gli animali e la stregoneria tra fonti storiche e folklore, Milano, Rusconi, 1998, p. 90
[3] Gabriele dβAnnunzio, Prose di ricerca, I, cit., pp. 1238 – 1239
[4] Ivi, p. 1239
[5] Ivi, p. 1240
[6] Ivi, pp. 1243 – 1244
[7] Ivi, p. 1244
[8] Ivi, p. 368
[9] Louis Charbonneau – Lassay, Il bestiario del Cristo: la misteriosa emblematica di GesΓΉ Cristo, Roma, Arkeios, 1994 pp. 289 – 290
[10] Ivi, p. 290
[11] Ivi, pp. 296 – 297
[12] Ivi, pp. 281 – 282

Un commento su “Bestiario dannunziano: il ragno e la Β«capra dimΓ²niaΒ»”