Teatro di queste incursioni è il Mediterraneo, qui inteso in senso più che geografico: agorà e labirinto, «perduto mare del Sé», archivio e sepolcro, corrente e destino, crepuscolo e aurora, apollineo e dionisiaco.
di Andrea Scarabelli
originariamente pubblicato sul blog dell’Autore su IlGiornale
Β«Insel, insula, isola, Eiland β parole che nominano un segreto, un che di separato e conchiusoΒ»: Ernst JΓΌnger scrisse queste parole a Carloforte. Vi era giunto per la prima volta nel 1955, passando dallβisola di SantβAntioco, attratto dalla presenza di un insetto che vive solo lΓ¬, la Cicindela campestris saphyrina. Le sue impressioni sullβisola sono riportate nel saggio San Pietro (1957), uscito in italiano nel 2015 nella traduzione diΒ Alessandra Iadicicco. Entomologia a parte, era rimasto folgorato dal luogo, trascorrendovi le vacanze fino al 1978, allβetΓ di ottantatrΓ© anni. JΓΌnger era un amante delle isole, e i suoi diari (molti dei quali, purtroppo, ancora inediti da noi) stanno a dimostrarlo; del bacino mediterraneo amava soprattutto Sicilia e Sardegna. Il fascino esercitato dalle isole risale allβinizio dei tempi. Per caratteri come quello di JΓΌnger, ogni isola Γ¨ beata, nel senso di Esiodo (Le opere e i giorni):
Β« Sulle isole beate, presso il profondo gorgo dellβoceano, vivono gli eroi felici col cuore libero da affanni. La terra feconda offre loro il frutto del miele che matura tre volte nellβanno. Β»
Anche D. H. Lawrence, tra i molti altri, era stato in Sardegna, precisamente nellβestate del 1921, assieme alla moglie Frieda. Vi era giunto da Taormina e aveva visitato Cagliari, Mandas e Nuoro. Nel suo libro Mare e Sardegna, contenente il racconto di questo viaggio, riporta unβottima definizione di insulomania, il male di cui soffre chi prova unβattrazione irresistibile verso le isole. Β«Questi insulomani nati sono diretti discendenti degli Atlantidi e il loro subcosciente anela allβesistenza insulareΒ». Una diagnosi che si attaglia alla perfezione a JΓΌnger, amante del mare e di ciΓ² che il mare circonda, separandolo dalla terraferma.
Come giΓ detto, il futuro Premio Goethe approda a Carloforte nel 1955, ma il suo primo contatto con la Sardegna risale allβanno precedente. Il diario del suo mese trascorso nel piccolo villaggio di Villasimius Γ¨ uscito in varie edizioni, con il titolo Presso la torre saracena. Tradotto β magistralmente β da Quirino Principe, verrΓ inserito insieme agli altri βscritti sardiβ ne Il contemplatore solitario (Guanda, 2000) e in Terra sarda (Il Maestrale, 1999).

Ecco lβitinerario di quel primo viaggio: partito da Civitavecchia la sera del 6 maggio 1954, il Nostro arriva al porto di Olbia alle prime ore del mattino. Raggiunta Cagliari in treno, un paio dβore di autobus lo separano da Villasimius (nel diario indicata come Illador): un percorso accidentato, su strade malmesse. Poche case coloniche, il piccolo borgo di Solanas. Dietro a ogni tornante si squadernano panorami mozzafiato, con un mare color zaffiro. Fin da subito capisce di trovarsi in un luogo tagliato fuori dalla civiltΓ , anche per via di unβepidemia di malaria e una carestia che fino a quel momento hanno reso Villasimius impermeabile al turismo di massa.
Ancora per poco, perΓ²: proprio nei giorni della sua residenza, gli operai stanno collocando la rete elettrica, dando cosΓ¬ il via alla modernizzazione della cittadina, che si concluderΓ con lβinvasione di televisioni, radio, cinema, traffico, caosβ¦ La tecnica giungerΓ , livellando ogni differenza tra sessi e generazioni, demolendo una cultura millenaria e andando a costituire quel brodo di coltura grazie a cui la modernitΓ trionferΓ anche a Illador. Ma in quel momento di tutto ciΓ² non cβΓ¨ ancora traccia. La cittadina si trova a un crocevia, e lo scrittore ha modo di fotografarla per quel che fu, Β«un luogo piΓΉ cosmico che terrestre, lontano dal mondoΒ». In realtΓ queste parole sono riferite a Carloforte, ma potrebbero estendersi alla Villasimius di allora, anzi alla Sardegna tutta, che in qualche modo agΓ¬ su di lui come un Β«detonatore di emozioniΒ», secondo la definizione di Stenio Solinas, che ha firmato lβintroduzione a San Pietro.
Crocevia per la Sardegna, gli anni Cinquanta lo sono anche per JΓΌnger: dopo aver visto lβEuropa messa a ferro e fuoco dalle forze scatenate della tecnica, che aveva in qualche modo celebrato nel suo Der Arbeiter, agli inizi degli anni Trenta, il suo sguardo muta radicalmente, dando vita a opere come Il trattato del ribelle, che esce nel 1951, e soprattutto Il libro dellβorologio a polvere, pubblicato lo stesso anno di quel suo primo viaggio sardo. Se il primo Γ¨ lβinvito a riparare in un bosco del tutto interiore, al riparo dalle barbarie della tecnica e della tirannide, lβultimo Γ¨ uno studio comparato dedicato agli orologi naturali (clessidre, meridiane, gnomoni e cosΓ¬ via) e a quelli meccanici, insieme alle nozioni di tempo che veicolano. CosΓ¬ come cβΓ¨ un tempo storico, scandito dagli orologi meccanici, ce nβΓ¨ anche uno cosmico, misurato dalle ombre proiettate dal sole e dallβaffastellarsi dei chicchi di grano nelle clessidre. SarΓ questa compresenza, come vedremo, a scandire il suo primo soggiorno sardo.
Torniamo alla Villasimius degli anni Cinquanta, la cui case sono ancora illuminate da candele, una cittadina semi-diroccata circondata da immense spiagge deserte e torri in rovina, i cui ospiti non sono miliardari o attricette o parvenu ma pastori, elettricisti, ciabattini e pescatori, insieme a impiegati statali trasferiti lì per qualche oscuro regolamento di conti burocratico. In loro compagnia, annoterà in San Pietro,
Β« Lβuomo della terraferma viene trattato con una benevola superioritΓ . Gli manca quellβimpronta degli elementi che qui ha lasciato il suo segno. Β»
Saranno queste figure semplici, dalla pelle coriacea battuta dal Sole e saggiata dal vento, i compagni di quelle lunghe giornate, anche perchΓ© il protagonista della nostra storia si Γ¨ guardato bene dal portarsi dietro un libro, un giornale o una compagnia umana. Ama stare con la gente comune e partecipa a feste e banchetti, cene e battute di caccia, passeggiate e sessioni di pesca, ben sapendo che Γ¨ possibile studiare un luogo anche senza orpelli letterario-filosofici. La pensione in cui alloggia β gestita da una certa Signora Bonaria β diventa cosΓ¬ il teatro dβinterminabili discussioni (ma anche di lunghi silenzi, scanditi da un vino nero come la notte e pranzi pantagruelici).
Cogli abitanti del luogo JΓΌnger parla un poβ di tutto, ma perlopiΓΉ ascolta, di passato e presente β il futuro, quello, mai β dalle usanze locali alla Storia, che ha ovviamente attraversato anche quei corpi. Dopo cena, talvolta, i doganieri intonano il canto del Β«Duce BenitoΒ», non senza prima essersi tolti le uniformi. Uno dei suoi interlocutori gli dice di esser stato ferito nella Prima Guerra Mondiale e di aver perso un figlio nella seconda. Anche lui ne sa qualcosa. Reclina il capo, mentre il suo pensiero va alle scogliere di marmo di Carrara, dove Γ¨ caduto suo figlio Ernstel.
I giorni passano e il Signor Ernesto β cosΓ¬ lo chiamano a Illador β fa lunghe passeggiate, attraversando campi imbionditi dai cereali, muraglie di fichi dβIndia e una macchia mediterranea issatasi eroica sotto un sole sferzante, che dardeggia la costa, irrorata dal mare. Di tanto in tanto il suo sguardo si posa sullβIsola dei Gabbiani e su quella dei Serpenti (oggi Serpentara), nei pressi di Castiadas, sormontate rispettivamente da un castello in rovina e un faro. A colpirlo Γ¨ lβabbondanza della natura, che non fa economia nΓ© lesina in sperperi («è ben oltre la funzionalitΓ Β», parole che avrebbero sottoscritto Georges Bataille e Marcel Mauss), la stessa che fece esclamare, dallβaltra parte del mare, allo Zarathustra nietzschiano:
Β« Ho imparato questo dal sole, quando il ricchissimo tramonta: getta nel mare lβoro della sua inesauribile ricchezza, cosΓ¬ che anche il piΓΉ povero pescatore rema con remi dβoro! Vidi questo una volta e alla vista non mi saziai di piangere. Β»
Se fu un tramonto ligure a dettare queste parole a Nietzsche, che le scrisse a Rapallo, JΓΌnger cercΓ² il Grande Meriggio di Zarathustra in Sardegna, come disse una volta Banine, sua correttrice di bozze e compagna di viaggio ad Antibes. Ma il Sole e il mare mediterranei gli sussurrano, soprattutto, di avere ancora unβimmensa riserva di tempo. E il tempo gli darΓ ragione, facendolo vivere sino al 1998, allβetΓ di centotrΓ© anni.
Lβenigma del tempo, che ha incantato Borges e gli spiriti piΓΉ eletti del Novecento: ecco ciΓ² che JΓΌnger incontra in Sardegna in quella tarda primavera, non ancora estate. Il Contemplatore Solitario si tuffa nel miracolo della storia nei nuraghi presso Macomer, adornati da licheni, che dovettero apparire antichi giΓ ai Fenici. Il suo sguardo si amplia, sfondando gli orizzonti storiografici moderni, andando oltre le sue Colonne dβErcole, impresa conclusa cinque anni dopo in quello che forse Γ¨ il suo libro migliore, Al muro del tempo, trattato di metafisica della storia che analizza il tempo storico come una parentesi, nata dalla messa al bando di forze mitiche che stanno per fare ritorno.
Ebbene, il passaggio dalla storia del mondo (Weltgeschichte) alla storia della terra (Erdegeschichte) ha luogo forse per la prima volta al cospetto di un nuraghe che, come ha scritto Henri Plard, curatore de Il contemplatore solitario, ricorda a JΓΌnger ilΒ fenomeno originario di cui ha parlato il suo maestro Goethe, che si cela dietro a tutte le manifestazioni naturali. Da esso nascerΓ la torre, il granaio, il castelloβ¦ Archetipi? Nullβaffatto. Gli archetipi sono molti, il fenomeno originario Γ¨ uno.

Questa compresenza, ai suoi occhi, sceglie quello sardo come territorio dβelezione. Γ come se in certi luoghi la geografia costringesse la storia a venire allo scoperto, esibendo i propri caratteri fondamentali. Anche perchΓ© qui il passato vive in una contemporaneitΓ assoluta, plastica. La Sardegna jΓΌngeriana Γ¨ in grado di cicatrizzare e risanare antiche ferite. Qui tutto Γ¨ presente, lβeternitΓ coesiste con il tempo: Β«La storia diventa un mysterium. La successione temporale diventa unβimmagine campata nello spazioΒ», parole che β come scrive Quirino Principe β ricordano quelle di Gurmenanz delParsifal wagneriano: Β«Figlio mio, qui il tempo diventa spazioΒ». Il cerchio si chiude.
Il sigillo di quel viaggio Γ¨ una fuoriuscita dalla storia non veicolata dalla ratio ma dalla contemplazione delle forme, del loro stile. Γ nella continuitΓ delle forme, nella loro metamorfosi, a manifestarsi il fenomeno originario. Che non Γ¨ unβidea astratta, ma qualcosa dβimmanente al reale, la messa in forma di un destino e allo stesso tempo la sua piΓΉ alta meta. Contemplando il reale e non dissezionandolo, come fa invece la scienza moderna, ci reinseriamo nei meccanismi che regolano il cosmo. CiΓ² Γ¨ molto facile in Sardegna β e in Italia β scrive JΓΌnger, dove la compresenza di presente e futuro Γ¨ visibile a livello geografico, territoriale, elementare, ma anche fisiognomico. LΓ¬ puΓ² accadere, passeggiando per luoghi affollati, dβincontrare un viso particolare, con tratti inusuali. Allora ci fermiamo, percorsi da un brivido. I tratti intravisti sono antichi, forse addirittura preistorici, e lβosservazione si spinge allora sempre piΓΉ a ritroso, nelle profonditΓ dei secoli e dei millenni, fino al limite estremo del muro del tempo.
Β«Sentiamo che ci Γ¨ passato vicino un essere originario, primordiale, venuto a noi da tempi in cui non esistevano nΓ© popoli nΓ© paesiΒ». Ma la stessa cosa accade anche se ci mettiamo a riflettere su noi stessi: per quale motivo non siamo tutti uguali, ma nutriamo peculiari inclinazioni per la caccia o la pesca, per la contemplazione o lβazione, Β«per lo scontro in battaglia, per lβocculta magia degli esorcismi? Seguendo le nostre vocazioni, consumiamo la nostra piΓΉ antica parte di ereditΓ . Abbandoniamo il mondo storico, e antenati sconosciuti festeggiano in noi il loro ritornoΒ».
Γ la contemplazione e non lβanalisi a permettere questa fuoriuscita dal tempo β la stessa di cui parlΓ² Mircea Eliade, che tra lβaltro diresse con JΓΌnger Β«AntaiosΒ», dallβinizio degli anni Sessanta a metΓ dei Settanta. Ebbene, sulle colonne di quella meravigliosa rivista uscΓ¬, nel 1963, lo scritto jΓΌngeriano Lo scarabeo spagnolo, sempre nato in terra sarda. Qui la meditazione su uno scarabeo intravisto sul gretto di un fiume (Riu Campus) diventa occasione per riflettere sulla caducitΓ delle cose. Tutto muore e trapassa nellβinorganico, ma guai a chi non lo inserisce in un contesto piΓΉ alto. Guai a chi si esaurisce nel presente, nella storia. Guai a non vedere nel transeunte lβorma dellβeterno. Chi abbia il coraggio di avventurarsi nei labirinti della contemplazione, tuttavia, scoprirΓ scenari inediti, allβinterno dei quali anche lβuomo acquisisce facoltΓ nuove:
Β« Ognuno Γ¨ re di Thule, Γ¨ sovrano agli estremi confini, Γ¨ principe e mendicante. Se sacrifica lβaurea coppa della vita alla profonditΓ , offre testimonianza della pienezza cui la coppa rinvia e che egli incarna senza poterla comprendere. Come lo splendore dello scarabeo spagnolo, cosΓ¬ le corone regali alludono a una signoria che nessuna conflagrazione universale distrugge. Nei suoi palazzi la morte non penetra; Γ¨ solo la guardiana della porta. Il suo portale rimane aperto mentre stirpi di uomini e di dΓ¨i si avvicendano e scompaiono. Β»
Avventurandoci in questa Babele di dimensioni storiche e piani dellβessere, lo stesso linguaggio finisce per rivelare la propria insufficienza e naufraga, laddove la traiettoria di un insetto Γ¨ in grado di ripetere il moto planetario. Servendoci di unβantica immagine, il linguaggio discorsivo Γ¨ come una canoa utile per attraversare un fiume, ma che una volta espletato questo compito va abbandonata a riva. Il percorso deve proseguire in altro modo. CosΓ¬ sono i nomi, che non si limitano a designare cose, ma rinviano sempre a qualcosβaltro,
Β« ombre dβinvisibili soli, orme su vasti specchi dβacqua, colonne di fumo che sβinnalzano da incendi il cui sito Γ¨ nascosto. LΓ il grande Alessandro non Γ¨ piΓΉ grande del suo schiavo, ma Γ¨ piΓΉ grande della propria fama. Anche gli dΓ¨i, lΓ , sono soltanto simboli. Tramontano come i popoli e le stelle, eppure hanno valore i sacrifici che li onorano. Β»
Come giΓ accennato, i diari di Illador-Villasimius sono dedicati alla Torre Saracena di Capo Carbonara; vi si arriva facilmente, percorrendo un sentiero β nulla di particolarmente impegnativo β che dalla lunga spiaggia bianca porta alle pendici dellβantica torre di vedetta. Lβ11 maggio, ai piedi della solitaria costruzione arroventata dal sole (oggi conosciuta come Torre di Porto Giunco), JΓΌnger avverte Β«un alito di nuda potenza, di pallida vigilanzaΒ». Un sentore di perenne insicurezza, dβinstabilitΓ . Comprende di trovarsi in un luogo di confine, Giano bifronte che unisce e separa a un tempo, linea di frontiera tra Oriente e Occidente, storia e metastoria. Segno liminare tra terra e mare che impone un aut-aut, ci torna una decina di giorni dopo, assieme a un certo Angelo (uomo mercuriale), armato di martello e scalpello. Lascia una traccia, comβera β ed Γ¨ tuttβora β uso fare. Quella traccia Γ¨ ancora lΓ¬, a distanza di oltre cinquantβanni: E. J., 22.V.54.
DopodichΓ© ridiscende il sentiero, fino alla spiaggia. Guardandola dallβalto, si Γ¨ accorto che presenta singolari striature rosate: sono conchiglie frantumate. Frugando, ne trova una semi-intatta, la cui forma lo sgomenta. Γ una conchiglia a forma di cuore, la cui perfezione formale rimanda a un ordine che Γ¨ di questo mondo ma in esso non si esaurisce. Γ come se la bacchetta di un direttore invisibile avesse dato il la a unβesecuzione di cui non udiamo che gli echi. E, ancora una volta, ecco emergere dalla contemplazione la Terra originaria, in una magnifica assenza di umanitΓ . Γ ad essa che il piccolo oggetto rinvia: una proprietΓ , annota JΓΌnger, ben nota a quei popoli antichi che utilizzavano le conchiglie come moneta, al posto dellβoro. La sua forma potrebbe condurci
Β« a fiammeggianti soli. Colui che vaga per la nostra terra la esibisce come un geroglifico. Il guardiano del portone di fiamma vede a quale sublime configurazione Γ¨ adatta la polvere che turbina su questa stella. Qualcosa dβimmortale lo illumina. DΓ il suo segnale: la conchiglia si trasforma in ardore incandescente, in luce, in pura irradiazione. Il portone si apre di scatto. Β»

Abbiamo detto che la Sardegna segna, in qualche modo, lβapprodo di JΓΌnger ai grandi spazi di una storiografia ultraeuclidea, mostrandogli un territorio innervato da un destino antecedente a quello dei manuali. I nuraghi precedono le piramidi, le mura di Ilio e il palazzo di Agamennone. Un giorno si trova nei pressi di Punta Molentis, al largo della quale si dice esserci un antico porto sommerso. ChissΓ , magari a questo porto corrisponde anche una cittΓ , secondo unβantica leggenda diffusa in tutte le coste mediterranee. Γ unβimmagine molto potente del senso della storia. Come ha scrittoΒ Predrag MatvejeviΔ nel suo magnifico Breviario mediterraneo,
Β« un porto affondato Γ¨ una specie di necropoli. Divide lo stesso destino delle cittΓ o delle isole sommerse: circondato dagli stessi misteri, accompagnato da questioni simili, seguito dagli stessi ammonimenti. Ciascuno di noi Γ¨ talvolta un porto affondato, nel Mediterraneo. Β»
Sempre nei pressi di Punta Molentis, dove unβesile lingua di sabbia separa i due mari, trova unβantichissima grotta, addirittura piΓΉ vecchia degli stessi nuraghi. Γ stupefatto: per inquadrare questa rudimentale abitazione, occorre adottare scale temporali molto piΓΉ ampie di quelle storiografiche. Luoghi del genere intimano al visitatore di confrontarsi con regioni sommerse del proprio Io, abbandonando gli orpelli mentali usuali:
Β« A volte, lβuomo Γ¨ costretto dallβurgenza del destino a uscire dai palazzi della storia, a venire al cospetto di questa sua primitiva dimora, a domandarsi se ancora la riconosca, se sia ancora alla sua altezza, se ne sia ancora degno. Qui egli Γ¨ processato e giudicato dallβImmutabile che persiste al fondo della storia. Β»
Lβuomo tende a ricacciare questo Immutabile in un lontanissimo passato, nellβalba dei tempi. Una sciocchezza: esso Γ¨ Β«al centro, nel punto piΓΉ interno della foresta, e le civiltΓ gli girano intornoΒ». Al pari del mito che, come aveva scritto nel Trattato del ribelle tre anni prima, non Γ¨ la narrazione dei tempi che furono ma una realtΓ che si ripresenta quando la storia vacilla sin dalle fondamenta.
Meditando su ciΓ² che ha appena visto, con maschera e tubo respiratorio, si getta nellβacqua poco profonda e attraversa la piccola laguna a nuoto. Γ una delle sue attivitΓ preferite, specie in Sardegna. In quel periodo nessuno degli abitanti fa il bagno, ma lui Γ¨ abituato ad altre latitudini, e non perde tempo. CβΓ¨ un vecchio epitaffio, inciso sulle rovine accanto al porto di Giaffa, nei pressi di Tel Aviv, che recita: Β«Nuoto, il mare Γ¨ attorno a me, il mare Γ¨ in me, e io sono il mare. In terra non ci sono e mai ci sarΓ². AffonderΓ² in me stesso, nel mio proprio mareΒ». In queste antichissime righe, cβΓ¨ tutto JΓΌnger, sospeso sulla superficie acquea di un mare cristallino, a riflettere sui sottili legami tra passato e presente, mito e storia.
Teatro di queste incursioni è il Mediterraneo, qui inteso in senso più che geografico. Agorà e labirinto, «perduto mare del Sé» (Janvs), archivio e sepolcro, corrente e destino, crepuscolo e aurora, apollineo e dionisiaco, «è una grande patria», scrive Jünger, «una dimora antica. A ogni mia nuova visita me ne accorgo con evidenza sempre maggiore; che esista anche nel cosmo, un Mediterraneo?».
Se Γ¨ vero, come scrive MatvejeviΔ nel suo libro giΓ citato, che Β«il Mediterraneo attende da tempo una nuova grande opera sul proprio destinoΒ», quella di JΓΌnger potrebbe esserne la bozza. Un destino osservato sulle rocce e sulle piante, abbrivio a dΓ¨i ed eroi omerici, simulacri di battaglie cosmiche che si compiono dallβaurora dei tempi. Tutto ciΓ² Γ¨ riflesso nei volti che ha modo dβincontrare, nelle calette in cui si avventura e negli insetti che osserva, con la discrezione di un entomologo professionista. Tutte maschere di una sola cosa:
Β« Terra sarda, rossa, amara, virile, intessuta in un tappeto di stelle, da tempi immemorabili fiorita dβintatta fioritura ogni primavera, culla primordiale. Le isole sono patria nel senso piΓΉ profondo, ultime sedi terrestri prima che abbia inizio il volo nel cosmo. A esse si addice non il linguaggio, ma piuttosto un canto del destino echeggiante sul mare. Β»
Un mare da cui si accomiaterΓ il primo giugno, ma solo per qualche tempo (mediterranea Γ¨ anche, in senso eminente, la certezza del ritorno). JΓΌnger prepara i bagagli, e percorre a ritroso il suo viaggio. Sulla strada verso Cagliari, sβimbatte nei bunker eretti dalla Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale. Forse la foresta se li inghiottirΓ . Difficile che invecchino bene, come invece il Forte di Michelangelo a Civitavecchia, le macchine da guerra di Leonardo o le prigioni di Piranesiβ¦
Prende il treno per Olbia. Dopo settimane di astinenza dalla modernitΓ , compra un giornale, solo per vedere quanto poco il mondo sia cambiato. Lβargomento Γ la page Γ¨ la bomba atomica, il tono Γ¨ Β«come sempre noioso, irritante, indecoroso. Ci si domanda a volte a quale scopo si paghi lβonorario ai filosofiΒ». ChissΓ cosa direbbe oggi, di fronte a certeΒ querelle da bettolaβ¦ DopodichΓ©, in nave fino a Civitavecchia, dove lo attende un treno, diretto a Nord. La linea passa da Carrara, mentre a sinistra cβΓ¨ sempre il Mediterraneo, muto spettatore di un dolore non ancora cicatrizzato. Β«Il mare Γ¨ una lingua antichissima che non riesco a decifrareΒ» scrisse il suo amico Jorge Luis Borges nel 1925 (nel saggio Navigazione, uscito ne La luna vicina).
Il congedo di JΓΌnger dalla Sardische Heimat Γ¨ solo temporaneo. Vi tornerΓ diverse volte, finchΓ© le condizioni di salute glielo permetteranno. Nato sotto costellazioni settentrionali, in quel lontano 1954 ha subito un fascino cui Γ¨ molto difficile sottrarsi, e ora non puΓ² che rispondere periodicamente a questβappello. Β«Mare! Mare! Queste parole passavano di bocca in bocca. Tutti corsero in direzione di essoβ¦ cominciarono a baciarsi gli uni cogli altri, piangendoΒ» ci rivela Senofonte nelleΒ Anabasi, descrivendo la reazione dei soldati greci, dopo un lungo peregrinare a terra, affacciatisi sul Mediterraneo. Furono forse le stesse parole che rimbombarono nelle orecchie del Contemplatore Solitario a bordo di quellβautobus, tra un tornante e lβaltro, tra un mare e lβaltro, fino a Illador, oasi di un passato martoriato e misteriosa prefigurazione di un destino a venire.

Vielen Dank fΓΌr diesen zeitlosen, unzeitgemΓ€Γen Text!
Vielen Dank fΓΌr Ihr freundliches Interesse, JΓΌnger ist meiner bescheidenen Meinung nach einer der unverzichtbaren Gelehrten des letzten Jahrhunderts. Ein GruΓ!