Sulla possessione nell’Induismo

Breve excursus – corroborato dall’esperienza sul campo dell’Autore – sul fenomeno della possessione nell’Induismo (sia devozionale che yogico-tantrico) e nello Sciamanesimo ad esso connesso


di Marco Scarinci
fondatore di Sciamanesimo Tantrico
articolo originariamente pubblicato su EreticaMente


Ritengo opportuno iniziare a gettare un po’ di luce sul tema della possessione nell’Induismo, nell’attesa di scrivere un articolo più esteso a riguardo in futuro dopo aver approfondito meglio la letteratura sull’argomento. Infatti, come tantrika e praticante dello Sciamanesimo Tantrico indo-himalayano, le mie conoscenze sull’argomento sono più esperienziali che derivanti dalla letteratura. Si tratta di un argomento tanto importante quanto trascurato dagli studiosi occidentali (ad eccezione degli antropologi, che per forza di cose vedono sul campo l’importanza lampante del fenomeno), anche se negli ultimi anni si sta iniziando a fare giustizia alla questione, con la pubblicazione di libri come «The Self Possessed. Deity and Spirit Possession in South Asian Literature and Civilization» di Frederick M. Smith [1].

L’argomento è stato trascurato dagli studiosi accademici e bistrattato – peggio ancora – dai pensatori (pseudo)tradizionalisti, a causa delle riserve e dei pregiudizi che l’Occidente ha sviluppato sul tema della possessione, interpretata nel corso del tempo vuoi come possessione puramente demoniaca (interpretazione cristiana), vuoi come psichismo privo di spiritualità (interpretazione pseudo-tradizionalista), vuoi come forma di psicopatologia (interpretazione moderna, psicologica e psichiatrica). Non mi dilungherò per ora sulla critica a queste interpretazioni perché mi impiegherebbe troppo tempo, ma mi preme sottolineare l’importanza della possessione nella religione indiana e più in generale nella spiritualità del sud est asiatico. Persino Mircea Eliade nella sua famosa opera sullo Sciamanesimo – a causa del milieu culturale in cui si trovava – cadde nel grave errore di sottovalutare l’importanza della possessione [2], particolarmente grave in quel caso essendo la possessione al centro delle fenomenologie sciamaniche.

Nell’Induismo, sopratutto in certe zone (ad es. Nepal, Tamil Nadu, Bengala, etc), esperienze di possessione da parte delle Divinità sono estremamente diffuse e questo è chiaramente riconosciuto nella letteratura antropologica. Ad esempio, relativamente alla sua ricerca nell’Andhra Pradesh, David Knipe afferma [3]:

 « Appare che il numero dei laici soggetti a stati di possessione sia incredibilmente alto ed il fenomeno accade dentro famiglie di tutte le comunità come componente centrale della vita religiosa. »

Nei suoi studi sull’Induismo dei Tamil, David Shulman afferma [4]:

« Il focus è interamente sull’interazione tra il devoto e la divinità che è entrata dentro di lui, che lo ha dominato o posseduto senza distruggere il suo essere empirico, sensuale e autarchico. »

Anche qui in Italia (ad esempio a Catania, Palermo, Bari, Milano, etc) si può assistere nelle comunità induiste tradizionali a questo tipo di fenomenologie e ci si può accorgere di quanto siano diffuse, ed in passato ho pubblicato nella mia pagina facebook qualche video a testimonianza. Se volete assistere a queste cerimonie e vedere con i vostri occhi contattatemi e sarò lieto di indirizzarvi nei posti giusti.

Essendo ormai evidente a tutti la presenza della possessione nella religione popolare, alcuni hanno tentato di contrapporre ciò che è popolare e folclorico a ciò che è classico (in questo caso alla letteratura classica in sanscrito). Ad esempio Antonio Rigopoulos adotta questa dicotomia e afferma persino che nel Maharashtra, dove ha fatto ricerca, a possedere le persone sarebbero le divinità popolari e non-Aryan, mentre quelle Aryan non lo farebbero [5]. L’esperienza di altri ricercatori però ha smentito questa tesi, sia dentro che fuori il Maharashtra [6].

Più nello specifico, poi, chiari riferimenti alla possessione si possono trovare anche nella letteratura religiosa classica in sanscrito (e non solo in quella tantrica, dove si trovano persino rituali per incorporare una Divinità in un oracolo per fargli delle domande! [7]). Vi rimando a tal proposito al già citato testo «The Self Possessed» che rinviene riferimenti alla possessione fin dal Rig Veda, dove verrebbe qualificata come «possessione» (skt. Āveśa) l’esperienza di coloro che ingeriscono il Soma (che aveva effetti psicotropi) [8].

Ne segue che l’opposizione tra ciò che è popolare e ciò che è classico non ha fondamento, anche perché ciò che è classico spesso non è che la redazione in forma letteraria o poetica della cultura popolare, e questo è particolarmente vero per i Veda. Insegnamenti che sul piano iniziatico sono molto validi sulla possessione si possono trovare anche nel capitolo chiamato «avishkara» del primo libro della trilogia «Aghora» di Robert Svoboda. Il libro contiene gli insegnamenti del grande maestro tantrico Vimalananda, ritenuto essere un individuo pienamente realizzato [9]. Recentemente Svoboda ha scritto nella sua pagina facebook [10]:

« Il mio mentore Vimalananda ha insegnato che molto pochi persino tra le persone spiritualmente più avanzate diventano completamente liberi dalla possessione di qualcosa di diverso dall’Assoluto, e che tutti gli altri sono giornalmente condizionati da idee, “ismi”, emozioni, antenati, influenze planetarie, malattie, veleni, ed altre varietà di enti che ci possiedono e che si esprimono tramite noi, solitamente mentre noi crediamo di agire per conto nostro come “individui indipendenti” […] Un approccio più avanzato è sfrattare queste entità che si sono insediate dentro di noi e rimpiazzarle da occupanti più desiderabili […] Vimalananda apriva consapevolmente il suo Sé all’occupazione temporanea di divinità e santi deceduti, e ognuno di noi può fare qualcosa di simile (anche se meno drammatico) rimpiazzando questi ladri di consapevolezza con il dolce nome del Supremo. »

Si capisce pertanto il valore spirituale della possessione. Secondo questa visione noi siamo già posseduti da flussi di spiriti di varia natura, anche se non ce ne rendiamo conto (in maniera simile all’opinione che viene attribuita allo gnostico Basilide di Alessandria, secondo il quale «L’uomo è un accampamento di molti spiriti diversi»). Questo vale per tutti, ma tramite la possessione controllata e praticata in un contesto rituale religioso o iniziatico, invece, ci si apre all’influenza di Spiriti e Divinità conosciuti dalla tradizione, ritenuti positivi, affidabili e più vicini all’Assoluto di noi; si riceve Shakti (Potere) e Conoscenza da Essi e così ci si avvicina verso la Divinità e l’Assoluto stesso.

Ci sono però diverse fenomenologie di possessione, che spesso vanno a confondersi. In un recente post sullo Shaktismo distinguevo lo Shaktismo popolare e tribale di natura sciamanica, quello yogico-tantrico e quello fondato sulla bhakti (devozione) [11]. La possessione si trova in tutti e tre i contesti ma con sfumature differenti. Nel contesto sciamanico la possessione ha caratteri medianici (nel senso che la divinità o lo spirito parlano tramite noi) con scopo divinatorio, di esorcismo o di guarigione. La possessione è controllata (tranne, spesso, all’inizio della carriera dello sciamano nel caso di malattia sciamanica) e non è accompagnata da grandi emozioni.

Nello Shaktismo fondato sulla bhakti invece la possessione ha caratteri molto umidi ed emotivi, a tratti può essere difficile da controllare, ed è tipica delle ritualità di gruppo. Non ha solitamente caratteri medianici e neanche uno scopo consapevole al di fuori della devozione fine a se stessa, ma in qualche caso durante queste esperienze di possessione la Divinità potrebbe dare delle comunicazioni personali al devoto sulla sua vita religiosa o morale [12]. Questo tipo di possessione si manifesta facilmente quando vengono organizzati festival importanti, sopratutto tra coloro che si sono preparati al festival tramite un periodo di purificazione. Si esprime tramite esperienze estatiche del devoto e spesso (ma non sempre!) è segnata dal movimento ondulatorio del corpo o (sopratutto nel caso delle donne) dal pianto, modo in cui a volte si esprime la grande devozione della persona. Questo è il tipo di possessione che potete vedere facilmente anche in Italia andando nei posti giusti.

Poi c’è la possessione delle vie yogico-tantriche che può oscillare tra le varie sfumature sia del primo che del secondo gruppo, ma che solitamente è poco medianica (ma può prendere anche aspetti medianici a volte), è molto controllata, spesso molto leggera (ma non sempre!), ed è volta principalmente alla propria evoluzione psico-spirituale.

La diffusione della possessione, sopratutto nei contesti popolari basati sulla bhakti (che sono quelli più diffusi), è tale da poter praticamente escludere la validità dell’interpretazione psichiatrica, anche perché queste persone poi per il resto della loro vita sono pienamente funzionali e privi di psicopatologie. La possessione e l’incorporazione si presenta quindi con diverse sfumature, anche sfumature che i più non prenderebbero in considerazione.

Il fatto che la persona debba incorporare la Divinità non riguarda solo il tantrika; ad esempio una “vera” danzatrice di danza sacra, durante la sua danza, incorporerà delle Apsara (danzatrici celesti), proprio come il “vero” attore di opere sacre teatrali incorporerà le Divinità che sta impersonando. Queste attività sono veri e propri riti sacri. Molti lo fanno in maniera leggera ed inconsapevole, ma chi lo sa e lo fa consapevolmente avrà una marcia in più. Così facendo l’opera teatrale o la danza diventano un canale tramite il quale le Divinità scendono a giocare in questo mondo, un modo per canalizzarne il potere.

Per finire questo articolo chiarificherò un ultimo punto. Chiaramente, un oceano non può entrare in un bicchiere. Allo stesso modo, la Divinità non può entrare pienamente dentro una persona; ciò che entra, ciò che attraversa la persona è un piccolo punto della sua Shakti, del suo Potere-Energia. La quantità di potere che attraverserà la persona dipende da ciò che questa è in grado di canalizzare, ma si tratta ovviamente di un potere infinitesimo rispetto a quella della Divinità. Inoltre, l’aspetto della Divinità con cui si entra in contatto dipende dall’evoluzione spirituale del praticante (oltre che da molti altri fattori rituali, ambientali, etc): chiaramente un essere umano comune e non illuminato entrerà in contatto con aspetti più bassi e coinvolti nel samsara della Divinità in questione, con punti più bassi del suo Flusso di Potere.

La Divinità che si contatta, in altri termini, evolve con l’evoluzione spirituale della praticante. Uno sciamano nepalese a Kathmandu mi diceva – usando un’immagine tanto grezza quanto evocativa – che si viene posseduti da parti diverse della Divinità. Si può essere posseduti dai suoi piedi, dalle mani, dalla testa, etc. [13]. Ovviamente è diverso essere posseduti da un piede rispetto che dalla testa, no? Quindi, la Divinità filtrata da praticanti diversi, anche se si tratta della stessa Divinità, in realtà è generalmente diversa.

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Note:

[1] Smith F.M. 2006

[2] Eliade M. 2005: 529-530. Eliade ritiene la possessione, al di la di qualunque evidenza, come una innovazione successiva e non connaturata all’estasi sciamanica propriamente detta, che avrebbe come elemento fondante il viaggio extra-corporeo. A riabilitare il fenomeno della possessione nel discorso accademico sullo Sciamanesimo è stato l’antropologo Ioan M. Lewis con il testo «Ecstatic Religion. A Study of Shamanism and Spirit Possession» (1971)

[3] Knipe D.M. 1997

[4] Shulman D. 1991: 51

[5] Rigopoulos 1993: 54n18

[6] Smith F.M. 2006: 151 421-431

[7] Ivi: 421-431

[8] Ivi: 175-194

[9] Svoboda R. 1986: 211-235

[10] Svoboda R. https://www.facebook.com/DrRobertSvoboda/photos/a.716702585118033.1073741828.716583695129922/1525843694203914/?type=3&theater

[11] Per un’analisi dettagliata di questi tre tipi di Shaktismo si veda McDaniel J. 2004: 27-208

[12] Comunicazione personale di diversi devoti partecipanti a questo genere di ritualità

[13] Jhankri Guru, comunicazione personale, Kathmandu 2016


Bibliografia di riferimento:

  • Eliade M. 2005. Lo Sciamanismo e le Tecniche dell’Estasi, Roma, Edizioni Mediterranee (ed. orig. 1951)
  • Lewis I. M. 2003. Ecstatic Religion. A Study of Shamanism and Spirit Possession, London, Rouledge (ed. orig. 1971)
  • Mastromattei R. et all. 1995. Tremore e Potere. La Condizione Estatica nello Sciamanismo Himalayano, Milano, FrancoAngeli
  • McDaniel J. 2004 Offering Flowers, Feeding Skulls. Popular Goddess Worship in West Bengal, New York, Oxfort University Press.
  • Knipe D.M. 1997. Rivalries Inside Out: Personal History and Possession Ritualism in Coastal Andhra. Studio presentato al seminario: Dynamics of Rituals and Narratives in Indian Folk Culture, Centre for Folk Culture Studies, University of Hyderabad, Hyderabad.
  • Rigopoulos A. 1993. The Life and Teachings of Sai Baba of Shirdi, Albany, SUNY Press.
  • Shulman D. 1991. “The Yogi’s Human Self: Tāyumāçavar in the Tamil Mystical Tradition.”Religion 21:51–72
  • Smith F.M. 2006. The Self Possessed. Deity and Spirit Possession in South Asian Literature and Civilization. New York Chichester, Columbia University Press
  • Svoboda R. 1986 Aghora. At the Left Hand of God, Brotherhood of Life

 

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Taglio ha detto:

    Nonostante mi sia interessato di religioni, ammetto di non avere mai sentito parlare di possessioni come pratica diffusa dell’Induismo o del Tantrismo.
    Da un lato la natura politeistica dell’Induismo, e certe concessioni cosmologiche all’animismo e allo sciamanesimo, mi farebbero esclamare che è ovvio che una simile religione preveda delle possessioni.
    Dall’altro l’attenzione delle filosofie tantriche e yogiche al “sè” e all’evoluzione spirituale personale mi sembrerebbero in opposizione all’idea di cedere la propria personalità a un’altra personalità, mentre lo scopo ultimo dichiarato dovrebbe essere quello di annullare qualsiasi identità nell’Atman.

    E questo mi porta alla domanda.
    Nel vudù le possessioni sono denotate dalle personalità dei loa: sono quindi riconoscibili anche nelle infinite declinazioni dei ‘cavalli’, gli ospiti terreni dei cavalieri divini. Per esempio Papa Ghede è contemporaneamente bramoso e distaccato e ha dei segni chiarissimi per manifestarsi (occhiali da sole senza una lente, frak, tuba, fame insaziabile, lussuria, la conoscenza e la saggezza dei morti).

    Quali divinità induiste hanno personalità così definite e ‘replicabili’ da poter essere impersonati in una possessione?
    C’è qualche tipo di formalizzazione delle possessioni in riti al di fuori dei palcoscenici rituali (danzatrici e attori sacri)?

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  2. francescodalpino ha detto:

    Complimenti come sempre assai interessante

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