Per secoli e forse millenni, i contadini svedesi hanno condiviso racconti riguardanti creature sovrannaturali che abitavano le loro fattorie. A partire dall’Ottocento, i folkloristi hanno cominciato a studiare tali storie, raccogliendo informazioni sulle misteriose entitΓ , le tradizioni e i riti ad esse collegati.
di Gabriele Vigilante
Quando nel diciannovesimo secolo, sulla spinta dellβentusiasmo romantico, i folkloristi svedesi si dedicarono alla raccolta di storie popolari provenienti da villaggi e fattorie, dovettero confrontarsi con una realtΓ che poteva apparire paradossale. Sebbene la Svezia fosse un paese fortemente cristianizzato, era infatti ampiamente diffusa la credenza in creature sovrannaturali che abitavano boschi, laghi, montagne e fattorie, alla quale si accompagnava una ampia varietΓ di tradizioni riguardanti la maniera con la quale interagire con questi spiriti della natura.
La chiesa non guardava con favore allβatteggiamento della popolazione rurale verso tali creature, e lo scontro tra le usanze folkloriche e la fede cristiana fu cosΓ¬ duro da aver influenzato la tradizione, producendo una serie di racconti nei quali i naturvΓ€sen (gli spiriti della natura) presentano caratteristiche assimilabili a demoni o al diavolo. Anche Santa Birgitta, la piΓΉ importante santa svedese, si espresse a riguardo dellβabitudine di lasciare qualcosa da mangiare ad alcune di queste creature, col fine di ingraziarsene i favori:
Β« Non date al tomte le primizie del vostro bestiame e dei maiali, nΓ© del pane, nΓ© del vino nΓ© qualsiasi altra cosa. Β»
[1]
Nonostante lo sforzo, la battaglia della chiesa non riuscΓ¬ mai ad eliminare del tutto lβabitudine di occuparsi dei naturvΓ€sen, alla quale i contadini continuavano a dedicarsi per paura della loro ira o nella speranza di un aiuto nel duro lavoro di campagna, anche a costo di non apparire come buoni cristiani.

IL TOMTE
Una funzione comune a tutte le creature del folklore era quella di capro espiatorio per gli eventi negativi che colpiscono la societΓ rurale. Creature come troll, skogsrΓ₯ [2] e nΓ€ck [3], potevano essere colpevoli di disgrazie di grave entitΓ , come rapimenti di adulti o infanti. Questi erano perΓ² esseri che vivevano fuori dalle comunitΓ umane, in boschi laghi e foreste; ma, se ci si avvicinava alle abitazioni, le creature che si incontravano diventavano piΓΉ amichevoli e meno pericolose e potevano essere responsabili di problemi minori, come il furto di oggetti da lavoro o cibo.
Secondo la tradizione, il piΓΉ ben disposto verso lβuomo tra questi esseri era il tomte (plurale: βtomtarβ), anche conosciuto in Scania e in parte della Svezia meridionale con i nomi nisse, goanisse e tomtenisse, ipocoristici del nome βNilsβ (diminutivo di Nikolas), che si utilizzava forse per ingraziarsi la sua benevolenza. Il termine tomte deriva invece da parole composte, il cui primo membro era βtomtβ, che significa βappezzamento di terraβ.
Le credenze riguardanti il tomte sono omogenee in tutta la Svezia e ci restituiscono lβimmagine di una creatura molto simile ad uno gnomo o un folletto. Esso Γ¨ descritto come un piccolo omino, vestito spesso di abiti grigi, con un piccolo cappello o cappuccio rosso. Il viso Γ¨ solitamente descritto come quello di un adulto o di un anziano, in alcuni casi con una folta barba bianca. Questi esseri abitavano solitamente nella fattoria, allβinterno delle stalle degli animali o nei fienili. Alcuni tomtar potevano abitare anche lβinterno di mulini, fucine, barche, o semplicemente allβinterno di una abitazione, in luoghi nascosti come camini o soffitte. La funzione principale del tomte era di occuparsi del benestare della fattoria e del bestiame, punire negligenze nei lavori domestici e svegliare i padroni di casa quando qualcosa non andava.
Il tomte dunque svolgeva nel folklore il ruolo di una sorta di coscienza sociale, che si accertava che i compiti della casa fossero svolti diligentemente e che non ci fossero violazioni della proprietΓ privata. Questa nozione di tomte si evince chiaramente da numerosi racconti:
Β« Da noi i tomtar sono ritenuti creature benigne. Quando da giovane lavoravo presso una signorina ad Γland, e un giorno dovevo pulire la mensola della cucina, vidi con i miei stessi occhi un tomte che scendeva dalla mensola, portando tra le braccio il suo piccolo lettino. Se si vuole che si trovino bene in una casa, bisogna tenere pulito e in ordine in ogni angolo [β¦] Β»
[4]

Tra i compiti del tomte cβera quindi quello di aiutare in determinati lavori, come tagliare il fieno, setacciare la farina, portare la paglia e occuparsi degli animali. Egli era un aiuto nel lavoro quotidiano e si occupava del benessere della fattoria. Era particolarmente legato agli animali, soprattutto ai cavalli, dei quali amava intrecciare la criniera, e trattare il bestiame in maniera crudele poteva causarne lβira.
Tutti questi lavori li svolgeva durante la notte, dopo essersi accertato che nessuno stesse lavorando o disturbando la quiete domestica, e se qualche intruso si avvicinava, era suo compito svegliare i padroni del podere. Per ottenere questi favori perΓ², il padrone doveva trattare con rispetto i tomtar e un gran numero di storie aveva il compito di insegnare quale fosse il giusto comportamento da assumere verso gli esseri domestici, raccontando di punizioni ricevute dai padroni di casa in seguito ad comportamenti errati:
Β« Un contadino, che aveva gli gnomi in casa, li incontrΓ² un giorno mentre, ansimando con grande sforzo, trascinavano ognuno una spiga di grano. βChe cβΓ¨ da ansimare tanto per tre misere spighe che portate?β disse il contadino. βCosΓ¬ tu pensi che non facciamo abbastanza! Faremo ancora meno!β, rispose un nisse. Da quel giorno allβuomo andΓ² tutto male. Β»
Se il tomte, non trattato adeguatamente, lasciava la casa o la fattoria, questo poteva avere conseguenze nefaste per la sorte degli occupanti, come accade per il racconto sopracitato. In alcune varianti della leggenda, i tomtar si trasferiscono da un vicino che li rispetta. I tomtar erano quindi considerati esseri benevoli se trattati bene e non disturbati, essi aiutavano una fattoria senza essere necessariamente ostili verso le fattorie circostanti, tranne che nel caso di sconfinamenti e furti.
Un modo per assicurarsi le grazie del tomte e per ringraziarlo per il lavoro svolto era quello di lasciargli un poβ di cibo ogni sera. Una pietanza che tipicamente gli veniva offerta era un porridge detto tomtegrΓΆt (letteralmente “porridge del tomte”). Anche a Natale era buona usanza lasciare qualcosa per i tomtar:
Β« Si dava al tomte un poβ di cibo ogni giorno. Non si usava mangiare porridge la sera, ma ogni sera il tomte doveva avere del porridge su uno specifico piatto, e lo si metteva nello spazio sopra al forno. In cambio il tomte procurava quello che serviva alla gente o al bestiame della casa, prendendolo da altre parti. A natale gli doveva essere preparato un pezzo di salsiccia speciale che si chiamava βsalsiccia del tomteβ [5]. La si doveva dare al tomte la vigilia di natale. Β»
[6]

I VΓTTAR
Nel sud della Svezia, i tomtar non erano gli unici esseri a vivere a stretto contatto con gli uomini nelle fattorie: esistevano infatti anche i vΓ€ttar. Si trattava di esseri minuti e dalle fattezze antropomorfe, a metΓ strada tra troll ed elfi, che abitavano il sottosuolo nei pressi di case contadine o fienili. Vivevano una vita speculare a quella umana, vestivano come gli uomini, solitamente di grigio (ma erano in grado di rendersi invisibili o stregare chi li avvistava), si sposavano e avevano dei figli. CosΓ¬ come i tomtar, essi non erano considerati pericolosi, finchΓ© trattati con rispetto. Il rischio piΓΉ grande era quello di fare qualcosa che avrebbe potuto fargli del male, come ad esempio gettare lβacqua fuori dalla finestra senza preavviso, bagnando le loro dimore sotterranee. Se non rispettati, i vΓ€ttar potevano portare malattie nella fattoria.
In Scania e in parte della Svezia meridionale la tradizione riguardante i vΓ€ttar Γ¨ diffusa soprattutto nella zona sud-occidentale, e in alcuni casi tratta anche di spiriti femminili che vivono in solitudine. Similmente a come si faceva per il nisse, alcuni racconti parlano di come si usasse lasciare diverse pietanze o bibite ai vΓ€ttar, soprattutto nel periodo natalizio, quando gli si donava della birra. Γ necessario sottolineare perΓ² come lβatto di lasciare qualcosa a Natale fosse una tradizione comune a moltissimi naturvΓ€sen, non unicamente appartenente agli esseri domestici.
La connessione con il tomte Γ¨ comunque molto forte, tanto che a volte i due esseri erano praticamente interscambiabili. La tradizione mostra perΓ² alcune differenze costanti: il tomte puΓ² vivere anche da solo, mentre i vΓ€ttarcompaiono in gruppo in quasi la totalitΓ delle testimonianze; inoltre i tomtar avevano spesso una influenza diretta nei lavori della fattoria, cosa che non si puΓ² dire sempre per i vΓ€ttar. Come accennato in precedenza, una della tradizioni principali relative a questi esseri domestici era quella legata al corretto comportamento da assumere onde evitare di disturbarli: bisognava ad esempio fare molta attenzione nel gettare lβacqua fuori dalla finestra e evitare di urinare sul prato, perchΓ© si potevano ferire od offendere i vΓ€ttar che vivevano sotto terra. La punizione per chi trasgrediva consisteva in sfortuna o malattia sulla fattoria:
Β« Nostra madre ci aveva rigorosamente proibito di gettare lβacqua calda sul prato, perchΓ© potevamo bruciare i vΓ€ttar. No, non potevamo farlo mai. Ha raccontato anche che gli avevano lasciato qualcosa la vigilia di natale. La cosa sparΓ¬, e andΓ² tutto bene. Β»
[7]

Un altro motivo tipico Γ¨ quello del vettebrΓΆllop, il matrimonio dei vΓ€ttar: una donna poteva infatti assistere alla cerimonia come ricompensa per aver acconsentito ad una richiesta di prestito fatta dalle creature. Lβelemento forse piΓΉ interessante della tradizione riguarda il rapporto dei vΓ€ttar con bambini e neonati. Essi potevano proteggere i piccoli da pericoli generici, ma anche causare delle malattie, contro le quali si usava un oggetto chiamato vΓ€tteljus (“candela dei vΓ€ttar”). Si trattava di un tipo di fossile calcificato di un cefalopode simile ad un calamaro, che assomigliava per forma ad una vecchia candela fatta in casa. Questo oggetto veniva posto nella culla dei neonati come un rimedio magico contro le malattie:
Β« I vΓ€ttar, che in Scania sono per lo piΓΉ considerati esseri benigni, vengono ritenuti, nella zona di Karlshamn cosΓ¬ come a Γstra GΓΆinge, ospiti sgraditi in una casa, perchΓ© sono soliti disturbare i bambini che dormono [β¦] Se si ha una candela dei vΓ€ttar in casa, li si tiene lontani, ma si pensa che possano comunque entrare, e cosΓ¬ gli si offre latte fresco di una mucca nera. Β»
[8]
Nei due testi mostrati in precedenza, cosΓ¬ come nellβintera tradizione sui vΓ€ttar, sono donne e bambini ad interagire maggiormente con le creature. Le donne assistevano ai matrimoni tra vΓ€ttar e prestavano loro utensili, mentre i bambini venivano guariti dalle creature o, viceversa, soffrivano di malattie a causa della loro influenza. La tradizione attorno a questi esseri mostra come dovrebbe svolgersi la vita nella fattoria, rivolgendosi soprattutto alla sfera femminile, e la connessione con i neonati era cosΓ¬ forte che alcuni testi raccontano di donne che aiutano i vΓ€ttar durante il travaglio. Γ possibile ipotizzare che fu proprio tale relazione con elementi tipici della sfera femminile a determinare lo svilupparsi di una tradizione legata alla rappresentazione dei vΓ€ttar come esseri femminili nel sud della Scania. I vΓ€ttar potevano rendersi colpevoli di jordtagning [9] e bortbytning [10], analogo al changeling dei paesi gaelici:
Β« Una madre aveva nove figli. Il minore venne rapito dai vΓ€ttar. Fu trovato sotto al letto, verso la parete. I vΓ€ttar lβavevano preso ma non gli avevano fatto del male. Β»
[11]

Le credenze al riguardo erano simili a quelle concernenti i troll, e alcuni metodi di protezione erano sostanzialmente analoghi, come il battesimo o il lasciare un libro di preghiere nella culla del bambino. Anche gli adulti potevano essere rapiti, evento per il quale si usavano i termini jordtageno e vΓ€ttetagen [12]. Questi comportamenti da parte dei vΓ€ttar venivano spiegati con il desiderio delle creature di far parte della societΓ cristiana, essendo il paradiso precluso agli esseri sovrannaturali.
Infine, bisogna notare come I vittror del folklore del nord della Svezia derivano dai vΓ€ttar, a partire dall’etimo, che Γ¨ presente nel Norrland nella forma intermedia βvetterβ [13]. Come i vΓ€ttar essi vivevano sottoterra ed erano collegati alle misteriose pratiche di jordtagning e bortbyting, per mezzo delle quali rapivano adulti e bambini umani conducendoli nel loro mondo sotterraneo.
Note:
[1] Bengt Af Klintberg, Svenska folksΓ€gner, Norstedts, Stockholm, 1986, p.25. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[2] Creatura femminile che abitava boschi e foreste.
[3] Creatura maschile che abitava mari, laghi, fiumi o corsi dβacqua.
[4] Eva WigstrΓΆm, Svenska sagor och sΓ€gner, Folktro och SΓ€gner frΓ₯n skilda landskap, Aina Stenklo, Falun, 1952, p. 170. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[5] In svedese βtomtekorvβ.
[6] Trascritto da Arvid F. Sandberg, Institutet fΓΆr sprΓ₯k och folkminnen. https://www.isof.se/om-oss/kartor/sagenkartan.html#/records/1497/search/gr%C3%B6t/search_field/record. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[7] Bengt Af Klintberg, op. cit., p.145. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[8] Eva WigstrΓΆm, op. cit., p.152. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[9] Traducibile con βrapimento della terraβ.
[10] Fenomeno analogo a quello del βchangelingβ conosciuto in ambito anglosassone.
[11] Testimonianza di Kerstin Karlsten, nata nel 1856 a KvΓ€rlΓΆv, Scania. https://www.isof.se/om-oss/for-dig-i-skolan/arkivvaskan/de-underjordiska-i-folktron.html. Traduzione di Gabriele Vigilante.
[12] Letteralmente βpreso dalla terraβ e βpreso dai vΓ€ttarβ.
[13] Bengt Af Klintberg, op. cit., p.27. Traduzione di Gabriele Vigilante.
Bibliografia:
Bengt Af Klintberg, Svenska folksΓ€gner, Norstedts, Stockholm, 1986.
Eva WigstrΓΆm, Svenska sagor och sΓ€gner, Folktro och SΓ€gner frΓ₯n skilda landskap, Aina Stenklo, Falun, 1952.
John Lindow, Swedish Legends and Folktales, University of California press, Berkley and Los Angeles, 1978.
