Le Faville del maglio sono brevi prose di carattere introspettivo che Gabriele dโAnnunzio comincia a stendere nel 1911. In questa sede analizzeremo come sia lโepisodio del โforzamentoโ della pastorella descritto ne Il grappolo del pudore sia lโepisodio del โforzamentoโ del nicchio nericcio narrato ne Il primo segno dellโalta sorte possano essere intesi come iniziazioni al sesso, ad un sesso che oltre a ciรฒ che appare รจ anche unโaltra cosa: materia di sublimazione artistica, alimento dellโarte.
di Eva Colombo
Originariamente pubblicato sul sito dell’Autrice colchicomelanconico.it
Le Faville del maglio sono brevi e preziose prose di carattere introspettivo che Gabriele dโAnnunzio comincia a stendere nel 1911. La seconda raccolta di โfavilleโ, Il secondo amante di Lucrezia Buti, รจ composta dal poeta sul limitare della vecchiaia, nel 1924. Qui troviamo unโaffascinante ed enigmatica favilla intitolata Il primo segno dellโalta sorte. Vi si narra un bislacco episodio che sarebbe stato allโorigine di una cicatrice sul pollice sinistro del poeta, cicatrice cui lui assegnava un preciso significato:
Sul dosso del pollice sinistro, fin dallโinfanzia ho il contrassegno indelebile della mia nativa alterezza. E di questo sigillo mi piaccio perchรฉ tanto piace a mia madre che sa chiudere alteramente in sรฉ quel che non puรฒ appartenere se non a lei sola. Dagli anni piรน remoti, ogni volta che io ritorno a mia madre e chโella prende le mie mani infaticabili nelle sue benedette, ogni volta ella mi cerca sul dosso del pollice la cicatrice e me la guarda in silenzio [โฆ]. Cosรฌ ella rammenta, cosรฌ io rammento.
Avevo nove anni. Ero fuggito di casa per correre allโapprodo delle paranze nella foce della Pescara, per raggiungere alla banchina un mozzo ortonese mio stregato che soleva portarmi qualche ยซfrutto di mareยป stillante e fragrante nella sua berretta crรจmisi. Avevo meco in tasca un coltello a scrocco, mal rubato, da forzare i nicchi. Ricevuta lโofferta, fiutata la preda marina che giร mโinebriava di salsedine e mโinumidiva la lingua di pregusto, me ne andai sul bastione dove giร da tempo avevo per amico un vecchio cannone borbonico di ferro, propagginato con la bocca allโingiรน, un buon cortaldo che mโera a grado perchรฉ lo superavo di tutta la testa e gli potevo mettere i ginocchi contro gli orecchioni.
Scelsi un nicchio nericcio, non mai veduto; lo poggiai su la culatta, e di punta e di taglio mi misi a fargli forza. Era tanto serrato che non gli ritrovavo la commessura delle valve. Nellโimpazienza la lama mi sguizzรฒ, e la punta mi si conficcรฒ nella mano che teneva fermo il guscio ostico. Il sangue mi colava giรน pel ferro colato del cannone, e il salso mi coceva forte nello squarcio. Ma non mi arresi, non mi sgomentai. Con il coltello insanguinato seguitai a forzare il nicchio avverso, ostinazione contro ostinazione, crudezza contro crudezza. E le voci dei pescatori sopravvegnenti che tiravano le paranze coi canapi a ormeggio, e nel tramonto lโultimo bagliore delle vele rogge ammainate a mano, e la rissa rauca delle profferte sopra le ceste della pesca ricca sparse allโincanto, e i fuochi del nuvolato acceso verso la Maiella, e gli squilli di tromba nella caserma lunga mi davano non so qual conturbazione confusa che mโingrandiva sopra me, di lร da me. E la ferita improvvisa, e la vista del mio sangue, e la mia stessa costanza, e la mia stessa incuranza mโingrandivano. Ed era la prima volta chโio sentivo con tanta solitudine il mistero del mio corpo, il mistero del mio spirito, lโelezione della mia nascita.
Alfine apersi il guscio disperato. E, senza nettar la valva, senza sgocciolare il salso misto al sangue, con una specie dโingordigia vendicativa mโaffrettai a mandar giรน.
Non era se non un poco di polpa lรนbrica e amariccia.
Allora mi ritrovai solo con la mia ferita sola, con la mia mano rossa e dolente; e col pensiero della mia madre, con la figura della mia soglia, con lโinquietudine del ritorno. Affrettavo la sera, affrettavo il buio. Cominciavo a sentirmi fiacco. La mia pezzuola era scarsa per farmene una fasciatura stretta. Mi venne lโimpeto di sporgermi dallโorlo del bastione e di chiamare a squarciagola il mozzo, di chiamare qualcuno a soccorso. Ruppi lโimpeto in me, lo troncai sรนbito. Sfrombolai le conchiglie come ciottoli, conficcai il mio coltello in terra, a piรจ del cannone propagginato, spingendolo cosรฌ che vโentrasse anche il corno. Poi, sรนbito, mi pentii per un pensiero che mi balenรฒ. E grattai la terra, e sconficcai la lama che riscintillava perchรฉ lโattrito lโavea netta. Mi tolsi la giubba. Mi tagliai un lista di camicia, mi tagliai una manica di camicia. Mi rimisi la giubba, senzโavvedermi che mโinsanguinavo tutto. Mi fasciai col lino la ferita. Scesi dal bastione, a testa alta, opponendo non so che strana alterigia alla fiacchezza. Evitai gli incontri. Mi diressi verso un luogo basso della vecchia fortezza, verso il vecchio arsenale cortinato tuttโintorno, chiamato Rampigna, invaso dalle erbe, ridotto a pascolo di capre e ricreazione di scolari, non distante dalle scuole e dalle carceri. Sโannottava. Sโudiva il martellare dei carcerieri sopra le sbarre delle inferriate. Si vedeva ancora qualche capra fosca intagliarsi nel cielo, di sul profilo della cortina erbosa; e mi ricordo che scambiai per lโocchio fosforescente della capra dimรฒnia una delle prime stelle, e sussultai sotto quella guardatura da zodiaco.
La ferita mi doleva sempre piรน. La fasciatura si faceva rossa. Mi venne in mente che le femmine del mio contado usavano il ragnatelo [โฆ] come una specie di balsamo vulnerario, buono a ristagnare il sangue. Avevo veduto dita di bimbi avvolte in tele di ragno. Avevo veduto una mia sorella scendere nella carbonaia a ricercarne per medicarsi un taglio di temperino. Sapevo che giรน peโ finestroni dellโantica santabarbara ne pendevano senza numero, chรฉ piรน volte mโero scapriccito a lacerarle con una gran frasca eccitato dal vincere il ribrezzo che mi faceano i rร gnoli.
Ora, nellโabbellarsi della ricordanza, mi piace quel fanciullo fantastico e scontroso che perde sangue e non si sbigottisce, e ripugna al soccorso, e guarda e tocca la sua ferita senza venir meno, e dallo splendore del suo sangue riceve la prima vampa di un entusiasmo inconsapevole, e in una credenza del suo popolo ripone la speranza di guarirsi da sรฉ stesso, e sโindugia al ritorno nella casa paterna per unโangoscia quasi gloriosa che inconsapevolmente gli aggrava la disparitร fra il piccolo guaio puerile e lโanelito della piccola anima riscossa.
Annottava. Lร , dinanzi al finestrone della santabarbara, il ribrezzo dei rร gnoli era fatto piรน grave dallโabbuiarsi. Serravo i denti contro i brividi. A tratti a tratti gettavo un grido roco credendomi di porre in fuga le tante zampe paurose. Raccoglievo le tele con la tesa del mio cappello da marinaio. E, non so perchรฉ, come piรน dominavo la paura, come piรน reprimevo il mio istinto, come piรน mi arrischiavo alla conquista, piรน mi sโingrandiva nella fantasia la virtรน vulneraria del rimedio popolesco.
Di poi non so piรน nulla. Non mi ricordo se non del buio, in quella specie di bolgia inselvatichita tra le cortine disarmate, dove pur sempre la capra dโinferno mi guatava nera col suo occhio di stella. Non mi ricordo se non della mia corsa disperata verso la casa, con negli orecchi un gran ronzรฌo che a quando a quando mi pareva scoppio di lamenti. Non mi ricordo se non di una fanfara di fanti che mi venne incontro andando alla caserma; e passai tra gli squilli come per mezzo a un folto di sferze acute che mi sferzassero senza chโio gridassi. Non mi ricordo se non dโun silenzio di tomba alla mia soglia; e poi dโuna scala che mi fuggiva sotto i piedi come una cateratta di mulino rimbombante; e poi dโun altro silenzio spaventoso, e dellโurlo di mia madre, e del pallore di mia madre, e del suo balbettio folle che non era se non un tremito del mento come dislocato; e di me in ginocchio ai suoi ginocchi, di me col braccio rosso levato verso di lei come un moncherino, di me che dentro ero scavato e che pur dal vuoto traevo non so che tuono di voce coraggiosa ripetendo: ยซNon aver paura! Non aver paura! Non aver paura!ยป.
Tutto il resto non vale. Lโagitazione, lโinquisizione, il tumulto, le grida, il pianto, il rimprovero, le domande iterate, i sospetti ingiusti, le accuse incerte si confondono nella mia memoria, sโaffievoliscono, vaniscono. Il grande valore spirituale di questo ricordo รจ per me nel primo segno impresso al mio animo dalla mia sorte, nella prima impronta segreta della mia predestinazione.
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ร molto probabile che questo supposto episodio autobiografico, ammesso che sia realmente avvenuto, abbia subito una pesante rielaborazione volta a fargli sorreggere il prezioso contenuto che il sessantunenne scrittore ha inteso apporvi. Possiamo ravvisare un importante indizio rivelatore della natura di questo contenuto fin nel titolo della favilla, Il primo segno dellโalta sorte: un primo segno, unโimpronta iniziatica.
La pulviscolare atmosfera di surreale enigmaticitร in cui รจ immerso lโepisodio del โnicchio nericcioโ sembra emanata proprio dal connotato rituale che lo scrittore ha voluto imprimervi. Molti elementi della favilla infatti possono essere letti come tessere componenti un quadro evocativo dโun rituale iniziatico. Se la cicatrice sul dosso del pollice sinistro รจ il โcontrassegnoโ di unโalteritร ontologica, รจ molto simile alla scarificazione rituale cui in molte culture tradizionali vengono sottoposti gli iniziandi come segno visibile del loro passaggio da uno stato allโaltro dellโessere.
Il poeta sostiene di aver avuto nove anni quando visse lโesperienza del โnicchio nericcioโ, lโetร di Dante allโinizio della Vita Nova. Il nove nel patrimonio della ritualitร iniziatica simboleggia lโeternitร come perpetuo rinnovamento: nel ciclo dei mondi, nei โsecoli dei secoliโ, dopo lโottavo un nono mondo viene creato che รจ nuovo perchรฉ con esso un altro ciclo ha origine. Questa simbologia del nove scandisce la Vita Nova, che รจ nuova appunto perchรฉ dร origine a un nuovo ciclo. La โlottaโ che viene sostenuta dal futuro poeta per aprire il โnicchio avversoโ con la sanguinante ferita che ne consegue ed il coraggio โeroicoโ dimostrato dal bambino che alla vista del proprio sangue non sโarrende, non si sgomenta e non chiama nessuno in soccorso ma รจ determinato a cavarsela da solo, รจ esattamente una di quelle prove di coraggio, di abilitร e di maturitร che sono passaggi obbligati dei rituali iniziatici. Nucleo di tali riti รจ la morte rituale dellโiniziando, la sua discesa agli Inferi. Ed รจ quello a cui va incontro il piccolo Gabriele quando, al calare della notte, si dirige verso ยซun luogo basso della vecchia fortezzaยป, un vero e proprio inferno dalla cui prospettiva le stelle assumono lo spaventoso aspetto ยซdellโocchio fosforescente della capra dimoniaยป.
Il bambino nellโantica santabarbara raccoglie le tele di ragno per medicare con quelle la ferita, secondo una credenza popolare, e ยซil ribrezzo dei rร gnoli era fatto piรน grave dallโabbuiarsiยป. Ora, il ragno รจ
Un insetto considerato portatori di presagi, quasi figlio assoluto delle tenebre. Nella farmacologia popolare i ragni pestati, avvolti in unโostia e ingeriti con un poโ di vino, erano considerati un ottimo rimedio contro la febbre. Anche le ragnatele, impastate con miele, erano utilizzate allo stesso fine; inoltre, se poste sulle ferite, si riteneva ne favorissero la rimarginazione. Nel ragno che tesse ininterrottamente la tela con perfezione geometrica, e poi si abbatte in modo distruttivo sulla propria vittima, รจ possibile scorgere la simbologia della continua inversione dei valori perpetrata attraverso una sorta di sacrificio costante, destinato a mantenere un improbabile equilibrio volto a coniugare gli opposti. Naturalmente la cultura esoterica ha potuto sfruttare molto questo complesso allegorico, traendone tutta una serie di riferimenti che sono andati ad alimentare il patrimonio delle dottrine iniziatiche.
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Lโinferno racchiuso nellโantica santabarbara รจ una buia bolgia inselvatichita ยซdove pur sempre la capra dโInfernoยป guatava il futuro poeta ยซnera col suo occhio di stellaยป; lโintrepido iniziando riesce a fuggire da quellโorrore e a risalire verso la vita. La soglia di casa รจ come una tomba (ยซun silenzio di tomba alla mia sogliaยป), il piccolo la oltrepassa, sale la scala che รจ come ยซuna cateratta di mulino rimbombanteยป, che รจ come un percorso nel liquido amniotico che lo conduce verso la rinascita; lโurlo e il pallore della madre accompagnano un nuovo parto che rimette al mondo un Gabriele nuovo, marchiato e trasformato dalla prima impronta segreta della sua predestinazione.
Nella favilla successiva, Sum id quod sum, lo scrittore parla in questi termini dellโepisodio del โnicchio nericcioโ:
Ero un fanciullo impetuoso. E mi fu concesso di comprendere in quella sera, per una specie di comandamento muto a cenni, come io non fossi nato se non per servire la mia vita profonda e la mia veritร incomunicabile. Mi fu concesso di comprendere in confuso come io fossi destinato a un conflitto perpetuo fra la interpretazione comune dei miei atti e la mia intima potenza di trasfigurazione e di sublimazione. E oggi, nel rimemorare, penso che giร da allora io fanciullo mi sapessi inoppugnabilmente unico interprete della mia coscienza umana governata pertanto da regole sovrumane. Giร da allora mi appariva un baglior sanguigno della mia fede oggi certa della rispondenza, necessaria e fertile senza misura e senza pausa, tra il mio servaggio bestiale e la libertร del mio genio.
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ยซUn comandamento muto a cenniยป: le direttive per lโespletamento del rituale iniziatico che dona al futuro poeta la consapevolezza e la comprensione di aspetti fondamentali della propria personalitร . Le fasi e gli elementi dellโepisodio del โnicchio nericcioโ, o, per meglio dire, le fasi e gli elementi del rito iniziatico sono interpretabili come una ยซsuccessione di simboliยป il cui significato รจ unโasse portante della vita e dellโarte del futuro poeta: la sua ยซconcordanza attuosa con la natura e con la stirpeยป.
Non vโรจ forse nella mia puerizia un simbolo piรน potente, anzi una successione di simboli, da quel primo sprazzo fulgido di sangue a quella scipitaggine molliccia, da quel coltello nettato nel suolo a quella credulitร nel rimedio rustico, da quella sosta quasi magica nella santabarbara a quellโastro acceso nellโocchio demonรฌaco della capra, una successione di simboli significanti la mia concordanza attuosa con la natura e con la stirpe.
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Fin da subito il bambino capisce che quellโepisodio significa altro:
E quando ella [la madre di Gabriele] seppe la storietta del coltello a scrocco, quando per un sรฉguito singolarissimo di casi la mia disavventura del bastione fu scoperta, alla sua sollecitudine nellโappurare il fatto consumato, nellโesaminare ogni particolaritร , nel cernere il vero dal falso, io rispondevo: ยซMa era unโaltra cosaยป. E non di mentire arrossivo sรฌ bene di non mentire.
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Poche pagine piรน avanti, la favilla Il grappolo del pudore ci offre lโopportunitร di penetrare ancora piรน addentro il viluppo di significati racchiusi nellโepisodio del โnicchio nericcioโ. Vi si narra unโadolescenziale esperienza erotica del poeta che sarebbe avvenuta durante le vacanze estive del 1878 o del 1880 nel podere paterno di Villa del Fuoco, a Lanciano. Lโintraprendente Gabriele sorprende una graziosa pastorella nella vigna e con modi da precoce seduttore riesce a vincerne le resistenze:
Mi studiavo invano di sorprenderla, chรฉ era molto guardinga e mi sapeva manesco, e le piacevo. Ma, verso la fine di settembre, a vespro, avendola spiata e seguitata cauto, la colsi nella vigna deserta. Ella mโadocchiรฒ di lontano. E, sgomenta, perchรฉ io non la riconoscessi, colse un grappolo dโuva nera e se lo schiacciรฒ contro il viso, se ne impiastricciรฒ tutta la faccia da gota a gota da mento a fronte, si fece una maschera insana, una maschera di piccola baccante; e rimase a tremare sotto i pampani, contro la vite carica, simile a unโaltra canna della vite, che fosse sostenuta e non sostenesse. Mโavvicinai anchโio tremando, forse con gli occhi del supplice e forse con la bocca del fauno; e la chiamai per nome con una voce che la turbรฒ a dentro, perchรฉ mi parve che sotto la maschera di mosto impallidisse e quasi tramortisse.
Allora le presi le mani di pigiatrice, che stillavano e appiccicavano, imbrattate di bucce e di fiรฒcini. E le parlai dโamore, e la pregai dโamore; e le cercai la bocca nella vendemmia intempestiva, cercai il succo dโuva di lร daโ suoi denti di lupatta, quasi avviluppando il mio desiderio con lโombra del vespro supplicato e stimolato. Ella repugnava tremava balbettava, afflitta dalla sua stessa maschera nericcia, da quel dolciore acquoso che le colava pel mento giรน nel seno, dalle pellicole dei chicchi e dai racimoli del graspo neโ capelli e negli orecchi e neโ pendenti. Mi si ruppe alla presa come la canna della vite; si lasciรฒ cadere a terra, sโaccosciรฒ, singhiozzรฒ, scoppiรฒ in lagrime. E la faccia dellโorgia fu il viso dellโafflizione; e lo sgomento dโamore si torse come il ceppo della vite, pianse come la vite tagliata, parve accecarsi come la cieca radice sotterra. E il mosto si mescolรฒ col pianto, e colarono insieme il pianto e il mosto!
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La vicenda, in sรฉ, potrebbe sembrare banale ma quel che importa รจ il valore simbolico che il poeta le attribuisce, il suo essere unโaltra cosa:
Io credo che per me anche in quel punto fosse unโaltra cosa, come quando volli forzare quellโaltra conchiglia.
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Quellโaltra conchiglia รจ ovviamente il โnicchio nericcioโ de Il primo segno dellโalta sorte. Quindi viene instaurato un parallelismo tra la conchiglia โ sesso della pastorella e la conchiglia โ e il “nicchio nericcio” (tra lโaltro, la ragazza impiastricciandosi il volto di mosto diviene โnericciaโ proprio come il nicchio!). Quindi se lโapertura, il โforzamentoโ del nicchio nericcio รจ il nucleo del rituale iniziatico descritto ne Il primo segno dellโalta sorte e se a questo nicchio puรฒ essere attribuito il valore simbolico di vagina, possiamo concludere che nucleo del rituale iniziatico รจ un atto dalla marcata connotazione sessuale, una vera e propria rappresentazione simbolica del coito. Che la โprima impronta segretaโ della predestinazione artistica di dโAnnunzio venga impressa nel corso di un atto rituale che mima simbolicamente lโatto sessuale non puรฒ certo destare meraviglia tanto รจ lampante la centralitร del sesso nella sua arte, sesso che lo scriba del Notturno definirร ยซil piรน attivo levame liricoยป [8].
Quindi sia lโepisodio del โforzamentoโ della pastorella descritto ne Il grappolo del pudore sia lโepisodio del โforzamentoโ del nicchio nericcio narrato ne Il primo segno dellโalta sorte possono essere intesi come iniziazioni al sesso, ad un sesso che oltre a ciรฒ che appare รจ anche unโaltra cosa: materia di sublimazione artistica, alimento dellโarte.

Unica testimone oculare dello svolgimento del rituale iniziatico de Il primo segno dellโalta sorte รจ una โcapra dimรฒniaโ, una โcapra dโinfernoโ che segue attentamente il piccolo Gabriele ยซcol suo occhio di stellaยป. Anche questo รจ un elemento che rientra perfettamente nellโambito dei rituali iniziatici:
Sulle sponde settentrionali ed orientali del Mediterraneo, gli Antichi fecero della capra uno degli emblemi dellโIniziazione, perchรฉ, dicevano i vecchi naturalisti, la potenza della vista della capra aumentava da sola, man mano che si innalzava nellโaria delle cime. In ugual modo, il misto diventa piรน penetrante man mano che raggiunge e supera i gradi dei misteri.
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La capra, presso gli Antichi, simboleggiava anche la lubricitร femminile:
in tutto il mondo antico la capra ha personificato, nel suo aspetto negativo e come il capro, il suo maschio, il simbolo della lubricitร , e particolarmente della lubricitร femminile nel senso piรน odioso e ripugnante. Una statuetta grecoโcipriota rappresenta un donna che tiene sotto il suo braccio sinistro una capra e, nella sua mano destra, tre melograne. Altre opere dโarte antica ce la mostrano in scene della piรน odiosa bestialitร . Del resto, gli autori di quel tempo ci informano sufficientemente su queste turpitudini, che si collocano tra quelle follie di cui Tertulliano diceva: ยซNon sono dei peccati, ma delle mostruositร ยป.
[10]
Quindi la capra รจ la testimone ideale di un rituale iniziatico di carattere sessuale. Come se non bastasse la capra de Il primo segno dellโalta sorte รจ una โcapra dimรฒniaโ, una โcapra dโinfernoโ ed il connotato satanico non fa che rafforzarne il carattere di simbolo della lussuria:
La capra รจ entrata nel simbolismo satanico come immagine del demone dellโimpuritร , che essa impersonificava molto prima della nostra era, a causa dei crimini di bestialitร ai quali la si faceva partecipare, e che le prescrizioni mosaiche punivano con la morte presso gli Ebrei. [โฆ] la Capra fu, nella speciale emblematica di una volta, il simbolo del succube o demonio femmina incarnato sulla terra.
[11]

Il piccolo Gabriele scambia โla prima stellaโ per โlโocchio fosforescente della capra dimรฒniaโ e nellโantica santabarbara sente fisso su di sรฉ lo sguardo dellโโocchio di stellaโ della โcapra dโinfernoโ. La stella a cinque punte con la quinta punta rivolta verso il basso รจ presso varie correnti esoteriche lโemblema dellโAnimalitร e in quanto tale spesso associata ad una figura caprina talvolta interpretabile anche come emblema di Satana:
Nei gruppi ermetici del Medioevo [โฆ] il capro fu anche emblema di Satana, come allo stesso tempo lo fu dellโAnimalitร . ร a questo titolo che la sua testa ornava la stella a cinque punte, la cui punta centrale si abbassa verso la terra, la ยซStella nera decadutaยป, che รจ lโantitesi della stella pentagrammatica della Spiritualitร , la cui punta guarda il cielo.
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Piรน alcun dubbio รจ possibile a questo punto circa la pregnanza di valori simbolici della capra de Il primo segno dellโalta sorte. La โcapra dโinfernoโ testimone del rituale iniziatico simboleggia al contempo lโIniziazione, la Lussuria e lโAnimalitร ; o, piรน precisamente, lโiniziazione alla Lussuria e allโAnimalitร , vere e proprie vie maestre che condurranno Gabriele verso la propria arte.
NOTE:
[1] Gabriele dโAnnunzio, Il primo segno dellโalta sorte in Il secondo amante di Lucrezia Buti, Prose di ricerca, I, Milano, Mondadori, 2005, pp. 1234 – 1238
[2] Massimo Centini, Le bestie del diavolo. Gli animali e la stregoneria tra fonti storiche e folklore, Milano, Rusconi, 1998, p. 90
[3] Gabriele dโAnnunzio, Prose di ricerca, I, cit., pp. 1238 – 1239
[4] Ivi, p. 1239
[5] Ivi, p. 1240
[6] Ivi, pp. 1243 – 1244
[7] Ivi, p. 1244
[8] Ivi, p. 368
[9] Louis Charbonneau – Lassay, Il bestiario del Cristo: la misteriosa emblematica di Gesรน Cristo, Roma, Arkeios, 1994 pp. 289 – 290
[10] Ivi, p. 290
[11] Ivi, pp. 296 – 297
[12] Ivi, pp. 281 – 282

Un commento su “Bestiario dannunziano: il ragno e la ยซcapra dimรฒniaยป”