I rapimenti dei Fairies e il mistero dei “Missing 411”

Ogni anno decine di persone scompaiono improvvisamente nei Parchi Nazionali statunitensi, in situazioni inspiegabili e senza lasciare alcuna traccia; il detective David Paulides, che da decenni studia questi casi misteriosi da lui definiti “Missing 411”, ha individuato alcuni pattern ricorrenti che, analizzati con un occhio alle antiche tradizioni (sia europee che dei nativi americani), ci riportano alle credenze del folklore riguardanti i “water-babies” e altre entità feriche dimoranti nel “mondo invisibile”, cui talvolta si ritiene che l’essere umano, volente o nolente, riesca ad accedere, talvolta per non fare mai più ritorno nel nostro mondo.


di Marco Maculotti
copertina: Daniel Maclise, “The Disenchantment of Bottom” da “A Midsummer Night’s Dream”, 1832

 

« Mi convinsi che quasi tutte le tradizioni popolari del mondo altro non sono se non resoconti esagerati di eventi realmente accaduti, e in special modo mi sentii attratto ad esaminare le storie delle fate, il “buon popolo” delle razze celtiche. […] nei racconti più antichi, nelle storie che spingevano gli uomini a farsi il segno della croce quando sedevano attorno al focolare, ci troviamo su un terreno ben diverso: vedevo uno spirito del tutto opposto in certe vicende di bambini, di uomini e donne scomparse stranamente dalla terra. Venivano notati da un contadino, nei campi, diretti verso qualche collinetta verde e arrotondata, e poi nessuno sapeva più niente di loro. »

— Arthur Machen, “The Novel of the Black Seal”, 1895

« Una ragazza scomparve in un modo che sembra estremamente misterioso. […] s’incamminò dicendo ai genitori che avrebbe preso la scorciatoia che passa tra le colline. Dalla zia non ci arrivò, e nessuno l’ha mai più rivista. […] la gente dice tante assurdità […] credono che la povera ragazza sia “andata con le fate”, o sia stata “presa dalle fate”. »

— Arthur Machen, “The Shining Pyramid”, 1924

 

L’America e il sovrannaturale, tra “realtà alternativa” e criptozoologia

Pur non avendo mai avuto, fin dalla fondazione avvenuta nel 1776, una tradizione religiosa strettamente propria, gli Stati Uniti d’America più di ogni altro stato al mondo si configurano come l’area geografica che, tra lo scorso secolo e l’attuale, ha visto nascere una serie di correnti ascrivibili alla cosiddetta “realtà alternativa” che potremmo definire pseudo-religiose. Si tratta di movimenti che, pur non potendo essere catalogabili stricto sensu come “religiosi”, sono basati su credenze ben precise condivise dai membri interni che spesso presuppongono una fede incondizionata nell’argomento, se non addirittura l’aver vissuto in prima persona un’esperienza catalizzatrice della stessa.

Il caso più famoso resta ovviamente la “religione” ufologica, con tutte le sue derive più o meno New Age, dalle abductions alla fecondazione in vitro di ibridi umano-alieni, fino alle più estreme teorie cospirazioniste che parlano di “rettiliani” et similia. Ma molti altri esempi potrebbero essere portati a titolo di esempio: la credenza nell’esistenza del Bigfoot/Sasquatch, omologo del più noto Yeti himalayano; il chupacabras, che molti vogliono responsabile delle cosiddette “mutilazioni del bestiame”; il Mothman, i cui avvistamenti avverrebbero poco prima di catastrofi inimmaginabili (si dice sia stato avvistato anche prima dell’attacco alle Torri Gemelle); il Diavolo del Jersey; e via discorrendo.

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Juan O’Gorman, “The Vegetable Kingdom is a distant country”, 1947

Si potrà anche bollare tutto quanto come “fuffa New Age” e roba da fantascienza di serie Z — ciò, d’altronde, sembrerebbe nella maggior parte dei casi assolutamente lecito — tuttavia una riflessione sull’argomento (e più in particolare, come vedremo, su una “casistica” di casi portati all’attenzione del pubblico solo recentemente) potrebbe condurci a ipotesi degne di attenzione.

D’altronde, le testimonianze del folklore locale di mezzo secolo fa indicavano che le bizzarre superstizioni di quelli che furono i primi coloni erano ben lungi dall’essere dimenticate, e anzi ancora sopravvivevano in maniera residuale. Ad esempio, ancora nel 1960 in Ohio si pensava che facendo indossare ai proprio figli maschi in tenera età abiti femminili si sarebbe impedito ai fairies di rapirli; una credenza senza dubbio importata in America da immigrati irlandesi [Varner 51]. Ancora nell’Ottocento, dunque, i pleasant americani consideravano responsabili delle sparizioni di bambini proprio i fairies: paradigmatico a riguardo è il caso dei rapimenti di Dubuque, nello Iowa, avvenuti nel 1886.

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Arthur Rackham, “Taken by the Fairies in Dubuque”, per “Goblin Market”, 1933

Vale anche la pena di notare come, da sempre, l’area statunitense ben si presti ad un processo di “sovrannaturalizzazione” dell’ignoto: nello stato di New York nacque Charles Fort, “indagatore dell’Inquietante e dello Straordinario”, così come pure John Keel, alfiere insieme al francese Jacques Vallée della cosiddetta “ipotesi parafisica”, di cui abbiamo già parlato su queste pagine. L’America diede anche i natali a Richard Shaver, le cui schizofreniche “visioni” gettarono i lettori di Amazing Stories nel panico più totale. Il cinema e la televisione, da parte loro, hanno cavalcato l’onda della “febbre per il sovrannaturale”: si pensi solo a due dei serial più di successo degli anni Novanta, Twin Peaks e The X-Files, fino al più recente True Detective, titoli che tra l’altro ritorneranno in questa trattazione per la connessione con alcuni dei casi che tratteremo.

Ma anche molto tempo prima dell’era moderna la forma mentis dell’uomo americano dovette subire una particolare predisposizione per il sovrannaturale, sin dai tempi dei trapper e delle frontiere. Le “tracce residue” del folklore delle nazioni da cui i primi coloni provenivano in cerca di fortuna (spesso paesi come l’Irlanda, la Scozia, la Germania) andarono a mischiarsi con il corpus mitologico delle popolazioni native, il quale pullula letteralmente di entità feriche, simili ai fairies europei, e di altri esseri “mitici” difficilmente inquadrabili da una prospettiva europea, come il Wendigo e lo Skinwalker. “Demoni” del folklore autoctono, questi, che negli ultimi anni hanno anche ispirato alcuni dei racconti di un nuovo genere di “realtà alternativa”, particolarmente in voga tra i giovani: le cosiddette Creepypasta.

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Il caso “Missing 411”: migliaia di persone svanite nei Parchi Nazionali U.S.A.

L’argomento di cui in questa sede vogliamo parlare, però, non parla di nessuna di queste correnti, movimenti o entità sovrannaturali… ma forse, al tempo stesso, c’entra con ognuna di loro. Nominalmente negli U.S.A. si parla di questi casi con la dicitura Missing 411, etichetta inventata da un detective di nome David Paulides che, dopo una carriera ventennale (1977-99) nelle forze dell’ordine americane, ha scritto ben otto libri sull’argomento, da cui sono stati tratti per ora due documentari (usciti nel 2017 e nel 2019).

Nel calderone dei cosiddetti “Missing 411”, secondo Paulides, vanno a ricadere tutti quei casi di persone scomparse all’interno dei Parchi Nazionali del territorio statunitense, la cui causa di scomparsa (o di morte, nei casi — non molti — in cui il corpo venga ritrovato) non sarebbe ascrivibile né a un atto personale (un tentativo di suicidio, per esempio), né a un’azione violenta esterna (un’aggressione da parte di terzi o di animali selvatici), né ad altre ipotesi comuni (assideramento, annegamento, ecc). Si tratterebbe letteralmente di migliaia di casi senza risposta.

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David Paulides

Inizialmente Paulides dovette pensare che dietro a molti di questi casi ci fosse lo zampino — o piuttosto lo “zampone” — del Bigfoot/Sasquatch, altrimenti non avrebbe dato vita al gruppo di ricerca “North America Bigfoot Search”, di cui si è autonominato direttore, né avrebbe scritto due libri sull’argomento, pubblicati tra il 2008 e il 2009. In alcuni casi — il più famoso dei quali è quello di Jaryd Atadero — effettivamente si parla di peli trovati addosso ai cadaveri che, analizzati dalla scientifica, non risultavano essere né di un essere umano né di altri animali conosciuti. Tuttavia, successivamente il detective si accorse che molti casi non potevano essere spiegati adducendo l’esistenza di un “abominevole uomo delle nevi”, anche perché non in tutte le aree geografiche in cui si sono verificati i “Missing 411” sembrano esserci credenze o avvistamenti dello stesso (l’area più interessata dagli avvistamenti del Bigfoot è quella della costa occidentale).

Cominciò così a raccogliere centinaia di sparizioni da considerarsi inspiegabili secondo la logica razionale, anche se esse non combaciavano con l’ipotesi Bigfoot: nacque così un archivio immenso di casi che ben potrebbero essere studiati dall’agente Fox Mulder e dalla collega Dana Scully o, in alternativa, da Rust Cohle e Marty Hart. Durante il lavoro di catalogazione, Paulides si rese conto di certi pattern che sembravano ritornare nella stragrande maggioranza dei casi: uno di essi era la prossimità della persona scomparsa a un corso d’acqua o a uno specchio d’acqua, ed in nessun caso la vittima era stata trovata annegata.

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Una mappa delle persone scomparse nei Parchi Nazionali statunitensi. La maggior parte dei 1600 casi studiati da Paulides riguarda la costa occidentale, soprattutto i parchi di Yosemite, Death Valley, Grand Canyon, Crater Lake. Molte le sparizioni anche sulle Rocky Mountains.

Si notò anche che, in seguito alle sparizioni, la situazione meteorologica sembrava mutare all’improvviso e sempre in peggio, dando vita a tempeste, piogge e nubi di nebbia, quasi come se una forza “aliena” uscita direttamente da un racconto di Algernon Blackwood volesse impedire il buon esito delle ricerche (si noti incidentalmente che tale potere nel folklore è solitamente attribuito alle streghe e ai “demoni”). Molti di questi casi inoltre sono avvenuti in prossimità di massicci rocciosi — come per esempio quello granitico dello Yosemite — facendo sorgere inquietanti collegamenti con il romanzo, poi reso film, Picnic a Hanging Rock. Le orme delle persone scomparse talvolta proseguivano per un certo tratto di strada, per poi interrompersi di colpo, come se esse si fossero letteralmente volatizzate.

Anche gli identikit delle persone scomparse senza lasciare traccia seguono dei criteri apparentemente precisi: si tratta soprattutto di bambini, a volte anche molto piccoli (2-3 anni), ma anche di persone con una qualche disabilità fisica o mentale o, all’opposto, individui molto dotati o da un punto di vista psichico (scienziati, ricercatori) o da un punto di vista fisico (scalatori, trekker esperti).

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Paulides nota anche che non di rado tra i membri della famiglia dei rapiti figurano militari o religiosi, in ciò potendosi ravvisare un collegamento rispettivamente con X-Files e Twin Peaks da una parte, e True Detective dall’altra. Nella serie di Carter, infatti, gli addotti sono prelevati dagli alieni a causa di uno scellerato patto della classe politica e militare; in quella di Lynch e Frost l’aeronautica indaga sulla «Loggia Nera» ed è lo stesso maggiore Briggs a essere rapito nell’altra dimensione; in quella di Pizzolato, infine, i sacrifici rituali sembravano gravitare intorno alle scuole religiose disseminate sul territorio.

Cosa incredibile a dirsi, a volte i bambini più piccoli vengono ritrovati dopo giorni di ricerche andate a vuoto, a una distanza anche di decine o centinaia di chilometri, che mai avrebbero potuto percorrere. In questi casi, inoltre, i piccoli non presentano ferite di alcun genere e i loro vestiti erano stranamente lindi, anche se durante il lasso di tempo delle ricerche il meteo non era stato clemente.

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Yuliya Litvinova, “Fairies and the Peasant Girl”, 2018

C’è infatti da mettere in risalto questo particolare: sebbene il più delle volte le persone spariscano letteralmente nel nulla per non essere più ritrovate, in una minore percentuale dei casi le persone scomparse vengono ritrovate, morte o vive che siano. Quando vengono ritrovate in vita, appaiono sempre in uno stato di semi-incoscienza e quasi di torpore, con qualche linea di febbre. Il più delle volte vengono rinvenute a una grande distanza dal luogo dove erano scomparse e generalmente non sanno spiegare dove siano stati né come abbiano passato il tempo durante quello iato temporale.

Sconcertante è il caso di Steven Kubacki, avvenuto nel 1977: impegnato in un’escursione sciistica sul lago Michigan scomparve improvvisamente, per poi “ricomparire” solo 14 mesi dopo in Massachussets, a oltre 1000 chilometri di distanza, senza alcun ricordo. Anche Danny Filippidis sparì mentre stava sciando: si trovava nello stato di New York e di colpo ricomparve in California, a circa 5000 chilometri di distanza, con ancora gli sci ai piedi! 

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Nella puntata di “X-Files” intitolata “Detour” (stagione 5, episodio 4), Mulder e Scully indagano su una serie di sparizioni improvvise all’interno di un Parco Nazionale. Si scoprirà che i responsabili sono una sorta di “persone” semi-materiali che vivono in simbiosi con il bosco e che possono trascinare gli intrusi nelle sue profondità. L’episodio andò in onda il 23 novembre 1997, 15 anni prima del primo libro di Paulides sui casi “Missing 411”.

Ambienti sotterranei e toponomastica infernale

Sebbene molti suggeriscano l’ipotesi extraterrestre, le testimonianze di alcuni “ricomparsi” (soprattutto bambini) sono più facilmente ascrivibili alla “pista folklorica”: alcuni sostengono di essere stati portati sottoterra, in un ambiente che sarebbe rimasto luminoso per tutto il tempo del loro “rapimento”, nonostante fuori, in superficie, giorno e notte si alternassero. Testimonianze simili non possono che collegarsi alla tradizione folklorica del “Piccolo Popolo”, una progenie mitica e semi-materiale che dimorerebbe invisibilmente in una dimensione sotto o dietro la nostra, presente sia nel foklore “importato” dall’Europa che in quello dei popoli nativi dell’America settentrionale.

Gli “accessi” al loro mondo segreto sarebbero proprio posti nella profondità delle aree boschive, in grossi alberi o caverne sotterranee, e secondo tutte queste tradizioni antiche essi rapirebbero gli esseri umani per condurli nel loro mondo sotterraneo, dal quale solo una piccola percentuale delle volte riescono a fare ritorno.

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Fin dai tempi precedenti l’arrivo dei coloni europei, certe formazioni di roccia straordinarie venivano considerate, nel folklore nativo, connesse a certi miti o a determinate categorie di spiriti. Qui in foto si può vedere uno dei cosiddetti “Devil’s Corkscrew” (cavatappi del Diavolo) del Nebraska, una bizzarria che entra di diritto nella “toponomastica infernale” statunitense.

Vale la pena sottolineare come una certa percentuale di sparizioni avvengano in aree geografiche considerate tabù dalle popolazioni native perché ritenute la dimora di spiriti pericolosi. Numerose sparizioni avvengono in zone “segnate” da una toponomastica piuttosto indicativa: una di queste zone è Devil’s Head, in Colorado, dove scomparvero molti, tra cui — ironia della sorte — il teologo Maurice Dametz che, prima di “volatizzarsi” nel 1981, mise nero su bianco la sua convinzione sulla venuta prossima ventura dell’Anticristo. La piccola Ana scomparve nello stato dello Utah, a pochi chilometri dal promontorio denominato Devil’s Slide per la sua particolare forma “a scivolo”. Alfred Beilhartz, di 5 anni, svanì nel 1938 sul Devil’s Nest nelle Montagne Rocciose, in Colorado.

Tali denominazioni il più delle volte derivano dal processo di “cristianizzazione” di miti del folklore autoctono, che evidentemente consigliavano prudentemente di evitare questi luoghi. In ciò si deve evidenziare un altro parallelismo con la tradizione gaelica, secondo la quale i rapimenti dei fairies avvengono perlopiù nei luoghi “fatati”, indicati come tali anche dalla toponomastica, quali ad esempio tumuli funerari risalenti al Neolitico o antichi forti megalitici in rovina.

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Una cartolina vintage del Devil’s Slide, in Utah

I rapimenti dei fairies e le iniziazioni di bambini

« Era sua opinione che lì, nel cuore della natura selvaggia, essi fossero stati testimoni di qualcosa di crudelmente primitivo. Qualcosa che era sopravvissuto, chissà come, all’avanzare dell’umanità, ed ora aveva fatto la sua terribile apparizione, rivelando l’esistenza di una dimensione di vita primordiale e mostruosa. Simpson considerò quell’esperienza come uno sguardo sulle età preistoriche, quando il cuore dell’uomo era ancora oppresso da superstizioni immani e selvagge; quando le forze della natura erano ancora intatte, e non ancora sconfitti i Poteri che devono aver dominato l’universo primitivo. Ancora oggi ripensa a quelle che, anni dopo, definì in un sermone “Potenze formidabili e selvagge che si annidano nelle anime degli uomini, non malvagie in se stesse, ma fondamentalmente ostili all’umanità per come essa è”. »

— Algernon Blackwood, “The Wendigo”, 1909

In piena linea con le percentuali dei “Missing 411” sia la tradizione folklorica gaelica che quella amerindia menziona come vittime predilette dei rapimenti i bambini: i nativi tuttavia generalmente (almeno fino a qualche generazione fa) non se ne preoccupavano, in quanto ritengono che questi rapimenti servano da “iniziazione” ad alcuni membri del clan che fin dalla tenera età verrebbero scelti dagli spiriti-guida per perpetrare la tradizione sciamanica ancestrale.

Gli indiani Choctaw, ad esempio, raccontano del rapimento di un bambino di tre anni che vagava per i boschi. Allontanatosi troppo dal villaggio, Kowi Anukasha, il vigilante del Popolo delle Foreste, lo agguantò e lo condusse lontano, nella caverna dove il “Popolo Nascosto” abitava. Si racconta che la caverna dove lo spirito condusse il bambino fosse alquanto lontana dai luoghi abitati dalle comunità tribali, al punto che i due dovettero viaggiare a lungo, superare diverse colline e guadare numerosi corsi d’acqua. In questo luogo il bambino fu iniziato alla conoscenza sciamanica, quindi rimandato incolume nel nostro mondo.

Ancora più sorprendentemente, la tradizione delle isole britanniche, per esempio il trattato del reverendo Kirk The Secret Commonwealth, lascia intendere che, oltre ai bambini («piccoli bambini, non ancora depravati da molti oggetti, vedono apparizioni che non sono vedute da quelli di età più avanzata») anche i “deboli di mente” (o, per dirla secondo il nostro Spirito dei Tempi, le “persone disabili”) siano più portate ad avere contatti con questo “popolo segreto”: secondo una credenza collazionata da Evans-Wentz essi sarebbero addirittura discendenti dai fairies stessi [Evans-Wentz 128]. In questa categoria, secondo Paulides, vanno incluse anche le persone con anomalie genetiche molto rare: in un caso verificatosi in Arizona, ad esempio, sparirono due sorelle affette da un disturbo osseo estremamente raro (circa 1 caso su 2/3 milioni).

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Hilda Hechle, “A Moonlight Phantasy”, 1930

In quanto alle persone di genio, nella tradizione irlandese si dice che vengano rapite e tramutate dai fairies in esseri dotati della loro stessa semi-fisicità. Anche quanto si racconta sulla morte di Robert Kirk stesso, ovvero che mentre passeggiava nottetempo presso una collina “fatata” fosse stato «rapito dalle fate nel suo secondo corpo o doppio» e trasportato istantaneamente a Fairyland, sembra confermare questa terza predilezione di rapimenti. I suoi parrocchiani e la popolazione di Aberfoyle sostennero che il suo cadavere non fu mai ritrovato e giunsero alla conclusione che «le fate, irritate dalla rivelazione dei loro misteri, lo avevano trascinato giù, sotto terra, a vivere in quella loro città sotterranea, pervasa da una luce verde, e là attenderà, prigioniero del sogno fatato, fino agli ultimi tempi, quando tutti i sogni verranno dissipati».

Alcune persone scomparse nei “Missing 411” sembrano infatti dileguarsi letteralmente nel terreno, quasi siano improvvisamente “aspirati” sottoterra da una forza sovrannaturale. Ci sono stati degli episodi con testimoni visivi di queste sparizioni improvvise, i quali hanno testimoniato che, mentre la persona spariva letteralmente sottoterra da un momento all’altro, alcuni vestiti o accessori degli stessi rimanevano a terra, in superficie — per esempio le scarpe o l’orologio. Alcuni bambini che sono stati ritrovati vivi e incolumi dopo giorni di infruttuose ricerche presentavano i vestiti al contrario, come ribaltati: e forse vale qui la pena di notare come un leitmotiv del folklore europeo (ma non solo) vuole che si possa liberarsi dall’influenza di queste entità sottili e fuggire dal loro “regno sotterraneo” proprio rivoltando al contrario i propri abiti (il cappello, la giacca, ecc).

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Henri-Camille Danger, “The Fireflies”, 1896

Ci sono alcuni casi in cui i bambini ritrovati sostengono di essere stati rapiti e condotti sottoterra da una sorta di orso o grosso lupo “umanizzato”, che avrebbe provveduto al loro sostentamento fino alla liberazione. Molti hanno visto in ciò una prova a favore dell’ipotesi Bigfoot. Tuttavia noi, da parte nostra, ci limitiamo a ricordare che nel folklore dei nativi americani della fascia subartica esiste una vera e propria tradizione di persone rapite dagli spiriti-aiutanti che si presentano a loro sotto forma di orso, lupo o altri animali ancora [Comba, 263]. Questi spiriti zoomorfi, che ricoprono lo stesso ruolo e la stessa funzione riconosciuta agli spiriti-maestri nello sciamanesimo austroasiatico e mongolo-siberiano, attendono il periodo invernale per rapire i neofiti e per poi rilasciarli, una volta “trasformati” in sciamani.

Altri racconti del folklore autoctono presentano sensazionali corrispondenze con i casi studiati da Paulides. Gli Eschimesi Yup’ik, ad esempio, raccontano di umani che sono andati a vivere nella dimora sottomarina delle foche, che si rivelano essere persone di dimensioni diverse [Fienup-Riordan 118-9]: una sorta di Fairyland sottomarina e zoomorfizzata, insomma. Nella cerimonia di Mezzo Inverno degli Irochesi, i membri della confraternita delle “Facce False” sono ritenuti essere imitazioni delle “Facce Sole”, entità spirituali e terrifiche che vagano nel profondo delle foreste, ai margini estremi del mondo. Si dice che il loro capo viva ai confini della terra, ovvero «al limite estremo del mondo, in quella zona remota e misteriosa, in cui il mondo ordinario e quello soprannaturale si confondono e si intersecano». Si pensa che sia proprio in questo “limite estremo” che i neofiti vengano rapiti dagli spiriti in vista dell’iniziazione [Comba 114-7].

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Ernest Augustin Gendron, “The Undines or the Voice of the Torrent”, 1857

I water-babies nel folklore amerindio

« Mai, prima o dopo di allora, sono stato assalito con tanta forza da indescrivibili suggestioni di una “regione ulteriore”, di un altro schema di vita, un’altra evoluzione non parallela a quella umana. E, alla fine, le nostre menti avrebbero dovuto soccombere sotto il peso di quell’incantesimo spaventoso, e saremmo stati trascinati al di là della frontiera, nel loro mondo. […] tutti questi elementi, erano stati derubati dai loro caratteri naturali, e avevano rivelato qualcosa di un altro loro aspetto: quello che vigeva oltre il confine, nell’altra regione. E questo aspetto stravolto, lo sentivo, era estraneo non solo a me, ma all’intera razza umana. L’intera esperienza i cui limiti stavamo sfiorando era del tutto ignota all’umanità. Era un’altra sfera di esperienza, “non terrena” nel senso più vero della parola. »

— Algernon Blackwood, “The Willows”, 1907

Ancora più notevoli sono le corrispondenze, sempre con il folklore dei popoli nativi, per quanto riguarda il grandissimo numero di casi di persone scomparse improvvisamente nei pressi di un qualche luogo acquatico, fiume, lago o fonte che sia. Già Keel, analizzando i suoi “X-Files parafisici”, giunse alla conclusione che uno dei tratti peculiari delle entità che tentava di decifrare era quello di «apparire pressoché sempre in prossimità dell’acqua: laghi, ruscelli, stagni, riserve naturali» [Keel 107]. I casi raccolti da Paulides, in ciò, sono pienamente ascrivibili a quelli analizzati dalla scuola Keel-Vallée, che tentò di coniugare le antiche credenze del folklore con i moderni avvistamenti alieni e incontri con altre entità della “realtà alternativa” e della criptozoologia come il Sasquatch e gli altri esempi da noi menzionati sopra.

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Illustrazione rappresentante un “water-baby” americano, circa 1930

Andando a ritroso nel folklore nativo, infatti, anche in questo caso scopriamo che sono molteplici (Choctaw, Paiute, Shoshone, Washo, Achumawi, Cahuilla, Cupeno, Luiseno, Serrano, Yokuts, Salish) le tribù dimoranti nei Parchi Nazionali interessati dai “Missing 411” la cui tradizione mitica contempla l’esistenza di misteriosi esseri sottili denominati comunemente “water-babies” (o “water-spirits”, o “rock-babies”): considerati enigmatici e pericolosi, sono detti abitare le sorgenti d’acqua, gli stagni e tutti i tipi di corsi d’acqua, dal fiume al ruscello. Solitamente appaiono alle proprie vittime sotto sembianze infantili, e ne richiamano l’attenzione piangendo: rispondere alla richiesta d’aiuto equivarrebbe a scomparire immediatamente, trascinati dai water-babies nel loro regno subacqueo. D’altro lato, essi sono considerati grandi spiriti-aiutanti e si attribuisce loro il potere di aumentare i poteri sciamanici dell’individuo rapito [Varner 7]. I Choctaw li chiamano Okwa Naholo (lett. “la gente bianca dell’acqua”) e li descrivono con la pelle bianca, ma rivestita di scaglie come quella della trota; credono che rapiscano gli umani e li trasformino in esseri della loro specie.

Come i fairies della tradizione europea, anche i water-babies americani sono responsabili del rapimento di infanti e della loro sostituzione con una “immagine perdurante” (changeling) [Varner 8]. Il folklore cherokee tramanda di esseri denominati hat-en-na o “water-grizzlies”, che vivono «sul fondo dei fiumi» e non vedono l’ora di rapire qualcuno, preferibilmente un bambino. Individuata la preda, la colpiscono istantaneamente con un «dardo invisibile» (ben conosciuto anche nel folklore europeo, e in verità in tutto il mondo), quindi ne portano il corpo sott’acqua per banchettare. Talvolta, in sua vece viene lasciato un changeling, o “doppio-ombra”, che tuttavia dopo sette giorni svanisce del tutto [Varner 11].

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Jaroslav Panuška, “Vampire”, 1900

Curioso, anche qui, il collegamento apparentemente paradossale con il plantigrado, dal momento che gli spiriti acquatici vengono chiamati dai Cherokee “water-grizzlies”. Ancora una volta ci viene in soccorso la tradizione nativa, secondo la quale (tra gli Apache e altri gruppi tribali), l’orso era considerato un animale totemico connesso con il potere e la sacralità delle acque, anche perché con il suo letargo simboleggiava la rinascita e il rinnovamento. In California era considerato il creatore dei geyser: è sempre netto il suo rapporto con il mondo sotterraneo, oltre che con gli ambienti acquatici. Si dice che i “dottori-orso” (bear-doctors), vale a dire gli sciamani che derivavano i propri poteri dal suo aiuto, potessero trasformarsi in orsi immergendosi in certe piscine naturali sacre [Varner 169].

Ad ogni modo, sia che appaiono sotto sembianze ursine che altrimenti, la presenza di questi “demoni acquatici” all’interno dei più svariati corpora mitici dell’intero territorio nordamericano, dall’area subartica fino al Messico, è impressionante. Essi sono già presenti addirittura all’interno della tradizione olmeca, risalente almeno al 1500 a.C.: denominati chaneques, vengono descritti come «vecchi nani con la faccia da bambino» e si dice che dimorino nelle cascate e più in generale nella natura selvaggia. Non solo possono causare la pazzia in chi li incontri, ma si dice addirittura che siano in grado di suscitare la pioggia a comando [Varner 10] — il che è estremamente interessante se pensiamo ai rivolgimenti meteorologici improvvisi nei “Missing 411”.

Addirittura nella tradizione fuegina, all’estremo meridionale delle Americhe, viene menzionato uno spirito invisibile, denominato Taquàtu, che naviga giorno e notte in canoa sui corsi d’acqua e, non appena trova delle persone sole all’interno di un’area boschiva, «senza troppi complimenti li rapisce sulla sua imbarcazione e li porta molto lontano da casa» [Varner 41].

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Frederick Ferdinand Schafer, “Sioux Village at Nightfall”, circa 1900

Il caso “John Doe” e la nonna-robot

Esiste un file “Missing 411”, poi, che alza sensibilmente la posta in gioco, creando forse una sorta di collegamento tra la tradizione dei fairies di cui si è detto e le cosiddette abduction aliene”, e portandoci quindi dall’ipotesi folklorica a quella “parafisica”, in linea con gli studi di Vallée e Keel. Si tratta del caso di un bambino anonimo (il file è registrato come “John Doe”) di tre anni e mezzo, scomparso improvvisamente il tardo pomeriggio del 1 ottobre 2010 durante un campeggio nei pressi del Monte Shasta (luogo, peraltro, prediletto da vari filoni della “realtà alternativa”, che ne vedono di volta in volta il rifugio della razza Sasquatch o di una colonia di “Lemuriani”, forse equivalenti ai Giganti che, secondo il folklore nativo, un tempo abitavano il massiccio [Evans-Wentz 47, nota 1]).

Il piccolo John stava parlando col padre, da cui distava pochi metri: all’improvviso era scomparso. Per cinque ore ogni ricerca fu inutile. Poi, di colpo, John riapparve su un sentiero a breve distanza dal campo, che era già stato più volte “battuto”. Appariva intontito, quasi in uno stato sognante, e non avrebbe parlato per settimane di quello che gli era accaduto in quel lasso di tempo. Quando si decise a farlo, terrorizzò l’intera sua famiglia. Il suo racconto sembrava uscito dalla psiche di qualche addotto sottoposto dal dottor John Mack all’ipnosi regressiva, o in alternativa da qualche racconto nero di E.T.A. Hoffmann o Thomas Ligotti.

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Paul Ranson, “Sorcery”, 1898

Raccontò infatti di essere stato rapito e portato all’interno di una montagna, in una cavità sotterranea, da una sorta di doppelganger della nonna Kathy, che per poco udendo l’assurda testimonianza non svenne. Questo “doppio” dell’anziana progenitrice l’avrebbe condotto nelle profondità abissali, fino ad arrivare in una stanza buia e stretta, piena di ragni e di «umanoidi robotici immobili» (motionless humanoid robots). Sul pavimento erano disseminate borsette e portafogli insieme a vari tipi di armi.

Impaurito, guardò meglio la “nonna Kathy” e si accorse che non era realmente lei, ma piuttosto una sorta di riproduzione robotica o manichino plasmato sulle sue sembianze: notò anche una spettrale luce rossa provenire dalla sua testa. Dopo aver rifiutato di compiere azioni disgustose, la “nonna” desistette e lasciò andare il bambino, che ricomparve improvvisamente esattamente nel punto in cui era scomparso. Ma prima di far tornare il bambino in superficie gli svelò un segreto:

« Sei stato impiantato nel grembo di tua madre, tu sei originario dello spazio. »

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Erik Thor Sandberg, “Distraction”

Si aggiunga inoltre che la “vera” nonna Kathy, scioccata dal racconto udito, ricordò di aver passato anche lei una notte sul luogo dove il bambino scomparve, e di essersi inspiegabilmente risvegliata al mattino fuori dalla sua tenda, con il viso premuto nella terra e una sorta di «puntura rossa» dietro il collo. L’ultima cosa che ricorda della notte precedente, afferma nonna Kathy, sono «un paio di occhi rossi che ci fissavano nell’oscurità».

Anche il suo accompagnatore presentava la medesima puntura, ed entrambi per tutto il giorno si sentirono a pezzi, come malati: succede lo stesso sia nella letteratura folklorica dei fairies, l’incontro coi quali sembra “prosciugare” letteralmente le energie dei malcapitati, sia nel caso di incontri ravvicinati alieni (Keel riporta come sintomi classici «congiuntivite, gola secca, emicrania e dolori muscolari» [Keel 102].

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Ganesh Pyne, “The Masks”, 1994

Ipotesi parafisiche

C’è materiale a sufficienza per inquadrare questo “Missing 411” come un vero e proprio “X-File”, perfetto nelle sue stranezze e contraddizioni nel corroborare la già menzionata “ipotesi parafisica” di Keel e Vallée, per giungere fino agli incontri di Terence McKenna in DMT con quelle entità che definì «macchine elfiche» (tykes). Come nota Janet Bord,

« gli esseri umani generalmente agiscono con uno scopo, e si aspettano che anche altre creature si comportino allo stesso modo; ma è possibile che questo concetto non sia comune a esseri provenienti da un altro mondo (o mondi, perché potrebbero sussistere vari tipi di entità coinvolte, provenienti da fonti parimenti diverse). » [Bord 115]

John Keel, si sa, ha una visione ben più pessimista della Bord, considerando queste entità proveniente dal “Superspettro” alla stregua di vampiri energetici:

« Giudicate secondo i criteri umani, queste creature appaiono afflitte da gravi disturbi emotivi. Gli studiosi che si sono avventurati in questo campo di ricerca hanno fatto del loro meglio per inquadrarle, sforzandosi di isolare in loro degli attributi umani e di trovare spiegazioni anche per i loro comportamenti irrazionali, nel tentativo di giustificare la loro natura contraddittoria. Solo pochi hanno osato affrontare la dura e ovvia verità: la fonte di queste forme subumane e paramani non è sana. […] la fonte da cui scaturiscono questi fenomeni è folle. » [Keel 132]

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Otto Seitz, illustrazione per “Jugend”, 1896

D’altronde, i punti di contatto tra tradizione folklorica e “mitologia ufologica” sono riconosciute dallo stesso Keel, il quale nota che gli avvistamenti di UFO sembrano manifestarsi in determinate “finestre” che nelle valli dell’Ohio e del Mississippi «tendono a concentrarsi intorno ai tumuli funerari indiani o in prossimità di antichi siti archeologici» [Keel 62], vale a dire i luoghi “fatati” per antonomasia nella tradizione scoto-irlandese.

In più aggiungiamo che, sebbene possa sembrare strano, la natura per così dire “robotica” o comunque artefatta delle entità di tipo fairies è documentata anche nelle tradizioni antiche, oltre ovviamente alla capacità di prendere le sembianze di determinate persone. Il reverendo Kirk alla fine del XVII secolo scriveva che queste entità «se hanno accessi di divertimento e di allegria, è come il ghigno fisso di una testa di morto o piuttosto come se lo rappresentassero sul palcoscenico e venissero mossi da qualcun altro piuttosto che provenire dall’intimo sentimento di loro stessi» [Kirk 26] e una testimonianza irlandese collazionata da Evans-Wentz riporta che essi «sembrano soldatini, si sa che non sono esseri viventi come lo siamo noi» [Evans-Wentz 55].

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Karl Wilhelm Diefenbach, “The Fairy Dance”, 1895

I fairies apparirebbero così, in un certo modo, alla stregua di marionette, di burattini misteriosamente “fatti muovere” da un agente invisibile esterno, di cui sarebbero una sorta di “maschera”. Dal canto loro, gli Araucani della Terra del Fuoco notano la somiglianza delle entità “sottili” che nella loro tradizione hanno il dominio sull’acqua con dei manichini.

Per chiudere il cerchio, forse è d’uopo qui riportare una scena del film Communion, tratto dal libro autobiografico di Whitley Strieber, in cui gli alieni che lo rapiscono appaiono in tutto e per tutto simili da una parte ad alcune categorie feriche del folklore sia americano che europeo, dall’altra alle entità pseudo-robotiche del caso “John Doe”:

Cosa pensare di tutto ciò, alla luce di quanto abbiamo detto? Limitiamoci, per concludere questo viaggio allucinante, a citare un ultimo personaggio protagonista di questa sarabanda di enigmi: il reporter statunitense Brad Steiger.

Steiger passò anni nella natura incontaminata dei Parchi Nazionali americani, raccogliendo testimonianze di persone che sostenevano di essere entrati in contatto con entità spirituali di qualsiasi tipo: elfi, angeli e cosmonauti spaziali giunti dall’Altrove. Ne nacque un libro, The Divine Fire, dato alle stampe nel 1973, fondato su una intuizione: le entità, qualunque fosse il loro aspetto esteriore o la loro presunta origine, seguivano sempre lo stesso copione e recitavano puntualmente la stessa parte. «L’arcangelo Gabriele e l’Uomo Falena», chiosa beffardamente John Keel, «sono fratelli» [Keel 212].

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Edward Robert Hughes, “Midsummer Eve, 1908

Bibliografia:

BORD, Janet: Fate, Mondadori, Milano 1999

COMBA, Enrico: Riti e misteri degli Indiani d’America, UTET

FIENUP-RIORDAN, Ann: “L’occhio della danza: vita spirituale degli Eschimesi Yup’ik centrali”, in SULLIVAN, Lawrence E. (a cura di): Culture e religioni degli indiani d’America, Jaca Book, Milano 2000

EVANS-WENTZ, Walter Y.: The Fairy Faith in Celtic Countries, Citadel Press/Carol Publishing Book, New York 1990

KEEL, John: L’ottava torre, Venexia, Roma 2017

KIRK, Robert: Il regno segreto, Adelphi, Milano 1980

MACULOTTI, Marco: L’accesso all’Altro Mondo nella tradizione sciamanica, nel folklore e nelle “abduction”, su AXIS mundi, gennaio 2018

MACULOTTI, Marco: Chi si nasconde dietro la maschera? Le visite dall’Altrove e l’ipotesi parafisica, su AXIS mundi, giugno 2018

MACULOTTI, Marco: I rapimenti dei Fairies: il “changeling” e il “rinnovamento della stirpe”, su AXIS mundi, ottobre 2017

MACULOTTI, Marco: Il ‘Piccolo Popolo’ nel folklore dei Nativi Americani del Sud-Est, su AXISmundi, gennaio 2016

MACULOTTI, Marco: Fairies, streghe e dee: il “nutrimento sottile” e il “rinnovamento delle ossa”, su AXIS mundi, marzo 2019

VARNER, Gary R.: Creatures in the Mist. Little People, Wild Men and Spirit Beings around the World, Algora Publishing, New York 2007


 

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